di Giuseppe Signorin

Un fine settembre freddo, ma oggi c’è il sole e passeggio al ralenti in giardino. Una mosca mi si appoggia al viso, se ne va, torna, mi ronza attorno. Una scena simile all’inizio di C’era una volta il West, film di Sergio Leone che ho intravisto ieri sera su Rai Movie, numero 24 del digitale terrestre, come gli anni di Teresina quando è volata in Cielo. Poi ho girato canale e ho provato a sentire, senza ascoltare, un po’ di dibattiti politici, che mi conciliano il sonno più dei lentissimi western di Sergio Leone.

Tornando in giardino, ora, insieme alla mosca, mi ronzano attorno alcuni pensieri: l’ultima giornata di campionato; perché preferisco Lou Reed a Stevie Wonder; il caso Inps. E poi santa Teresina e padre Pio in bilocazione. Bilocazione che non è una casa un po’ più grande di un monolocale, ma un fenomeno che accadeva a padre Pio.

Per esempio il 29 aprile del 1923, pur rimanendo a San Giovanni Rotondo, padre Pio era contemporaneamente al rito di beatificazione di santa Teresina all’interno della Basilica Vaticana di San Pietro. E padre Pio, per santa Teresina, ha fatto il bis di bilocazioni: due anni più tardi, infatti, il 17 maggio del 1925, pur rimanendo a San Giovanni Rotondo, era contemporaneamente a San Pietro per il rito di canonizzazione. Parola del santo fondatore della Piccola opera della Divina Provvidenza, don Orione, che ha visto e testimoniato tutto. Se c’era mia moglie ci scattava pure un selfie, con padre Pio in bilocazione. Ma pare che non appena qualcuno, tipo don Orione, si avvicinasse a padre Pio in bilocazione, lui sparisse. Magari mia moglie lo avrebbe convinto. Selfie in bilocazione. Sai quanti cuoricini su Instagram e Facebook.

In questi giorni, sia Teresina che Pio mi stanno portando a santa Gemma Galgani. Non in bilocazione. Nella mia location abituale, per usare un termine della lingua madre di mia moglie. Santa Gemma Galgani, Gemma per gli amici, aveva le stimmate come padre Pio, ma a lei si aprivano il giovedì sera e si richiudevano il venerdì alle tre del pomeriggio, mentre padre Pio le aveva in loop. Padre Pio era una specie di deejay della santità, poteva mettere su il super potere che preferiva quando voleva, come se fosse un disco. Lui li aveva tutti. Anche Gemma non scherzava, comunque. Era una ragazzina molto bella e crocifissa, una che per sfuggire alle tentazioni non si faceva problemi a gettarsi nel pozzo della famiglia in cui abitava.

E poi a santa Gemma appariva san Gabriele dell’Addolorata, un piccolo passionista morto qualche tempo prima, a 24 anni, come Teresina, e come Teresina aveva avuto un’esistenza senza tanti effetti speciali, a differenza di Gemma e Pio. Così diversi, così uguali. Questi sono misteri, altro che l’Inps, soprattutto perché l’Onnipotente ha ritenuto opportuno mandare proprio lui, Gabriele, a istruire Gemma e prepararla alla sua missione, piena di effetti speciali.

Ne parlo così per non svenire, perché a pensarci bene certe cose mica lasciano tanto indifferenti. Ma per svenire preferisco rientrare in casa, non con la mosca che mi ronza attorno qui in giardino.

(in foto: primissimo piano di Gemma come in un film di Sergio Leone)

di Giuseppe Signorin

Padre Pio e Andy Warhol erano cattolici. Per padre Pio, non è difficile a credersi. Per Andy Warhol, lo dice Lou Reed in una canzone, Work, e al funerale, un certo John Richardson, storico d’arte, ha sorpreso tutti rivelando che Andy Warhol aiutava in una mensa i senzatetto e i poveri e altre robe cattoliche che teneva nascoste. Poi hanno scoperto che pregava quasi ogni giorno nella sua parrocchia e aveva l’abitudine di restare in fondo alla chiesa, inginocchiato quasi tutta la Messa. Così pare.

Nel 1968 padre Pio è volato in Cielo e Valerie Solanas, scrittrice ultra femminista, autrice del Manifesto per l’eliminazione dei maschi, ha sparato tre colpi di pistola a Andy Warhol, che se l’è cavata per un pelo. Ma secondo me nemmeno padre Pio stava troppo simpatico alle ultra femministe.

Sia padre Pio che Andy Warhol erano poliglotti, come mia moglie. Padre Pio senza studiare: diversi stranieri sostengono di avergli parlato nella propria lingua. Andy Warhol era di origini slovacche e sicuramente masticava bene l’inglese, essendo americano, almeno come mia moglie.

Sia padre Pio che Andy Warhol avevano il dono dell’ubiquità. Per Padre Pio, non è difficile a credersi. Ma anche Andy Warhol lo potevi trovare un po’ ovunque. E lo stesso discorso vale per oggi.

Sia padre Pio che Andy Warhol hanno conosciuto Giovanni Paolo II. Padre Pio quando Giovanni Paolo II era ancora Karol Wojtyla, Andy Warhol quando era già Giovanni Paolo II. C’è pure una foto che lo testimonia.

Sia padre Pio che Andy Warhol lavoravano molto: Lou Reed, nella stessa canzone di prima, Work, dice che per Andy Warhol contava solo il lavoro e gli chiedeva sempre quante canzoni avesse scritto. Padre Pio confessava 30 ore al giorno e le altre 10 sgranava il rosario.

Poi chiaro, c’era anche qualche differenza, per esempio a padre Pio piacevano le barbe, mentre Andy Warhol preferiva le parrucche. E altre cosette di Andy Warhol che speriamo il buon Dio non abbia tenuto troppo in conto.

(Nella foto in alto, quattro padre Pio in stile Andy Warhol grazie a un app ;))

di Giuseppe Signorin

Convinto che fosse Star Wars, ho guardato un po’ di episodi di Star Trek, ultimamente. Non sono mai stato un appassionato di fantascienza, a parte la musica psichedelica e il surrealismo, ma lì si tratta di altri viaggi. Comunque, quando si esplorano territori sconosciuti, c’è sempre un po’ di “misticismo”.

The True Artist Helps the World by Revealing Mystic Truths, che tradotto dalla lingua madre di mia moglie significa: «Il vero artista aiuta il mondo rivelando verità mistiche», è il titolo di un’opera dell’artista americano Bruce Nauman, una scritta di luci al neon sui toni dell’azzurro dentro una spirale rossa. In effetti, un vero artista non può che essere spinto a esplorare territori sconosciuti, come il capitano Kirk, e quindi, che lo voglia o no, si ritrova spesso ad avere a che fare con cose “mistiche”.

Bruce Nauman è uno dei nomi più importanti nella scena dell’arte contemporanea e ha sempre sperimentato con i linguaggi e con tutto ciò che riguarda l’esistenza: dai movimenti del corpo ai suoni, fino agli animali. Oggi ha una certa età e somiglia a Clint Eastwood. È un duro, ma non disdegna le camicette hawaiane. Vive separato dal mondo e gli piacciono i cavalli come a Giovanni Lindo Ferretti e i pesci come a Gesù Cristo, tanto che ha realizzato una fontana con cento sculture ittiche che schizzano acqua da tutti i pori: One Hundred Fish Fountain. (A questo link il video dell’installazione).

Noi cristiani siamo sia pescatori sia pesci. Come pescatori, siamo pessimi – si sa che il Capo non sceglie mai i migliori. Come pesci, siamo pesci fuor d’acqua (sostiene mia moglie). E arriviamo a Charbel Makhluf, santo monaco maronita vissuto nel XIX secolo in Libano, più solitario di Clint Eastwood e Bruce Nauman messi insieme, secondo le cui parole (almeno stando alla mia interpretazione…) dobbiamo essere anche pesci che fanno acqua da tutte le parti: «Non temete il fuoco, che è capace di sciogliervi per trasformarvi in acqua di vita che bagna la terra. Il vostro amore sia come l’acqua che penetra ovunque». Forse il paragone è azzardato, ma osservando la fontana di pesci che perdono acqua di Bruce Nauman, mi è venuta in mente questa cosa qui, di Charbel Makhluf, che ci invita a lasciarci sciogliere e “perdere” acqua per bagnare la terra. (Però dev’essere acqua di vita e c’è una sola sorgente da cui la possiamo attingere: il Cristo).

Per finire, restando in tema, qualche altra parola davvero stupefacente (altro che musica psichedelica e surrealismo) del santo libanese, nella cui vita l’acqua ha avuto un ruolo importante, non solo perché una notte la sua lampada a olio, riempita per scherzo di acqua (scherzi da monaci), funzionò ugualmente, ma perché la sua riflessione si è spesso concentrata su questo tema: «La goccia non può essere un fiume, nemmeno se contiene tutto ciò che costituisce il fiume. Quest’ultimo è formato da tante gocce d’acqua che seguono tutte lo stesso movimento. La singola goccia d’acqua insieme alle altre forma un fiume, ma fuori di esso non è che una goccia. Tendete l’orecchio al processo dell’universo di cui fate parte, e sentirete che è in pellegrinaggio verso il cuore del Padre, come il fiume che scorre verso il mare. Non accettate di starne al di fuori. La goccia d’acqua che esce dal corso d’acqua non può riversarsi in mare» (da Parole di San Charbel).

Dai profili social della cantante dei Mienmiuaif, continuiamo a condividere anche qui le traduzioni che Anita – quasi madre lingua inglese – sta facendo di alcuni post di Lillian Fallon, una ragazza di Filadelfia che ha “inventato” una nuova branca della teologia: la Teologia dello Stile! (Anita ne aveva già parlato in un suo video di qualche tempo fa, lo trovate a questo link)

Quando pensiamo alla “moda” immaginiamo film come Il diavolo veste Prada e un mondo esclusivo pieno di costosi abiti di design di lusso realizzati per le passerelle, i tappeti rossi, gli editoriali e le alte sfere. Quando pensiamo allo “stile”, immaginiamo donne come Audrey Hepburn, Jane Birken e Iris Apfel. La differenza è proprio qui.

Quando pensiamo alla moda, pensiamo a un’industria. Quando pensiamo allo stile, pensiamo a una persona. La moda sono i vestiti. Lo stile è chi li indossa. Lo stile riguarda la persona umana.

La moda stordisce. Lo stile delizia.

La moda costa. Lo stile non ha prezzo.

La moda cambia. Lo stile si evolve.

La moda è superficie. Lo stile è anima.

La moda viene dall’esterno. Lo stile viene da dentro.

La moda è consapevole di sé. Lo stile è sicuro di sé.

La moda è letterale. Lo stile è originale.

La moda è riproducibile. Lo stile è inimitabile.

La moda è in questo momento. Lo stile è per sempre.

La moda limita. Lo stile libera.

La moda è un’industria. Lo stile è la persona umana.

 

Per chi volesse, il profilo di Lillian su Instagram è a questo link: https://www.instagram.com/lillian_fallon/

di Giuseppe Signorin

Francesco è un cantautore, di cognome fa Bianconi, che di questi tempi potrebbe suonare razzista. Ma Francesco cerca il Bene. Francesco è laureato in Semiotica delle arti, è un ex giornalista di botanica e giardinaggio, secondo Wikipedia, ma soprattutto è il frontman dei Baustelle, termine che in tedesco significa «cantiere», «lavori in corso». Francesco ha deciso di prendersi una piccola pausa dai Baustelle e produrre un disco solista, in uscita a breve, anticipato da due singoli, fra cui Il Bene. O Il bene. Su Spotify ha la b minuscola, su YouTube la maiuscola. Io preferisco la maiuscola. Cercare il Bene con la B maiuscola, infatti, vuol dire rischiare qualcosina in più, mettersi in gioco, mettersi a nudo, e mi sembrano le intenzioni di Francesco: «Questo disco sono io senza filtri per la prima volta da quando faccio questo mestiere», ha dichiarato.

Qui potremmo aggiungere che il Bene non si “trova” mai del tutto, nel senso che non si possiede, non si ha in tasca o in una borsetta come il cellulare; e comunque anche il cellulare può cadere dalla tasca o perdersi nell’infinita oscurità di una borsetta. Il Bene si cerca sempre. (L’abbiamo aggiunto).

La canzone di Francesco, pubblicata qualche mese fa, in piena quarantena, inizia con un’allegria contagiosa: Nuvola, la nostra gatta, appena la metto su, salta in preda alla gioia, neanche avesse visto uno sciame di cavallette da squartare in giardino. No, non è vero: l’inizio, in realtà, è bellissimo ma funereo come poche altre cose al mondo. Eppure un clima del genere ci sta, perché il Bene della canzone è coperto da una coltre di tristezza stagnante che avvolge ogni cosa. Quella in cui siamo o siamo stati immersi un po’ tutti, magari senza accorgercene, fin dai banchi di scuola. «Le lezioni, l’immondizia / L’ora di filosofia / Mi hanno reso con gli anni un nichilista / Come tutti gli altri ormai». Versi che sono un’istantanea delle ultime generazioni – x, y, z.

Poi, a un certo punto, prima di rivolgere lo sguardo in alto, Francesco lo rivolge in basso, alla terra, la quale, considerata per quello che è, non può che portare al Bene. «Ma ogni agricoltore / Dato il tragico disboscamento della Russia / Ha il dovere di piantare almeno un albero / E curarlo con la fede, la conoscenza e la verità». Non so esattamente come sia la situazione boschi in Russia, ma vedere il creato con occhi di fede, conoscenza e verità, significa sicuramente vedere oltre.

Se nel primo ritornello Francesco parla di se stesso come di «quest’uomo» – «E allora andiamo via / E poi gridiamolo a qualcuno che staremo sempre insieme / E allora andiamo via / E non lo dire mai a nessuno che quest’uomo cerca il Bene» -, nel finale utilizza il nome proprio, si espone del tutto, o quasi, fa outing e non lo fa, tentenna un po’, ma la firma ce la mette: «E poi scriviamolo sul muro che staremo sempre insieme / E dillo a chi ti pare / E non lo dire mai a nessuno che Francesco cerca il Bene».

Nella maggior parte delle recensioni che mi sono capitate sott’occhio si dà quasi per scontato che il bene di cui tratta la canzone di Francesco sia un bene con la b minuscola e non si accenna alla fede, ma solo a una vaga idea di bellezza estetica. Eppure è proprio l’autore ad aver precisato che la sua «è una canzone sulla fede, sulla voglia di cambiare, sulla necessità di “portare il fuoco”, come diceva un famoso scrittore, mentre tutto crolla». Si riferirà sicuramente a qualcun altro, ma a me viene in mente l’evangelista Luca, che nel suo Vangelo fa dire al Cristo: «Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!».

Qualche pensiero associativo ascoltando Il Bene di Francesco: E ti vengo a cercare di Battiato (pezzo, fra l’altro, eseguito con commozione davanti a san Giovanni Paolo II in Vaticano) o Cosa sono le nuvole di Modugno/Pasolini.

Qualche consiglio: non credo che Il Bene di Francesco sia l’ideale per cose come il workout o ballare scatenati in bagno. Almeno non per tutti.

Per concludere senza concludere, alcune parole di Baudelaire, citato più o meno direttamente in molti testi di Francesco e presente nelle atmosfere, nello spleen dei Baustelle: «Calcolo in favore di Dio. Nulla esiste senza un fine. Dunque la mia esistenza ha un fine. Quale? Lo ignoro. Dunque non sono stato io a stabilirlo. Dunque è stato qualcuno più sapiente di me. Bisogna dunque pregare questo qualcuno di illuminarmi. È la decisione più saggia» (da Il mio cuore messo a nudo. Che sia stato Baudelaire a mettere Francesco sulla strada del Bene?).

Per il compleanno di Paola Belletti (AUGURI PAOLA!!!), ricondividiamo la prefazione che la sua grande amica Costanza Miriano aveva scritto per “Osservazioni di una mamma qualunque”, il primo libro della collana UOMOVIVO “curata” dallo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif.

Mando l’sms a Paola intorno alle due di notte, ho sonno, poco tempo e non aggiungo spiegazioni. Tanto so che lei è una delle due o tre persone al mondo che capiscono sempre tutto senza bisogno di traduzione. «Prefo», è ovvio, è la prima persona singolare indicativo del verbo «adesso se non mi addormento ti scrivo la prefazione al tuo libro, anche se tu credi che a qualcuno verrà voglia di leggerlo perché lo consiglio io, invece questo è un libro che tutti leggeranno perché si innamoreranno di te, amica mia meravigliosa». Tutto questo vuol dire «ti prefo», e Paola lo sa, infatti risponde solo «grazie» con molti punti esclamativi perché è una femmina e sa che una parola secca verrebbe interpretata male da un essere della sua stessa specie. Paola, dicevo, sa sempre tutto come quando la chiamo e le racconto di me. Non devo mai spiegarle niente di come mi sento perché lei capisce, come la mamma che torni da scuola e già sa che voto hai preso, non perché abbia messo su una piccola attività di spionaggio industriale e abbia piazzato degli agenti in classe o nel gabbiotto della bidella, ma perché legge le pieghe della bocca, lo sguardo e ascolta la minima inflessione della tua voce. Se una mamma ha queste doti divinatorie con i figli è normale, se ce l’ha un’amica, è speciale. La mia amica in effetti è molto speciale, e io ne approfitto vigliaccamente per raccontarle i lati più abietti e oscuri di me: non solo lei mi vuole bene lo stesso, ma non fa un plissé quando le parlo, come se fossi normale.

Quello che ho capito è che quando hai frequentato il dolore – lei è stata colpita in modo eccezionale dalle malattie dei suoi figli – hai educato il tuo cuore a starci, hai accolto le tue ferite senza nascondertele, senza scappare, ma facendoci i conti, hai dato voce a tutte le tue domande, hai visto tutti i tuoi lati oscuri oltre a quelli più presentabili, hai visto come poco si sa fingere quando si sta male, allora non hai più paura di vedere niente, né di tuo né degli amici. Perché davanti al dolore puoi anche incattivirti, ribellarti, chiuderti, peggiorare, oppure puoi lasciartene scolpire da uno scalpello che rivela la bellezza chiusa dentro la tua pietra. Lo puoi fare solo se credi, tenacemente e ostinatamente, che a tenere in mano lo scalpello c’è un Padre buono, e ci credi nonostante tutto, nonostante la tentazione di dire «perché mi fai questo?», e di discutere e arrabbiarti con questo Dio che sembra accanito con te.

Paola, come scoprirete, è molto provata dal dolore e dalla fatica di essere mamma – e qui rivelo il mio conflitto di interessi: sono madrina di battesimo del suo piccolo Ludovico – e ci fa i conti tutto il giorno, perché per far la mamma al meglio ha lasciato il lavoro, almeno finora (questo è un annuncio subliminale di ricerca di un lavoro) ed è mamma in modo speciale. Una cosa che mi dà molto fastidio di noi cristiani, è quando interpretiamo Dio, e diamo sentenze sul suo modo di agire: tipo «eh, sì, Lui ti manda la croce ma poi…» e scioriniamo giudizi e spiegazioni e previsioni sulle varie tipologie di condotta di Dio, prevediamo che attuerà a breve il protocollo due barra sette, come se l’Onnipotente, l’Infinito, avesse delle procedure standard.

Io credo che ci sia invece un profondo mistero nel dolore, nel dolore innocente in specie, e in certi casi non si può che stendere le braccia sulla croce e cercare di resistere. C’è qualcuno che viene inspiegabilmente risparmiato dal dolore (ma poi magari la vita se la rovina da solo, perché «nella prosperità – dice la Bibbia – l’uomo non comprende»), c’è chi è provato in modo speciale, e può diventare un segno per gli altri. Penso a Chiara Corbella Petrillo, al suo eroismo fatto di obbedienza mite, che le è stato chiesto di spendere in un tempo relativamente breve, tutto, fino all’ultima goccia (se non avete la fortuna di conoscere la sua storia cercate i libri che la raccontano, Siamo nati e non moriremo più e Piccoli passi possibili, o almeno gugolatela). E poi penso a Paola, a cui invece viene chiesto di vivere eroicamente, ma non tutto insieme, non con un finale drammatico e i fuochi di artificio, bensì nel martirio dell’obbedienza quotidiana. La penso tanto, spesso, e non so dire perché. Sono certa però che quando alla fine dei tempi vedremo tutto chiaramente, scopriremo come lei e gli altri che accolgono nell’obbedienza grandi prove stanno mandando segretamente avanti il mondo, per questo mistero del dolore innocente che è la croce di Cristo che ha salvato l’umanità.

Questo, evidentemente, rende possibile perdonare a Paola tutti i doni che ha ricevuto in misura esagerata: bellezza stratosferica, gambe prive di ritenzione idrica e seno che io manco quando allattavo le gemelle, intelligenza raffinata e senso dell’umorismo acutissimo e pronto, oltre che una sensibilità ai limiti del patologico, una scrittura audace e mai banale, una simpatia, nel senso etimologico di capacità di sentire insieme, unica. Questo è uno di quei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti. Questo è il preferito dei preferiti (sì, sono di parte).

Nota tecnica del redattore, destinata all’autrice del libro, e comprensibile solo a lettori femmina tra i venti e i sessantacinque anni: tengo a precisare che la taglia elevata di reggiseno non corrisponde in alcun modo, nel caso dell’autrice del libro, ad adiposità diffusa né localizzata, essendo che «allora mi vedi grassa!» è la risposta standard che noi femmine instabili psichicamente rivolgiamo a ogni complimento anche del tutto non attinente al tema magrezza/obesità. (Esempio: se tuo marito ti fa i complimenti per il cappotto ti convinci che certo te li stia facendo perché il capo copre le tue forme troppo abbondanti, e non perché ti stia bene, e questo a volte non allieta le giornate dei mariti, che lì per lì erano già tutti fieri di essersi accorti che avevi messo il cappotto).

“Osservazioni di una mamma qualunque” è disponibile in formato cartaceo e digitale su Amazon, nella libreria online di Berica Editrice e nei principali store digitali.

Dai profili social della cantante dei Mienmiuaif, continuiamo a condividere anche qui le traduzioni che Anita – quasi madre lingua inglese – sta facendo di alcuni post di Lillian Fallon, una ragazza di Filadelfia che ha “inventato” una nuova branca della teologia: la Teologia dello Stile! (Anita ne aveva già parlato in un suo video di qualche tempo fa, lo trovate a questo link)

”Sono solo vestiti, sono davvero importanti? Non è meglio non pensarci affatto? A volte mi vengono questi pensieri, come probabilmente accade anche a voi. “Non sarebbe meglio indossare il primo abito pulito che ci capita fra le mani? Non sarebbe moralmente più giusto non interessarsi affatto ai vestiti, vista la loro natura solo materiale?”

Ma allora, cosa dire di un sorriso? E le lacrime? E una risata? Non sono importanti? Sono espressioni dell’anima che si “materializzano” nel corpo, comunicano la nostra umanità. Pensiamo a come una semplice espressione del viso può rivelare i nostri sentimenti più profondi. È la materialità del corpo che esprime l’essenza del nostro essere a chi ci circonda, comunicando non verbalmente chi siamo, a livello micro come individui, ma anche a livello macro come esseri creati a immagine di Dio. La materialità del corpo è necessaria per questa comunicazione.

San Giovanni Paolo II ha insegnato: “Il corpo manifesta l’anima”. E la stilista Rachel Zoe: “Lo stile è un modo per dire chi sei senza dover parlare”. Sebbene queste citazioni provengano da due persone molto diverse, entrambi i loro messaggi hanno a che fare con il linguaggio non verbale della persona.

La materialità dei nostri vestiti fa parte dell’espressione materiale dell’anima attraverso il corpo. Lo stile, come il corpo, comunica un linguaggio non verbale, raccontando la storia di chi siamo e da dove veniamo.

Chiunque abbia indossato un vestito in grado di esprimere la propria particolare bellezza, che gli è stata donata da Dio, conosce il potere della comunicazione attraverso l’abbigliamento. Alla fine, lo stile è una lingua che parliamo tutti.

Per chi volesse, il profilo di Lillian su Instagram è a questo link: https://www.instagram.com/lillian_fallon/

La data delle nozze è sempre più vicina, per il nostro DentoTeologo Giovanni Biolo, e allora gli facciamo un pre-regalino e pubblichiamo la prefazione che Costanza Miriano (sì, proprio lei!!! scoprirete leggendo che il matrimonio è colpa sua…) ha scritto per il suo DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede. Ma fategli (e fatevi) anche voi un pre-regalino acquistandolo!!!

Sono le 3.19, ovviamente di notte, non sia mai che riesca a impossessarmi di una tastiera e di un tavolo non occupato dai figli prima di mezzanotte. Devo scrivere questa prefazione da un pezzo, ma, sapete, le cavallette, le inondazioni eccetera (solo che questa volta è vero, c’è davvero una pandemia e i figli sempre a casa e le tesine di terza media e un libro da scrivere). Insomma, nessuna sorpresa se mi trovo qui nel cuore della notte. Il problema è che ogni tanto rido da sola, e faccio rumore, e poi mi sgridano (il paragone della grazia col camper delle Micro Machines è geniale!). Ma soprattutto il problema è che io volevo solo dare una scorsa veloce a queste pagine (che per ora sono in pdf), per poi leggerle per bene e con calma trasformate in carta – sono della generazione libro, non pergamena ma quasi. “Un’oretta e mi metto a scrivere, così magari qualche minuto dormo, questa notte”, mi sono detta. E invece niente, son qui che non riesco a smettere di leggere, perché Giovanni è troppo simpatico e troppo fenomenale, una pagina tira l’altra.

Questo libro ha il merito di fare quello che dovremmo provare tutti: cerca un linguaggio nuovo per parlare di Dio, per cercare di acchiappare tutti i cuori. Dobbiamo essere una generazione creativa, che svecchia il linguaggio da sacrestia, che non ha complessi di inferiorità né si sente in soggezione verso nessuno, perché siamo noi i veri ribelli, i veri trasgressivi, siamo noi la vera novità. Non perché siamo bravi noi, ma perché cerchiamo di seguire colui che fa nuove tutte le cose. Il mondo con la sua finta trasgressione è noioso, essere cristiani è molto più rock, è la vera unica rivoluzione.

Infatti, gli amanti dei Mienmiuaif andranno in brodo di giuggiole, è lui, l’autore, “il vero radicale, che va alla messa infrasettimanale” di cui parla Canzone per mollare un radical chic che è la hit del mio cuore, e ovviamente dovrebbe vincere 8 Grammy Award e 15 Festival di Sanremo.

Il DentoTeologo sotto anestesia

Insomma, un dentista che scrive di Dio. Niente di strano, perché Dio c’entra con tutto, con quello che beviamo, pensiamo, respiriamo, studiamo. Dio c’entra con il vedere un film, cambiare un pannolino, chiamare un’amica o una zia, con il litigare e con il cucinare. C’entra anche con il lavarsi i denti, mi dicevo sempre. Ecco, adesso che è nata questa branca della teologia, la dentoteologia, la cosa è ormai confermata! A parte gli scherzi, qui dentro troverete delle piccole perle, alcune trovate profondissime, altre geniali.

Non voglio tediarvi oltre, ma devo dire una cosa di cui sono troppo orgogliosa. Se mai dovessi arrivare alle porte del Paradiso, quando considereranno il mio curriculum scarsino, se vedrò san Pietro scuotere la testa, mi giocherò l’asso. Gli dirò che io c’entro qualcosa con il matrimonio dell’autore, Giovanni e della sua bellissima sposa, Federica Maria. Anche avessi fatto solo questo di buono nella vita, qualche punto lo vale all’esame finale (giusto, dentoteologo?). Quando l’ho conosciuto mi sono detta: questo è un tipo fantastico, non posso farmelo scappare, deve andare a una bella ragazza come si deve, e così quando ho conosciuto la bionda esplosiva in questione, ho subito fatto due più due, anzi uno più uno, e attivando la mia rete di intelligence… insomma, non posso svelare tutto, ma ecco, san Pietro, mi raccomando, ricordatelo!

COSTANZA MIRIANO

 

Potete acquistare DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede in formato cartaceo e ebook su Amazon, sul sito di Berica Editrice e sui principali store digitali, oppure ordinandolo in libreria.

Dai profili social della cantante dei Mienmiuaif, condividiamo anche qui le traduzioni che Anita – quasi madre lingua inglese – sta facendo di alcuni post di Lillian Fallon, una ragazza di Filadelfia che ha “inventato” una nuova branca della teologia: la Teologia dello Stile! (Anita ne aveva già parlato in un suo video di qualche tempo fa, lo trovate a questo link)

Ciao! Sono Lillian Fallon, per chi di voi non mi conoscesse, sono la ragazza della “Teologia dello Stile”! Da anni la mia missione è esplorare il rapporto tra corpo e anima attraverso i modi in cui le persone esprimono se stesse con il loro “stile personale”. Tutto è iniziato sei anni fa, durante il mio ultimo anno al college, quando ho seguito un corso di TOB (Teologia del Corpo di san Giovanni Paolo II). Stavo leggendo la spiegazione di san Giovanni Paolo II sull’inseparabilità del corpo e dell’anima: “Il ‘corpo’ rivela l”Anima vivente’ che l’Uomo è diventato quando Dio-Jahvè ha soffiato in lui la vita”. Una frase che mi ha colpito come una tonnellata di mattoni in testa.

Per anni ho pensato che il mio interesse per lo stile e la moda fosse frivolo e materialista. Ma lo scritto di san Giovanni Paolo II mi ha fatto venire in mente una cosa: “Se il corpo e l’anima sono inseparabili e il corpo manifesta l’anima, le cose che indossiamo possono agevolare questa manifestazione”. Inoltre, le cose che indossiamo sono un segno tangibile della relazione tra il corpo e l’anima: non è incredibile? Lo stile personale è molto più che una semplice questione di “vestiti”: è parte dell’espressione della persona umana.

A partire da quel corso provvidenziale, aiutare le donne a capire ed esprimere il modo unico in cui sono state create a immagine di Dio attraverso uno stile personale, è diventata la mia missione. Mi occupo con passione di questo argomento da anni: come redattrice di Verily Magazine, come speaker in diversi convegni, come scrittrice freelance e ora su Instagram.

Sento con chiarezza che questa è la missione che Dio mi sta chiamando a vivere. È l’unica cosa che mi dà fervore e mi spinge a lavorare sodo ogni giorno. Sono alle prese con un libro su questo argomento e voglio anche iniziare a portare questo genere di contenuti sulla mia pagina attraverso servizi fotografici, tutorial, video, riflessioni centrate sulla Teologia del Corpo e altro ancora. Questo argomento è così vicino e caro al mio cuore e non vedo l’ora di vedere dove Dio mi porterà.

Per chi volesse, il profilo di Lillian su Instagram è a questo link: https://www.instagram.com/lillian_fallon/

Written by DentoTeologo Giovanni Biolo 

Chi avrebbe mai pensato che un anno terribile come il 2020 potesse riservare anche delle gioie inaspettate? Come un furioso incendio che brucia boschi interi può nascondere sotto la cenere boccioli di fiori di speranza, così è stato il 2020 per me. E questi fiori sono due, diversi ma intrecciati tra di loro: il 16 luglio esce il mio primo libro, DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede, e a settembre mi sposo.

Come possono essere legate tra di loro queste due cose, mi chiederete? Ovviamente galeotta fu la Divina Provvidenza (termine che ho udito per la prima volta al liceo durante le lezioni, guarda caso, de I promessi sposi) e galeotta fu la DentoTeologia! Poi si sa che la Divina Provvidenza (come la DentoTeologia) agisce tramite noi esseri umani. Nel mio caso quattro, “Bellissimi” come la serie su Rete 4 (che nella mia memoria si materializza con la televisione di nonna Lia, sintonizzata tutte le sere su quel canale. In particolare nonna Lia amava i vecchi western).

E questi quattro sono Costanza Miriano, giornalista bravissima che a breve aprirà un’agenzia matrimoniale, suor Emanuela, intraprendente suora delle Figlie di San Giuseppe, e, last but not least, i Mienmiuaif Giuseppe e (soprattutto) Anita.

Ve la faccio breve, a mo’ di sceneggiatura di film.

Scena 1. Peschiera del Garda. Giuseppe e Anita portano Giovanni a una conferenza della giornalista Costanza Miriano. Finisce la conferenza, Giovanni fa una domanda-gaffe, tutti ridono, Giovanni diventa simpatico a Costanza, Costanza dice: “Che ragazzo simpatico, devo trovargli una brava ragazza”. Fine scena 1.

Scena 2. Genova. Suor Emanuela conosce nel suo convento Costanza e i suoi libri, iniziano a parlare e le chiede: “Ho tre brave sorelle bionde single, Costanza, non avresti un bravo ragazzo da presentare ad una di loro?”. Fine scena 2.

Scena 3. Genova-Torino, aprile 2019. Giovanni da due anni scrive articoli di DentoTeologia e registra programmi in radio. Costanza nel mentre scrive a suor Emanuela il messaggio in codice cifrato: “Il suo nome è Giovanni Biolo, dentoteologo amico dei Mienmiuaif”. Suor Emanuela inizia a leggere e ascoltare i programmi di DentoTeologia, la DentoTeologia fa una buona breccia (altro che Porta Pia) e ispira a Suor Emanuela l’illuminazione: “Questo ragazzo è giusto per mia sorella Federica!”. Suor Emanuela, che Federica paragona sempre a Suor Angela de “Che Dio ci aiuti”, impone a Federica di ascoltare tutte le puntate di DentoTeologia. Federica è docile, le ascolta, rimane colpita. Suor Emanuela le manda varie foto di Giovanni prese da Facebook (benedetti social network), Federica dice: “È pure carino, ma è più piccolo di me”, suor Emanuela risponde: “È un ‘87, tu sei del ‘90… o generazione incredula! Fino a quando dovrò sopportarvi?”, Federica: “Credo; aiuta la mia incredulità!” (cit. Mc 9,14-29). Fine scena 3.
(Ps: forse la conversazione non ebbe precisamente queste ultime parole, ma sicuramente il succo del discorso fu questo).

Scena 4. Genova-Vicenza-Torino. Inizia un fitto scambio di messaggi tra Suor Emanuela e Anita dei Mienmiuaif. Suor Emanuela manda ad Anita una foto di famiglia in cui c’è anche Federica, Anita la mostra a Giovanni, Giovanni istintivamente esclama “quante bionde!” e indica la ragazza al centro della foto, la ragazza al centro è Federica, Anita gli dice “si chiama Federica Maria e ha detto che sei molto carino”, Giovanni aggiunge Federica su Facebook, iniziano a scriversi e conoscersi. A settembre 2020 il matrimonio. Fine scena 4.

Comunicazione di servizio: per la versione romantica strappalacrime scrivete pure a Federica.

Chiaramente esiste anche una lettura più spirituale dell’intera vicenda. Ci sarebbe da parlare di intercessioni, san Giuseppe, tre rosari a maggio, richieste a sant’Antonio a Padova, statue della Madonna e dichiarazioni a Medjugorje, lettere al cardinal Bagnasco, etc. Ma queste sono cose da raccontare a voce, in confidenza, più che scriverle su un articolo.

In tutto questo, grazie a Giuseppe e al suo lavoro da editore, sono riuscito anche a scrivere un libro sulla DentoTeologia, questa strampalata arte di trovare Dio nei denti, dal titolo DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede.
E chi ha scritto la prefazione per questo libro assurdo? Nientemeno che Costanza Miriano, preziosa ciliegina finale su questa torta rigorosamente senza zucchero per evitare carie indesiderate.

Che forte vedere come tutto torna, no? Dio con la sua Provvidenza non si limita a confezionare delle pentole stupende, quelle professionali con il fondo spesso da 5 mm, ma le completa con dei coperchi altrettanto stupendi!

E ora, come Troisi, ricomincio da tre: da Dio, dal matrimonio con Federica e dalla pubblicazione di DentoTeologia.

Il libro DentoTeologia è già prenotabile su Amazon a questo link e dal 16 luglio acquistabile in formato cartaceo e ebook su Amazon, sul sito di Berica Editrice e sui principali store digitali, oppure ordinabile in libreria.