Risorge l’uomo vivo! – recensione di Rivolta alla Locanda

(recensione di Emiliano Fumaneri/Andreas Hofer su La Croce Quotidiano)

Amo le storie avvincenti, i racconti di fedeltà e coraggio capaci di stimolare la curiosità del lettore. Tutti ingredienti che si danno appuntamento nel romanzo d’esordio del giovane Edoardo Dantonia. Parlo di “Rivolta alla Locanda”, quarta uscita della collana UOMOVIVO per Berica Editrice.

Classe 1992, biellese, Dantonia si ispira apertamente a quell’impareggiabile maestro di paradossi che risponde al nome di Gilbert Keith Chesterton. È stato proprio lo scrittore londinese a dirci che ogni vero romanzo ha bisogno di tre personaggi: deve esserci anzitutto una Principessa, l’oggetto da amare; ma occorre anche la presenza del Drago, l’oggetto da combattere; infine ci vuole San Giorgio, colui che ama e combatte per ciò che ama.

In ogni vero romanzo, infine, non può mancare proprio il duplice tema dell’amore e della battaglia. Dove c’è amore, dice GKC, deve esservi anche lo spirito della battaglia. Non si può amare qualche cosa senza desiderare di combattere per essa, né si può combattere senza qualcosa per cui battersi. Tanto che non c’è sciagura peggiore per il mondo dell’attuale tendenza a separare radicalmente l’amore dalla guerra, sicché a un Nietzsche per il quale è meglio combattere anziché amare risponde un Tolstoj che afferma che meglio sarebbe amare invece che combattere.

Un altro elemento capace di rendere credibile una storia, dice ancora Chesterton, è questo: che l’eroe deve essere un uomo ordinario, sono le sue avventure ad essere straordinarie. Le vecchie fiabe narrano le avventure di uomini normali alle prese con un mondo impazzito. Ed è per questo che sanno parlare agli uomini di tutti i tempi. Il romanzo realistico di oggi, presto dimenticato dalla memoria degli uomini, narra invece le imprese di esseri anomali, fuori dal comune, invischiati in un mondo grigio e monotono.

È da questa mescola di ingredienti, come preannunciato, che prende forma il romanzo del giovane Dantonia. Draghi, eroi e principesse non difettano certo in questo racconto dinamico, frizzante, da leggere tutto d’un fiato. Una storia avvincente, che si tinge di giallo grazie a un viaggio dall’incerta destinazione e a un inseguimento ricco fino alla fine di sorprese.

Ben caratterizzati appaiono anche i due protagonisti del racconto, il corpulento idraulico Alonso Pecherton e un giovane esattore di nome Friedrich Malthus. Il primo, sorprendentemente agile nonostante l’evidente sovrappeso, è un devoto cristiano. Pecherton crede nella Provvidenza divina, ai disegni della quale non disdegna peraltro di dare un sostanzioso aiuto menando fendenti a destra e a manca. Il suo sodale, Friedrich Malthus, è invece un razionalista che confida nello spirito organizzativo dell’uomo. Ma una volta superata l’iniziale ritrosia anche lui si lascerà coinvolgere da Pecherton in un’avventura dagli esiti imprevedibili.
In “Rivolta alla Locanda” gli amanti di GKC, lo ricorda la prefazione di Marco Sermarini, ritroveranno numerose analogie coi racconti chestertoniani: la diffidenza tipicamente britannica per ogni specie di idolo societario, sia che vesta i panni del Big Business o dello Stato Servile; la meraviglia per l’ordine della realtà, la morale delle favole… E naturalmente su tutto regna onnipresente il paradosso, che si fa strada soprattutto nei surreali dialoghi tra Pecherton e lo scettico Malthus.

Ma che cos’è un paradosso? E soprattutto a che serve? Ce lo spiegò meglio di chiunque altro Annalisa Teggi, la grande esperta e traduttrice dello scrittore britannico (nonché scopritrice di Dantonia). Per Chesterton, ci disse la Teggi, il paradosso è molto più che uno strumento. È piuttosto un alleato che calza all’uomo come gli occhiali che gli consentono di “mettere a fuoco” la propria presenza nel mondo. Grazie all’apparente follia del paradosso la vista si rovescia, per poi raddrizzarsi e ritornare così alla sua semplicità originaria. GKC usa l’occhiale del paradosso per risvegliare alla coscienza le «tremende bazzecole»: le evidenze del senso comune, le verità della quotidiana esperienza umana. Sono queste realtà fondamentali, profonde, a reggere l’intero universo.

L’iniziale stranezza del paradosso apre così alla calda meraviglia dell’essere. È quanto accade anche nel racconto di Dantonia: le bizzarre intuizioni di Pecherton, che inizialmente possono farlo apparire letteralmente folle, rivelano nel flaccido idraulico un atteggiamento opposto alla pazzia. Il folle, ce lo ricorda Chesterton stesso, è quell’essere che ha perso tutto fuorché la ragione. Per il pazzo da manicomio la stranezza coincide con la propria normalità. Non c’è nulla di cui meravigliarsi, secondo la sua angusta visuale. Pecherton per contro è un uomo che sta cercando tutto. Per questo è capace di meravigliarsi davanti a ogni cosa. Anche le più ordinarie realtà dell’esistenza sono ancora stupefazione e prodigio per chi sa vederle come elementi di un meraviglioso affresco o come parti di una estasiante sinfonia.

È una ricerca che combacia coll’intimo desiderio di una santa come Teresa di Lisieux («Scelgo tutto!»). Scegliere tutto: l’unica maniera per non perdere nulla. Ecco allora che l’eterno movimento del paradosso si rivela come la pietra angolare di “Rivolta alla Locanda”: per trovare la ragione, bisogna lasciare che essa si perda nel mistero; per trovare la speranza, bisogna disperare delle proprie forze; per trovare l’amore, bisogna dimenticare se stessi.

 

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