by la nostra inviata da Boston, radical chic pentita, Serena Di

Mio marito non sa fare la spesa. Sa separare i colorati, pulire il filtro dell’asciugatrice, la sua super tecnica per il lavaggio dei delicati è ancora imbattuta e persino i suoi addobbi natalizi sono meglio dei miei.

Sì, mio marito mi ruba le quote rosa in casa ma non sa fare la spesa, io invece, tra tutte le robe da massaia, direi che so solo scegliere accuratamente i cibi (e mangiarli) e devo ancora scoprire la bellezza che si cela dietro il lavaggio dei piatti, «che poi mi si rovinano sempre le cuticole perché dimentico di mettere i guanti e non vale la pena accendere la lavastoviglie per due tazze e quattro bicchieri» (santa Teresina aiutami tu).

Ora io questa cosa di mio marito che non sa fare la spesa l’ho scoperta quando non era ancora mio marito e l’ho invitato a cena, a casa mia, una sera di dicembre di qualche anno fa. 

Prima di spiegarvi come l’ho scoperto, concedetemi un attimo di suspense per prepararvi psicologicamente. Quando dico «non sa fare la spesa» non intendo che non salva la lista sulle note dell’iPhone o che gli dici «stasera brodino» e se ne ritorna con tutto il reparto snack della San Carlo. No, intendo che quando l’ho invitato a cena, quella sera di dicembre, lui si è gentilmente offerto di passare prima al supermercato, gli avevo detto «stasera risotto al radicchio» e lui si è presentato con un cavolo rosso. Ok, mi aveva anche portato un mazzo di rose, ma quelle non vanno bene con il risotto (a meno che non sia la finale di MasterChef) e così, altro che cavoli amari, ho iniziato a mettere in discussione le fondamenta della relazione. 

«Quindi tu non sai riconoscere la differenza tra un radicchio e un cavolo rosso? E io dovrei sposarti? Non mi interessa che hai cercato su Google Immagini, non sai leggere le etichette, potresti ucciderci tutti con il topicida». Insomma una vera crisi preconiugale dove iniziavo a immaginare la mia progenie svezzata a cavolo, le nostre scorte di cavolo nel frigo, nel freezer, negli armadi, l’odore di cavolo che si imprimeva nel mio cappotto di cashmere e la conseguente emarginazione sociale.

«Non possiamo più sposarci, ti prego di andartene, e riprenditi le rose, anzi no, sono belle e me le tengo per ricordo, ma perché sai scegliere le rose e non i radicchi?».

«Sono rose damascene, oggi è il giorno della Madonna di Guadalupe e volevo celebrarlo con te. Possiamo andare a cena fuori, oppure, se non mi cacci, provo io a cucinare questo cavolo e tu inizi a guardare l’ultima puntata de Il trono di Spade senza di me».

A me della Madonna di Guadalupe non importava un granché a quei tempi, anzi mi chiedevo come mai ci fossero in giro così tante Madonne, ma l’idea di scoprire se finalmente Daenerys Targaryen, dopo centoventi anni, fosse finalmente giunta con i suoi draghi a Westeros, era per me di fondamentale importanza. 

«Puoi rimanere ma dovrai anche lavare i piatti».

E così, mentre l’odore di cavolo si propagava per la casa, il non-ancora-mio-marito mi raccontava la storia di Juan Diego e delle rose damascene (o fiori di Castiglia) che erano prodigiosamente sbocciate a dicembre in una desolata pietraia messicana.

«Un chiaro effetto del buco nell’ozono», gli avevo risposto distrattamente io, mentre sgranocchiavo le patatine San Carlo che fortunatamente aveva comprato.

«Nel 1531?».

Ma tanto già non lo ascoltavo più, neanche quando avevamo iniziato a cenare e mi ripeteva di come l’immagine della Madonna si fosse impressa sulla tilma, io pensavo a quanto fosse ingiusto che Cersei Lannister (occhio allo spoiler!) fosse salita al trono. 

A fine puntata Daenerys Targaryen non era giunta a Westeros e io avevo capito due cose: la prima che se nella vellutata aggiungete almeno mezzo litro di panna, il cavolo rosso non è poi tanto male; la seconda che mio marito era una massaia più brava di me.

Negli anni sono cambiate un po’ di cose da quel 12 dicembre, che oggi celebro insieme a mio marito, e intanto ho imparato una terza cosa: che ci sono novantanove buoni motivi per non avere fede, ma vale la pena vivere per quell’uno per cento che ti cambia la vita, in meglio.

Ps: Papa Francesco concede a tutti i fedeli del mondo la possibilità di ottenere l’indulgenza in occasione del 125.mo anniversario dell’Incoronazione della Vergine di Guadalupe, ve la vorrete mica perdere? Tutte le info cliccando qui

 

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Qualche riga per introdurre il nostro nuovo videoclip, “Gesù Bambino” (che potete vedere su YouTube a questo link), brano presente nel disco-torta “Mienmiuaif Cake

“Gesù Bambino” è un videoclip di Avvento, più che di Natale. Un videoclip un po’ dark, un po’ buio, ma che va verso la luce. Un videoclip di attesa, insieme a Maria. Il quadro che si vede, dipinto da una nostra amica monaca messicana, rappresenta la Vergine di Guadalupe. L’immagine originale è legata a un’apparizione avvenuta in Messico nel 1531. Il nastro che Maria porta in vita è segno della sua gravidanza. Maria è stata per nove mesi la culla di Gesù Bambino. 

Quando Gesù è nato era notte, in un luogo povero. Dio ha deciso così. È voluto entrare nella storia in punta di piedi. Quasi nascosto. In una situazione scomoda. La vera gioia non può che passare dalla croce: anche il Natale ci mostra questa logica paradossale del Vangelo. Dal buio alla luce. La luce del Natale è soprattutto interiore – ma è ovviamente bello e giusto festeggiarlo anche “esteriormente”, nelle proprie famiglie, con il presepe, le lucette, il pranzo tutti insieme etc.

“Gesù Bambino” è una canzone pro-life. Per la vita. Per dire che ogni bambino è Gesù Bambino. Qualunque cosa faremo a un bambino, la faremo a Gesù Bambino. La vita è sacra e questo è un video per ricordarlo e per ricordare tutti i bambini, a partire da quelli più fragili, ancora nel grembo della mamma. Ma tutti i bambini sono miracoli viventi. L’invito evangelico di farsi come bambini ci fa guardare i bambini con occhi nuovi, per imparare qualcosa da loro. Per non perderci crescendo. Bisogna crescere, ma bisogna rimanere bambini. Dio è un genio. Dio è un Bambino.