di Edoardo Dantonia, autore del western metafisico e chestertoniano “Rivolta alla Locanda”

Una delle cose più incredibili nel vero senso della parola, cioè che si stenta veramente a credere, della vita di Piergiorgio è l’assoluta segretezza con cui compì ogni atto di carità verso il prossimo.

“Non sappia la destra ciò che fa la sinistra”… non fu per il beato una vuota frase sentita di tanto in tanto in chiesa, ma un vero e proprio modo d’essere, di vivere. 
Non fece parola con alcuno delle numerose attività di assistenza che conduceva, se non con l’adorata sorella, che godeva della sua piena fiducia ed era forse la sua unica confidente.

Non disse ad anima viva, ad esempio, degli innumerevoli poveri che visitava nelle soffitte polverose che chiamavano casa, dando loro tutto ciò che poteva e anche di più; tenne per sé le frequenti visite che faceva ai malati del Cottolengo, quando passava con questi ore a leggere un libro o semplicemente ad ascoltarli parlare; mantenne un riserbo totale sui soldi che donava a chi ne abbisognava, chiedendoli ai genitori i quali, proprio a causa di questo silenzio, erano convinti che li scialacquasse in frivolezze.
Soltanto quando la malattia lo riportò al Padre Nostro, il mondo si rese conto di chi veramente fosse quel giovane figlio di senatore, quando cioè al corteo funebre si unì una marea di persone che la famiglia non conosceva nemmeno lontanamente.

Erano tutti gli ultimi e i poveri che Piergiorgio aveva aiutato e di cui non si dimenticò nemmeno quando anche respirare era diventata un’impresa titanica.

Il silenzio fu rotto solamente quando quella massa umana decise di rendere omaggio al proprio benefattore; il segreto fu svelato solo per volontà di chi in quel segreto aveva da lui ricevuto così tanto e perciò non poteva non dargli l’ultimo saluto.

Piergiorgio non si limitò, oltretutto, a fare quello che ci si aspetterebbe da un giovane nella sua posizione: donare soldi a destra e a manca e firmare assegni. No, egli aveva ben compreso come la carità andasse al di là di banconote ed enti benefici.

La carità, come dice Hadjadj, esige un contatto che sfiora il pugilato. Non è carità quella che ci esenta dal fissare i nostri occhi in quelli del barbone che muore di freddo o in quelli della madre che da sola cresce tre figli nell’indigenza o anche in quelli del vecchio malato che non ha nessuno al mondo.
 Firmare assegni e spedirli dall’altra parte del mondo non è carità, ma filantropia. E la filantropia è certamente funzionale ed efficace, ma non è per nulla umana. Filantropia significa un vago sentimento verso l’umanità intera, cioè qualcosa di astratto e distante che non possiamo percepire in alcun modo.

Nella migliore delle ipotesi, la filantropia non è altro che la soddisfazione del proprio ego.

Carità è invece aver ben presente chi è quel povero a cui hai pagato il pranzo o l’anziana signora a cui hai dedicato tot ore del tuo tempo; è saperne il nome, la storia, le opinioni, i gusti.

Solo la carne è amabile, perciò laddove la carne sia tolta dall’equazione, potremo anche compiere l’atto più ammirevole, ma non sarà mai un atto di vero amore.

Non ci si innamora di un’idea, ma di un volto coi suoi occhi e i suoi capelli; non si ama l’umanità, ma questo o quell’altro uomo.

Piergiorgio non amava l’umanità, bensì gli uomini, le persone a cui si dedicava incessantemente; non firmava assegni né donava ingenti somme a qualche associazione per mettersi in pace la coscienza, ma si calava nell’umanità ferita e l’accompagnava in questa valle di lacrime.

Non uffici di banca, ma soffitte polverose.

 

Voglio essere sincera, quando sono incappata in questo libriccino, l’ho preso piuttosto alla leggera.
Non pensavo che avrei trovato in una storia che vede il suo inizio in una locanda, in cui l’unico dialogo sono tafferugli e botte tra uomini, qualcosa che mi toccasse nel profondo.

E ho compreso che mi sbagliavo.

Potete leggere il resto di questa interessante recensione al libro di Edoardo Dantonia sul blog di Letizia Turrà.

 

 

“Rivolta alla Locanda” è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice e Amazon.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Esistono luoghi di comunione fisica e spirituale veramente insospettabili. Al sentir parlare di comunione e spirito, infatti, vengono in mente cose come chiese e templi, o al limite silenziose biblioteche e solenni musei.
Pare cioè che per entrare in contatto con gli altri esseri umani debba regnare un austero silenzio, accompagnato da un’atmosfera composta e misurata.
L’idea che un luogo chiassoso e scomposto possa portare gli uomini ad avvicinarsi, a conoscersi, a mettere in comune nel senso più elevato del termine è un’eresia inaccettabile nell’accezione comune; vaga per le menti la ferrea convinzione che l’ebbrezza dell’alcol o una rumorosa partita a carte non siano in grado di produrre lo stesso effetto che produce una bella Messa in latino o la contemplazione della Pietà del Bernini.
Ecco, io non potrei rifiutare con maggiore forza un tale errore di prospettiva.
La notte di Natale ho spudoratamente saltato la Veglia e poi la Messa, rimandandola al giorno dopo, e mi sono ritrovato presso quella che sta diventando per me una seconda casa, un localino timido e poco visibile dalla strada, un luogo non molto frequentato se paragonato ai grandi e augusti locali storici di Biella, ma pieno di vita e di tutte quelle cose belle e gioiose che portano uomini diversissimi a condividere tra loro intere serate a giocare, bere e schiamazzare in allegria.
Si tratta de L’Alchimista, l’ancora di salvezza della mia vita sociale nel biellese (non sono infatti un gran frequentatore di bar e pub).
Non finirò mai di ringraziare Michele per il dono che ha fatto ai giovani biellesi mettendo a disposizione la sua sapienza e la sua abilità nel creare cocktail d’ogni tipo, offrendo nel contempo l’ambiente più famigliare che io potessi trovare in un luogo pubblico.
Non ricordo una sola volta in cui mi sia annoiato o mi sia rammaricato di non avere passato altrove la serata, si sia trattato di restare assiso su uno sgabello a sorseggiare un buon Manhattan, o di rimanere inchiodato a Star Realms nel tentativo di battere infine l’amico che troppe volte ha vinto, o ancora di sfidare qualcuno a calcetto, lasciandosi andare alle più genuine e caotiche manifestazioni di odio nei confronti della fortuna di chi blocca sempre la pallina col portiere per non si sa quale intervento divino.
In sostanza, L’Alchimista offre tutto quello che i soliti locali non offrono, o offrono solo in parte: famigliarità, calore, ottimo bere e gente sempre allegra.
Le sensazioni che provo quando passo la sera da Michele sono quelle che più si avvicinano al calore che invade il mio petto durante la consacrazione del pane, o alla gioia che mi prende nel sentire dal pulpito la predica di cui avevo bisogno quel giorno in particolare, o alla soddisfazione nello sfogliare il mio libro preferito, o infine alla commozione che mi sovviene quando osservo un dipinto rinascimentale.
La notte di Natale avrei dovuto essere in chiesa, ma in realtà non avrei voluto essere da nessun’altra parte che non fosse L’Alchimista.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Incastonato in un anfiteatro naturale, a circa milleduecento metri di altezza, sta un gioiello prezioso, una gemma rara di cui ogni biellese può andare fiero.
Si tratta del Santuario di Oropa, da secoli meta di pellegrinaggi e simbolo della città di Biella. Spesse volte infatti mi è capitato di elencare luoghi e particolarità del biellese a qualche sconosciuto, per capire se ne avesse mai sentito parlare, e vedere il suo volto illuminarsi solo al sentir nominare Oropa.
Ma il fascino di Oropa riecheggia nei secoli e trascende la materialità, cioè non si ferma ad una bella vista o alla fresca aria che d’estate ci offre una salvezza dal caldo urbano (che pure sono elementi innegabili e apprezzabilissimi).
Il Santuario esercita un’attrattiva di ordine spirituale, oltre che fisico. Ne sono testimone io in primis (anche se immagino di poter non essere una fonte molto attendibile), poiché posso affermare con assoluta certezza di provare un senso di sollievo quando visito questo luogo. Quando varco il grosso cancello che dà sul primo cortile, inizio già a percepire un’aria diversa, un’atmosfera rinfrancante e rilassante che aumenta mano a mano che salgo le scale e mi addentro sempre di più.
Ci si sente quasi ispirati da una presenza divina, una volta circondati dai lunghi portici che corrono tutt’intorno, o mentre si ammira la celestiale Madonna Nera, vecchia di almeno settecento anni ma ancora lì, bella come mai.
Ma se si volesse un parere più eminente, basterebbe sapere che Amedeo Avogadro (sì proprio quell’Avogadro, quello della legge sui gas e, soprattutto, del famoso numero) era solito recarsi presso il Santuario per trovare conforto e ispirazione. Recita infatti la targa a lui dedicata:

AMEDEO AVOGADRO DI QUAREGNA
GLORIA DELLA FISICA MONDIALE
IN QUESTO SANTUARIO
GIA’ TANTO BENEFICATO DAI SUOI AVI
COSTANTEMENTE SALIVA
AD ATTINGERE I CONFORTI DELLA FEDE
A RITEMPRARE PER NOVISSIMI STUDI
L’ALTA MENTE OPEROSA

Oropa è in sostanza simbolo e orgoglio di Biella e della sua gente, vero e proprio locus amoenus in cui cercare riparo dagli affanni quotidiani e dalle tristezze o, ancora meglio, in cui trovare ispirazione, magari per scrivere, leggere o fare, per l’appunto, qualche scoperta scientifica.

(Intervista uscita su 50 sfumature di Biella)

Edoardo Dantonia è un giovane ragazzo biellese con la passione per la letteratura. Tanta è la sua voglia di scrivere, da decidere di “sfogarla” con la stesura di un libro.

Il tomo che ha deciso di scrivere, intitolato “Rivolta alla Locanda”, racconta molto di lui e delle sue passioni letterarie.
 Dentro al racconto di Edoardo, troverete un’enorme “pezzo” della letteratura mondiale, a cui il “nostro” giovane scrittore si è ispirato. La “Rivolta alla Locanda” rispecchia molto la società moderna, fatta di follia, amore per la vita, speranza, fede e carità. In questa intervista tuttavia, conoscerete solo un piccola parte di Edoardo.

Mentre, attraverso il suo libro potrete, forse, capire molto di più lui. Ah! dimenticavo… “Rivolta alla Locanda” è davvero divertente, e penso che potrebbe esserlo anche per voi.

Edoardo racconta chi sei…


Non amo molto parlare di me. Preferisco sempre che siano i miei racconti, a farlo al posto mio. Ad ogni modo, basti accennare alla mia passione per la scrittura. La coltivo da quando ho iniziato ad addentrarmi nel mondo della letteratura, ovvero quando ho iniziato frequentare il Liceo Classico. Dopo anni di piccole e sporadiche esperienze, Dio mi ha concesso la grazia di vedere pubblicato un primo racconto. Per questo devo ringraziare la Berica Editrice, che ha deciso di editare “Rivolta alla Locanda”. Spero sia solo il primo, di una lunga serie…

Di cosa parla il tuo libro e cosa ti ha portato a scriverlo?


Il racconto parla di me e di voi, di tutti insomma. Il leitmotiv è infatti il dogma secondo cui non ci si salva da soli, e in cui io credo fermamente. Da cristiano, parlo di una salvezza ultraterrena. Anche se comprendo l’ostilità con la quale si potrebbe accogliere tale concetto oggigiorno. Ma la salvezza di cui tratto, può essere letta in una chiave più laica, diciamo. Anzi, una non esclude l’altra. Poiché credo che la salvezza divina, non elimina la salvezza terrena. Dalle nostre brutture, dalla malinconia, dalla disperazione veniamo infatti salvati dagli altri: non è mai uno sforzo di volontà da solo a coglierci dall’abisso, ma bensì due occhi che ci guardano e una mano che ci trae. Ho voluto condividere questo pensiero, come mia personale esperienza di “salvazione” con gli altri. Non voglio insegnare nulla o fare della banale morale, ma soltanto farvi partecipare.

Da dove nasce la tua voglia di scrivere?


Di scrivere ho sempre avuto voglia. Scrivere racconti, invece, è una passione che ho sviluppato solamente da poco tempo, da circa un anno e mezzo. A mio parere, raccontare è la forma più alta di letteratura. Che si tratti di poesie, di romanzi o di canzoni, raccontare costituisce uno dei doni più grandi che si possa fare agli uomini. Attraverso il racconto, l’uomo riceve nelle proprie mani vite da vivere, emozioni da provare, occhi attraverso cui guardare. D’altronde la letteratura ha questa particolare funzione catartica, che ti permette di fare esperienza di amore, odio, vendetta e perdono, senza lo scotto del reale. Ecco, mi piace pensare di poter rendere questo servizio agli altri: dare loro delle vite da vivere, senza ovviamente la pretesa di produrre chissà che grandi classici, ma con la speranza di entrare nel cuore di qualcuno.

Il libro ha cambiato qualcosa in te, oppure sei tu ad essere cambiato per poter scrivere il libro?


Il libro parla di un cambiamento, di una “conversione”, che è poi la conversione che sto vivendo io. Il libro è testimone di un cambiamento, più che lo strumento di esso e questo cambiamento ognuno può ravvisarlo in sé stesso, se solo è abbastanza onesto da farlo. Io non mi ritengo un uomo di grandi doti e di spiccata intelligenza: semplicemente sono uno che osserva e giudica, costantemente; specialmente sé stesso. “Rivolta alla Locanda” è, se vogliamo, il racconto di un uomo che ritrova le ragioni per amare questo mondo e chi lo abita, che riscopre il piacere delle piccole cose, i valori dell’amicizia e della fede. Tutto questo grazie ad una persona che lo trascina, spesso fisicamente, a destra e a sinistra per mostrargli che per ciò che si ama, vale sempre la pena lottare.

Spesso sono le cose semplici a dare maggiore soddisfazioni, è inutile affannarsi nel cercare sempre la “cosa” più complicata.

“Rivolta alla Locanda” è un po’ questo, una “cosa” che hai sotto il naso, ma che non sai cogliere. Intenso, profondo e ricco di passione, tutto ciò che serve oggi per essere in qualche modo felici.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Ultimamente Biella è stata la protagonista di un altro primato: dopo essere stata dichiarata provincia più noiosa d’Italia, nuove statistiche hanno stabilito che in essa il tenore di vita è il migliore in assoluto. Insomma, non succede un tubo, ma cavolo se si sta bene!
Un mio caro amico, nonché prezioso avversario in numerosi dibattiti, mi ha accusato di essere uno a cui piace andare controcorrente per il puro piacete di farlo. Ebbene, ora avrà sicuramente l’occasione di ripetermelo per l’ennesima volta, siccome io fatico ad accettare questo tipo di analisi, siano esse positive o negative.
Rifuggo statistiche e grafici a prescindere da quel che affermano, fosse anche l’assoluta irresistibilità della mia persona.
Nello specifico, non credo proprio che Biella sia noiosa, in alcun modo. E non perché in essa vi sia chi pratica scambi di coppia e sesso con animali (che sono cose datate e banali, rintracciabili in qualunque mito o racconto antico). Biella non è noiosa perché è, semplicemente. La città esiste, e già questo dovrebbe bastare a renderla interessante; perché ogni cosa che è potrebbe non essere, e nessuno ci garantisce che non avrebbe potuto essere altrimenti.
Biella, con le sue montagne e i suoi condomini e le sue fabbriche, è sospesa sul nulla, come fosse a testa in giù, e persino un ragazzetto che casca dalla bicicletta dovrebbe destare stupore, dal momento che non capita tutti i giorni di vedere un giovincello staccarsi all’improvviso dalla sua due ruote e finire incollato ad una volta di catrame.
La verità è che non esistono cose, eventi o persone noiose, ma soltanto persone annoiate, come diceva un mio amico di carta e inchiostro.
Quelli che hanno bisogno di sentir parlare di omicidi, stupri e rapine per essere scossi hanno semplicemente perso un certo sguardo sulla realtà, cioè quello sguardo che accoglie come un miracolo ogni cosa che gli passi davanti, si tratti di un maniaco omicida o di un maldestro fanciullo in bicicletta. Il problema non sta nella realtà, ma bensì in come noi la guardiamo.
Se provassimo a metterci a testa in giù, percepiremmo tutta la vertigine nei confronti di quel qualcosa o qualcuno, che regge case e alberi sull’abisso del cielo, e saremmo grati e meravigliati d’avere i piedi incollati alla terra.

 

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Credo sia ormai nota la mia passione per quelle condizioni atmosferiche che la gente solitamente odia. Confermo dunque questa tendenza lanciandomi in una lode forse eccessiva per quel miracolo che è la neve, la quale imbianca le nostre montagne e, ahimè, blocca le nostre strade ogni volta che scende su di noi.
Farei meglio a usare l’imperfetto, però, dal momento che negli ultimi anni se n’è vista ben poca, e questa si è soffermata sui nostri prati e sui nostri tetti per un tempo veramente troppo breve.
Il motivo che mi fa amare così tanto la neve, comunque, è simile a quello che mi fa preferire le giornate uggiose a quelle soleggiate ed è sostanzialmente la purezza, la pulizia.
Come la pioggia lava via le nostre sporcizie, così la neve rende questo mondo candido, luminoso, cristallino. Anzi, di più. Quando vedo le strade e le case innevate, mi pare quasi che si sia creato un nuovo strato sovrapposto a quello fatto di catrame e tegole arancioni, come se un altro mondo si fosse poggiato su questo e noi potessimo ammirarne la magnificenza per una piccola finestra temporale.
È come se per un momento avessimo la fugace visione di un’altra dimensione, un livello d’esistenza più puro, elevato.
Credo che i soldati di Annibale abbiano provato qualcosa di simile, quando valicarono le Alpi e si trovarono di fronte per la prima volta la neve luccicante; tanto luccicante da lasciarne ciechi molti.
Provo una sincera pena per chi non può ammirare questo candore come possiamo fare noi, per chi cioè vede la neve una volta ogni decade o per chi ne vede un’esile spolverata un paio di settimane all’anno.
Mi dispiace veramente per chi si perde lo spettacolo delle cime innevate, dei tetti bianchi e delle battaglie di neve che gelano le schiene e gonfiano i cuori di gioia.
Ma forse questo discorso lo potrebbe fare anche un abitante della Sicilia o della Sardegna riguardo al mare, rammaricandosi per coloro i quali non hanno il grande privilegio di ammirarlo aprendo semplicemente una finestra.
Immagino sia una questione di punti di vista o, ancora meglio, una questione di radici.

 

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

È piuttosto frequente, quando a Biella piove, scherzare dicendo: “Strano, non succede mai a Biella!”. Il biellese non è infatti famoso per il sole e il caldo (e come potrebbe esserlo un luogo che attorno non ha altro che montagne?), tanto meno se si considerano le stagioni più fredde, cioè l’autunno e l’inverno. Questa cosa viene naturalmente percepita come uno svantaggio, una scocciatura tremenda, senza contare il fatto che spesso si viene colpiti dai rovesci proprio quando si vorrebbe tutto tranne che una lavata, quando cioè si organizzano domeniche in montagna o al lago e si desidererebbe essere baciati dal sole e non dall’acqua.

Io però mi sento in dovere di spezzare una lancia in favore della pioggia, cioè di quella cosa che costituisce l’unica valida alternativa alla doccia domestica, senza il disdicevole fine dell’igiene personale. Trovo difatti che la pioggia abbia più vantaggi che svantaggi, tutto considerato. Innanzitutto ci costringe a sottostare ad una autorità superiore totalmente fuori dal nostro controllo, che la si voglia chiamare Dio, Madre Natura o Caso, il che è in ogni senso possibile un bagno di umiltà. In secondo luogo, non ci si sofferma mai abbastanza sull’enorme piacere che si prova a tornare a casa fradici e mettersi di fronte ad una stufa calda per asciugarsi, magari con un bel tè caldo e un paio di torcetti. Infine, io percepisco la pioggia come una vera e propria doccia naturale, una pulizia celeste. Quando piove, mi sento sì bagnato e talvolta infreddolito (il che è raro, data la mia natura bollente), ma nel contempo mi sento anche pulito, purificato, come se quel maltempo fosse mandato apposta per mondarmi da ogni sozzura, come se fosse il momento non di pulire il mio corpo, bensì la mia anima.

La pioggia, in definitiva, non è il grande male che si suol sempre dire. Anzi. Dio benedica la pioggia e (so che correrò il rischio di essere linciato pubblicamente) ne mandi sempre in abbondanza.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

I funghi non sono certo un’esclusiva del biellese, né del Piemonte, né di tutta quanta l’Italia, per dirla tutta. C’è da dire però che noi abitanti ai piedi delle Alpi possediamo una certa vocazione per la ricerca e la raccolta di queste muffe prodigiose.
Debbo però anche ammettere la mia inesperienza in tale campo, dovuta ad una mancanza cronica di pazienza e voglia. Per questo sento il bisogno di riportare un evento che ha del miracoloso.
È avvenuto cioè qualche giorno fa che io uscissi dalla mia pigrizia e mi avventurassi nei boschi de Le Piane di Piedicavallo, a fianco di un amico che conosce i funghi molto meglio di me e a cui, per essere onesti, va il merito di avermi tratto dall’inattività che bramavo di godermi a fianco della stufa calda.
Dopo un iniziale insuccesso, reso lieve solamente dalla comparsa di alcuni simpatici e goffi gechi sul nostro cammino, siamo giunti in un praticello contornato da alcune baite in quel momento disabitate e da cui parevano spuntare i primi timidi chiodini.
Così, un po’ ironicamente, abbiamo raccolto quel poco che avevamo trovato dicendo tra noi: “Dai, un mezzo contorno per uno spezzatino riusciamo a cavarlo, dopotutto”. Tanta era la certezza di non trovare altro che io mi sono acceso una sigaretta e mi sono seduto su una roccia a riposare, mentre il mio amico ancora spostava ciuffi d’erba speranzoso.
Non so perché poi mi alzai e mi rimisi a cercare (chiamatelo sesto senso), fatto sta che notai poco più in là, ai piedi di un paio di alberi, una piccola famigliola in attesa d’essere raccolta. Avevo appena imbustato quei piccoli chiodini quando, alzando di poco lo sguardo, mi si è palesato dinnanzi uno spettacolo esilarante: una vasta distesa di funghi faceva capolino dall’erba, quasi a prendermi in giro per essere stato così cieco.
E cieco lo ero stato, illudendomi che degli organismi così piccoli sarebbero stati facilmente visibili dall’alto della mia umanità.
Succede sempre così, con le cose piccole: ci passiamo davanti, non le vediamo, arriviamo al punto di credere che non ci siano; quando invece basterebbe chinarsi un po’, abbassare lo sguardo per scoprire che c’è un mondo intero che ignoriamo per il puro e semplice fatto che ci aspettiamo che le cose ci debbano piovere in testa.
Nei giorni successivi, quindi, grazie a un gesto banale ma essenziale al tempo stesso, ci siamo fatti una scorpacciata di funghi.

 

(rubrica condivisa dal sito 50 Sfumature di Biella)

(intervista su Rivolta alla Locanda a cura della redazione di Campari & De Maistre)

Abbiamo intervistato Edoardo Dantonia,un giovane biellese che ha esordito con un breve romanzo per la collana UomoVivo (Berica Editrice).

Nel libro si cita continuamente e esplicitamente GKC. Qual è il motivo di questa riverenza, che sembra un’ossessione?
La mia potrebbe essere definita a tutti gli effetti una malattia, uno di quei morbi che quando ti prendono non puoi più curare. Chestertonite, ecco come la chiamerei. Da quando, intorno al 2011, conobbi il buon Gilbert, rimasi folgorato. Non era come gli altri autori, nonostante non avessi letto poi così tanto all’epoca, ma pareva bensì fatto di una pasta diversa, proprio di un materiale alieno. Il modo di esprimersi, le figure usate, le incredibili leggerezza e semplicità nel giungere a punti a cui tanti poeti e filosofi arrivano con giri di parole ed elucubrazioni ai limiti dell’assurdo: tutto in lui era (ed è) una ventata d’aria fresca. Così, per quel processo d’imitazione comune a tutti, io iniziai a fare miei il suo stile e la sua leggerezza. Certo, i risultati sono quel che sono, e io posso dire di aver eguagliato il nostro come un pollo spennacchiato potrebbe dire di aver eguagliato una maestosa aquila, ma la strada è quella e sono contento di essere così poco originale da percorrerla.

Come nasce questo libro? Il libro riguarda la nascita di un uomo libero, diciamo pure una conversione. Oltre al riferimento chestertoniano, vi è un intenzione autobiografica? E apologetica?
Il libro nasce da una vecchia idea che coltivo da anni, quella di un vecchio allegro e un po’ folle che trascina in una serie di avventure un giovane cinico e serioso. C’è certamente l’idea di una conversione, di un cambiamento, di una rivolta per l’appunto. E altrettanto certamente c’è un qualche riferimento autobiografico. Ma, come ho scritto in parte già nei ringraziamenti (che sono anche una postfazione), non sono io che faccio la morale agli altri, mostrando il mio modello, quello buono di Pecherton, contrapposto a quello cattivo degli altro, quello di Malthus. In realtà tutto il racconto è un continuo redarguire me stesso, è un puntare il dito più contro di me che contro gli altri. Sono io il giovane sempre troppo serio e cinico per questo mondo pieno di meraviglie. La rivolta di cui parlo è quella che io dovrei condurre nei confronti di me stesso e di quella parte di mondo che ci vuole seri e posati, cinici e disincantati.

Nel libro si scorge una lotta tra i pochi folli e felici che vivono vedono la realtà e i molti ubriachi e tristi di politicamente corretto. Come proseguirà questa lotta?
Da come vanno le cose ultimamente, sono sempre più solito pensare che il destino dei cristiani sia di tornare a nascondersi nelle catacombe (passatemi questa inesattezza storica) e che il buon senso comune sarà sempre più schiacciato sotto il peso della logica. Solamente, avremo nascondigli manifesti, alla luce del sole. Le persecuzioni ai nostri danni saranno più subdole di quelle che avvenivano anticamente e che avvengono tutt’ora in certe parti del mondo orientale, e già ora è scandaloso mostrare un piccolo crocefisso al collo e farsi il segno di croce in pubblico fa quantomeno storcere il naso, come se ci si grattasse l’inguine. Ma sappiamo bene che la vittoria di Cristo e della Chiesa non passerà per cose mortali e terrene, per cui la cosa non mi spaventa poi così tanto.

Il Cielo è dei violenti? Questo romanzo cristiano è pieno di risse. Come si concilia questo con il cristianesimo?
Il Cristianesimo non è mai stato qualcosa di delicato e posato, Cristo stesso nel Vangelo usa frequentemente parole tutt’altro che dolci, fino al famoso episodio dei cambiavalute nel tempio. La violenza che usa Pecherton non è mai fine a sé stessa, gratuita, ma ha sempre un fine buono. Non mette al tappeto i poliziotti per il gusto di farlo o per qualche odio nei confronti delle divise, ma bensì per rispondere ad un’impellenza, per difendere un povero locandiere dalle vessazioni dello stato.

All’inizio nulla lo fa presagire, ma il racconto è anche e forse soprattutto una sconvolgente storia d’amore…
A un tratto nel racconto dico che per muovere un cuore ci vuole un grande calore, e nello specifico si parla di un atto di gentilezza gratuita del buon Pecherton. Ma la verità è che il vero calore, il vero motore di tutto è l’incontro con la sua bella, la donna che lo ha fatto uscire dal suo bozzolo di cinismo e disincanto. Pecherton è di sicuro un pazzo con una forza (morale e fisica) fuori dal comune, ma ha bisogno di materiale su cui lavorare, ha bisogno di qualcosa di concreto verso cui far tendere il giovane Malthus. È vero che non ci si salva da soli, che sono gli altri a tirarci fuori dal nostro buco, ma è altrettanto vero che è un evento concreto o una persona in particolare che ci trascina all’esterno. D’altronde, ogni rivolta che si rispetti inizia con un atto violento, e in questo caso è il colpo di fulmine che coglie il giovane esattore nell’autogrill.