Voglio essere sincera, quando sono incappata in questo libriccino, l’ho preso piuttosto alla leggera.
Non pensavo che avrei trovato in una storia che vede il suo inizio in una locanda, in cui l’unico dialogo sono tafferugli e botte tra uomini, qualcosa che mi toccasse nel profondo.

E ho compreso che mi sbagliavo.

Potete leggere il resto di questa interessante recensione al libro di Edoardo Dantonia sul blog di Letizia Turrà.

 

 

“Rivolta alla Locanda” è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice e Amazon.

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(Intervista uscita su 50 sfumature di Biella)

Edoardo Dantonia è un giovane ragazzo biellese con la passione per la letteratura. Tanta è la sua voglia di scrivere, da decidere di “sfogarla” con la stesura di un libro.

Il tomo che ha deciso di scrivere, intitolato “Rivolta alla Locanda”, racconta molto di lui e delle sue passioni letterarie.
 Dentro al racconto di Edoardo, troverete un’enorme “pezzo” della letteratura mondiale, a cui il “nostro” giovane scrittore si è ispirato. La “Rivolta alla Locanda” rispecchia molto la società moderna, fatta di follia, amore per la vita, speranza, fede e carità. In questa intervista tuttavia, conoscerete solo un piccola parte di Edoardo.

Mentre, attraverso il suo libro potrete, forse, capire molto di più lui. Ah! dimenticavo… “Rivolta alla Locanda” è davvero divertente, e penso che potrebbe esserlo anche per voi.

Edoardo racconta chi sei…


Non amo molto parlare di me. Preferisco sempre che siano i miei racconti, a farlo al posto mio. Ad ogni modo, basti accennare alla mia passione per la scrittura. La coltivo da quando ho iniziato ad addentrarmi nel mondo della letteratura, ovvero quando ho iniziato frequentare il Liceo Classico. Dopo anni di piccole e sporadiche esperienze, Dio mi ha concesso la grazia di vedere pubblicato un primo racconto. Per questo devo ringraziare la Berica Editrice, che ha deciso di editare “Rivolta alla Locanda”. Spero sia solo il primo, di una lunga serie…

Di cosa parla il tuo libro e cosa ti ha portato a scriverlo?


Il racconto parla di me e di voi, di tutti insomma. Il leitmotiv è infatti il dogma secondo cui non ci si salva da soli, e in cui io credo fermamente. Da cristiano, parlo di una salvezza ultraterrena. Anche se comprendo l’ostilità con la quale si potrebbe accogliere tale concetto oggigiorno. Ma la salvezza di cui tratto, può essere letta in una chiave più laica, diciamo. Anzi, una non esclude l’altra. Poiché credo che la salvezza divina, non elimina la salvezza terrena. Dalle nostre brutture, dalla malinconia, dalla disperazione veniamo infatti salvati dagli altri: non è mai uno sforzo di volontà da solo a coglierci dall’abisso, ma bensì due occhi che ci guardano e una mano che ci trae. Ho voluto condividere questo pensiero, come mia personale esperienza di “salvazione” con gli altri. Non voglio insegnare nulla o fare della banale morale, ma soltanto farvi partecipare.

Da dove nasce la tua voglia di scrivere?


Di scrivere ho sempre avuto voglia. Scrivere racconti, invece, è una passione che ho sviluppato solamente da poco tempo, da circa un anno e mezzo. A mio parere, raccontare è la forma più alta di letteratura. Che si tratti di poesie, di romanzi o di canzoni, raccontare costituisce uno dei doni più grandi che si possa fare agli uomini. Attraverso il racconto, l’uomo riceve nelle proprie mani vite da vivere, emozioni da provare, occhi attraverso cui guardare. D’altronde la letteratura ha questa particolare funzione catartica, che ti permette di fare esperienza di amore, odio, vendetta e perdono, senza lo scotto del reale. Ecco, mi piace pensare di poter rendere questo servizio agli altri: dare loro delle vite da vivere, senza ovviamente la pretesa di produrre chissà che grandi classici, ma con la speranza di entrare nel cuore di qualcuno.

Il libro ha cambiato qualcosa in te, oppure sei tu ad essere cambiato per poter scrivere il libro?


Il libro parla di un cambiamento, di una “conversione”, che è poi la conversione che sto vivendo io. Il libro è testimone di un cambiamento, più che lo strumento di esso e questo cambiamento ognuno può ravvisarlo in sé stesso, se solo è abbastanza onesto da farlo. Io non mi ritengo un uomo di grandi doti e di spiccata intelligenza: semplicemente sono uno che osserva e giudica, costantemente; specialmente sé stesso. “Rivolta alla Locanda” è, se vogliamo, il racconto di un uomo che ritrova le ragioni per amare questo mondo e chi lo abita, che riscopre il piacere delle piccole cose, i valori dell’amicizia e della fede. Tutto questo grazie ad una persona che lo trascina, spesso fisicamente, a destra e a sinistra per mostrargli che per ciò che si ama, vale sempre la pena lottare.

Spesso sono le cose semplici a dare maggiore soddisfazioni, è inutile affannarsi nel cercare sempre la “cosa” più complicata.

“Rivolta alla Locanda” è un po’ questo, una “cosa” che hai sotto il naso, ma che non sai cogliere. Intenso, profondo e ricco di passione, tutto ciò che serve oggi per essere in qualche modo felici.

(intervista su Rivolta alla Locanda a cura della redazione di Campari & De Maistre)

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un’ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all’epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell’assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d’aria fresca. Così, per quel processo d’imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po’ folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C’è certamente l’idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l’appunto. E altrettanto certamente c’è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt’ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l’inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt’altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un’impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All’inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d’amore…
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l’incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all’esterno. D’altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell’autogrill.

(recensione di Emiliano Fumaneri/Andreas Hofer su La Croce Quotidiano)

Amo le storie avvincenti, i racconti di fedeltà e coraggio capaci di stimolare la curiosità del lettore. Tutti ingredienti che si danno appuntamento nel romanzo d’esordio del giovane Edoardo Dantonia. Parlo di “Rivolta alla Locanda”, quarta uscita della collana UOMOVIVO per Berica Editrice.

Classe 1992, biellese, Dantonia si ispira apertamente a quell’impareggiabile maestro di paradossi che risponde al nome di Gilbert Keith Chesterton. È stato proprio lo scrittore londinese a dirci che ogni vero romanzo ha bisogno di tre personaggi: deve esserci anzitutto una Principessa, l’oggetto da amare; ma occorre anche la presenza del Drago, l’oggetto da combattere; infine ci vuole San Giorgio, colui che ama e combatte per ciò che ama.

In ogni vero romanzo, infine, non può mancare proprio il duplice tema dell’amore e della battaglia. Dove c’è amore, dice GKC, deve esservi anche lo spirito della battaglia. Non si può amare qualche cosa senza desiderare di combattere per essa, né si può combattere senza qualcosa per cui battersi. Tanto che non c’è sciagura peggiore per il mondo dell’attuale tendenza a separare radicalmente l’amore dalla guerra, sicché a un Nietzsche per il quale è meglio combattere anziché amare risponde un Tolstoj che afferma che meglio sarebbe amare invece che combattere.

Un altro elemento capace di rendere credibile una storia, dice ancora Chesterton, è questo: che l’eroe deve essere un uomo ordinario, sono le sue avventure ad essere straordinarie. Le vecchie fiabe narrano le avventure di uomini normali alle prese con un mondo impazzito. Ed è per questo che sanno parlare agli uomini di tutti i tempi. Il romanzo realistico di oggi, presto dimenticato dalla memoria degli uomini, narra invece le imprese di esseri anomali, fuori dal comune, invischiati in un mondo grigio e monotono.

È da questa mescola di ingredienti, come preannunciato, che prende forma il romanzo del giovane Dantonia. Draghi, eroi e principesse non difettano certo in questo racconto dinamico, frizzante, da leggere tutto d’un fiato. Una storia avvincente, che si tinge di giallo grazie a un viaggio dall’incerta destinazione e a un inseguimento ricco fino alla fine di sorprese.

Ben caratterizzati appaiono anche i due protagonisti del racconto, il corpulento idraulico Alonso Pecherton e un giovane esattore di nome Friedrich Malthus. Il primo, sorprendentemente agile nonostante l’evidente sovrappeso, è un devoto cristiano. Pecherton crede nella Provvidenza divina, ai disegni della quale non disdegna peraltro di dare un sostanzioso aiuto menando fendenti a destra e a manca. Il suo sodale, Friedrich Malthus, è invece un razionalista che confida nello spirito organizzativo dell’uomo. Ma una volta superata l’iniziale ritrosia anche lui si lascerà coinvolgere da Pecherton in un’avventura dagli esiti imprevedibili.
In “Rivolta alla Locanda” gli amanti di GKC, lo ricorda la prefazione di Marco Sermarini, ritroveranno numerose analogie coi racconti chestertoniani: la diffidenza tipicamente britannica per ogni specie di idolo societario, sia che vesta i panni del Big Business o dello Stato Servile; la meraviglia per l’ordine della realtà, la morale delle favole… E naturalmente su tutto regna onnipresente il paradosso, che si fa strada soprattutto nei surreali dialoghi tra Pecherton e lo scettico Malthus.

Ma che cos’è un paradosso? E soprattutto a che serve? Ce lo spiegò meglio di chiunque altro Annalisa Teggi, la grande esperta e traduttrice dello scrittore britannico (nonché scopritrice di Dantonia). Per Chesterton, ci disse la Teggi, il paradosso è molto più che uno strumento. È piuttosto un alleato che calza all’uomo come gli occhiali che gli consentono di “mettere a fuoco” la propria presenza nel mondo. Grazie all’apparente follia del paradosso la vista si rovescia, per poi raddrizzarsi e ritornare così alla sua semplicità originaria. GKC usa l’occhiale del paradosso per risvegliare alla coscienza le «tremende bazzecole»: le evidenze del senso comune, le verità della quotidiana esperienza umana. Sono queste realtà fondamentali, profonde, a reggere l’intero universo.

L’iniziale stranezza del paradosso apre così alla calda meraviglia dell’essere. È quanto accade anche nel racconto di Dantonia: le bizzarre intuizioni di Pecherton, che inizialmente possono farlo apparire letteralmente folle, rivelano nel flaccido idraulico un atteggiamento opposto alla pazzia. Il folle, ce lo ricorda Chesterton stesso, è quell’essere che ha perso tutto fuorché la ragione. Per il pazzo da manicomio la stranezza coincide con la propria normalità. Non c’è nulla di cui meravigliarsi, secondo la sua angusta visuale. Pecherton per contro è un uomo che sta cercando tutto. Per questo è capace di meravigliarsi davanti a ogni cosa. Anche le più ordinarie realtà dell’esistenza sono ancora stupefazione e prodigio per chi sa vederle come elementi di un meraviglioso affresco o come parti di una estasiante sinfonia.

È una ricerca che combacia coll’intimo desiderio di una santa come Teresa di Lisieux («Scelgo tutto!»). Scegliere tutto: l’unica maniera per non perdere nulla. Ecco allora che l’eterno movimento del paradosso si rivela come la pietra angolare di “Rivolta alla Locanda”: per trovare la ragione, bisogna lasciare che essa si perda nel mistero; per trovare la speranza, bisogna disperare delle proprie forze; per trovare l’amore, bisogna dimenticare se stessi.

 

(recensione di Giulia Tanel uscita sul blog di Costanza Miriano)

«Posso chiederle una cosa? È una domanda che mi frulla in testa dal primo momento che l’ho incontrata…», Malthus si voltò verso il suo compare, guardandolo dritto in faccia. «Dite, dite pure», acconsentì Pecherton.
«Perché diavolo sorride sempre? Cioè, è una malattia, la vostra? O siete semplicemente toccato?».
«In effetti sì, lo è. Si tratta di una malattia piuttosto grave, una malattia che, una volta che ti ha preso, non ti abbandona mai».
«Ma… è contagiosa?», chiese Malthus preoccupato.
«Oh, cielo, contagiosa come nessun’altra!», esclamò il presunto malato, destando in entrambi gli uomini all’interno dell’auto un certo disagio, tanto da indurlo ad aggiungere in fretta: «Ma è una malattia che chiunque vorrebbe contrarre, non temete».
«Chi mai vorrebbe contrarre una qualunque malattia?», chiese perplesso l’esattore.
«Chiunque voglia essere un uomo vivo».
«Ma di che male si tratta, insomma?».
«Visto che ci tenete a saperlo, questo male così tremendo si chiama realismo».


Essere uomini, essere vivi, essere realisti ed essere cristiani. Si tratta di quattro affermazioni apparentemente banali ma che, se si riflette, di scontato non hanno nulla. In quanti, al giorno d’oggi, possono dire di aver fatto propri questi attributi e di riuscire a incarnarli nella “complicata banalità” del vivere quotidiano? Probabilmente in pochi. Ma si badi bene che questa constatazione non diventi una scusa per non mettersi il gioco: il viaggio alla loro conquista è per tutti: «[…] bastano un buon cuore e una volontà salda».

Ed è proprio questo viaggio verso una nuova vita, più fertile, che viene narrato dal giovane Edoardo Dantonia nel suo libro d’esordio Rivolta alla Locanda – la quarta preziosa pubblicazione della collana UOMOVIVO della Berica Editrice –, che deve molto al cristianesimo incarnato nella felice penna del profetico G. K. Chesterton.

Un viaggio, quello del giovane protagonista Friedrich Malthus, ambientato in un contesto sociale segnato dai paradossi, primo tra tutti il folle desiderio degli uomini di creare un mondo a proprio piacimento. E un viaggio compiuto sotto la paterna guida (… e quanta nostalgia c’è, nei ragazzi di oggi, di figure di virgiliana memoria!) del caricaturale Alonso Pecherton: il che, come in ogni avventura che si rispetti, non fa che arricchire il racconto di esilaranti episodi e colpi di scena.

Come scrive l’Autore, Malthus ha il privilegio di nascere per la seconda volta: «Siete di fronte a un nuovo mondo! Voi siete nato oggi! […]Guardi! Guardi l’umanità viva! Senta il vento tra i capelli! Ascolti il suono del mondo che gira!». È, questa, una fortuna concessa a poche persone ma che – leggendo tra le righe – viene proposta anche ai Lettori, nessuno escluso, al fine di andare a fondo di se stessi e scoprire il proprio valore: infatti – si domanda retoricamente Pecherton – «il fatto che nel mondo ci sono miliardi di persone dovrebbe impedirci di considerare ognuna di esse una meraviglia che cammina?».

Arrivati a questo punto della lettura, qualcuno potrebbe comprensibilmente sollevare un’obiezione: perché mai una persona mediamente intelligente dovrebbe abbandonare la comodità edonistica dell’immobilismo, che tutto ovatta e niente spera?

La risposta, adatta solo per persone rivoluzionarie, emerge pagina dopo pagina ed è di fondamentale importanza: è necessario intraprendere questo viaggio per diventare uomini, per essere vivi, per non farsi imbrogliare da mefitiche ideologie che di realistico hanno poco e, last but non least, per potersi finalmente dire cristiani, che poi altro non è che «l’unico modo di vivere degnamente, è ovvio».

 

(Recensione di Silvia Lucchetti uscita su Aleteia)

“Rivolta alla locanda” di Edoardo Dantonia è il quarto libro della collana UOMOVIVO (Berica editrice). Dopo aver presentato i primi tre: “Osservazioni di una mamma qualunque”, “Le nuove lettere di Berlicche”, “Lettere a una moglie” è la volta di questo nuovo racconto che – come scrive nella prefazione Marco Sermarini – avrà un sapore «molto familiare per chi è amico di Gilbert Keith Chesterton», e per chi ancora non lo conoscesse: niente paura!

La vicenda prende avvio in una “una bettola fatiscente spacciata per locanda”, che ricorda forse un po’ il bar di Boe dei Simpson e un po’ i bar vissuti e sgangherati dei film western.

IL SIGNOR GRANT, ALONSO PECHERTON E FRIEDRICH MALTHUS

«(…)Un ventilatore pendeva dal soffitto, girando pigramente e accompagnando il volare di alcune mosche. L’arredamento era quasi totalmente di legno, eccezion fatta per il vetro delle bottiglie di vino e altri alcolici. Gli unici esseri viventi presenti oltre alle mosche erano il locandiere, un uomo grassoccio di mezz’età con più menti che capelli, i quali erano sia radi che grigi, e un grembiule logoro legato in vita; un uomo riverso su un tavolino i cui lunghi capelli grigi sovrastavano alcuni boccali di birra vuoti; e un vecchio che definire robusto sarebbe un infimo eufemismo, con un sorriso da ebete stampato in volto, contornato da due guance rosse come ciliegie, al cui centro spuntava un naso che chiunque avrebbe potuto scambiare per una patata: ai lati di questo naso alla Depardieu s’intravedevano due occhietti apparentemente socchiusi, mentre in testa spuntavano pochi capelli, grigi come quelli degli altri due uomini, ma decisamente più disordinati. I tre conducevano le loro rispettive attività, se di attività si può parlare, ignorandosi l’un l’altro. A un tratto un giovane in giacca e cravatta fece il suo ingresso rompendo quella monotonia, i capelli impomatati e lo sguardo severo e sprezzante. Portava una ventiquattrore nera al suo fianco(…)».

Il giovane altezzoso è Friedrich Malthus, un esattore delle tasse giunto per informare il Signor Grant che è insolvente da quasi un anno per cui dovrà necessariamente pagare ciò che deve entro due giorni, pena la chiusura della locanda. Pecherton, il robusto cliente, non resiste e di fronte alla richiesta dell’esattore reagisce con la forza, lo aggredisce, lanciandosi in difesa del signor Grant. Rompe vetri e fa volare gli sgabelli in aria da una parte all’altra della locanda, così caccia via Malthus e risveglia l’orgoglio sopito del proprietario.

Da qui prende sorprendentemente il via l’intera avventura che finirà per restituire slancio alla grigia vita dello spento esattore, grazie alla guida insopportabile, manesca, imponente e preziosa del signor Pecherton. Quest’ultimo lo spingerà “di peso” ad intraprendere un viaggio assurdo e incosciente alla ricerca della bellissima ragazza incontrata in autogrill di cui il giovane si è invaghito. Tra risse, incontri surreali, dialoghi astratti e peripezie d’ogni genere Malthus ritroverà luce, coraggio, bellezza, umanità: la pienezza di se stesso.

SORPRENDERSI DI FRONTE ALLE MERAVIGLIE

Quando Pecherton invita Malthus a fermarsi ogni qualvolta si trovi a scorgere qualcosa da ammirare resta presto deluso…

«Amico mio, la situazione è grave(…)Vi avevo detto di soffermarvi ogni qual volta aveste visto una cosa degna d’essere ammirata, eppure avete superato con indifferenza almeno una dozzina di meraviglie. Non potete immaginare la sofferenza che m’avete procurato costringendomi a seguitare dietro a voi».
«Meraviglie? Di che meraviglie parla?».
«Ma come di che meraviglie parlo? L’incredibile tenacia con cui la lenta chiocciola s’inerpica su per il muro, nonostante il mastodontico peso del guscio a cui è attaccata. La bellezza di quell’adorabile felino che riposa le membra all’ombra della panchina, incurante del resto del mondo. L’infinita poesia di quel giornale finito a terra, trascinato dal vento: chissà chi l’ha letto qualche istante prima, chissà cosa c’è scritto, chissà dove finirà ora… Forse nella spazzatura, o forse qualcun altro lo coglierà e ne farà una barchetta di carta!».

UN PICCOLO CROCIFISSO DI LEGNO

Prima di intraprendere il fantastico e provvidenziale viaggio alla ricerca della bella giovane dell’autogrill, i due protagonisti girano per le vie del paese incontrando diversi personaggi. Ciò che avviene nell’emporio è fondamentale:

Pecherton chiede un’ampolla di Achillea e una di mirra, necessarie a parer suo per intraprendere il viaggio con il suo nuovo amico ignaro di ciò che sta per accadere. Dopo che il proprietario gli consegna il prodotto, il gigante buono trae dalla sua tasca un piccolo crocifisso di legno e lo consegna al negoziante che grato si prodiga subito per appenderlo al muro. Malthus invece storce il naso, mostrando tutto il suo fastidio.

«Disapprovo fortemente (…)Siamo in uno Stato laico, se fosse per me impedirei di appendere simboli del genere in luoghi di accesso pubblico».

Il giovane esattore incalza, e argomenta la sua tesi tirando in ballo il rispetto delle altre religioni, la laicità dello stato – che gli ricorda Pecherton non significa ateismo – fino a che quest’ultimo non arriva a dargli apparentemente ragione, ed esclama che, a questo punto ogni crocifisso deve essere abbattuto.

Detto fatto! Il gigante inizia a distruggere tutto ciò che assomiglia anche vagamente ad una croce per il solo fatto che due elementi vengono a sovrapporsi perpendicolarmente l’uno all’altro. Fino a che…

«(…)Pecherton alzò lo sguardo al soffitto, rendendosi conto che le loro teste erano sovrastate da due grossi incroci di travi di legno. La sua espressione si fece a un tempo determinata e rabbiosa. Con un salto che non ci si sarebbe mai aspettato da un uomo di quella mole si appese a una trave, facendo scricchiolare tutto il soffitto. Malthus comprese che rimanevano due vie da percorrere: fuggire lasciando i due cristiani al loro destino, o intervenire e impedire al folle omone di compiere una strage. Infine prese coraggio e, prima che Pecherton potesse combinare il disastro, lo trasse al suolo con uno strattone, provocando un gran rimbombo in tutto il locale e forse anche al di fuori».

A questo punto Pecherton, continuando la sua farsa, così lo apostrofa:

“«Non capisco, non eravate voi a difendere la laicità dello Stato?», chiese Pecherton, issandosi a sedere.
«Lei è fuori di senno! Non ho detto di distruggere ogni croce dalla faccia della terra!».
«E perché no? Perché togliere da una parete un piccolo incrocio di legnetti e lasciare intatto un ben più imponente ed opprimente incrocio di travi?».
«Perché che due travi s’incontrino è una questione meramente fisica: sono stati costruiti per sostenere un soffitto. Un crocifisso è un simbolo religioso».
«Come per ogni simbolo, vi si dà il significato che si vuole dare. Io non mi adiro coi satanisti che rovesciano la croce, poiché per loro è uno sfregio nei confronti di Cristo, per me è un onore nei confronti di Simon Pietro. La verità mi pare dunque evidente, signor Malthus: voi odiate il Cristianesimo. Non siete semplicemente ateo, cioè senza Dio: siete contro Dio. O, meglio, siete contro il Cristianesimo. E siete contro il Cristianesimo perché esso è portatore di verità, e la verità è spesso odiosa»”.

Pecherton costringerà Malthus a mettersi in gioco, a buttarsi, a ricredersi. Gli spiattellerà in faccia la verità, imponendogliela quasi e dimostrandogli con le parole e i fatti l’inconsistenza delle sue convinzioni e la codardia di taluni suoi atteggiamenti. Il giovane esattore, grazie alla profonda amicizia di questo gigante buono riscoprirà in sé la nobiltà dell’essere uomo e il coraggio di battersi per la giustizia e la verità. Questo libro apparentemente leggero e che addirittura sembra rivolgersi a un pubblico tutt’al più di ragazzi, rappresenta invece una metafora del moderno uomo occidentale, schiacciato dal peso dei condizionamenti economici, incapace di osservare le semplici ma straordinarie bellezze che ha intorno, tristemente svuotato della passione per la vita e disumanizzato. Dentro di sé ha però il seme del riscatto, la cui fioritura necessita di un Altro che gratuitamente riesce a restituirgli la luce per intraprendere il suo cammino di rinascita.

(articolo uscito nel blog Nel nome del Padre a cura di Gloria Callarelli su Today.it)

Sono giovani, carini e soprattutto cristiani: è il nuovo che avanza, un esercito di ragazzi pronti a testimoniare quanto Cristo abbia cambiato le loro vite. Sono i nuovi apostoli pronti a chiamare alla fede le nuove generazioni attraverso il loro linguaggio: la musica, i libri, il web. Una missione non facile in questo mondo, ma la regia delle loro vite è quanto di meglio potessero avere.

DEBORA E I REALE. Ci sono i navigati Reale, reduci da un successo meritato con “Serpenti e colombe” che li ha inseriti nella top 100 degli album più scaricati in Italia: non stiamo parlando, però, della categoria ‘musica cristiana’ ma di quella generale che li vede davanti ad artisti più blasonati come Jovanotti e Tiziano Ferro. Un buon segno del Cielo per un album energico e meraviglioso che tutti dovrebbero avere nella propria collezione. Poi c’è la bravissima Debora Vezzani che instancabile porta il suo “Come un prodigio” tour in Italia e in Europa: la sua musica, il suo legame con la Madonna, i suoi valori. Debora è ormai un patrimonio della musica italiana.

GRANDI PROMESSE. Il 30 settembre, invece, in contemporanea, ci sarà l’uscita di ben due nuovi album: “Il Cielo è dentro noi” di Lorenzo Belluscio e “Vento caldo” di Michele Pavanello. Il talentuoso Lorenzo quest’anno ha avuto la possibilità di esibirsi alla Giornata mondiale della Gioventù in Polonia: “Un’emozione grande, una cosa bellissima” ci ha confidato. La sua compilation contiene sette inediti i cui testi sono firmati interamente da lui e la musica da Damiano Ferrari. Un lavoro più maturo rispetto ai precedenti con generi che vanno dal rock, al pop fino alla dance. Ci ha raccontato: “Senti che nel fare questo lavoro Qualcuno ti aiuta dall’alto. Pensa che per completare la canzone “Da quando ci sei Tu” ho trovato l’ispirazione alzando gli occhi dal mio foglio: avevo davanti un santino con la frase ‘Ho dato la mia vita per te’. Beh era perfetta per concludere il mio pezzo!”. L’album si troverà dal 30 settembre sul sito di Lorenzo (lorenzobelluscio.com) e dal 5-6 ottobre in tutte le librerie religiose d’Italia. In contemporanea, dicevamo, uscirà anche il nuovo ep di Michele Pavanello, interamente autoprodotto. Cinque brani rock e blues per dare voce ad un profondo messaggio: non dobbiamo vivere rassegnati, né indignarci per le ingiustizie del mondo, ma sporcarci le mani per cambiare le cose. Una voce speciale, basta ascoltare il singolo di lancio “La luce siamo noi” per innamorarsene e a giudicare dalla classifica di Cecilia in moltissimi l’hanno già fatto: è già prima, infatti, nella top 20 della settimana.

NON SOLO MUSICA. Ma non c’è solo la musica. Prendete i “Mienmiuaif”: Giuseppe e Anita sono due ragazzi, marito e moglie, che stanno portando avanti un progetto cristiano a tutto tondo fatto anche di canzoni certo, (roba buona, punk da “salotto”, come dicono loro, con voce mozzafiato), ma completato anche da un blog “irriverente” e da una collana di libri surreale e spettacolare intitolata Uomovivo e incentrata su “uomorismo, vita di coppia, Dio”. “Lettere a una moglie” è la dedica che lui fa a lei, una raccolta da ridere, riflettere, amare. Il tutto con la supervisione “straordinaria” di un certo Gilbert Keith Chesterton, grande scrittore cattolico dell’Otto-Novecento e con sponsor d’eccezione come Costanza Miriano e gli organizzatori del Family day che si sono invaghiti dei due artisti facendoli esplodere sul web.

Un ottimo biglietto da visita arriva anche da un altro giovane scrittore che ha sposato la causa Uomovivo, Edoardo Dantonia: 24 anni, pochi giorni fa è uscito il suo “Rivolta alla Locanda” un manoscritto che è un “religion western”, condito con un po’ di sana ironia e di folle amore. Edoardo ha sempre voluto essere uno scrittore, aveva solo bisogno di qualcuno che credesse in lui. Così il Cielo, che conosceva da tempo il suo desiderio, ha fatto di tutto per farglielo realizzare e confessa: “Per me è stata una grande soddisfazione vedere il mio nome su un libro”. La dedica, poi, è di quelle speciali: “Devo tutto a Dio”.

FILM. Infine segnaliamo anche un progetto ambizioso in onore della Gospa: è in lavorazione un film su Medjugorje. Il regista è Simone Visentini, convertito dopo un pellegrinaggio nel paesino della Bosnia-Erzegovina, e l’attore principale è Emanuele Marzani. Giovanissimo, fin da piccolo sognava di poter entrare nel mondo del cinema. Un sogno che si è avverato con una chiamata, quella della Mamma celeste, che lo ha voluto per il primo film su quel luogo speciale. La pellicola si intitolerà “In fondo alla salita”.

“ESERCITO DI GESÙ”. Per tutti loro, e per tantissimi altri che hanno seguito questa strada, un comune denominatore: essere parte di quella generazione che è “l’esercito di Gesù”, giovani che scelgono di abbandonare la vita comoda ed effimera per salire quel monte che porta al Cielo. Con la forza dei talenti che il Signore ha dato loro si mettono in gioco per difendere ed inseguire i loro valori, per difendere ed inseguire Gesù. Il riscatto dell’attuale mondo, perso alla ricerca del nulla, passa anche dalle loro vite, per formare la “resistenza di Cristo” e sconfiggere così i dèmoni del nostro tempo.