È un po’ che non aggiorniamo il blog…

Nel nostro canale YouTube continua la serie di video Dead cat e abbiamo pubblicato la sigla di Gigi prete diocesano gatto, il personaggio fantascientifico apparso qualche tempo fa nei nostri social, su cui uscirà un libro tra qualche settimana…

Riportiamo anche il nostro ultimo post su “Imagine” di John Lennon:

Il post su “Imagine” che abbiamo scritto su Facebook e nelle stories (lo trovate in fondo👇) non voleva essere un giudizio su John Lennon, né sulla bellezza della canzone, che può piacere o meno ma è un “classico”, e per diventare un “classico”, cioè qualcosa che rimane, probabilmente sotto c’è un valore. Volevamo solo mostrare un meccanismo intrinseco alla cultura occidentale degli ultimi secoli: una patina di tenerezza e dolcezza ma un contenuto che se letto bene è assolutamente nichilista, se non violento – di quella violenza di chi con nonchalance spera in un mondo di pace e amore che presuppone però l’eliminazione delle idee degli altri, in particolare di chi crede in Dio.
Se una canzone di un credente dicesse: “Immaginate che non ci siano le idee degli atei materialisti, dei nichilisti… immaginate che non ci siano le altre religioni, che meraviglia e che pace…”, questo scaturirebbe – giustamente – un putiferio. Se invece si dice: “Immaginate che non ci sia il paradiso… Immaginate che non ci sia la religione o le religioni… allora sì che ci sarebbero pace e amore”, questo diventa un classico e una canzone di amore universale cantata ovunque. La vittima di “Imagine” è Dio, così come la vittima dell’Occidente è Dio. E se immaginiamo che Dio esista e non diamo per scontato che non esista, non è un problema da poco.
.
QUESTO ERA IL POST 👇👇👇
“Imagine” di John Lennon è una delle canzoni più belle ma anche violente che siano mai state scritte: “Immaginate che non ci sia il paradiso” – inizia così. Immaginate tutti i bambini del mondo che la cantano in coro in qualsiasi ricorrenza come se fosse una canzone di pace. Una canzone di pace che comincia chiedendo di immaginare che non ci sia il paradiso. Togliendoci la prospettiva eterna, la trascendenza. Togliendoci Dio. Ma così, in maniera semplice, buona, dolce. L’Occidente è tutto qui.

by Carmina Caiffa, il nostro inviato pre-matrimoniale

Oggi si parla di crisi dei matrimoni forse perché non si parla abbastanza di qualità dei fidanzamenti. Essere fidanzati non è stare insieme così come viene, ma è qualcosa di impegnativo, parte della vocazione al matrimonio. 

Ho sintetizzato alcuni punti che mi sono serviti e vedo mancare nelle coppie, ma portano alla svolta e servono anche da sposi.

1 – Essere monaco

Forse si pensa che fidanzarsi sia trovare la propria metà o l’anima gemella. Una volta credevo potesse essere la seconda ma non avevo capito nulla, le nostre diversità arricchiscono la relazione.

Don F. al percorso prematrimoniale ha detto: “Per essere un buon marito bisogna saper essere un buon monaco.” (Vale anche per le donne). 

Non l’ha detto per riempire i conventi ma perché siamo degli interi unici, originali. Non c’è nessuna metà o anima gemella. Non siamo stampelle.

In passato ho retto qualcuno e mi sono lasciato reggere. Succede quando non si sta in piedi da soli, ci si circonda di surrogati perché non si ascoltano i bisogni profondi. Pornografia, autoerotismo, convivenza, sesso, attaccamento a lavoro, auto, sport, etc sono tutti rimpiazzi di qualcosa che non stiamo ascoltando. Cerchiamo in ogni modo di sentirci pieni, felici, eppure continuiamo a essere insoddisfatti. 

Questi ripieghi amplificano il vuoto, la fame. Vogliamo la torta ma ci accontentiamo delle caramelle. L’insoddisfazione cresce dopo ogni caramella perché non è torta. Finché arriva il diabete e la relazione diventa malata, addirittura dannosa.

La castità è il mezzo per staccarsi da questi surrogati, recuperare la propria vita, la propria integrità, la salute della relazione.

2 – Cosa sto cercando?

Un seminarista, che prima della conversione andava a letto con decine di ragazze diverse, mi ha detto più o meno questo: “Ho capito che non mi basta una donna o figli biologici, ho troppo amore dentro di me.”

Quel disordine affettivo (si chiama così, non “playboyaggine”) lo faceva stare male e lo lasciava insoddisfatto, ma manifestava quel bisogno interiore che era niente meno che la sua vocazione (nel suo caso). Andiamo a fondo nei nostri atteggiamenti. Cosa cerco in realtà?

Relazioni da toccata e fuga o da “fidanzimonio” (fidanzamento vissuto come sposi) manifestano una mancanza nella maturità affettiva. Perché mi sto comportando così? A cosa sto dando priorità? 

In passato vedevo la relazione come una gabbia e sposarsi significava stringerla e buttare la chiave, avevo paura di imprigionarmi, del peso delle responsabilità. Ma non conoscevo il vero senso del matrimonio. 

Castità è fare verità, e la verità ci rende liberi. Stare con l’altro (in modo “stabile” o occasionale) tira fuori i nostri casini interiori. Abbiamo bisogno di svincolarci da quegli atteggiamenti e guardarli da fuori.

3 –  Fidarsi e affidarsi

Don F. ricordava di fare come gli scout, “al passo del più debole”, e il Catechismo dice: “Si aiuteranno vicendevolmente a crescere nella castità.”

Significa che nel fidanzamento scopro come rispettare e amare il corpo dell’altro attraverso ciò che ho imparato stando da solo, da monaco. Se uno dei due si sente vulnerabile in una certa situazione (es. sul divano da soli la sera), dirlo all’altro gli darà strumenti per non cadere (e non trascinarlo). Bisogna sapersi affidare ed essere responsabili verso la fiducia dell’altro e non approfittarne. 

Non andiamo a velocità diverse, ma al passo di chi ha maggior bisogno, di chi sente di aver tanto su cui lavorare.

Da ignorante pensavo che la castità fosse totale (o quasi) abnegazione della corporeità. Non è così e non si raggiunge dall’oggi al domani ma con “piccoli passi possibili”, diceva Don F. ricordando Chiara Corbella. La castità “conosce leggi di crescita, la quale passa attraverso tappe segnate dall’imperfezione e assai spesso dal peccato. L’uomo virtuoso e casto «si costruisce giorno per giorno […]». (C.C.C.) E se si cade ci si rimette in piedi in confessionale.

Non significa quindi non toccarsi ma capire che il dono del corpo ha una sua gradualità, che va con la relazione e con la vocazione. 

Qualcuno dice che “il sesso è indispensabile”. Al contrario, nel fidanzamento la genitalità è un ostacolo, annebbia, rende superficiali. 

4 – Una carne sola

È molto comune vedere nei fidanzati un attaccamento ancora troppo forte ai genitori, voler tornare a casa, averne nostaglia o al contrario maltrattarli, non sapersi relazionare, etc. 

La vocazione al matrimonio (e dunque il fidanzamento) è finalizzata però a essere “una carne sola”, un nuovo nucleo familiare. La mia famiglia nel matrimonio è mia moglie (o marito) non più i genitori che sono l’origine, devo acquisire indipendenza affettiva per crescere in coppia. 

Dopo che ciascuno ha “lasciato il padre e la madre” sarà il sacramento a unire i due in una sola carne, non l’avere lo stesso letto. Alla base di una coppia veramente viva c’è sempre Dio.

Qualcuno ha detto: “Dal rapporto che hai con Dio viene fuori il rapporto che hai con l’altro.”

by Serena Di (@radicalchicpentita), autrice di Confessioni di una Radical Chic pentita

Con cuore di padre: così Giuseppe ha amato Gesù, chiamato in tutti e quattro i Vangeli «il figlio di Giuseppe».

Queste sono le prime righe della lettera apostolica Patris Corde, con la quale l’8 dicembre 2020 papa Francesco ha inaugurato l’anno dedicato a san Giuseppe, proclamato 150 anni fa Patrono della Chiesa Universale.

Padri non si nasce, lo si diventa. E non lo si diventa solo perché si mette al mondo un figlio, ma perché ci si prende responsabilmente cura di lui. Tutte le volte che qualcuno si assume la responsabilità della vita di un altro, in un certo senso esercita la paternità nei suoi confronti.

Eppure esistono padri che sembrano non volere o non potere assolvere la loro missione, padri assenti per loro volontà o per le circostanze, a volte non solo umanamente imperfetti, ma deludenti o violenti. Padri le cui mancanze non riusciamo ad elaborare, con i quali abbiamo spesso rapporti conflittuali, padri che giudichiamo, che fatichiamo a perdonare, che preferiamo dimenticare o escludere dalle nostre vite, cercando di ignorare le profonde ferite che proprio le loro mancanze ci hanno inflitto. In questo senso, in questa ferita, diventiamo in qualche modo tutti orfani di padre, non accorgendoci che è proprio la figura che rifiutiamo quella che può maggiormente avvicinarci a Dio. 

Sono le premesse del video Da senza padre ad essere padre prodotto dal seminario Redemptoris Mater di Boston e presentato da un sacerdote italiano, don Andrea Povero. Il video (con sottotitoli in italiano) raccoglie le testimonianze di chi ha trovato nell’apparente assenza della figura paterna, l’incontro con Dio, partendo proprio da san Giuseppe la cui grandiosità sta proprio nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa.

Se c’è un uomo tormentato da paure, ansie, angosce, dall’insicurezza della vita, è San Giuseppe, l’icona della paternità. Giuseppe cade nel dubbio quando scopre la gravidanza di Maria, fronteggia l’incertezza della vita, impara a diventare padre ma deve capire prima di essere figlio, in questa obbedienza verso il Padre, a cui si affida, lascia tutto nelle mani di Dio.

Il suo silenzio e la sua umiltà sono il suo messaggio, il suo sì alla volontà di Dio si pone a servizio dell’intero disegno salvifico. “Non dobbiamo necessariamente comprendere, ma accogliere la sofferenza nelle nostre vite, la sofferenza che ha reso Giuseppe padre” afferma don Andrea, sottolineando un principio del diritto Romano: Mater semper certa est, Pater autem incertus. In questa incertezza c’è un’illuminazione sulla natura umana che tocca le radici del nostro essere. L’assenza, la precarietà del padre diventa esperienza dolorosa e può portarci a dire “Se Dio esiste non è per nulla buono”, come è stato per don Anthony che a 15 anni ha perso il padre pompiere, morto l’11 settembre 2001 nel crollo della torre sud, e come per Romeo che ha visto il padre allontanarsi di casa abbandonando moglie e figli senza dare spiegazioni e senza fare più ritorno. Come per Paolo, che a causa di una balbuzie, è stato a lungo intimorito dalla figura paterna, e infine Vincent che ha sofferto a causa del turbolento divorzio dei suoi genitori. Testimonianze sincere, semplici eppure maestose, di uomini e famiglie che hanno cambiato la loro prospettiva sul mondo attraverso l’incontro con Dio, derivato da quell’assenza, e che dimostrano come la storia della salvezza si compia «nella speranza contro ogni speranza». La maggior parte dei disegni di Dio si realizza attraverso e nonostante la nostra debolezza, progetti attraverso i quali ci viene mostrata la nostra vocazione.

Fare spazio dentro noi stessi anche a ciò che non abbiamo scelto nella nostra vita, serve però aggiungere un’altra caratteristica importante: il coraggio creativo. Esso emerge soprattutto quando si incontrano difficoltà. Infatti, davanti a una difficoltà ci si può fermare e abbandonare il campo, oppure ingegnarsi in qualche modo. Sono a volte proprio le difficoltà che tirano fuori da ciascuno di noi risorse che nemmeno pensavamo di avere.

(le cit in corsivo sono tutte tratte dalla Patris Corde di papa Francesco) 

È uscito nella nostra collana UOMOVIVO un libro delicatissimo, Quell’Amore che non riesco a trattenere di Alumera, il racconto di come una ragazza possa vivere la fede nel mondo di oggi e nel web. Fresco e profondo, è sia da leggere che da guardare, perché Alumera – illustratrice e grafica – sa far parlare le immagini insieme alle parole come pochi altri. Per darvi qualche informazione in più, abbiamo chiesto direttamente all’autrice.

Da dove viene il tuo nome d’arte e chi è Alumera?

“Alumera” è la vocazione di Mariella Matera. Una chiamata. Nasce in momento particolare della mia vita, dopo un periodo in cui mi ero totalmente dedicata al lavoro. Piano piano qualcosa in me si era spento, quella scintilla di amore che fin da piccola sentivo in me non ardeva più.

“Alumera” – dal dialetto calabrese ‘A lumera – è il lucerniere a olio.

Grazie a una serie di coincidenze impossibili, tra cui la nascita al cielo di mia nonna, ho sentito che Dio mi chiamava a fare qualcosa per Lui.

“Come una lumiera, che finché ha olio non si spegne,
così la mia bocca, finché c’é amore non può stare zitta.”

E io che quell’Amore l’ho conosciuto, l’ho vissuto, non potevo tenerlo per me, ma farlo ardere per testimoniarlo con la creatività di cui Dio mi ha fatto dono.

Il libro sembra un prolungamento e un completamento di quello che già fai sul web.

Quando mi chiedono del libro dico che è, sostanzialmente, il mio blog cartaceo. Forse un po’ più intimo, c’è una parte della mia storia personale che raramente mi è capitata di condividere sul web.

Ma credo fortemente che non c’è vita virtuale senza vita reale. Non sono due realtà lontane tra loro, ma per me si completano nell’annunciare quell’amore che non riesco a trattenere.

E aver portato, tramite questo libro, Alumera offline è, sì, il completamento di una chiamata.

Dal libro emerge il tuo grande amore per i santi e per alcuni in particolare.

Il mio tris di luce. Sì! Io ho avuto un vero e proprio incontro con i santi, come racconto nel libro. Non come immaginette da venerare ma sì come compagni di viaggio, lumini che portano a Dio sulla strada della vita. E in particolare:

  • La Serva di Dio Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari, attraverso la quale Dio mi ha dato un posto nel mondo.
  • Beata Chiara Luce Badano, che ha divampato in me la fiamma dell’amore e mi ha spinto a correre.
  • Santa Chiara d’Assisi, che mi ha insegnato ad abbandonarmi totalmente e a fidarmi del disegno di Dio.

È un libro che aiuta a “sintonizzarsi” sulle frequenze di quell’Amore di cui parla. Senza spoilerare troppo (anche se lo spoiler è un atto di amore, cliccando qui sopra lo scoprirete), come l’hai incontrato?

Mi avete detto la cosa più bella che potessi sentire. Davvero, grazie!

Scrivendo, capitolo dopo capitolo, mi sono resa conto di come tutta la vita sia un continuo incontrare Dio. Ma c’è un episodio in particolare, che credo sia stata la prima pagina del mio diario di coincidenze impossibili: un film. Una grande storia d’amore. Un inno all’amore. E ritrovarsi alla fine protagonisti di una storia straordinaria.

Chi vorresti che lo leggesse?

Io vorrei testimoniare con questo libro che l’incontro con Cristo, con il Maestro dell’Amore, è molto molto di più e vorrei che fosse un abbraccio principalmente per i giovani. Che trovino il coraggio di andare oltre tutte queste voci, questi pregiudizi e spendersi per il Vangelo senza vergogna, che mettano in comunione i loro talenti per cambiare il mondo con la bellezza e per essere testimoni di quell’Amore che hanno conosciuto e che conosceranno.

Oggi chi si professa cristiano cattolico è spesso schernito, ridicolizzato, “gli hanno fatto il lavaggio del cervello” e – tra i ragazzi – anche bullizzato. Siamo continuamente etichettati come bigotti, vecchi, schiavi di una dottrina. Cattolici solo per tradizione.

Nessuno è solo in questo cammino di annuncio. Siamo Chiesa. UNA.
Ci siamo, gli uni accanto agli altri, camminando nelle nostre singole e personali storie d’amore per il bene universale.

Trovate il libro in formato cartaceo e ebook su Amazon, nel sito di Berica Editrice e nei principali store online.

by Carmina Caiffa

Immaginate il classico ragazzino che lascia la Chiesa post cresima nell’insopportabile caldo di giugno. Nella foto ricordo ho l’espressione di chi ha appena mangiato qualcosa di avariato.

Poi ho iniziato a crogiolarmi tra ateismo e agnosticismo. Era ovvio per tutti che la Chiesa fosse un’istituzione di potere e i media continuavano a darmi conferma di quanto pensavo. Avevo un certo senso della giustizia, difendevo i deboli dai bulli, ma denigravo cristiani e Chiesa. I cristiani, per me, erano ridicoli. E pochissimi. Uno o due su circa trenta persone in media, secondo la mia esperienza. Il volto di un’Italia cattolicissima.

Non avevo un’alta considerazione dell’essere umano. Per uno pseudo-ateo quasi agnostico che valore vuoi che abbia l’uomo? Vuoi abortire? E qual’è il problema? Meno male che chi aveva un cuore ha previsto l’obiezione di coscienza.

Ero pure convinto di sapere cosa fosse l’amore. Quella cosetta emotiva che ti degrada nel tempo fino a un matrimonio che smette di farti sentire vivo per via di quel poco che ritieni sia la libertà. In fondo il matrimonio nemmeno serve, è un contratto. Basta convivere, così poi posso invertire la marcia quando mi pare. Però quel contratto sembrava comodo, un modo per non far scappare qualcuno. Come per dire: “Ora ti ho in pugno”.

Ero però affascinato dal cielo notturno, dalla scienza, dalla fisica teorica. Mantenuto sul ciglio dell’ateismo da una qualche convinzione sul soprannaturale o comunque su una naturalità mistica (deliri da materialista). Dio, per me, poteva essere l’universo stesso. 

In questo delirante periodo di ricerca avevo incontrato sulla strada un po’ di tutto (e mi ci ero interessato): il paranormale, lo scientismo (inconsapevolmente, come tantissimi altri a quanto vedo), la filosofia orientale e cose simili. Fin quando Dio non mi ha chiesto che cosa ne sapessi davvero del Cristianesimo.

Sembra banale e io non so come altro spiegarlo, ma è stato un approfondimento sul libro di storia dell’arte a interpellarmi. Non c’è nulla di straordinario, stavo semplicemente studiando per un esame universitario. Quello che ha innescato la domanda su Gesù Cristo è stato leggere che gli angeli erano stati rappresentati in passato con barba e senza ali. Forse entro nel guinness dei primati per il motivo più ridicolo per tornare a Cristo, ma è andata proprio così. Mi piace pensare che sia stata ironia divina.

Certo, tutte quelle fisse sullo spazio, le meditazioni orientali, il paranormale, erano il lavorio sapiente dello Spirito che agiva in me. Paradossale anche questo, ma oggi sono convinto che sia così. Però il colpo di grazia (letteralmente) mi è stato dato con quell’approfondimento. Un montante nel momento in cui avevo la guardia bassa.
Se non sapevo nulla sugli angeli, cosa sapevo davvero sul Dio dei cristiani, soprattutto cattolici? 

Abbandonato ogni pregiudizio mi sono messo in discussione per conoscere Colui al quale una volta avevo ipocritamente fatto qualche richiesta, prontamente esaudita, senza mai averlo preso sul serio. Tanto da rinnegarlo immediatamente una volta ricevuto quanto richiesto. 

Finalmente lo Spirito, che mi era stato donato col sigillo, poteva lavorare sulla giusta materia. Ho concluso che ero io in errore. Guardando meglio la storia e la mia vita, mi sono accorto che Dio era più volte intervenuto. Ho iniziato così a leggere il Vangelo. Notando quanto vivevo male mi sono fiondato in confessionale. 

Va detto che solo la Chiesa cattolica fa questo. Dio interviene nella storia e nella vita, era anormale che mi perdonasse così, in astratto. Serviva un ministro, un segno di quelli che usa sempre Lui. Non si poteva andare in nessun altro posto.

E conversione fu. Processo lungo e sempre in corso. 

All’inizio volevo si convertissero tutti. Ho parlato tanto agli amici di questa cosa. Senza grandi risultati. Fino a qualche anno fa, quando a uno di questi miei amici è capitato un mezzo guaio. Gli ho detto che Dio è un fuoco che non consuma, l’ho portato davanti al tabernacolo e poi l’ho trascinato da un confessore. La confessione è il sacramento del ritorno. Ci salva.

Insomma da questi fatti ho capito che Dio conosce i nostri momenti, quelli in cui ci può pescare. Noi no. Dio usa la fiocina. La rete è per gli apostoli. Lui è più preciso, nuota più a fondo. Come l’angelo dell’estasi di Santa Teresa. Gli è apparso trafiggendole il cuore con uno “strale d’amore”. Così fa Lui, attende il momento in cui trafiggerci e trarci sulla sua barca.

Franco Battiato è morto, la nuova canzone su YouTube (a questo link) ci ha fatto perdere un po’ di mi piace o follow sui social. Probabilmente per i riferimenti politici. O perché fa schifo. Boh. In un certo senso, chi se ne frega, ognuno può fare quello che gli pare. Però la cosa ci ha colpito e allora abbiamo pensato di dire 4 cose.

1. Siamo cittadini liberi e laici e abbiamo il diritto di esprimere il nostro parere sulle questioni del mondo.

2. Con ironia la canzone ritrae l’attualità per come la vediamo noi. E a noi pare di vivere in un mondo impazzito.

3. Ci sono dei riferimenti politici, sì. Pur non essendo devoti di Trump, non possiamo non notare come nei media si usino due pesi e due misure nei confronti suoi e di Biden. Poi Enrico Letta: durante un pellegrinaggio a Lourdes ha capito che c’è bisogno delle donne prete. Ecco, a noi che sia lui a dirlo fa un po’ strano.

4. Michela Murgia (in foto con Franco), autrice femminista che ormai scrive tutto con la “schwa”, la letterina neutra per non discriminare nessuno. Perché anche solo dire “uomo” per intendere gli esseri umani per alcuni potrebbe essere maschilismo.

Abbiamo sbagliato? Noi crediamo che se non siamo onesti con noi stessi e non abbiamo il coraggio di dire quello che pensiamo, lasciamo che la paura di essere “additati” prevalga. E preferiamo di no.

In questo video Anita vi porta a fare foto con lei, una sua grande passione, dalla sua amica Laura.

A questo link invece trovate l’ultimo episodio della serie Dead Cat, sul GIUDIZIO COME ATTO DI AMORE.

E c’è anche una canzone sulla moda maschile (perlomeno quella dello pseudo chitarrista…): Ti amo perché non ti sai vestire (feat. Gigi prete diocesano gatto, le cui avventure continuano sui nostri social).

by Carmine Caiffa

Quando vediamo i robot o le intelligenze artificiali nei film spesso sono i cattivi della storia, quelli che mettono a ferro e fuoco la terra, per capirci. Ingrate ferraglie! 

La realtà è più sofisticata. Mica potete aspettarvi che la vostra nuova macchina del caffè Lavazza Voicy inizi a insultarvi. A meno che non venga hackerata. Le famigerate (e fameliche, a detta degli sceneggiatori) I.A. (intelligenze artificiali), device I.O.T. (internet of things) e tante altre cose con sigle strafighe e nomi english sono già in casa nostra. Ed entreranno in maniera sempre più significativa.

Ora prendete per vero, per assurdo, quello che sento dire in giro: i robot, in tutto e per tutto simili agli umani, devono essere parte della società, avere diritti, essere considerati persone. Non ridete, l’ho sentito dire davvero. Informatevi su Sophia, androide (robot umanoide) cittadina dell’Arabia Saudita. 

Mettete che un androide con sembianze da bambino pianga e vi chieda scusa con gli occhioni dolci, non si intenerirà il vostro cuore come davanti a un cucciolo di volpino di Pomerania? Ma per i “cuccioli di umano” (come li ha definiti qualche educatrice) no. Per questi dipende a quale mese di formazione sono e a che livello di salute fisica si trovano. 

Se l’androide portasse in grembo (incubatrice) un bambino, non sarebbe l’utero in affitto 2.0? Se avesse le sembianze di una modella liberamente acquistabile? Altro che single.

Siamo realisti. Le macchine non sono come nei film. Non serve che mettano a ferro e fuoco il mondo. Si propongono nella sfera delle relazioni, della sessualità, dei sentimenti. Sono il surrogato delle nostre debolezze e mancanze. Perché dunque li paragoniamo alle persone?

Per il vuoto. E non è quello dello stomaco perché hai saltato l’ape. È quello che rimane quando ci dimentichiamo di avere un’anima. Oggi vedo uomini dire di sentirsi donna e vincere coppe gareggiando con donne, vedo mamme dire “ma si è un grumo di cellule” come se loro fossero fatte di polvere di fata, vedo cattolici dire “ma sì, dai, i miracoli di Gesù sono storielle per dire che…”.

Siccome ci siamo scordati l’anima, iniziamo a considerare persone anche le cose – una fissazione antica dell’uomo. Si chiama animismo. Attribuiamo personalità alle cose, “animiamo” le cose. Specifico che i bambini sono giustificati. Tranquille mamme, vostro figlio può dire che il sole è stanco quando tramonta. 

Ma questo processo funziona anche al contrario. Rischiamo di considerare noi stessi come delle cose. Anche non volendo, ci “cosifichiamo”. Dalle fidanzate in affitto in Giappone al tragico utero in affitto.

Un videogioco del 2018, Detroit: Become Human, mostra androidi che acquisiscono emozioni e “diventano” umani in virtù di questo. Milioni di persone ci hanno giocato e chi l’ha scritto è cavaliere alla Legion d’onore di Francia. 

Quel “Become” è la campanella d’allarme dell’amnesia dell’unicità dell’uomo, che si crede riproducibile. Ma noi non siamo tecnica, noi siamo creature, noi non diventiamo. Due genitori procreano, non fabbricano. Perché ogni uomo è nuova creazione. Ogni anima lo è.

Dio è amore e l’amore è buon senso. Togliere Dio dalla società, non è solo una questione di laicità. Rischiamo di vederci come un insieme di ingranaggi biochimici e basta. “Qualcosa” piuttosto che “qualcuno”.

E non tralasciamo nemmeno l’aspetto soprannaturale: tolto il soprannaturale non c’è cristianesimo. Gesù è risorto. Nel nostro cuore ci sono il cielo e la terra. E no, Paolo Fox non può fare previsioni da quel cielo e Odifreddi non può dire tutto su quella terra. Sono due cose intrinsecamente unite. Noi siamo terra baciata da Dio. Letteralmente, non per turismo.

Per gli amici che ci seguono prevalentemente tramite il blog, vi lasciamo qualche link degli ultimi video che abbiamo realizzato.

Cliccando qui trovate direttamente la nostra pagina YouTube a cui potete iscrivervi per essere aggiornati sulle uscite.

Qui invece la nostra nuova canzone d’amore, Innamorati... uuuuuuhhh

Come se non bastasse… c’è pure un nuovo progettino, Dead cat, dal nome del copri-microfono di pelo che utilizziamo in questi video.

Nel primo parliamo di “diversità” (a questo link), mentre nel secondo di aborto, seguendo le parole di Madre Teresa e Papa Francesco (a questo link).

Sui social invece stiamo portando avanti la saga di Gigi prete diocesano gatto, di cui vi riportiamo l’ultima impresa, dopo che la sua ex padrona, cantante dei Mienmiuaif… è stata attaccata da un sito chiamato The Vision

Gigi difende la sua ex padrona dai visionari

Gigi, prima di diventare il prete diocesano gatto in missione speciale che tutti conosciamo, era un piccolo randagio trovato di fronte a una pasticceria. Anita, la sua ex padrona, l’aveva portato a casa e l’aveva educato come si deve: gli aveva insegnato a spruzzare acqua esorcizzata da uno spruzzino e a sparare le prediche da paura che spara.
Anita è una youtuber e cantante cattolica non gelato pizza con una voce potentissima: Gigi, a furia di sentirla urlare certe cose, aveva capito la sua vocazione.
Un giorno Anita è stata messa alla gogna da The Vision, un sito visionario dove vedono cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, per esempio che Anita crede nella superiorità dell’uomo sulla donna e nella supremazia dell’etnia bianca. E altre cose carine.
Appena Gigi l’ha saputo non c’ha visto più.
Il dono della bilocazione ha funzionato al primo colpo e si è ritrovato nella redazione di The Vision, dove tutti indossavano occhiali fluorescenti spessi quindici centimetri.
Gigi ha raccontato dei croccantini che gli preparava la sua ex padrona Anita e di altre super attenzioni per lui povero gatto indifeso – nero, fra l’altro, contro ogni accusa di razzismo.
Tutti i visionari di The Vision si sono tolti gli occhiali fluorescenti spessi quindici centimetri e hanno iniziato a piangere a dirotto. Come avevano potuto trattare così una donna che aveva avuto tanta cura di un gatto, che gli preparava i croccantini, gli tagliava le unghiette, gli faceva i massaggini, gli puliva la sabbietta? Dovevano essersi sbagliati. Se si fosse trattato di un uomo, era un conto, ma un gatto!
Non si può dire che Gigi abbia convertito la redazione di The Vision, e nemmeno che li abbia convinti a rettificare o togliere l’articolo discriminatorio, ma almeno da quel momento tutti hanno voluto un gran bene alla sua ex padrona perché si erano convinti che fosse animalista.
Poi ce ne sarebbero tante.