Niente è più attuale di una cosa eterna #3 – Giuseppe Signorin

Gli americani sono dieci anni avanti, dice sempre mia moglie, da qualche tempo impegnata a tessere le lodi della sua nuova pentola a pressione elettrica born in the USA, come Bruce Springsteen. Padre Pio era ancora più avanti degli americani, infatti solo una persona ancora più avanti degli americani potrebbe avere un’intuizione simile: “Una sola cosa gli angeli invidiano agli uomini: non poter offrire a Dio la sofferenza per dimostrargli il loro amore”. Io pensavo ci invidiassero la pentola a pressione elettrica di mia moglie, o al limite le nuove Nike Air Max “Jesus Sneaker”, con tanto di crocifisso, acqua santa e plantare rosso cardinalizio, non certo di poter offrire la sofferenza. E invece…

In realtà c’è un’altra cosa che gli angeli ci invidiano, questa volta secondo san Massimiliano Kolbe: “Se gli angeli potessero essere gelosi degli uomini, lo sarebbero per una cosa sola: la santa Comunione”. Ma in fondo la santa Comunione è strettamente legata alla sofferenza, perché subito dopo averla istituita Dio compie il sacrificio perfetto, il supremo atto di amore: dà la vita per noi, soffre fino alla morte, e alla morte di croce. “Il nostro Salvatore nell’ultima Cena, la notte in cui veniva tradito, istituì il sacrificio eucaristico del suo Corpo e del suo Sangue, col quale perpetuare nei secoli, fino al suo ritorno, il sacrificio della croce, e per affidare così alla sua diletta Sposa, la Chiesa, il memoriale della sua morte e risurrezione: sacramento di pietà, segno di unità, vincolo di carità, convito pasquale, nel quale si riceve Cristo, l’anima viene ricolmata di grazia e viene dato il pegno della gloria futura” (Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium).

Quindi più o meno ci siamo. Gli angeli, stando a questi grandi santi, “invidiano” il fatto che noi possiamo offrire la nostra vita e addirittura le nostre sofferenze per amore e allo stesso tempo nutrirci della vita di Dio e del suo supremo sacrificio grazie a un misero pezzettino di pane. Sconvolgente, ma reale. A portata di essere umano.

Ora: a nessuna persona sana di mente piace soffrire. E, grazie a Dio, la sofferenza non sarà eterna. Ci sarà sempre su questa terra, ma riguarderà solo la nostra parentesi quaggiù (perlomeno per chi sceglie, anche al fotofinish, Dio). Quello che rimarrà per sempre è l’amore con cui si può affrontare e trasformare la sofferenza. La sofferenza permette di amare, e attraverso l’amore la sofferenza può acquisire un senso. Può essere offerta per amore, come si diceva (“completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo in favore del Suo corpo che è la Chiesa”, scrive san Paolo ai Colossesi), e con l’amore può essere resa più vivibile, a volte addirittura guarire. L’amore di chi soffre e l’amore di chi è vicino a chi soffre talvolta si spingono fino a vette altissime, irraggiungibili persino con un paio di Nike Air Max “Jesus Sneaker” ai piedi.

La sofferenza, poi, è attualissima. Il dolore fa notizia, i giornali sono pieni di (più o meno “fake”) news tragicissime. Per esempio la ragazza a cui hanno tagliato 30 centimetri di capelli ed è svenuta in diretta tv durante un reality show turco. Ma per quel che riguarda Turchia e dintorni c’è ben di peggio ultimamente… Non è certo questo che ci invidiano gli angeli. Ci invidiano il modo in cui, grazie a Cristo e al suo amore, possiamo affrontarla, usarla, sopportarla senza venire schiacciati del tutto, per poi risalire. L’amore di Cristo è più resistente di tutti i cuscinetti di aria pressurizzata (o acqua – ma veramente è benedetta quella delle “Jesus Sneaker”?) delle Nike Air e regge la pressione più della pentola elettrica born in the USA di mia moglie.

Un bellissimo articolo di Giulia Bovassi uscito sul suo blog Kairos

 

Gli effetti esteriori della vera sventura sono quasi sempre cattivi e quando li si vuol dissimulare, si mente. Ma è proprio nella sventura che risplende la misericordia di Dio; nel profondo, nel centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non può più trattenere il grido: «Mio Dio, per­ché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce col toccare qualcosa che non è più la sventura, che non è la gioia, ma è l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, cioè l’amore stesso di Dio.
Simone Weil

 

Quante cose possono accadere in sessanti minuti? Ero a Messa, nel solito paesino accanto al mio, dove amo andare sentendomi in pace quando sosto tra i banchi e molto ricca una volta vicina all’uscita. Generalmente si incrociano gli stessi volti, che è poi il bello dell’intimità, quello di arrivare da due strade ad un unico arrivo. I punti di contatto, quei frammenti di interazione spiccia abbandonati a stantie cadenze di rapporti antiquati! Quindi ero seduta nel posto accanto alla mia vita, la parte che ero ben disposta a consegnare per concludere e iniziare di nuovo una nuova settimana, diciamo pure che ero lì, come ogni uomo, a cercare la consolazione di Dio alle mie preoccupazioni. Entra una coppia, marito e moglie, sui cinquanta circa. Lui aiuta lei a camminare con molta pazienza; lei coperta da un abito lungo, leggero, chiaro come la sua pelle e un cappello bianco in testa, che ne nasconde la rasatura, lentamente si aggrappa al banco. Lentamente giunge alla sua devozione: si inginocchia, a capo chino sorride, saluta e loda. Il suo corpo debole prega con lei. Davanti un uomo/ragazzo, con evidente disabilità. Lui è una presenza certa: tutti noi lo notiamo perché, tra i fedeli domenicali, insegna a tutti la spontaneità, l’impossibilità di essere differente da sé. E’ il più genuino, il più umile. La donna batte sulla spalla del ragazzo, ne nasce un sorriso fraterno. Si salutano e in qualche modo creano per noi un punto di contatto estraneo. Io ero sempre ferma al mio posto, ma il volume della mia vita, seduta poco distante, gradualmente più leggero. Osservando l’umiltà di una donna, presente per amore nella sofferenza del suo peso, ha tolto al mio macigno l’immobilità dandomi la forza interiore per spostarlo dal timore alla speranza. Vedendo la percorribilità della sua salita, ho appianato la mia scalata. Ecco perché esiste il sofferente: per insegnare ad assistere se stessi senza disperare. L’angoscia è zuccherina, serve a ingoiare le fatiche, a camuffare il sacrificio in un male in sé, nasconde il bene che l’uomo intravvede appena. Quando siamo esterni alla prova, compatiamo; quando la prova è in noi urliamo a Dio dov’era quando versavamo lacrime. Eppure nasciamo dalle fatiche di una madre, il nostro debutto nella vita passa mediante i pugni di una partoriente, che geme con un dovere gratuito, sciolto, libero.
Due casi, una donna e un uomo con deficit evidenti. Per noi sarebbero due inutilità eliminabili, gravose, ma senza quel quadro d’umanità chi avrebbe tamponato le mie ferite? Gli “imperfetti” socialmente sfrattati dal centro alla periferia dello stimabile, sono la nostra sfida al coraggio di essere piccoli.

L’amore-nonostante- tutto, diversamente dall’amore-perché-tutto, chi se non una voce creata potrebbe dirlo verso il suo Progettista? Loro servono a ricordare a noi, giganti del benessere cronico, che cadere non è l’ultima mossa, si può chiedere aiuto.

Quanta devozione dentro un limite. Con loro, mediante la loro libertà, risaliamo in superficie. Questa mattina all’ingresso della Chiesa ho portato la mia croce; questa mattina all’uscita dalla Chiesa ho abbracciato la mia croce: in un’ora due estranei, bisognosi e per questo vivi, mi hanno ricordato la bellezza. Una società che sopprime l’errore, ha automaticamente scelto di non voler essere salvata.

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Quante volte mi sono chiesto dove si potesse attingere la forza. E dopo anni ho capito che il vero coraggio non è non avere paura e neanche essere forti: il vero coraggio è riconoscersi fragili. Fragili ma splendenti come il cristallo. Riconoscere le proprie fragilità, le miserie, gli sbagli, è il primo passo verso un amore più vero. Quando penso alle crudeltà del mondo, all’odio che dilaga, alla Verità calpestata… Allora mi rifugio nella fragilità dell’amore.

Quante volte ho creduto che chi ama è forte. No, più si ama più fragili ed esposti alla brutalità del mondo si diventa. Pensate al “cacciatore di tornado”: davanti alla forza brutale della natura (un Tornado F5 può raggiungere venti a 500km/h e sollevare un’intera casa strappandola dalle fondamenta) viene preso dalla paura, ma la passione e l’amore per quello che fa gli danno forza.

Nel periodo che ho passato con il mio dolce amore, davanti alle prove e alle mille difficoltà, davanti all’odio dilagante del mondo, nel mio animo si addentrava spesso un senso di scoraggiamento, di paura e di turbamento profondissimo, tanto da non riuscire a proseguire neanche un momento, qualsiasi cosa stessi facendo. Poi veniva lei con il suo viso raggiante, con la sua dolcezza e sensibilità d’animo, con gli occhi che le brillavano di amore per me… l’Amore… era quello che mi faceva sopportare tutto.

Quando i suoi occhi brillavano per me, una forza mi invadeva il cuore e l’anima, qualcosa che nessuno scrittore, teologo o apologeta potrebbe mai spiegare. In quel momento nel mio cuore baluginavano queste parole: “Per lei saresti disposto a soffrire, essere perseguitato, disprezzato, odiato?” E lo stesso mio cuore rispondeva: “Sì, fino alla morte!”

Scrivendo queste parole mi scendono lacrime di ringraziamento, perché Dio mi sta dando la grazia immensa di poter soffrire per Lei, ha dato compimento a quel “sì”. Ora il suo viso non posso più contemplarlo e quando lo sconforto si riversa su di me guardo il Crocifisso, guardo il Suo Amore, la Sua Passione e Morte… e nel mio cuore si imprime la stessa domanda: “Vuoi soffrire per il Suo Immenso Amore?”. “Assolutamente sì, fino alla morte”.

Così dovrebbero amarsi anche i fidanzati, con lo stesso amore che Gesù Cristo ha avuto per l’intera umanità e nessuna tempesta, nessun terremoto potrà abbatterlo, perché esso regge sulla Roccia.

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Dall’ultimo mio “Meteo di coppia” è passato parecchio tempo. Il mio ritorno in ambito di scommesse era dato 1 a 10. Ebbene se avete scommesso sul mio ritorno avete scommesso sulla Provvidenza, quella “strana forma astratta” che si intromette ogni qual volta le cose diventano impossibili all’umano… Cos’è accaduto? È accaduta una cosa fantastica, il vostro meteorologo di coppia ha fatto esperienza della cosa più bella che può accadere nella vita di un essere umano: l’Amore incondizionato – l’amore per la sofferenza. Detto così avreste maggior ragione a prendermi per pazzo, ma avreste torto… e vi spiegherò il perché.

5 maggio 2015: la mia ragazza mi lascia. Non solo… dice di odiarmi per tutto quello che ho combinato nella sua vita. Non starò a giudicare i suoi sentimenti, legittimi e imperscrutabili per qualsiasi mente umana, ma vorrei raccontarvi come questo profondo sentimento di odio, si sia trasformato per me nel più bel sentimento di amore per lei. Qualche giorno dopo, infatti, il 13 maggio (il giorno del mio compleanno e dell’anniversario delle apparizioni di Fatima), ho capito che cosa realmente significhi amare una persona non per il bene che ti fa – e lei a me ne ha fatto veramente tanto – ma per quanto quella persona ti ha potuto fare del male.

Ok, il concetto è diventato ancora più assurdo… ma seguitemi ancora un po’… Cercherò di spiegarvi un concetto che nel Cristianesimo è un mistero così grandioso che la mente e le parole non potranno mai svelarlo nella sua profondità. Avete presente com’è fatta una rosa? Man mano che si progredisce verso l’interno, i petali diventano sempre più fitti e più stretti, così fitti e stretti che il cuore della rosa è imperscrutabile agli occhi umani, se prima non togliamo i petali più esterni. Il mistero di cui cercherò di parlarvi risiede nei petali più interni della rosa: il mistero del perché Gesù abbia donato la Sua vita con la sua Passione, del perché la Sua Misericordia sia più grande quanto più grande è il nostro peccato e il nostro odio verso di Lui.

Avete presente le tempeste di cui vi parlavo nei post precedenti? Una di queste, attraverso quello che noi meteorologi chiamiamo “tornado di riporto” (un tornado che si sviluppa in seno a un altro tornado ed è assolutamente imprevedibile), si è portata via Tim e Paul Samaras (padre e figlio), insieme a un collega, Carl Young. Tim Samaras è stato, secondo l’opinione di molti scienziati, il più grande innovatore nel campo della meteorologia e dei fenomeni violenti (e pensare che i suoi studi sono stati da autodidatta). È stato il primo scienziato a misurare la pressione atmosferica all’interno di un Tornado F4 e tutt’ora rimane la pressione più bassa mai registrata al mondo.

Non vi starò a parlare della grande fede di Tim e della sua famiglia, ma vorrei farvi capire come la Provvidenza di Dio agisca in modi assolutamente imperscrutabili e come l’amore per questi fenomeni atmosferici possa amplificarsi proprio quando essi ci fanno un male maggiore. I “cacciatori di tornado” sanno benissimo che ogni giorno rischiano la vita per il grande amore che hanno nei confronti dei fenomeni atmosferici, e fatti tragici e terribili come questo non fanno altro che spingerli a una più grande conoscenza e amore verso di essi. Sono pazzi anche loro? Qualcuno potrebbe dire di sì… Eppure, se non fosse per il loro grande amore, non potremmo salvare milioni di vite.

Amare nella sofferenza, nel dolore, nel male e nella morte, rende il nostro amore più puro, più vero. Ecco perché affermo con molta convinzione che non ho mai amato la mia dolce metà così come l’ho amata in questi giorni. E di questo grandissimo dono non devo ringraziare me, ma la Provvidenza, che come con la morte di Tim, ci ha fatto conoscere il cuore più profondo della Rosa. Grazie Amore mio!