di Giuseppe Signorin, curatore della collana UOMOVIVO e pseudo chitarrista dei Mienmiuaif

Ha fatto scalpore la Preghiera di Camillo Langone sul Foglio, “Più Jo Croissant e meno femministe”. Langone, da esperto polemista, ha tratto da Il mistero della donna, oggetto del suo testo, le righe maggiormente in sintonia col suo stile: «La sottomissione della donna è redentrice; è con la mancata sottomissione che la donna ha trascinato l’umanità nell’infelicità». Chi volesse leggere il libro di Jo Croissant nella sua interezza, ne capirebbe senz’altro il senso all’interno del contesto. Chi volesse approfondire ulteriormente, la nostra amica Costanza Miriano ha scritto il suo geniale e spassosissimo Sposati e sii sottomessa sullo stesso argomento.

Subito mi colpisce che siano due donne, Jo Croissant e Costanza Miriano, a riprendere il termine utilizzato in origine da san Paolo, «sottomissione», e parlarne nelle proprie opere, non intendendo però nulla di sessuale (in realtà in campo sessuale la sottomissione è sdoganata, lì bisogna essere più “liberi” possibile), né di violento. Non ha nulla a che vedere con costrizioni o soprusi o mancanza di libertà, cosa facilmente intuibile conoscendo la vita delle due autrici, che non sono affatto donne “fallite” o relegate in una stanza, ma donne “di successo”, che scrivono libri e girano il mondo. La sottomissione a cui alludono non ha nulla di mortificante. Il Vangelo, inteso in maniera corretta, non toglie nulla. «Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto» (Benedetto XVI).

Un altro aspetto interessante, entrando nel vivo della questione, riguarda la Lettera agli Efesini, in cui san Paolo utilizza il termine “incriminato”. Sorpresa: non si parla solo di donne, anche agli uomini viene chiesto di essere sottomessi… L’apostolo premette al suo discorso rivolto ai coniugi la seguente frase: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo». Elemento sine qua non di tutto il discorso che Jo Croissant e Costanza Miriano stanno portando avanti con coraggio, è l’assoluta pari dignità fra uomo e donna. Uomo e donna, agli occhi di Dio, hanno lo stesso identico valore. Sono sacri entrambi. Ogni persona, per il Cristianesimo, è sacra e uguale a tutte le altre. Non ci sono persone di serie A e persone di serie B. Questo è fuori discussione.

Quello che san Paolo scrive, con un linguaggio legato al suo tempo, si riferisce ai diversi ruoli e modi in cui mariti e mogli devono interpretare la “sottomissione reciproca”, essendo diversi (per esempio le donne partecipano al miracolo dei miracoli, la nascita di una vita, in maniera ben più attiva). Ai mariti viene chiesto di amare la propria moglie come Cristo ha amato la Chiesa, di dare quindi la vita, tutto quello che hanno e possono (e non è poco…). Ma amare come Cristo, morto per noi, non significa uccidersi, così come essere sottomessi, in un’ottica cristiana, non significa diventare schiavi ciechi e succubi di un despota. Se la sottomissione del marito sta nel dare la vita per la propria moglie, nel fare tutto ciò che può per la sua santificazione, la sua felicità, la sua piena realizzazione, mettersi al suo servizio, insomma, la sottomissione della moglie sta innanzitutto nell’assumere un atteggiamento di fiducia nei confronti di un marito che cerca di dare tutto per lei, riconoscendogli un ruolo di guida, di responsabilità, nella coppia.

E si tratta di scelte libere: sia quella della moglie, di essere guidata dal marito, sia quella non meno difficile del marito, di assumersi responsabilità spesso difficili e di guidare la propria sposa nel migliore dei modi, di “morire” a sé stesso e vivere per lei. Di essere appunto come Cristo: quindi mite, umile, al servizio della moglie, non certo despota.

Non dico sia semplice, e proprio per questo Papa Francesco ha sottolineato spesso l’importanza di prepararsi bene al matrimonio: non è un gioco da ragazzi, sposarsi in Cristo. Serve Cristo. E serve tutta la buona volontà di cui si dispone. Ma, secondo me e secondo molti che ne hanno dato e ne danno testimonianza, è la scelta migliore e più felice.

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di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise (dal blog Sposi&Spose di Cristo)

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i 7 nani, capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre sì che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei piccoli nani:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi… piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà… ereditata dalla madre.

Poi Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile.

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi… e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è: ed è allora che…

“VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI”

Condividiamo la bellissima lettera che la giovane sposa Sara Manzardo, di Corxiii, ha scritto ai Vescovi in occasione del Sinodo dei Giovani

A Sinodo appena iniziato, cominciano anche le soffiate dei media e, a guardare cosa riportano i giornali, in questo sinodo sui giovani si parlerà soprattutto di migranti, lgbt e naturalmente di sesso prematrimoniale, perché la castità sembra essere il motivo principale per cui i giovani si allontanano dalla Chiesa.

Ma noi giovani ci meritiamo molto di più. Non ci accontentiamo più di sentire omelie piene di politica, di bene comune, di attualità, di ecologia. E soprattutto non ce ne facciamo niente degli sconti sulla castità prematrimoniale: c’è già un mondo intero che ci dà il permesso di vivere in qualsiasi modo la nostra sessualità, noi dalla Chiesa ci aspettiamo dei motivi validi credibili e vincenti per comprendere e scegliere una sessualità diversa, che sa attendere, che sa scegliere, che sa portare frutto.

Non ci allontaniamo dalla Chiesa perché ci impedisce di fare sesso prima del matrimonio, figuriamoci se ci interessa qualcosa di quello che pensa il prete. Ci allontaniamo perché nella Chiesa non troviamo niente di diverso da quello che ci dicono fuori, niente di più emozionante, niente per cui valga la pena vivere e morire.

E invece ci ri-avviciniamo alla Chiesa quando qualcuno ci spiega perché ha scelto la castità (e non è mai “perché lo dice la Chiesa”, anzi). Ci riavviciniamo quando qualcuno ci fa aprire gli occhi sulla nostra vita, quando qualcuno ci dice parole che bruciano come il sale sulle ferite, ma che sono parole vive, vere, forti.

Ci riavviciniamo quando qualcuno ci dà testimonianza di fede vissuta e vera. Ci riavviciniamo quando qualcuno dimostra di volerci bene e di volere il nostro bene, aiutandoci a crescere come persone da ogni punto di vista, anche mostrandoci la zavorra che ci rende tristi e insoddisfatti.

Ci riavviciniamo quando vediamo gente coraggiosa, che fa scelte estreme, che sa quello che vuole, che vive la sessualità come un dono e come una responsabilità. Ci riavviciniamo quando qualcuno ci racconta che fare l’amore è un’esperienza di paradiso, e va fatto bene. Non per possedere, non per fare contento l’altro, non per gioco, non per abitudine. E proprio per questo ha scelto di diventare una sola carne con l’unica persona che davvero ha scelto una volta per sempre, per l’eternità. Perché i giovani lo sanno che l’amore è per sempre, altrimenti non è amore, è qualcosa di simile, una bella amicizia, o un surrogato.

Cari vescovi, non fatevi ingannare dai titoli dei giornali. Non fatevi condizionare da quello che il mondo vorrebbe da voi, ma osate. Abbiate il coraggio di essere padri. Abbiate il coraggio di essere guide attente e misericordiose, abbiate il coraggio di dire cose grandi, che ci mettano in discussione, che ci svelino il mistero, che ci parlino di infinito.

Abbiate il coraggio di interpellare noi, giovani sposi, giovani fidanzati, giovani preti, giovani consacrati, giovani in ricerca. Abbiate il coraggio e la pazienza di chiederci il perché delle nostre scelte, di chiederci il “per Chi” viviamo e poi, ai giovani che verranno da voi, raccontate che è possibile essere felici, vivere in pienezza, fare grandi scelte, andare controcorrente.

Abbiate il coraggio di formare futuri preti e futuri sposi consapevoli di quello che scelgono, innamorati di Cristo e del Vangelo, pronti a dare testimonianza a quei giovani distanti, diffidenti, indecisi. Che non si avvicineranno a una Chiesa in linea con il mondo. Si avvicineranno a una Chiesa bella e santa, che vive ciò in cui crede e che ha il coraggio di mostrarlo.

Fr. Fidelis Moscinski, dei Franciscan Friar of the Renewal, un ordine di frati che vive a New York e che seguiamo perché uno di loro, Brother Isaiah, scrive canzoni da paura, è stato arrestato per aver parlato a delle donne in una clinica abortiva consigliando di tenere i loro bambini. A questo link trovate l’articolo in cui si riporta la vicenda, compresa la frase di una persona presente durante l’accaduto: “Grazie padre, grazie di essere un sacerdote di Dio”.

Qui di seguito una traduzione (Google translate…) di una dichiarazione ufficiale dei frati (che potete leggere in lingua originale a questo link) risalente allo scorso anno, in cui si informa dell’attività che svolgono in difesa della vita.

Una parte essenziale della nostra opera di evangelizzazione e cura dei poveri è la testimonianza pubblica e orante della santità della vita umana, dal concepimento alla morte naturale. Riconosciamo che il diritto umano alla vita è il fondamento di una società giusta e pacifica. Inoltre, riconosciamo che coloro il cui diritto alla vita è negato, per qualsiasi ragione, sono veramente poveri e hanno più bisogno del servizio cristiano e del potere salvifico del Vangelo. Attraverso le nostre preghiere, la testimonianza pubblica e la solidarietà con i non nati, gli anziani e tutti coloro le cui vite sono minacciate dalla morte come soluzione proposta ai problemi, cerchiamo di sostenere il diritto alla vita e alla dignità di ogni essere umano. Cerchiamo di farlo in una varietà di opere e impegni apostolici, tra cui sostenere centri di gravidanza in crisi e case per madri in attesa, preghiera e consulenza nei luoghi in cui si verificano aborti, ritiri spirituali per coloro che sono stati colpiti dall’aborto. Le Costituzioni e il Direttorio dei Frati Francescani del Rinnovamento prevedono che “con i permessi appropriati, i frati non esitano a partecipare ad atti di obiezione di coscienza alle azioni che attaccano l’inviolabilità della vita umana e cercano di rompere il legame comune di solidarietà umana”. A questo proposito ricordiamo il chiaro insegnamento di Papa Giovanni Paolo II nel “Vangelo della Vita” che ci ricorda che l’aborto è un crimine che nessuna legge umana può pretendere di legittimare. Non vi è alcun obbligo in coscienza di obbedire a tali leggi; invece c’è un obbligo grave e chiaro di opporsi a loro per obiezione di coscienza. Fin dagli inizi della Chiesa, la predicazione apostolica ha ricordato ai cristiani il loro dovere di obbedire alle autorità pubbliche legittimamente costituite (cfr Rm 13,1-7; 1 Pet 2: 13-14), ma allo stesso tempo ha fermamente avvertito che “dobbiamo obbedire a Dio piuttosto che agli uomini” (Atti 5:29). Nell’Antico Testamento, proprio per quanto riguarda le minacce contro la vita, troviamo un significativo esempio di resistenza al comando ingiusto di chi ha autorità. Dopo che il faraone ordinò l’uccisione di tutti i maschi appena nati, le ostetriche ebraiche rifiutarono. “Non fecero come il re d’Egitto comandava loro, ma lasciarono vivere i figli maschi” (Eso 1:17). Ma la ragione ultima della loro azione dovrebbe essere annotata: “le ostetriche temevano Dio” (ibid.). È proprio dall’obbedienza a Dio – a chi solo è dovuto quel timore che è il riconoscimento della sua assoluta sovranità – che nascono la forza e il coraggio di resistere alle ingiuste leggi umane. È la forza e il coraggio di coloro che sono preparati persino ad essere imprigionati o messi alla spada, nella certezza che questo è ciò che rende “la perseveranza e la fede dei santi” (Ap 13,10). (Cf. The Gospel of Life, n 73). Pertanto, ricordando la testimonianza pro-vita di molti che hanno cercato di salvare i bambini non ancora nati e le loro madri dall’aborto, in particolare l’attività ispiratrice del vescovo Austin Vaughn, il vescovo George Lynch e il nostro p. Benedict Groeschel, CFR sosteniamo pienamente il nostro confratello, p. Fidelis Moscinski, CFR mentre si unisce ad altri nel “Salvataggio delle rose rosse”. Lui, insieme ad altri individui in un certo numero di città degli Stati Uniti, ha cercato di persuadere le madri che cercano l’aborto invece di scegliere la vita per se stesse e per i loro bambini. Hanno raggiunto con amore e compassione e offerto alternative che affermano la vita. Infine, come discepoli di Gesù Cristo e seguaci di San Francesco d’Assisi, chiediamo a tutte le persone di riconoscere, rispettare e difendere con zelo il diritto alla vita dei nostri fratelli non ancora nati, di raggiungere le madri e i padri in gravidanze in crisi e lavorare insieme per costruire un’autentica cultura della vita.

Condividiamo la meravigliosa iniziativa che la nostra amica Costanza Miriano ha lanciato nel suo blog

Come per l’Humanae Vitae sotto attacco abbiamo raccontato qui le storie di tante vite che sono state letteralmente salvate dall’annuncio della Chiesa sulla sessualità e l’apertura alla vita, che sono state incredibilmente più felici grazie al coraggio di Paolo VI, così adesso mi piacerebbe che raccontassimo la bellezza della Chiesa attraverso le parole di chi la conosce davvero (cioè non il giornalista collettivo).

Ora che per il tradimento di alcuni sacerdoti il volto della Chiesa sembra più macchiato e sporco di quello che è nella realtà, forse è il caso di ricordare quanto bene fanno i sacerdoti in tutto il mondo. Un bene che in certi casi arriva fino al martirio, e all’eroismo di chi vive in situazioni estreme. Ma c’è anche il martirio e l’eroismo di chi dà la vita una confessione alla volta, ascoltando, accogliendo, caricandosi di pesi, istruendo, educando, aiutando in tutti i modi, economici e spirituali, curando la liturgia con amore. Oltre a essere il tramite unico e indispensabile e insostituibile per Dio, nei due sensi: Dio senza di loro non arriva a noi, e noi non arriviamo a lui. Non mi stupisce che la Madonna li chiami “i miei figli prediletti”.

Vorrei che raccontassimo quanto bene fanno, spesso nel silenzio e nell’ombra, perché è giusto ogni tanto ringraziare, e ricordare che in mezzo ai preti pedofili (pochissimi) e a quelli omosessuali che non combattono la propria inclinazione (pochissimi, anche se purtroppo un po’ più numerosi nei pressi del Vaticano, ma comunque molti, molti di meno di quelli che danno la vita davvero al Signore e a noi), c’è una schiera di preti che camminano verso la santità, e che hanno bisogno della nostra stima e delle nostre preghiere.

Ho pensato tanto a come parlare di tutti i sacerdoti che sono o sono stati importanti per me (ne ho contati oltre centoventi solo nella rubrica del telefono, molti di più nella rubrica della memoria). Volevo trovare un metodo, perché sono stati davvero tanti quelli decisivi per la mia vita, e moltissimi altri che ho solo incrociato ma da cui ho sempre ricevuto qualcosa di buono, o anche prezioso. Mai da nessuno, per inciso, uno sguardo fuori posto (mi devo offendere?), un gesto meno che appropriato, neppure quando ero giovane e fresca, e non, come oggi, un esemplare per collezionisti di modelli d’epoca.

Il primo prete con cui ho litigato, e a cui dunque ho voluto bene è stato quello che insegnava religione quando ero alle elementari, e che si doveva sorbire le mie presuntuose domande da rompiscatole (è un mistero come facesse tanta arroganza a stare in pochi centimetri e pochissimi chili): mi chiamava l’avvocato delle cause perse, e sebbene non mi torni in mente molto di quello che diceva, mi ricordo perfettamente la dolcezza di don Antonello, il suo sorriso e la sua amabilità. Si “faceva litigare” da me con mansuetudine, che poi è l’unica cosa che possiamo davvero insegnare, cioè l’amore per quelli che ci sono consegnati.

Quello a cui devo le basi della fede e un’infinità di ricordi felici e risate e ritiri spirituali e pellegrinaggi e merende è però il Doni, cioè don Ignazio, che era parroco quando cambiai casa a otto anni, e 40 anni dopo è ancora parroco lì, quasi con la stessa energia, di certo con più amore per il Signore: quando ci portava a benedire le case con la 126 che sfrecciava a 50 all’ora (da cui l’appellativo “Don Ignazio il primo prete dello spazio”) ci sembrava di essere dei privilegiati per le caramelle e le catechesi esclusive che ci portavamo a casa, dopo averle ascoltate in un abitacolo che oggi troverei minuscolo ma che allora mi sembrava una business class.

Non posso certo fare un elenco perché interesserebbe solo me, e poi sarebbe quasi interminabile, ma devo almeno ricordare, perché è morto, padre Arsenio Ambrogi, da cui andavamo a fare i ritiri dei tempi forti al santuario dell’Amore misericordioso, che al termine della confessione ti faceva sentire davvero in paradiso, quando sorrideva con gli occhi chiusi, e sembrava vedesse (o forse vedeva davvero) le realtà ultraterrene.

Dopo di loro, quelli di quando ero bambina, ci sono stati preti che mi hanno dedicato ore ed ore di ascolto, preti che sento padri, altri fratelli, altri amici: che hanno veramente dato la vita per me e per tante altre persone, fornendo ascolto gratuito, paziente, infaticabile, intelligente, vero (il fatto che un uomo ascolti così una donna che non vuole sedurre è una delle prove dell’esistenza di Dio).

Ho visto preti con i vestiti consunti perché davano tutto, altri senza soldi per mangiare. Qui, in occidente. Ho visto preti non dormire, non avere il tempo di curarsi perché si lasciavano prendere tutto dagli altri. A volte severi quando volevo essere compatita, altre accoglienti quando mi aspettavo di essere sgridata a sangue. Ho visto preti obbedire dolorosamente e in silenzio, ne ho visti tantissimi soffrire per il male nella Chiesa, ma senza mai lasciarsi sfuggire una parola di condanna (ma io sono femmina, mi basta vedere un sorpacciglio leggermente contratto). Ho visto preti sostenere genitori che avevano perso un figlio, o bambini a cui era morta la mamma; ho visto preti dire a una ragazza di sedici anni che le doveva essere amputata una gamba; ho visto preti sostituire con figli adolescenti e drogati padri che erano morti; ho visto preti mettere una croce sul loro cuore e attraversare l’Oceano per rimanere fedeli alla loro vocazione; ho visto preti fare un lavoro sul loro sguardo, per essere accanto a delle donne belle e un po’ innamorate di loro – quando un prete è davvero virile, ha questi problemi – senza mai cedere di un centimetro; ho visto preti aiutare mamme con crisi isteriche a fidarsi dei loro mariti, restituire loro la stima dell’uomo che avevano accanto, e da cui volevano scappare rifugiandosi da loro; ho visto preti donare i propri organi a una sorella; ho visto preti lasciare carriere promettentissime e cestinare titoli di studio; ho visto preti dell’alta borghesia andare a vivere nelle borgate e cercare gli ultimi; li ho visti abbracciare barboni; li ho visti partire in missione e stare senza portare apparentemente frutto per un tempo interminabile, ma rimanere per essere un seme macerato; li ho visti togliersi la giacca nuova appena ricevuta in regalo per darla a una vecchietta; li ho visti assumersi il rischio della guida spirituale di migliaia di giovani: li ho visti accettare tumori con il sorriso sulle labbra; li ho visti morire di sla con la gente intorno a godere fino all’ultimo minuto della loro santità; li ho visti accompagnare un diciassettenne a morire senza concedersi nessun sentimentalismo.

Li ho visti, e sono molti, molti di più degli altri.

Raccontateci anche voi di questi uomini peccatori ma indispensabili, di questi figli prediletti, di questo tramite al sacro di cui ogni giorno dobbiamo essere grati a Dio: ne basta uno, uno solo, bastano due righe (non fate come me che mi faccio prendere la mano e poi finisce che mi commuovo).

(mail del blog:  sposatiesiisottomessa@gmail.com )