by Giovanni Biolo, autore del bestseller internazionale “DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede

Giorni fa un mio caro amico mi scrive: “Giovanni, i miei figli vanno matti per i supereroi. Perché non scrivi un racconto per bambini sui superpoteri di Gesù? Se lo fai ti offro un’ottima cena di pesce”. Ok, l’ultima frase l’ho aggiunta io, ma sono sicuro che lo pensavi, Michel. Però mi dispiace, non posso cogliere la proposta: uno perché ipotizzo che libri così esistano già, secondo perché un DentoTeologo non si compra con una cena di pesce… ne servono almeno due! Scriverò invece un articolo opposto… sul perché Gesù non aveva superpoteri. O meglio: i suoi superpoteri non sono quelli a cui subito si pensa.

“Ma come! Gesù era addirittura più potente dei supereroi! Gesù camminava sulle acque più di Aquaman! Trasformava l’acqua in vino senza gli esperimenti alchemici di Gargamella che voleva mutare piombo e Puffi in oro! Moltiplicava pani e pesci senza bisogno dei poteri mistici tibetani di Doctor Strange! Faceva risorgere i morti meglio della Pietra della Resurrezione di Harry Potter!“.

Vero… infatti, se chiedi di elencarti i gesti compiuti in vita da Gesù al primo che incontri per strada (all’università il mio prof. di Medicina Interna usava l’espressione: “Se lo chiedi al classico avventore del Bar Sport”), inizierà subito a farti una lista dei suoi miracoli più famosi. Ma se ti dicessi che i veri miracoli, i veri poteri, Gesù li ha compiuti nell’ordinarietà? Se ti dicessi che le azioni più importanti Cristo le ha eseguite facendo sembrare tutto… normale?

Noi siamo propensi a pensare a Dio solo in maniera straordinaria: un Dio adulto tutto muscoloso che scende di giorno dal cielo tra tuoni e fulmini meglio di Thor (non a caso Zeus, un dio creato dagli uomini, l’avevano immaginato più o meno così), che spara raggi laser dalle mani come IronMan, feroce come il verde Hulk. Invece il Signore è arrivato nell’ordinario, di notte, come un bimbo in un grembo materno, fragile… normale. Forse aveva finito i soldi per gli effetti speciali? No, questo ci rivela un suo potere grandissimo: l’umiltà di un Dio che si fa piccolo piccolo per permetterci di conoscerlo meglio, entrare in relazione con Lui, donando dignità regale all’essere umano, a partire dall’indifeso bimbo nel pancione della mamma, che noi definiamo “non ancora nato”.

Gesù ha scelto di nascere, ma anche di morire. Tutti noi moriamo, è normale, ma Gesù ha scelto di morire per noi. Gesù avrebbe sicuramente potuto fare il miracolo di scendere giù dalla croce volando, mostrando che i chiodi non potevano niente contro il suo corpo di adamantio come Wolverine, evitando così la morte. Ma senza quella morte ignominiosa sulla croce, prendendo su di sé i nostri peccati, non ci avrebbe aperto le porte del Paradiso!

Non morire mai o morire per salvare altri (come il leone Aslan che muore per salvare Edmund nelle Cronache di Narnia)? Qual è il miracolo più grande? Morire per un ingrato, questo è il vero super potere! Perché il miracolo è sì un segno grandioso, ma è di rimando a un significato più profondo, non una sfavillante magia fine a se stessa. Deve servirci a conoscere meglio Dio, non semplicemente a esaltarne i poteri. Addirittura una volta ho sentito un’omelia in cui il sacerdote diceva: “Gesù fa i miracoli… controvoglia!”. Perché il miracolo può quasi sviare l’attenzione, a volte, impedendoci di vedere che la vera potenza di Dio è il suo essere misericordioso nonostante tutto, nonostante noi e le nostre continue e schifose infedeltà.

Chiediamoci, poi, cosa è più utile per noi, cosa ci aiuta a raggiungere la nostra felicità? Sapere che Gesù camminava sulle acque o renderci conto che perdonava sempre, piangeva la morte di un amico e chiedeva anche lui aiuto per fare la volontà del Padre? Gesù è venuto per lasciarci una via di salvezza, una verità sicura, una vita ben spesa.

Mi avvio alla fine mettendo in risalto uno dei superpoteri di Gesù più forti e forse meno conosciuto. Neanche al Bar Sport lo conoscono. È la sua vita nascosta nei primi trent’anni di vita. Un Dio che non solo si fa bambino come noi, ma lavora le sue otto ore minimo al giorno di turno in falegnameria! In un paesino di provincia, imparando da Giuseppe (lui sì, un supereroe umano!) un lavoro manuale, dalla modesta paga, ascoltando le lamentele dei clienti più insopportabili, venendo incontro alle possibilità delle persone meno abbienti, mettendoci la faccia se magari un tavolo non veniva fuori come il cliente voleva. E tutto senza una bacchetta magica di Sambuco… no cari miei! A mio modesto parere dentoteologico: Gesù le sue otto ore se le sudava!

E tutto questo a cosa serve, mi direte? A insegnarci una via di santificazione concreta, nascosta e alla portata di tutti… la santificazione del lavoro.

Concludo con una frase di san Josemaría Escrivà: “Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai”.

Magari non mi sono meritato una cena di pesce, Michel, ma quale amico, se gli chiedi un pesce, ti darà invece una serpe? Ora, se non un pesce, almeno uno spritz!

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Questo episodio, se così si può definire, è dedicato a un tema per me delicato. Voglio infatti approfittare di questo spazio per fare coming out, o outing, insomma per uscire allo scoperto. Si tratta di una pratica che ho tenuto nascosta per lunghi anni, preoccupato di come avrebbero reagito amici e parenti, ma ora sono stufo. Sono stufo di fingere, di mostrarmi per ciò che non sono. Il mio amico Marco Sermarini mi ha dato il coraggio di balzare all’aria aperta e tornare a respirare, e lo ha fatto con un breve articoletto su Chesterton e i suoi soldatini. Ebbene sì, il tema della mia confessione è proprio questo: talvolta io gioco ancora coi pupazzi dei supereroi, e non me ne vergogno. A dire la verità, dovrei vergognarmi per due fatti: la grande quantità di soldi spesa, quando li comprai via internet, e il fatto che sono tutte figures da collezione, per cui inadatte al gioco. Per il resto, trovo disdicevole che un uomo adulto non possa dilettarsi con giocattoli e costruzioni, come se mattoncini LEGO e soldatini di plastica fossero esclusiva dei bambini. Nella migliore delle ipotesi, questa credenza deriva da astruse teorie secondo cui certi giochi sono funzionali esclusivamente alla crescita del bambino, convinzione che pretende di racchiudere la spontaneità del gioco in una logica cognitivista, in uno schema cioè che di fanciullesco non ha neanche una virgola, calato com’è dall’alto di qualche cattedra di psicologia. Nella peggiore delle ipotesi, invece, si pensa ai bambini come a dei deficienti intenti a dilettarsi con inutili sciocchezze, le quali verranno lasciate perdere non appena i piccoli guadagneranno un po’ di senno. Io penso che una cosa vale la pena di farla da bambini come da adulti, altrimenti non vale la pena di farla mai. Lewis diceva (vado a memoria) che un libro vale la pena di leggerlo a dieci anni se vale la pena di leggerlo a cinquanta. Non ha senso permettere ai propri figli di leggere fiabe e costruire case sugli alberi se noi stessi riteniamo queste cose una perdita di tempo. Possiamo decidere di non farlo perché la cosa non ci diverte, come non ci divertirebbe passeggiare lungo un fiume o leggere saggi di economia. Ma non possiamo rifiutare giochi e nascondini come idiozie passeggere di un’età incantata, altrimenti dovremmo avere, quantomeno, l’onestà di rivelare ai nostri piccoli che stanno perdendo il loro tempo in futili attività, con tutto ciò che ne consegue. George Bernard Shaw, un puritano ben più austero di Chesterton, ma sulla cui genialità non può esservi alcun dubbio, disse a tal proposito: “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”.
Ecco, quindi, perché oggi io ho deciso di rivelare questa mia pratica, considerata innaturale per un uomo adulto, nella speranza che altri escano allo scoperto e celebrino con orgoglio la propria infantilità.

P.S.: L’articolo in questione (che potete leggere qui —> http://uomovivo.blogspot.it/2015/11/i-soldatini-e-i-pupazzetti-di-gilbert.html) riporta come l’autore inglese non avesse alcun problema ad ammettere che, sebbene adulto, amava dilettarsi con soldatini e pupazzetti.