Articolo di Costanza Miriano uscito sul suo blog

Prima di conoscerlo l’ho citato tante volte, il cardinal Carlo Caffarra. Ripetevo quello che raccontava lui, di quando il Papa, Giovanni Paolo II, che lo teneva come suo più fidato consigliere sui temi della famiglia e dell’antropologia, lo interrogò e gli chiese quante volte al giorno leggesse il racconto della Genesi, il passaggio in cui si dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, maschio e femmina. Diceva il Papa che proprio lì si nascondeva il segreto dell’uomo. Mi faceva un sacco ridere che il Papa interrogasse Caffarra, e che lui dovesse ammettere che non è che proprio lo stesse a leggere dalla mattina alla sera, quel passo. La cosa me lo faceva sentire più vicino. Poi ho avuto il privilegio di incontrarlo, e ho scoperto che, nonostante una cultura sterminata e una sapienza praticamente omnicomprensiva, vicino lo era davvero, uno di quegli uomini pieni di umanità e dotati di sofisticati strumenti radar, quelli che permettono a qualcuno di farti i raggi a vista (di solito ce li hanno alcune suore molto mistiche, alcune mamme, raramente gli uomini, e solo quelli che pregano molto). Infine qualche giorno fa ho avuto il privilegio di trascorrere un’ora con lui, e sebbene mi sia dimenticata i tre quarti delle cose che avrei voluto chiedergli sul tema maschio femmina, la domanda più importante sono riuscita a fargliela.
Qual è il disegno che sta dietro questa offensiva planetaria contro i principi del maschile e del femminile? Era a questo che si riferiva suor Lucia di Fatima quando gli diceva che la battaglia finale sarebbe stata sulla famiglia? E, perché si sappia subito, non abbiamo parlato di dubia (solo, sul tema il Cardinale mi ha ricordato che negli stati monarchici l’opposizione si chiama “leale opposizione a sua maestà”).
Il fatto che venga messa in discussione con tanta insistenza e pervicacia la creazione dell’uomo maschio e femmina, creatura che riceve un’identità donata, vuole sovvertire i fondamenti stessi della creazione. È un rifiuto di essere figli del Padre: è come se Satana tentasse una nuova creazione, nella quale l’uomo è sempre più simile a un animale. Siamo animali quando non abbiamo più il senso religioso, cioè non ci facciamo la domanda su Dio e sulla morte, siamo animali quando rifiutiamo la somiglianza con Dio.
Quando gli ho chiesto perché l’omoeresia abbia tanti appoggi anche dentro la Chiesa – lo ha detto Benedetto XVI – il caro padre mi ha invitata a non avere paura, perché Dio ama combattere con un piccolo esercito. Mi ha citato due episodi della Bibbia che, confesso, non saprei citare a mia volta, perché, tutta intenta come ero ad ascoltare, ho dimenticato di tirare fuori il quaderno degli appunti che porto sempre con me. Inoltre, ha detto, Dio le cose importanti le fa nel segreto, e nel silenzio, infatti anche al concepimento di Gesù non fu presente neppure l’angelo, che “si partì da lei”.
Va bene, che parte del mondo usi la leva omosessualista per rifiutare dio mi è molto chiaro, e non mi scandalizza (anche se non deve essere permessa la propaganda sui bambini). Ma quello che mi chiedo, e qui la riflessione diventa la mia, è perché parte della Chiesa, che non dovrebbe aderire alla lobby omosessualista, si affretti a seguirne i diktat. Gli episodi sono infiniti. Il più macroscopico da noi è stata la mancata opposizione da gran parte delle gerarchie ecclesiastiche alle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Ma la fila è lunghissima. Amici che hanno figli in scuole cattoliche inglesi mi raccontano di presidi che fanno discorsi ai ragazzi, invitandoli a esplorare il proprio orientamento sessuale, e a non esitare a esprimere dubbi sulla corrispondenza tra il loro sesso biologico e il loro orientamento. Sempre in scuole cattoliche dai bagni scompaiono i simboli maschio e femmina, compare il cartello gender free. Spiegano i presidi “cattolici” – le virgolette sono d’obbligo – che hanno ricevuto direttive precise dalla conferenza episcopale inglese: tutti vanno accolti, nessuno va discriminato. Ribadisco la mia proposta di tassare la parola accoglienza. Accoglienza vuol dire volere il vero bene di una persona, non assecondare le sue ferite, se ci sono. Tanto meno provocarle (dire a dei dodicenni che possono decidere se essere maschio e femmina può creare un problema di confusione in un’età tanto delicata, quando è normale non essere né carne né pesce, e magari finisce che la ragazzina piena di ammirazione per la compagna più elegante e carina di tutte si convince di esserne innamorata). Accoglienza vuol dire amare nella verità, non obbedire alle bugie di mondi interiori sballati, né alle bugie del maligno.
Se è per questo ci sono anche teologi o storici di cui avevo sentito dire che si professassero cattolici, come Alberto Melloni, che in un delirante pezzo su Repubblica a proposito della bambina cristiana affidata a una coppia di musulmani, non solo depreca “il ghetto delle culture” (e qui ci sarebbe da aprire un altro lungo capitolo) ma parla di “orientamenti sessuali che hanno tutti bisogno di essere accolti”. Punto primo: non esistono tutti gli orientamenti sessuali, per chi accoglie l’antropologia cattolica (se invece si è melloniani o appartenenti a qualche altra fede di nuova fondazione, uno la può pensare come vuole). Si può essere o maschio o femmina. Punto secondo: in questo caso l’orientamento sessuale non c’entrava niente, ma proprio niente. Perché tirarlo fuori a sproposito? Perché questa fretta, la stessa per esempio dai colleghi di Avvenire che si chiedono se lo scout che si civilunisce con un maschio è in linea con la proposta cristiana sulla famiglia, di adeguarsi a un’antropologia che non ha nessun fondamento nella Verità annunciata da Cristo e dalla sua tanto infedele sposa, la Chiesa?
C’è un progetto, dietro? Questa lobby omosessualista ha esteso così tanto e così sfacciatamente la sua longa manus? O c’è semplicemente il solito complesso di inferiorità della Chiesa che per sembrare moderna, per paura di essere considerata ottusa e oscurantista arriva come sempre a saldi finiti, e pur di essere alla moda rinuncia alla Verità? Rinuncia a dire che l’omosessualità non è il vero bene della persona? Nel 1997 il cardinal Ratzinger scriveva “La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua posizione al riguardo – la pratica dell’omosessualità sta minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone – posizione che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento”.
Il rapporto col mondo, alla fine, è il problema di fondo anche nella questione famiglia (gender, indissolubilità, e tutte le questioni connesse). Il mondo ha bisogno di Cristo per essere salvato, sennò la croce a cosa sarebbe servita? Non è certo il benessere delle persone il criterio ultimo, come sembrano suggerire tutti i cattolici che si affrettano a stare simpatici al mondo, perché loro no, non costruiscono muri. Se non fosse necessaria la croce Cristo sarebbe uno a cui effettivamente è andata un po’ male. Se non ci fosse questa necessità anche per noi la morte sarebbe un’enorme contraddizione, e la fine di tutto. La sofferenza sarebbe una sfiga, e a questo punto allora meglio evitarla con tutte le forze. Allora va bene uccidere i bambini malati, logico ammazzarsi in Svizzera quando le cose si mettono male. Invece il cristianesimo è la storia di Dio che si è fatto uomo ed è venuto a offrirci la salvezza per mezzo della croce. La croce è necessaria perché l’uomo ha bisogno di redenzione. Nessuna visione pacificatrice che prescinda dalla salvezza di Cristo, dal mistero della sofferenza e della morte, dal mistero oscuro del peccato, quello originale e quello che compiamo con la nostra iniziativa, quello che è presente dentro e fuori di noi, è cristiana. I cristiani possono vantarsi solo della croce. Non sarà certo la nostra bellezza a convincere nessuno, perché noi non siamo affatto belli, solo Cristo è bello, e i santi, quelli che lo lasciano agire in loro, ne possono acchiappare qualche molecola di bellezza.

“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto in questo blog. L’ultima volta vi abbiamo affidato la nostra piccola storia, che è la storia di molti genitori che perdono un bimbo prima che venga alla luce. Questa Luce, in realtà, lui, Giuseppe Maria, la contempla e ne è avvolto e siamo certi della sua intercessione presso il Padre.
Ci avete scritto in tantissimi dopo aver pubblicato la nostra testimonianza, vi abbiamo sentito vicini e abbiamo potuto condividere un dolore che sa di speranza, abbiamo condiviso le paure per il futuro, molte mamme hanno pregato per noi, molte altre ne abbiamo consolate. Volevamo rispondere alle preghiere di queste mamme con una notizia già annunciata di recente: il Signore ha deciso di farci dono di una nuova presenza nelle nostre vite, una nuova esistenza che cresce e che amiamo infinitamente. Ci accingiamo ad entrare nel settimo mese, è stata una partenza difficile, i timori e la ferita del passato si fanno sentire ed è per questo che ci affidiamo nuovamente fiduciosi alla Sua volontà.

Mi hanno chiesto più di una volta “Cosa si prova ad essere mamma?”… ecco, ci ho pensato in questi giorni e in realtà non riesco bene ad esprimerlo a parole. C’è una frase di D’Annunzio, nella sua poesia “Consolazione”, che sembra appagarmi totalmente in risposta alla domanda sopracitata:
“Che proveresti tu se ti fiorisse la terra sotto i piedi, all’improvviso?”
Cosa si prova se non infinita meraviglia per un dono così grande, un dono che ci spiazza e ci tocca nelle radici più profonde del nostro essere; “essere” per l’appunto. Riguarda qualcosa di estremamente intimo, viscerale, qualcosa di meravigliosamente naturale e armonioso. Qualcosa che viene all’esistenza o meglio che Dio stesso chiama all’esistenza attraverso il nostro Sì.

La meraviglia per questa piccola cosa, piccola perché è così che funziona, piccola perché è la normalità delle cose, ma estremamente grande nel suo significato, sembra perdersi oggi di fronte ad una banalizzazione mostruosa ed il pensiero corre subito a chi questo mistero lo vìola. Ci dicono che la maternità è per tutti indifferentemente dall’essere uomo o donna, è il periodo della svendita, proprio quando noi donne dovremmo gelosamente proteggere quel mistero che ci rende madri, oggi si slega la maternità dal corpo, quasi come fosse una piaga, per poi usufruirne al bisogno. Programmiamo tutto, abbiamo bisogno di avere sempre tutto sotto controllo, la laurea, la casa, il lavoro stabile, un compagno… procediamo per tappe conquistate e pianificate senza mai lasciarci sorprendere e toccare da quel piano di Dio per noi, che si svela passo dopo passo, che richiede fiducia in un’esistenza non incasellabile, che sfugge spesso alle nostre previsioni.

Poi in “vecchiaia” reclamiamo il famoso mistero, ormai svenduto a prezzi stracciati, nel logorio del tempo che scandisce i cicli del nostro corpo. Ci imbottiamo di anticoncezionali, bulimici di una sessualità ignorante della bellezza della donazione e della comunione dei corpi, privandoci di quella vera confidenza che lega due persone nei dettagli di apertura e conoscenza del corpo, dei ritmi dell’altro, attraverso i periodi di fertilità. Non c’è vera donazione quando questo non avviene, non c’è vera unione quando non si rischia ragionevolmente di spendere la vita a coltivare quei frutti visibili dell’Amore donato. La sessualità ha un valore che l’essere umano, spesso, ignora o preferisce ignorare, un potenziale che scacciamo come la peste. Un valore che non dovrebbe negare l’altro, cosificarlo e rinchiuderlo negli egoismi, ma liberarlo: questa libertà avviene quando responsabilmente gestiamo un’intimità in un contesto maturo e magari benedetto, come nel matrimonio, seguendo quei principi cardine che la Chiesa ci indica con immensa sapienza: il principio unitivo e procreativo. Che non significa cercare di figliare ad ogni amplesso, significa non chiudersi nell’egoismo, servirsi dei periodi di castità e di fertilità, che non chiudono categoricamente la possibilità a Dio di servirsene per farci un dono, ma c’è una ragionevole fiducia e soprattutto quell’apertura richiesta che consapevolmente possiamo gestire attraverso la conoscenza del nostro corpo.

Quando parliamo della sessualità in questi termini ci vedono come alieni venuti da un mondo sconosciuto, mentre in realtà queste persone non sanno di privarsi dell’Amore vero, totale e liberante. È attraverso questa responsabilità che i frutti fanno capolino nelle nostre vite. Purtroppo recidiamo i germogli come fossero piante infestanti, a forza di recidere intacchiamo quei rami fino a seccarli. Più rami si seccano più la pianta rischia di morire. Questo è il rischio dell’egoismo, questo è il rischio quando violentiamo la natura del nostro corpo che grida vita e noi gli facciamo ingerire pillole di morte.

I frutti sono una benedizione. Che cosa si prova ad essere mamma? Chiediamolo a quelle ragazze che scelgono di abortire, a quelle persone che slegano la maternità dal corpo sessuato, a quelle che vendono i propri bambini, come al mercato, alle coppie che si arrogano il diritto di possedere una vita che non gli appartiene. I figli non appartengono nemmeno a noi che li partoriamo e li cresciamo, figuriamoci se appartengono a chi li compra. I figli sono un dono, sono una libertà differente da noi, possiamo educarla, accompagnarla, ma mai possederla o servircene a nostro comodo. Come dono vanno accolti, custoditi e poi lasciati andare nel rispetto di quella libertà che anela al bene.

Che provano quelle mamme e quei papà che negano e violentano la loro natura genitoriale? Ecco, io lo so benissimo cosa si prova ad essere mamma, una fioritura improvvisa del cuore, un profumo che si avverte tutt’intorno, una disposizione di accoglienza generale verso la vita, non solo verso i propri figli, ma una preoccupazione benevola che riguarda un campo visivo più ampio. Ed ecco perché non posso non chiedermi cos’hanno nel cuore queste donne. La cultura della morte si combatte testimoniando la bellezza della cultura della vita, è così che Papa Benedetto XVI si esprimeva di fronte alle bruttezze e ipocrisie che affliggono la nostra epoca. Cerchiamo di spargere semi di bontà, appelliamoci con urgenza a quelle coscienze addormentate che non sanno di possedere un giardino misterioso che potrebbe sbocciare d’improvviso.a

(articolo di Andreas Hofer/Emiliano Fumaneri apparso su La Croce Quotidiano del 14 luglio 2016 e su numerosi altri blog)

Thérèse Hargot è una giovane sessuologa belga (nata nel 1984) con una laurea in filosofia e un master in scienze sociali alla Sorbona. Sposata, con tre figli, Thérèse ama sfidare la vulgata corrente. È fermamente convinta che la rivoluzione sessuale abbia apportato una liberazione senza libertà sicché, in luogo di renderci più liberi, ci ha fatti transitare da una obbedienza all’altra. In particolare la cosiddetta «liberazione sessuale» ha asservito il corpo della donna.

È quanto espone in Une jeunesse sexuellement libérée (ou presque) [Una gioventù sessualmente liberata (o quasi)], arrivato a vedere 15 mila copie. Nel libro, uscito a febbraio in Francia (è in corso la traduzione italiana per Sonzogno), la Hargot si sofferma sull’influenza della liberazione sessuale sul nostro rapporto col sesso. È forte la sua critica al sesso tecnicizzato, igienizzato, ridotto alla combinazione meccanica dei corpi. Il paradosso, dice la sessuologa belga, è che la sessualità non è mai stata tanto «normata» come nel nostro tempo per via del combinato disposto tra il culto della performance (imposto dall’industria pornografica) e l’ansietà derivata da una morale igienista.

Fondamentalmente, confessa a «Le Figaro», è cambiato soltanto il nostro modo di relazionarsi alle cose del sesso: «Se la norma è cambiata, il nostro rapporto con la norma è lo stesso: restiamo all’interno di un rapporto di dovere. Siamo semplicemente passati dal dovere di procreare a quello di godere. Dal «non bisogna avere relazioni sessuali prima del matrimonio» al «bisogna avere relazioni sessuali il prima possibile». Una volta la norma era dettata da un’istituzione, principalmente religiosa, oggi è dettata dall’industria pornografica. La pornografia è il nuovo vettore normativo nel campo della vita sessuale».

La differenza è che la norma ora è stata interiorizzata, individualizzata. «Mentre un tempo le norme erano esteriori e esplicite, oggi sono interiorizzate e implicite. Non abbiamo più bisogno di una istituzione che ci dica quello che dobbiamo fare, l’abbiamo assimilato da soli. Non ci viene più detto esplicitamente quand’è che dobbiamo avere un figlio, ma tutte abbiamo compreso molto bene il «momento buono» per essere madri: soprattutto non troppo presto, e quando le condizioni finanziarie sono favorevoli. È quasi peggio: siccome ci crediamo liberati, non abbiamo più coscienza d’essere sottomessi a delle norme».

Ma quali sono le coordinate psicologiche disposte dalla nuova normatività sessuale? «La novità», risponde la Hargot, «sono le nozioni di performance e di successo, che si sono insediate al centro della sessualità. Questo tanto per il godimento quanto per il nostro rapporto con la maternità: bisogna essere una buona madre, crescere bene il proprio bebé, essere una coppia di successo. E chi dice performance e efficacia dice angoscia di non farcela. Questa angoscia crea della disfunzioni sessuali (perdita dell’erezione, ecc.). Abbiamo un rapporto molto angosciato con la sessualità, perché siamo costretti ad avere successo».

Questa nuova normatività nelle cose del sesso tocca tanto gli uomini quanto le donne, ma in maniera differente. Non si esce dagli stereotipi: «l’uomo dev’essere performante nel suo successo sessuale, la donna nei canoni estetici».

La norma si trasmette sotto forma di discorso igienista, andato a sostituire la vecchia morale di un tempo. Si fomenta così una psicologia individuale straziata, oppressa dalla simultanea presenza del piacere e della paura. Il sesso è piacere, ma è anche un sesso pericoloso, che infetta e uccide, attenta alla vita fisica: «L’AIDS, le malattie veneree, le gravidanze indesiderate: siamo cresciuti, noi nipoti della rivoluzione sessuale, con l’idea che la sessualità fosse un pericolo. Ci dicono che siamo liberi e nello stesso tempo che siamo in pericolo. Ci parlano di «sesso sicuro» e di preservativo, abbiamo sostituito la morale con l’igiene. Cultura del rischio e illusione della libertà, questo è il cocktail liberale che ormai si è imposto anche nel campo della sessualità. Questo discorso igienista è molto ansiogeno. E inefficace: si trasmettono sempre numerose malattie veneree».

Come sessuologa, Thérèse lavora a stretto contatto con gli studenti liceali, in un’età della vita particolarmente esposta all’immaginario diffuso dall’industria pornografica. Negli adolescenti, osserva, «la cosa più significativa è l’influenza della pornografia sul loro modo di concepire la sessualità. Con lo sviluppo delle tecnologie e di internet, la pornografia viene resa estremamente accessibile e individualizzata. A partire dalla più giovane età, condiziona la loro curiosità sessuale: a 13 anni ci sono ragazzine che mi domandano cosa ne penso delle cose a tre. Più in generale, al di là dei siti pornografici, possiamo parlare di una «cultura porno» presente nei videoclip, nei reality, nella musica, nella pubblicità, ecc.».

Sulla psiche dei più piccoli poi l’impatto della pornografia è devastante: «Come può un fanciullo», si chiede la sessuologa belga, «accogliere queste immagini?». A questa età si è davvero «in grado di distinguere tra la realtà e le immagini?». La risposta è un no senza appello alla sessualizzazione precoce: «La pornografia sequestra l’immaginario del bambino senza lasciargli il tempo di sviluppare le proprie immagini, le proprie fantasie. Crea un grande senso di colpa per il fatto di sperimentare una eccitazione sessuale attraverso delle immagini e crea anche una dipendenza, perché l’immaginario non ha avuto il tempo di svilupparsi».

La sedicente «liberazione sessuale», si legge nel suo libro, sembra non ridursi ad altro che a questo: «Essere sessualmente liberi, nel ventunesimo secolo, vuol dire avere il diritto di fare del sesso orale a 14 anni».
 Siamo in diritto di chiederci se una simile «liberazione» non si sia in realtà ritorta contro la donna. La Hargot ne è fermamente convinta: «La promessa “il mio corpo mi appartiene” si è trasformata in “il mio corpo è disponibile”»: disponibile per la pulsione sessuale maschile, che non è ostacolata in nulla.

La contraccezione, l’aborto, il «controllo» della procreazione non pesano che sulla donna. La liberazione sessuale ha modificato solo il corpo della donna, non quello dell’uomo. Con la scusa di liberarla. Il femminismo egualitario che bracca i «macho» vuole imporre nello spazio pubblico un rispetto disincarnato della donna. Ma è nell’intimità, e specialmente nell’intimità sessuale, che si vanno a ristabilire i rapporti di violenza. Nella sfera pubblica si esibisce rispetto per le donne, in privato si guardano film porno dove le donne sono trattate come oggetti. Introducendo la guerra dei sessi, in cui le donne si sono messe in competizione diretta con gli uomini, il femminismo ha destabilizzato gli uomini, che ristabiliscono il dominio nell’intimità sessuale. Il successo della pornografia, che rappresenta spesso atti di violenza verso le donne, il successo del revenge-porn e di Cinquanta sfumatura di grigio sono lì a testimoniarlo».

Thérèse Hargot è fortemente critica anche della «morale del consenso», per la quale ogni atto sessuale va considerato un atto libero nella misura in cui è «voluto». Secondo un diffuso senso comune, oggi il consenso individuale è il solo criterio che permette di distinguere il bene dal male. Je consens, donc je suis, dice Michela Marzano: acconsento, dunque sono.

Questo nuovo «cogito» permissivo induce gli adulti ad abdicare alla loro funzione educativa e con la sua estensione indiscriminata mette in serio pericolo l’infanzia: «Coi nostri occhi di adulti, tendiamo talvolta a considerare in maniera tenera la liberazione sessuale dei più giovani, meravigliati dalla loro assenza di tabù. In realtà subiscono delle enormi pressioni, non sono affatto liberi. La morale del consenso in linea di principio è qualcosa di giustissimo: si tratta di dire che siamo liberi quando siamo d’accordo. Ma abbiamo esteso questo principio ai bambini domandando loro di comportarsi come degli adulti, capaci di dire sì o no.

Ora, i bambini non sono capaci di dire no. Nella nostra società c’è la tendenza a dimenticare la nozione di maturità sessuale. È molto importante. Al di sotto di una certa età riteniamo che vi sia una immaturità affettiva che non rende capaci di dire «no». Non c’è consenso. Bisogna davvero proteggere l’infanzia».

Andando controcorrente, la giovane sessuologa arriva ad esaltare i metodi naturali, biasima il discorso femminista e la medicalizzazione del sesso indotta dalla pillola. Quest’ultima viene elevata a «emblema del femminismo, un emblema della causa delle donne». Ma della bontà di un simile feticcio, afferma tranchant, «c’è da dubitare, visti gli effetti sulla salute delle donne e sulla loro sessualità! Sono le donne che vanno a modificare il proprio corpo, e mai l’uomo. È una cosa completamente iniqua. È in questa prospettiva che mi interessano i metodi naturali, perché sono i soli a coinvolgere equamente l’uomo e la donna. Sono basati sulla conoscenza che le donne hanno del loro corpo, sulla fiducia che l’uomo deve avere nella donna, sul rispetto del ritmo e della realtà femminili. Lo trovo in effetti molto più femminista che non distribuire un medicinale a donne in perfetta salute! Facendo della contraccezione una faccenda unicamente femminile, abbiamo deresponsabilizzato l’uomo».

Non fa eccezione a questo quadro la pratica dell’utero in affitto, «perché sopprimere la madre sarebbe l’ultima tappa del dominio maschile», osserva la sessuologa-filosofa. Con la Gpa «un uomo può creare la vita senza una donna. Certo, ha ancora bisogno del «corpo femminile», ma non si tratta più di una donna, cioè di una persona umana che per principio non può essere utilizzata come un mezzo, quali che siano il fine e le modalità. Dopo il sesso con la prostituzione, le ovaie con la riproduzione artificiale, l’utero è l’ultimo bastione conquistato dalla volontà di disporre del corpo delle donne. La sottomissione delle donne a scopi commerciali o caritatevoli tocca il suo apogeo. Da madre diventa operaia, da donna diventa serva che risponde ai comandi e alle esigenze di coloro a cui appartiene il progetto di paternità».

Si tratta di un ritorno puro e semplice alla sottomissione precedente alle conquiste del femminismo? «In una certa maniera sì», replica la Hargot, ma è altrettanto vero che «senza il femminismo alla Simone de Beauvoir il ragionamento ideologico della «gestazione per altri» non sarebbe stato possibile». È stato questo femminismo ideologico a «fornire armi e strumenti propri a una logica liberale incontrollabile. Per arrivare qui c’è voluta la contestazione per separare il corpo dallo spirito, per denigrare le esperienze carnali a vantaggio dell’espressione onnipotente della volontà. Riducendo la riproduzione al suo carattere animale, negando l’esperienza umana e spirituale che essa porta in germe e a cui può addivenire, questa ha perduto il suo carattere sacro. Il corpo non è più che una cosa esteriore alla persona. Dopo essere stato frazionato, il corpo può ormai essere dato in prestito, può essere acquistato, affittato o venduto in parti di ricambio e secondo le esigenze di servizio. Le donne escono così dalla riproduzione per entrare in un rapporto di produzione, col rischio di vedere legittimato, generalizzato e istituzionalizzato lo sfruttamento del corpo. L’esito di questo femminismo che ha dimenticato l’essenziale si ritorce oggi in primo luogo contro le donne stesse: l’affascinante vittoria della volontà lascia intravedere un mondo disumanizzato in cui il valore della persona dipende solo dalla sua utilità».

Sulla questione dell’omosessualità, che oggi tormenta alquanto gli adolescenti, Thérèse ricorda quanto sia riduttivo identificare la persona con un orientamento sessuale: «“Essere omosessuale” è anzitutto una battaglia politica. In nome della difesa dei diritti sono state riunite sotto una stessa bandiera arcobaleno delle realtà diverse che non hanno niente a che vedere le une con le altre. Chiunque dica di “essere omosessuale” ha un vissuto differente, che si inscrive in una storia differente. È una questione di desideri, di fantasie, ma non è per niente una identità propriamente detta. Non bisogna porre la questione in termini di essere, ma in termini di avere. La questione ormai ossessiona gli adolescenti, costretti a scegliere la loro sessualità. La visibilità del “coming out” interroga molto gli adolescenti che si domandano “come si fa a sapere se uno è omosessuale, come sapere se lo sono?”. L’omosessualità fa paura, perché i giovani si dicono “se lo sono, non potrò mai ritornare indietro”. Definire le persone come “omosessuali” vuol dire generare dell’omofobia. La sessualità non è un’identità. La mia vita sessuale non determina chi sono».

Che fare dunque con i giovani? Bisogna aiutarli a svilupparsi sessualmente, magari coi soliti corsi di educazione sessuale? «Non bisogna insegnare agli adolescenti a svilupparsi sessualmente», replica ferma. Piuttosto «bisogna insegnare ai giovani a diventare uomini e donne, aiutarli a sviluppare la propria personalità. La sessualità è secondaria in rapporto alla personalità. Invece che parlare ai ragazzi di profilattici, di contraccezione e di aborto bisogna aiutarli a costruirsi, a sviluppare una stima di sé. Bisogna creare uomini e donne che possano essere capaci di entrare in una relazione reciproca. Non occorrono dei corsi di educazione sessuale, ma dei corsi di filosofia!».

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Marco ha un’automobile nuova, gli piace moltissimo. Ma è un tipo generoso e quando Giovanni gli ha chiesto se gliela prestava, ha pensato prima all’amicizia e ha lasciato che la tenesse un anno intero (sì, un anno intero!) e si facesse un giro per l’Europa. Giovanni gli ha riportato l’automobile integra. Marco e Giovanni sono ottimi amici, si vogliono bene e bisogna dire che Marco è un tipo davvero generoso.

Marco ha avuto un figlio che a Giovanni piace moltissimo, tanto che ha pensato di chiedergli se glielo prestava per sei mesi. Marco è generoso e ha lasciato che Giovanni portasse suo figlio di un anno sei mesi in giro per l’Europa. Quando torna, anche Laura si è prenotata per il figlio di Marco e lui, che è un tipo davvero generoso, glielo presterà per dieci mesi. Tutti loro si vogliono bene e sono davvero generosi.

Ora, se chiedete a me, vi dico che per quanto riguarda l’automobile di Marco vedo un grande gesto, per quanto riguarda il figlio vedo un gesto di psicosi estrema. Ma qualcuno di voi sarebbe in grado di argomentare per quale ragione il caso dell’automobile è accettabile, anzi, è una gran cosa, mentre il caso del figlio è pura follia? Cioè, intendo argomentare senza arrivare a dire che c’è qualcosa di immorale.

Per forza di cose si arriva al punto in cui si dichiara che una cosa è morale o immorale. Ma ciò che è morale o immorale non lo può dire la scienza. O si accetta o non si accetta. Ecco perché non ha alcun senso che gli atti considerati immorali dai cattolici vengano spiegati in maniera “scientifica”. Ecco perché è tremendamente stupido e miope credere che i propri valori morali (magari non cattolici) siano indipendenti e liberi da qualsiasi tradizione o influenza esterna.

Proviamo con un altro esempio altrettanto brutale.

Paolo ha deciso di portare Giulia, sua figlia di nove anni, a danza. Giulia non è entusiasta, dopo qualche settimana dice che proprio non le piace. Paolo le dice di aspettare ancora qualche lezione che vedrà che è molto bello. Alla fine non c’è niente da fare, a Giulia non le piace proprio e dopo due mesi Paolo decide di toglierla dal corso.
Tutto regolare, giusto? Giusto. Anzi, Paolo si è rivelato un padre comprensibile che sa ascoltare la figlia e non la forza a fare cose che non deve necessariamente fare.

Matteo ha deciso di portare Silvia, sua figlia di nove anni, dal suo vicino esperto in lezioni pratiche di educazione sessuale. Non le fa del male, sono esercizi pratici di educazione sessuale dove le si insegna l’autoerotismo, stare bene col proprio corpo, e la masturbazione come terapia per prevenire la nevrosi adulta. Silvia non si trova bene fin dall’inizio. Per Matteo il sesso non è un tabù, lui dice che niente di sessuale in sé è vergognoso, a meno che si faccia proprio del male, ma il suo vicino non le fa male. Matteo le dice di tenere duro e che vedrà che più avanti lo troverà molto appagante. Ma alla fine, dopo due mesi, niente da fare: Matteo decide di non proseguire quella terapia.

Tutto regolare, giusto? No, per niente. Matteo e il suo vicino sono dei mostri. Oltre che completamente fuori di testa. Non basta avere buona volontà, amarsi, essere generosi per giustificare un atto. La buona volontà, la generosità, l’amore (non intendo quello cristiano che è particolare) sono sempre ottimi, ma non bastano. Nessun atto si può giustificare soltanto perché sono presenti questi elementi. Pensare che non esistano altri elementi per valutare un atto ci porta alla rovina, come nel caso di Matteo e sua figlia Silvia. Ma Silvia è minorenne, direte voi. Sì, però se il padre la porta a danza è minorenne lo stesso e non c’è alcun problema. Perché quando si tratta di sesso diventa un problema? Perché il sesso è sempre un tabù. Non importa quanto emancipato ti senti. Il sesso è tabù. Se non lo fosse, bisognerebbe accettare il caso di Matteo e sua figlia Silvia. Eh, ma questo è estremo, direte voi. È vero. La domanda è: chi siamo noi per determinare che cosa è estremo e che cosa non lo è?

Ecco, alla fine, tutti hanno dei valori morali, sia che si tratti di un cattolico, sia che si tratti di un libero pensatore. Ognuno si trova ad imporre (sì, IMPORRE) la propria visione di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia estremo e cosa sia tollerabile.

 

«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per andare fino in fondo. Invece oggi ci sono due modalità di praticare l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.
 La prima è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica, centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo. Il dono della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera. Ma questa non è più sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con partner, di una masturbazione assistita. 
L’uomo è intrappolato dentro al suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita. 
La sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete, però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione. Infatti la parola ultima è: preservativo. Ciò significa che l’amore viene pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte del consumismo. Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il desiderio sessuale, dall’altra la morale che viene a fare ostruzione. La morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se, appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere tale desiderio. Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali, quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere: “Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché dovrei stare nei ranghi?”. Quando gli adolescenti reagiscono al tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il tecnicismo né il moralismo possono dare».

«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».

 

(Fabrice Hadjadj, 2009 – da un’intervista rilasciata a Tempi in occasione dell’uscita di “Mistica della carne”)

Lawrence – l’autore de L’amante di Lady Chatterley, opera poco sospetta di puritanesimo dato che per trent’anni in Inghilterra ne fu proibita la diffusione perché contraria ai buoni costumi – scrive che l’amore tra i sessi, se non si accompagna a una stupefazione reciproca, non è che un volgare affare di sensazioni, cioè ben poca cosa.
Questo giudizio di un esperto in materia assume un valore profetico di fronte al dilagare dell’erotismo teorizzato e praticato che sommerge la nostra epoca.

La stupefazione… Cosa può rimanerne sotto questa valanga d’informazioni brutali seguita a stretto giro di posta da «esercitazioni»? Il sesso a scuola, il sesso nei libri, nei giornali, nelle pubblicità (al ritmo con cui procediamo presto non ci verrà più presentato un articolo di consumo senza accompagnarlo, per renderlo più piccante, a un seminudo femminile…), il sesso in televisione e al cinema, il sesso all’angolo della strada alla maniera dei funghi velenosi attorno a un albero malato, l’apologia delle intemperanze sessuali sotto l’egida rassicurante delle pillola ecc. – una simile combinazione di ampollosità e appiattimento non può che condurre all’indifferenza o al disgusto dinanzi a una delle più profonde realtà dell’esistenza.
Tutti e i veli e i tabù eretti dalle generazioni precedenti svilivano meno il mistero della sessualità di una tale ossessiva ripetizione e di queste monotone esibizioni…

Ne consegue che la sessualità si svaluta quanto più viene ostentata ed esercitata. La licenza di dire e fare tutto le fa perdere in profondità quel che guadagna in superficie. Un prurito generalizzato in cui l’immaginazione gioca un ruolo più ampio della carne si sostituisce al fervore dell’attesa e alla meraviglia della scoperta. Siamo perfino in diritto di domandarci se questa ondata di erotismo non sia l’ultimo spasmo dell’attrazione sessuale agonizzante. Un esempio significativo. Non ho mai avuto il coraggio di addentrarmi in una di quelle immonde e ridicole botteghe che si chiamano sexy-shop, ma poiché le loro porte rimangono sempre abbondantemente spalancate ho potuto osservare dall’esterno la fauna umana chinata sui libri e sulle immagini oscene. Niente di più lugubre: neanche la più piccola traccia di freschezza o di gagliardia su quei visi disperatamente seriosi e concentrati; ci si sarebbe potuti credere all’interno di una di quelle aule studio dove i ragazzi, stufi dell’esame, fanno la muffa o, meglio ancora, in un magazzino di pompe funebri. E di fatto è proprio di un funerale che si tratta: quello dell’amore e perfino dell’autentico desiderio sessuale…

Così, a forza di trattare la sessualità come un volgare oggetto di consumo, con la pubblicità e l’esibizione corrispondenti, essa viene introdotta nel circolo infernale, denunciato da tutti i sociologi, della crescita illimitata. E ciò conduce, secondo la tattica collaudata di ogni strategia di marketing, a suscitare senza posa bisogni sempre più fittizi, i quali, in ragione stessa del loro carattere illusorio, difficilmente si placano in maniera soddisfacente.  Da qui i giochi al rialzo sempre più folli per scuotersi dalla noia, frutto marcio della sazietà.

Considererò a parte il problema dell’educazione sessuale dei fanciulli. Taluni vi vedono un rimedio preventivo contro i pericoli dell’erotismo che li circonda. Io non penso che si debbano lasciare i bambini nell’ignoranza assoluta delle cose del sesso, e meno che mai al giorno d’oggi. Ma, nel vedere come si presenta allo stato attuale questa educazione (ho sotto gli occhi il manuale pubblicato di recente dalle edizioni Hachette) non posso impedirmi di temere i pericoli di una simile prematura vaccinazione.

In primo luogo, quello di una sterilizzazione precoce del sentimento amoroso. Mi spiego. Questo genere di educazione sessuale si rivolge unicamente all’aspetto fisico e fisiologico dell’amore. Essa è «funzionale», per seguire il termine che va di moda. Da qui il rischio, per delle menti riempite anzitempo di immagini e di nozioni troppo precise, di vedersi prosciugare alla fonte di quella stupefazione reciproca di cui parla Lawrence, quella rivelazione accecante dei gesti del corpo che passa attraverso l’ebbrezza dell’anima. Una conoscenza perfetta della meccanica e della chimica della nutrizione aiuta forse a mangiare con più appetito e a meglio digerire? Ed è, allo stesso modo, attraverso la fabbricazione di piccoli tecnici del sesso che prepareremo amanti più ferventi e sposi più fedeli?

Non riesco ad immaginare una positiva educazione sessuale all’infuori dell’educazione globale all’amore. Perché si può passare senza sforzo dall’amore al sesso, ma non si risale dal sesso, così isolato e ipertrofico, verso l’amore. E così, come accade alle cattive monete, l’inflazione galoppante dei segni erotici conduce infallibilmente al fallimento del sesso.

 

(Gustave Thibon, 1974 – articolo uscito sul blog dedicato al “filosofo contadino” ritornoalreale.wordpress.com)