di Giuseppe Signorin

Più ancora di una poesia,
in cui davvero, con poche parole,
può capitare di tutto, addirittura niente,
niente di niente, più ancora
di una poesie, padre Pio era pieno di
effetti speciali. Padre Pio aveva le mani bucate.
Padre Pio, come lo spieghi padre Pio?
Padre Pio aveva le mani bucate
e una luce come il sangue di Cristo.
Puoi spiegare padre Pio in un video tutorial?
Ho letto cinque o sei libri, ultimamente,
su padre Pio, e l’ho capito? Padre Pio era pieno di
effetti speciali.
EFFETTI SPECIALI (PADRE PIO)

 

Questa è la “poesia” che abbiamo pubblicato oggi su dirTy.

Non conoscete dirTy? Ve lo presentiamo su questo blog nel giorno della Vestizione di san Pio da Pietrelcina, avvenuta il 22 gennaio del 1903.

Che c’entra padre Pio con un progetto di poesia contemporanea, pure un po’ strano, con un nome che significa sporco?

Aperta parentesi: questa la bio del profilo Instagram @volevo_dirty: “Dirty” è un disco dei Sonic Youth, significa «sporco» e suona un po’ come «dirti», «dire a te» – poesie liriche/punk/religiose/post-poesie/blablabla – chiusa parentesi.

Padre Pio c’entra sempre: padre Pio era ovunque anche in vita, figuriamoci oggi. E poi lui con lo sporco c’ha avuto a che fare: le mani sporche di sangue, i combattimenti notturni col Nemico. Era un francescano: la polvere, la povertà, il dolore… Viveva nelle difficoltà e le trasformava, con la grazia di Dio.

Dietro a dirTy ci siamo principalmente io, l’amico scrittore italiano Emanuele Fant e l’amico scrittore internazionale Johnny Soughts, e questo è il nostro “manifesto”:

dirTy perché la nostra ricerca è partita dalla spazzatura. Johnny era marcio (Rotten), i Sonic Youth amavano sporcare (“Dirty” è il loro disco a cui abbiamo rubato il nome e in italiano suona come «dirti», «dire a te»). Il punk, in generale, è per sua stessa ammissione rifiuto.

dirTy perché una volta ammiravamo lo sporco, ora è il nostro laboratorio. Da quando abbiamo capito che il Crocifisso (la «T») sublima la nostra giusta intuizione (e risolve la scocciatura dell’autodistruzione).

dirTy perché la nostra fede abbraccia la cancrena, fissa le piaghe, non spreca nessun dolore. Ma è vittima di uno scambio di persona: è una zolletta succhiata nell’estetica stucchevole e scontata che le si vuole attribuire.

dirTy perché, come diceva un ottimo scrittore, non esiste poesia che non sia religione.

dirTy perché in questo tempo igienizzato prima del segno della croce ci passiamo l’Amuchina. E noi facciamo memoria che c’è un tipo di contagio che può essere un valore.

dirTy perché un libro di poesia contemporanea con questi presupposti su Instagram stride al punto giusto.

Se cliccate qui trovate un’intervista uscita su Aleteia in cui spieghiamo meglio.

Qui sotto invece qualche altro esempio:

Ora conoscete dirTy. 😉

 

(delirio) di Giuseppe Signorin

Ibrahimović sarà ospite fisso a Sanremo e la cosa non mi stupisce, perché Ibrahimović, da giovane, era il cantante dei Depeche Mode. Se guardate Ibrahimović su YouTube quando gioca nel Malmö, in Svezia, e poi i Depeche Mode, i primi tempi, negli anni 80, vedete chiaramente che il cantante è Ibrahimović. Soprattutto di profilo. 

Passiamo a Fortnite.

Nei tempi del COVID-19 hanno fatto dei concerti su Fortnite, il videogioco. Live virtuali. Cose ossimoriche di oggi.

Probabilmente in sogno, sono finito a un concerto su Fortnite anch’io. Ero con i Coma_Cose, Fausto e California, per una reunion dei Depeche Mode. Che poi i Depeche Mode non credo si siano mai sciolti, ma quella era una reunion.

Invece di un bel concerto live come solo su Fortnite, sul palco c’erano Ibrahimović e un tizio che si spacciava per il cantante dei Depeche Mode che si menavano. E tutti sanno quanto meni forte Ibrahimović. 

Noi eravamo in mezzo al pubblico di Fortnite, quando mi sono venute in mente alcune parole di un pezzo dei Coma_Cose, Granata: «Sto cercando un posto tutto mio / È solamente ciò che voglio / Oggi tutto bene, sì, ma domani comio». Quel «domani comio» era proprio quel giorno lì, su Fortnite. Fra l’altro mi era venuta una sete virtuale da non crederci e su Fortnite non vendevano neppure una bottiglietta d’acqua. 

Nel frattempo Ibrahimović stava facendo a pezzi il falso cantante dei Depeche Mode, che diceva di chiamarsi Dave e continuava a ripetere che lui non ne aveva abbastanza, in inglese, la lingua madre di mia moglie: «I just can’t get enough, I just can’t get enough», e allora Zlatan Ibrahimović continuava a darci dentro.

Grazie a Dio alla fine è arrivato Mike Tyson, ha messo pace fra i due litiganti e ci ha buttati fuori da Fortnite.

Probabilmente al risveglio, ho dato un’occhiata al sito dell’Ansa.

Poi, per rilassarmi, ho iniziato a leggere l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di Giovanni.

 

di Anita Baldisserotto

Conoscete fr. Mike Schmitz? È un prete cattolico americano che fra le tante cose fa dei video stupendi su YouTube. Ultimamente mi sono messa a seguire un suo nuovo progetto, “The Bible in a Year”, un podcast in cui fr Mike guida alla lettura della Bibbia per un anno. Uno stimolo per meditare la Scrittura che voglio condividere con voi.

Da subito, infatti, mi è venuto spontaneo prendere qualche appunto. In particolare sulle riflessioni di fr. Mike relative al capitolo 3 del libro della Genesi. Quello in cui l’astuto serpente ci frega.

Ma la cosa interessante è che il serpente non mette in dubbio l’esistenza di Dio e nemmeno la sua autorità: mette in dubbio il fatto che Dio sia degno di fiducia.

Tu appartieni a Dio? Sembra dirci questo.

Dio, perché non ti riveli di più, perché non ci fai vedere la tua presenza? Perché Dio non vuole semplicemente che crediamo in Lui, ma che gli apparteniamo. Lui potrebbe mostrarsi, dimostrarci la sua esistenza, ma noi dovremmo comunque ancora prendere la decisione più importante: vogliamo appartenergli oppure no?

Adamo ed Eva, tentati dal serpente, non hanno dovuto rispondere al fatto che credessero o meno in Dio, ma se gli appartenessero. Il serpente ha messo in dubbio l’amore di Dio, ha insinuato il fatto che se Dio li avesse veramente amati, loro avrebbero potuto mangiare da quell’albero.

Eva ha guardato il frutto dell’albero proibito e ha visto che era buono da mangiare, gradito agli occhi e desiderabile per acquisire maggiore saggezza. E lo stesso capita quando guardiamo al peccato e pensiamo: è assurdo che la Chiesa e la Bibbia dicano che non va fatto. Fare qualcosa che va contro la volontà di Dio equivale a prendere la decisione di non appartenere più a Dio. Si obbedisce perché si ama e si ha fiducia nell’amore di Dio, perché gli si appartiene. 

Adamo ed Eva hanno fallito nel non scegliere l’amore. Ma non è finita lì, infatti siamo al terzo capitolo iniziale della Bibbia, il resto ci mostra come Dio ha un piano per rimediare a questa caduta: l’amore nella dimensione della Croce.

Grazie fr. Mike!

di Giuseppe Signorin

Zlatan Ibrahimović ha trentanove anni e oltre ad andare al prossimo Sanremo gioca per il Diavolo, il Milan, ma la squadra del suo cuore, da ragazzino, era l’Inter di Ronaldo, il Fenomeno, e questo è ciò che conta. O meglio, il suo idolo era Ronaldo, il Fenomeno, ed erano gli anni in cui giocava nell’Inter, quindi applico una sorta di proprietà transitiva e per me Zlatan Ibrahimović era interista. E c’ha pure giocato, con l’Inter, nei suoi anni migliori.

L’Inter è la squadra dei sogni. E dei cristiani. Quelli veri, intendo.

Per esempio Filippo Neri. Se fosse coetaneo mio e di Zlatan Ibrahimović (io ho un anno in meno di Zlatan Ibrahimović), sicuramente Filippo Neri tiferebbe Inter. L’Inter, infatti, è una squadra che non disdegna di perdere e talvolta in maniera umiliante, oppure se vince soffre moltissimo e fa soffrire i suoi tifosi, e tutto questo non può che aiutare il cammino di santificazione a cui ognuno di noi è chiamato.

Filippo Neri, un giorno, si era fatto rasare a metà la barba, solo da un lato, per essere deriso meglio. Questo dimostra che avrebbe tifato Inter.

E poi ogni tanto l’inter fa i miracoli, come il “Triplete” del 2010: Campionato, Coppa Italia e Champions League in un solo anno. Nessuno in Italia c’è mai riuscito. Miracoli che servono a rafforzare la fede e durano così poco che rendono evidente quanto siano effimeri i trofei in questa vita e quanto grande a confronto è la gloria eterna. 

Le vittorie dell’Inter durano come le stories di Instagram. Dopo si torna a perdere (o a quasi vincere, che forse è peggio). Infatti, José Mourinho, l’allenatore del Triplete, la sera stessa che ha alzato la coppa, ha cambiato squadra, è passato al Real Madrid.

Le stories di Instagram sono una metafora della caducità della vita. Le carichi e ventiquattro ore dopo puff, non ci sono più. Così le vittorie dell’Inter. Però le vittorie dell’Inter, quelle importanti, almeno, non le puoi caricare ogni giorno sul cellulare come le stories di Instagram. Devi aspettare anni. Magari ne vedrai una, o due. Come nel Medioevo, quando chi lavorava alla costruzione di una cattedrale moriva prima di vederla finita. Così il tifoso dell’Inter. 

Tornando a Zlatan Ibrahimović, c’è da dire che il suo essere interista lo ha dimostrato ai massimi livelli paradossalmente proprio nella stagione in cui si è trasferito dall’Inter al Barcellona per vincere la Champions League con Messi, e invece quell’anno l’Inter ha vinto il Triplete eliminando in semifinale il Barcellona. 

Parentesi semi-comprensibile: Zlatan Ibrahimović aveva qualche problemino con i videogiochi. Ha confessato, infatti, nella sua autobiografia: «Quando non facevo le acrobazie con i ragazzini, mi dedicavo ai videogiochi di calcio. Ero capace di giocare dieci ore di fila, e spesso vedevo soluzioni di gioco che poi applicavo nella vita reale». Come a dimostrare la tesi del filosofo transdisciplinare Edgar Morin: «C’è una relazione di osmosi tra il poetico, l’estetico, il ludico». Tutto torna. Per esempio io mi sono messo a giocare a Street Fighter e a Super Mario Kart in una piccola console gialla, ultimamente, per allenare la mia poesia (il che spiega il nuovo progetto su Instagram, “dirTy”@volevo_dirty – di cui dovete subito diventare follower). Ma l’allenamento migliore è sempre tifare Inter. Chi tifa Inter impara a soffrire.

Mio nipote voleva diventare della Juventus perché tutti a scuola lo prendevano in giro per via del suo essere interista (il bullismo degli juventini, di questo non si parla abbastanza). Allora gli ho scritto un messaggio e l’ho convinto a rimanere dell’Inter. E il suo carattere si è rinforzato. Ha iniziato ad amare nella dimensione della croce e a santificarsi. Anche se forse lui non lo sa.

In conclusione: pazza Inter, amala.

by Giovanni Biolo, autore del bestseller internazionale DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede

Parafrasando l’incipit di Orgoglio e Pregiudizio di Jane Austen, è “verità universalmente riconosciuta che un DentoTeologo scapolo provvisto di un ingente senso dell’umorismo debba essere in cerca di moglie”. Così il 12 settembre 2020 sono “convolato a nozze” con Federica Maria; da lupo solitario sono diventato un pinguino maschio che coverà uova (anche se non so se i pinguini possano con-Volare non avendo ali adatte al volo). Questo infatti è il primo articolo che scrivo con uno strano aggeggio dorato all’anulare della mano sinistra.

“Basta con sta pappardella, DentoTeologo… arriva al dunque!”

Avete ragione. Innanzitutto Buon Anno! E con l’anno nuovo si aggiorna anche la rubrica di DentoTeologia: le riflessioni di fede non nasceranno prendendo spunto solamente dai denti, ma anche da momenti di vita quotidiana coniugale. E voglio iniziare proprio da uno di questi classici momenti coniugali come guardare un film dopo cena.

L’altra sera la scelta è ricaduta su Chiara Lubich – l’amore vince tutto andato in onda su Rai1 (in verità è stata mia moglie che mi ha spinto a vederlo; io, per la mia risaputa maturità spirituale, ero più attratto da Peter Rabbit su Rai2). Devo dire che il film è fatto bene, sebbene descriva solo una piccola parte della vita di Chiara e del movimento dei Focolari. Io ho qualche amico e conoscente che ne fa parte, ma tranne qualche nozione di base, non ne so moltissimo. 

Dopo il film ho cercato di aggiungere qualche informazione, e ciò che mi ha colpito di più sono state le idee teologiche di Chiara riguardo all’ecumenismo e al dialogo interreligioso. Definirei queste idee positivamente “ardite”.

Chiara Lubich iniziava il dialogo con le altre fedi cristiane e religioni non tanto con dispute teologiche, ma con atti di amore. La famosa frase evangelica che ha stravolto Chiara, ossia “che tutti siano uno”, si concretizzava nel fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te, senza guardare se l’altro era cristiano, musulmano o ateo. Nel prossimo vedeva “Gesù abbandonato”. Chiara affermava che “Gesù crocifisso e abbandonato è il modo di amare i fratelli. La sua morte in croce, abbandonato, è l’altissima, divina, eroica lezione di Gesù su cosa sia l’amore”.

Mi è piaciuto molto il ricordo di un monaco tibetano in visita al centro dei focolari di Loppiano. Aveva lasciato i suoi sandali sporchi fuori dalla stanza la sera e li aveva sorprendentemente trovati non solo puliti, ma anche lucidati il mattino dopo. Alla domanda sul perché l’avessero fatto, risposero: “Perché ti vogliamo bene”.

Questi sono solo piccoli accenni, e sebbene non conosca in profondità il carisma di Chiara, ho percepito un senso di ebrezza (e vi assicuro che non era il vino, anche perché a cena avevo bevuto solo birra). Ho subito pensato “queste teorie ecumeniche/interreligiose sono talmente ardite che forse sono le uniche che possano funzionare… oppure fallire del tutto”. Perché i santi sono così, dicono cose che lì per lì sembrano non stare né in cielo né in terra.

Loro vivono veloci, sono come macchine sparate a 333 km/h guidate però da quel pilota eccezionale che è lo Spirito Santo. Hanno solo il poco tempo di una vita per attuare il compito che Dio ha loro affidato. Loro sì che sono in missione per conto di Dio (loro e i Blues Brothers). Vedi sfrecciare questi bolidi e pensi: “Questi sono proprio pazzi”.

Perché spesso facciamo fatica a percepire subito la differenza tra un santo e un pazzo. Anche san Josemaría Escrivà, fondatore dell’Opus Dei, si definiva un pazzo… pazzo d’amore per Cristo. I santi sanno qualcosa che noi non sappiamo, e muoiono dalla voglia di dircelo, di contagiarci con la loro “pazzia”.

Parafrasando la canzone Quelli che benpensano di Frankie HI-NRG, i santi: “Sono intorno a me / ma non parlano come me / sono come me / ma mi fanno sentire meglio”.

Per il momento Chiara Lubich è Serva di Dio, come vari altri del suo movimento (tra l’altro anche la beata Chiara Luce Badano è dei focolari… non sapevo). Diventerà presto Beata? Sicuramente dopo il film su di lei in molti se lo augurano.

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

Da piccolo avrei voluto essere un supereroe. Non che mio padre assecondasse l’idea. Per lui, al massimo, sarei potuto diventare l’attore che lo interpretava. Trovavo fosse figo salvare le persone in pirotecniche acrobazie, danzare con i pattini sul ghiaccio mentre dei criminali tentano di farti la pelle. Ma, crescendo, ho capito che persino i supereroi come Bruce Wayne hanno dovuto fare i conti con la realtà. Così, ad esempio, Batman è diventato un uomo triste e solo, impotente di fronte alla malvagità crescente.

Gli anni 80 sono stati il periodo del revisionismo fumettistico, in cui Alan Moore e Frank Miller hanno trasformato radicalmente il modo di concepire i comics. Gli autori hanno iniziato a sperimentare tavole dalle sequenze cinematografiche e dalle atmosfere noir, con un tratto pittorico che le ha rese vere e proprie opere d’arte. Gli eroi dei fumetti, però, erano passati da personaggi delle strisce, a farsi le strisce, e così, con tanto di problemi di identità, finivano dallo psichiatra.

Dalla droga e dalla schiavitù della pornografia tenta di fuggire anche Karen Page, la co-protagonista del fumetto Daredevil: rinascita, rea di aver venduto l’identità del compagno per una dose. Scritta dal già citato Miller, è tra le storie supereroistiche più rock’n’roll che ci siano, perché fondata sulla roccia, quella vera, della Fede: Matt Murdock (Daredevil) cade e perde tutto a causa del tradimento della sua amata Karen, fino a quando, salvato dalla Grazia e dalla preghiera di intercessione di sua mamma (nel frattempo diventata una suora), riesce a ritrovare la propria identità di uomo, sconfiggere i demoni che lo avevano tenuto prigioniero e perdonare la sua amata.

Nonostante i cambiamenti, forse per indirizzare i fumetti verso un pubblico più adulto, i personaggi sanno che non basta un semplice restyling del costume per sentirsi adeguati, non basta un semplice reboot per ricominciare da capo se il cambiamento non avviene prima interiormente, e, per quanto capaci di inventare macchine del tempo, di spostarsi da un pianeta all’altro con estrema facilità, lo sforzo sarebbe vano se non ci fosse nessuno disposto a sacrificare la vita per i propri amici. Non è un caso che tutti i supercattivi siano in realtà dei superegoisti che, con la pretesa di essere buoni, arrivano a voler sacrificare il mondo intero per garantire un  pianeta migliore che in fin dei conti ha la forma del loro volto.

“Grazie a Dio è vivo…”, sospira la mamma in lacrime di gioia. Semplici parole di gratitudine. Ecco la Fede! La promessa che Matt fa, baciando la croce, è la vera follia che può toglierci realmente calzamaglie, maschere e mascherine e condurci verso la rinascita.
Infatti è proprio dalle cadute, e dalle susseguenti scelte che prendiamo, che si definisce chi siamo veramente, e persino Matt Murdock non potrà più fare a meno dei sacramenti per portare un po’ di luce a Hell’s Kitchen.

di Giuseppe Signorin

I Guns N’ Roses, a parte l’album con gli spaghetti al sugo in copertina, un album di cover, non li posso ascoltare. Sì, forse qualche brano, qualche altra cover, in certi momenti, ma November Rain no, per esempio, è un pezzo patetico, lunghissimo. Anche se a novembre io e Anita ci siamo sposati e pioveva. E qualche volta lo ascolterei, in effetti. Sono confuso. Iniziano a intrigarmi, sono così démodé… Comunque, non è il mio genere. E non potrebbe esserlo. Anita non vuole che mi piacciano i Guns N’ Roses. La questione finisce qui. Ma nel loro nome, tradotto dalla lingua madre di mia moglie, c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno oggi: pistole e rose. 

PISTOLE: nel senso di Gilbert Keith Chesterton, scrittore inglese di spessore, inventore del prete detective padre Brown e autore di Manalive, nella lingua di mia moglie, Uomovivo, nella mia, dove c’era un tizio vestito di verde chiamato Innocent Smith che faceva cose più strane del poeta russo surrealista Daniil Charms. Forse c’è ancora, da qualche parte, Innocent Smith, magari si è nascosto. Gilbert Keith Chesterton voleva puntare una pistola alle tempie dell’uomo moderno, non per ucciderlo, ma per riportarlo alla vita, per risvegliarlo dal torpore, dalla nebbia psichica e soporifera degli ultimi secoli. «In certe epoche particolari, è necessaria una specie di preti chiamati poeti per ricordare agli uomini che non sono morti… infatti gli intellettuali tra cui viviamo a volte non si rendono nemmeno conto di essere nati finché non hanno sotto il naso la canna di una pistola!».

(Messaggio promozionale: per approfondire Chesterton, uno dei libri più belli e fuori di testa è nella collana di cui sono il curatore, che fatalità si chiama UOMOVIVOSiamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G.K. Chesterton di Annalisa Teggi).

ROSE: nel senso di Teresina di Gesù Bambino e del Volto Santo, non nel senso di Rose Rosse di Massimo Ranieri. Almeno in teoria. Dovrei studiarmi meglio il testo. Teresina (che compie gli anni oggi, 2 gennaio) voleva far piacere al buon Dio e amare gli altri, soprattutto i peccatori, i criminali, gente che fa cadere le vecchie dai balconi, come il poeta russo surrealista di cui sopra, Daniil Charms, e le rose erano un regalo per il Cielo e un aiuto per noi sempre sull’orlo della disperazione. Teresina era coraggiosa fino a chiedere di morire in croce recitando, con il Cristo, il salmo di Davide: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Si è spinta fino all’ateismo per credere di più, per credere nella notte oscura del suo amato Giovanni della Croce. Ma se Teresina fosse stata viva negli anni di massimo fulgore di Ranieri, le sarebbero piaciute anche le rose rosse di cui canta? Questo rimane un mistero. 

di Giuseppe Signorin

Il Vangelo è rivolto a tutti, ma la porta è stretta. Secondo Matteo: «Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa; quanto stretta invece è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e quanto pochi sono quelli che la trovano». Quindi, in qualche modo, il Vangelo è di nicchia. Come i Coma_Cose. 

I Coma_Cose sono Fausto Lama, cantautore/rapper di Brescia, e California, deejay di Pordenone. Si sono conosciuti per caso in un negozio di dischi a Milano e fanno musica psichedelica con testi e giochi di parole da paura. Come Hype Aura, il titolo del loro primo album, che suona in italiano come «hai paura». «Hype», dalla lingua madre di mia moglie, significa andare su di giri o indica un lancio pubblicitario o una montatura giornalistica, che spesso sono la stessa cosa; «aura», invece, è una qualità quasi sacra che viene attribuita alle opere d’arte. 

Ultimamente i Coma_Cose sono più famosi, andranno addirittura a Sanremo, ma rimangono di nicchia. Stare in una nicchia non è male, è evangelico, come abbiamo visto. Basta non atteggiarsi. Nelle nicchie ci stanno le statuine dei santi e la Madonna. E poi ci sono le nicchie dentro di noi: tutto il Paradiso è dentro di noi, nel nostro castello interiore, insegna Teresa, quella grande, quella d’Avila. Non so quanto i Coma_Cose siano devoti di Teresa d’Avila, però i loro pezzi, di solito, non sono nemmeno tanto volgari, anzi, rispetto alla media sono all’acqua di “rose”. (Quindi potrebbero essere devoti di santa Teresina, come Jack Kerouac…). Eppure sono testi pieni di sapore, non sono insipidi. C’è sale. E anche questo è evangelico. 

I Coma_Cose piacciono sia a me che ad Anita, e questo è strano. Sono nel mondo e fuori dal mondo. Il Vangelo li perseguita. Fanno rap che non è rap. Indie che non è indie. Sembra talco ma non è. Nei Coma_Cose ci sono i rave party e Lucio Battisti, Syd Barrett, Beach Boys, Doors, Velvet (Velvet Underground, quelli di Lou Reed, non i Velvet e basta, il gruppo italiano che soffriva lo stress e spero si siano ripresi, ma con un 2020 così, dubito). L’ultima traccia di Hype Aura si chiama Intro, gli ultimi saranno i primi, è tutto capovolto come nel Vangelo, nei Coma_Cose. 

Nei Coma_Cose ci sono i Joy Division e Francesco De Gregori, e i vernissage con quattro gatti, sempre gli stessi, a Milano. Come alle Adorazioni eucaristiche che ho frequentato negli ultimi anni, al posto dei vernissage a cui ero abituato anch’io, a Milano. Magari un giorno i Coma_Cose passeranno alle Adorazioni eucaristiche, chissà.

I Coma_Cose, dopo Hype Aura, hanno pubblicato un mini EP, DUE. DUE mi piace perché è mini e per quello che dice Chesterton ne L’uomo che fu Giovedì: «Non ci sono parole per esprimere l’abisso che corre fra l’essere soli e l’avere un alleato. Si può concedere ai matematici che quattro è due volte due; ma due non è due volte uno: due è duemila volte uno».

di Giuseppe Signorin

Seguivo Bugo da anni e nonostante un po’ di volgarità l’ho sempre trovato geniale, semplice, diretto, imprevedibile. Quando è arrivato a Sanremo e ho visto le prime serate ero dispiaciuto perché si stava rivelando un flop clamoroso. Poi la follia di Morgan ha cambiato tutto e Bugo ha ottenuto il giusto riconoscimento. Ero dalla parte di Bugo, lo scorso Sanremo.

Ma Bugo l’ho visto imborghesirsi, in questi mesi, diventare più retorico, a partire dalla gestione dei social fino al video con Ambra Angiolini, e il fatto che sia juventino… Non so… Ha iniziato a scadermi…

Ora c’è un nuovo Sanremo e lui partecipa, Morgan no.

Morgan mi era parso proprio cattivo, lo scorso Sanremo, ma è un artista, un musicista che oggettivamente non ha nulla da invidiare agli altri nomi di Sanremo. Poi ho sentito la canzone scartata ed è una delle sue migliori.

Morgan è simile a Bugo, ma anche opposto: “alternativo”, indie ante litteram, però ha qualcosa di “classico”, di inattuale, che in Bugo non c’è. Sono entrambi colti ma Morgan di più, la sua cultura è più ampia e in buona parte è la sua fonte di ispirazione – a volte troppo -, mentre Bugo appare meno colto di quanto non sia e ha un approccio volutamente più leggero – a volte troppo.

Il pezzo di Morgan scartato, Il senso delle cose, è bello e sarà di gran lunga superiore alla media di quello che ascolteremo a Sanremo. È pure orecchiabile. E Morgan non si scaglia contro gli altri: Il senso delle cose è un mea culpa, una confessione. Morgan continua a ripetere che è stato lui a perdere tutto quello che ha perso. “Io ho perso… io ho perso…”, con un “io” marcato ogni volta, sottolineato con la voce, con quel canto strozzato in gola che si ritrova ormai da anni. Non dà colpa agli altri, ma a se stesso. È una canzone in qualche modo cristiana. (Mai ai livelli del nuovo progetto di poesia sperimentale su Instagram, “dirTy” – @volevo_dirty – di cui presto uscirà il manifesto. Questo non c’entra nulla e quindi volevo dirvelo).

Mia moglie sostiene che Morgan sia vittima di un mondo che ti concede tutto ma non ti perdona niente, citando Chesterton. Mia moglie ha sempre ragione. Oggi puoi fare tutto (Dpcm esclusi), ma poi la paghi cara.

Se lo scorso Sanremo, diciamo così, mi ero “schierato” con Bugo, questa volta sto con Morgan, lo scartato.

by la nostra inviata da Boston, radical chic pentita, Serena Di

Quanto ho detestato, in gioventù, Italo Calvino. Più che lui il cervello fritto di Marcovaldo, i fuochi fatui de Il visconte dimezzato, lo stucchevole Cosimo de Il barone rampante. Calvino io proprio non lo soffrivo e, quando, per disgrazia, i miei genitori mi regalavano un suo libro (guarda caso sempre a Natale) non vedevo l’ora che il supplizio finisse per poterlo tradire con quelli che a mio avviso erano veri scrittori e scrittrici – Carver, Dostoevskij, London, Bukowski, Tolkien, Jackson, Plath – e poi c’era naturalmente lui, l’idolo delle masse dei teenager di ogni generazione dal 1951: J.D. Salinger.

Mi immedesimavo nel giovane Holden Caulfield, adolescente ramingo che, durante il periodo di Natale, per sfuggire a una ramanzina e alla conseguente umiliazione per l’espulsione da scuola, si sballottola tra amicizie tradite, delusioni amorose, prove di forza, prime ubriacature e domande, tante, nevrotiche, una su tutte è passata alla storia: “Chissà dove se ne vanno le anatre d’inverno, quando il lago ghiaccia?”.

Anche per me Natale era un piccolo momento di tormento, tempo di domande perniciose, due settimane con me stessa senza le distrazioni della spiaggia e i lunghi tramonti estivi che spianano la strada ai buoni propositi settembrini. Ma io come potevo tentare di migliorare in due settimane? A quali dei buoni propositi, di cui tutti parlavano, potevo realmente ottemperare? Come potevo deludere meno gli altri? Come potevo impegnarmi di più? Come potevo essere d’aiuto?

Io cercavo le risposte ma ero anche arrabbiata, confusa, e soprattutto a Natale mi arrovellavo il cervello con gli stessi fondamentali quesiti che alla fine portano Holden in analisi:

“Dove vanno le anatre d’inverno?”.  

Una domanda semplice, che nel libro viene ripetuta più volte, e alla quale però nessuno sembra saper dare una risposta. Come nessuno sembra sapere o volere aiutare Holden.

A dire il vero il problema del ragazzo non sono le anatre, ma piccole e grandi angosce che lo portano a vagabondare per un intero fine settimana intorno a casa e fare di tutto per non affrontare il giudizio dei genitori e della società, dalla quale vuole rifuggire.

Negli anni ho fatto di tutto per rimanere giovane, nel fisico e nella mente, forse perché, anch’io come Holden, amavo sfuggire alle ramanzine, alle delusioni, al dolore. Non mi hanno aiutata le meditazioni yoga, l’analisi, né le piccole fughe fisiche e mentali, il girovagare a lungo e intorno agli ostacoli senza affrontarli mai.

Finché un Natale qualcosa è cambiato: sono entrata in una chiesa dopo tanti anni, ho ascoltato la Messa e alla fine ho avvertito che il vuoto che mi attanagliava non era poi così vuoto. Uscendo, mi sono chiesta, più che dove vanno le anatre d’inverno, cosa fanno le anatre in quel laghetto di Central Park quando non è ghiacciato. 

Ho iniziato a spostare l’attenzione su quello che c’era, e non su quello che non c’era, e la mia prospettiva è migliorata. Perché alla fine la fede è questo, un cambiamento di prospettiva, un dono, non certo una scappatoia che ci spalanca davanti un destino di felicità, né ci dispensa dalla fatica di vivere, dal dolore, dalle responsabilità quotidiane. Chi vive con la fede non è, come lo ero io, o il giovane Holden, stritolato dal vuoto e dalla mancanza di senso, chi ha fede non brancola smarrito nella solitudine del buio senza avvertire il conforto di qualcuno che veglia su di lui.

Siamo proprio noi credenti, noi privilegiati, già graziati dalla fede, a non dover allontanare chi vive senza questo conforto.

Dove intravediamo la voglia di remissione, il bisogno di cambiamento, di aiuto, non facciamo mancare la nostra presenza, non giudichiamo, non imponiamo, non facciamo inutili ramanzine, piuttosto accogliamo, comprendiamo, accompagniamo per mano, e (solo se viene chiesto) riserviamo la prima fila in chiesa a chi vuole ritornarci per la prima volta dopo anni.

Educhiamoci alla preghiera, all’amore, all’altruismo, evangelizziamo con l’esempio.

Lì fuori è pieno di giovani Holden.

Quanto alle sue anatre, non le vanno a prendere con un furgone per portarle allo zoo, come ipotizzava il sedicenne. Se sono in Nord America al 99.9 % le anatre d’inverno vanno in Europa continentale, dove trascorrono il periodo dell’ibernazione. 

Semplice.

Come alla fine Holden non era né stupido, né cattivo, né incompleto, ma solo, come diceva Calvino, giovane. 

Semplice.

Ecco, almeno in questo periodo dell’anno, ritorniamo alle cose semplici.

Buon Natale.