“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Si è concluso in questi giorni un convegno sulla Speranza ad Assisi. Un’esperienza viva, concreta, profonda. Ma da buon Storm Chaser cosa ho guadagnato e portato a casa? Quando vado a caccia di fenomeni atmosferici il rischio maggiore è di non trovare nulla; o  peggio ancora di trovare la tempesta della vita ma di essere sprovvisto degli strumenti necessari a immortalarla.

A volte rischiamo di essere spettatori passivi di quello che la vita ci propone. Pensate di essere al ristorante più famoso al mondo e di venire serviti da Heinz Beck in persona… poi però decidete di non assaggiare nessuna pietanza… Vi passano davanti agli occhi piatti che mai avreste sognato e non fate altro che guardare e ascoltare la loro descrizione. Quale guadagno ne avremmo tratto? Nessuno!

È quello che può accadere al ritorno dal convegno di Assisi: avere ascoltato testimonianze e catechesi, sperimentando la vera gioia – “quella che fa cantare” – e poi al ritorno decidere di conservare tutto su qualche foto o video…

La parte più difficile, quella che fa paura, è mettere in pratica gli insegnamenti; è la stessa paura del laureato che si trova improvvisamente catapultato nel mondo del lavoro. Ma come poter mettere in pratica tutto quello che abbiamo ascoltato? Un certo Francesco di Assisi disse queste parole: “Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile.”

A volte pensiamo a Dio come a quella persona che, una volta che ci siamo affidati, fa tutto lui per noi. No, quello è un robot di qualche film fantascientifico. Dio è come quel papà che durante una gara di corsa con suo figlio, cerca di farlo vincere in tutti i modi senza che egli se ne accorga. Quante volte l’abbiamo fatto anche noi con i nostri nipoti o cuginetti?

Non è un Dio che vuole prendersi i meriti, non è un Dio al centro dell’attenzione. È come l’aria, non si vede ma è sempre presente. Lui non vuole essere partecipe della nostra vita, ma compartecipe della nostra vittoria. Per lui non esistono le incidenze ma le Dio-incidenze. Collabora al nostro bene, anche attraverso il male e aggiusta la mira ogni volta che c’è ne bisogno.

Dio è come la pubblicità del gratta e vinci – “Poggibonsi popopo” – ma se non usciamo di casa, non camminiamo, non andiamo al tabacchino e non lo compriamo: non vinceremo mai. L’esempio è infelice ma vorrei farvi capire che se non ci impegniamo a mettere in pratica quello che ci dice, non possiamo mai pretendere di vincere in questa vita.

Il papà al bambino potrebbe dirgli, seduto dalla sua comoda poltrona: “Gareggia da solo, quello è il traguardo”, ma il bambino gareggiando da solo non ne ricaverebbe niente. Che felicità c’è nel vincere senza competere?

Il fidanzamento è come la bicicletta a rotelle. La ruota è l’Amore e le rotelle sono la Fede e la Speranza. Se l’Amore non si reggesse su di esse sarebbe insipido e incolore. Rischieremmo di cadere al primo ostacolo o alla prima curva. Dio invece è come quel papà che guida il bambino nelle prove, lo regge da dietro, non si vede, a volte lo lascia guidare da solo ed è li pronto a riprenderci quando cadiamo. È a questa speranza che voglio rimanere ancorato: non so dove mi guiderà, non so quante volte cadrò, ma sono certo che sarà li a porgermi la mano ogni qual volta lo chiederò. Grazie papà!

“VergoÑati” dal Profeta Amos

Mi stavo giusto chiedendo perché i ragazzi di oggi non siano mai contenti. Esco ogni sera, parlo ogni giorno, infastidisco metà mondo e mi chiedo perché la gente non sia felice.

Puoi “intortare” le persone finché vuoi, ma la faccia e soprattutto gli occhi parlano chiaro e la gente si accorge se non sprizzi di felicità.
E poi ci si racconta storie a se stessi, del tipo “è una cosa che si deve passare per arrivare a capire”, ma a capire cosa? Che stai seguendo una via che non porta a niente?

Citando Forrest Gump, “mamma diceva sempre” (nel senso che mia mamma mi ha sempre detto) che se una strada non rende felici, è il caso di girare le spalle e andare dalla parte opposta.

Il succo, in vicentino, è questo: “se non te sté ben, non ze la to strada” (senza far sentire la “l” perché siamo di Vicenza Est)”.

Poi io da bravo alunno ne ho fatto un discorso filosofico e gli ho dato un nome: “conversione”. Convertire, dal latino convertĕre, che significa «rivolgere, piegare, convertire» – in parole povere girarsi dall’altra parte.

La mia buona madre con una frase così semplice mi aveva spiegato il senso di tutto.

Il problema delle persone in questo momento è che sono così concentrate a guardarsi il proprio naso che non vedono cos’hanno di fronte.

“Il mondo, amici miei, è senza speranza”. Come dare torto a un’affermazione del genere se la speranza ci è stata tolta?
Viviamo in un mondo malatissimo: vivere per certe persone fa male, vi rendete conto? E la società amplifica questa situazione, questa bugia.

Sarà anche un discorso medievale e da illusi per certi ma se al mondo togli la speranza che ci sia Qualcuno che pensa a te, come puoi sopravvivere quando sei solo e pensi di essere nella pupù? Chi chiami?

Una volta, una frase che mi rappresentava bene era “no future for me”, dei Sex Pistols. Ho vissuto parecchi anni con il prosciutto davanti agli occhi, come dice il mio amico macellaio, ma adesso c’è hope!

La fine non è vicina, saluti compagni cattoanarchici!