“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Per il fico di Pompelmo Fico gli unici poeti rimasti si trovano sui campi da calcio. Per questo motivo continua a guardare e riguardare il video di un colpo di tacco spettacolare di un giocatore poco noto di una squadra altrettanto poco nota. Pompelmo Rosa non conosce neppure i giocatori noti, figuriamoci quelli poco noti. Ma il fatto che il fico di suo marito continui a guardare il tacco di un calciatore, invece dei suoi, la irrita parecchio.

Per fortuna squilla il cellulare. È l’Uomo che non si ricorda mai dove ha parcheggiato.

“Prova a vedere in piazza”, gli dice Pompelmo Rosa.

E mette giù.

“Hai finito? Possiamo andare?”

Per attirare l’attenzione del marito, Pompelmo Rosa punta i suoi, di tacchi, sul parquet del salottino. Pompelmo Fico si gira e mette via il tablet.

Mentre stanno per uscire, squilla di nuovo il cellulare. È sempre l’Uomo che non si ricorda mai dove ha parcheggiato.

“Sei già in piazza? Non c’è? L’avrai lasciata a casa”

Se non fosse il fratello della moglie, il fico di Pompelmo Fico non permetterebbe mai a un uomo di chiamarla così spesso.

Una volta scese le scale, i coniugi Pompelmo, vestiti a festa (c’è l’inaugurazione della nuova linea di scarpe del Pompelmo Moda stasera), si dirigono verso la Pompelmo Macchina. Ma la Pompelmo Macchina non c’è.

Per stemperare la tensione, il fico di Pompelmo Fico si mette a palleggiare lì in mezzo alla strada con un pomodorino del suo orto, che fatalità teneva in tasca. Dopo qualche palleggio il pomodorino rischia di sfuggirgli e cadere a terra, ma con un colpo di tacco provvidenziale lo riporta in alto.

In quell’istante, però, Pompelmo Rosa afferra con una mano il pomodorino del marito, ancora in volo, e interrompe il divertimento.

Squilla il cellulare.

“L’hai trovata? Immaginavo. In compenso noi non troviamo più la Pompelmo Macchina. Era parcheggiata qui fuori e non c’è più. Come ce l’hai tu? Non trovavi più la tua e hai preso la nostra? Chi ti ha dato le chiavi? Io? Ma quando? E adesso? Dov’è? Non ti ricordi dove l’hai parcheggiata???”

Pompelmo Rosa non ce la fa più. Saranno tutti in attesa del suo arrivo.

Il fico di Pompelmo Fico la guarda. Lei crede che voglia consolarla, o magari che abbia una soluzione. Lui vorrebbe solo indietro il pomodorino. Glielo indica con un dito.

A quel punto Pompelmo Rosa esplode colorando la strada col suo bellissimo succo rosa – e una piccola chiazzetta di succo rosso.

 

Le hai indossate di nuovo, amore mio. Una spina nel cuore mi avrebbe fatto meno male. Da qualche giorno non le trovarvi più, poi, rovistando nella stanza dei libri ma soprattutto del caos, eccole di nuovo. Qualcuno, conoscendoti, o conoscendo la nostra stanza dei libri ma soprattutto del caos, potrebbe pensare che ti ho sposata perché non sopportavo di essere la persona più disordinata che conosco. Qualcun altro, più correttamente, dopo aver visto la foto che ho scattato nel terrazzino del nostro appartamentino il 16 aprile 2015 attorno alle 7 e immediatamente postato su Facebook, che ti ho sposata per liberarti dalle inguardabili Camper diventate ai tuoi piedi la seconda e forse migliore opera d’arte fotografica targata mienmiuaif, “Se queste sono scarpe da donna”. Un’opera noise, cacofonica, un’opera come un’eclissi di sole fissata a occhio nudo, un’opera come un valido motivo di annullamento per la Sacra Rota.  Allora ho chiamato Marzullo. Anche lui non ci credeva. Gli ho riportato i commenti suscitati dal post. Addirittura Cecilia è arrivata a dire, fra le righe, che se almeno fossero comode, come le sue Birkenstock, potrebbero anche… Non ci casco. Non c’è cascato neppure Marzullo, al telefono. La presunta comodità di un paio di scarpe non può giustificare, usando un eufemismo, un tale orrore.  Camper così non s’hanno da fare e nemmeno da indossare. Nessuno è senza peccato di fronte a queste scarpe – punk di tuo marito incluso, nonostante stia come sempre lottando contro i mulini a vento sgolandosi per impedire che altre donne, oltre alla sua sposa, siano costrette a indossare scarpe del genere, in futuro, convinte addirittura che siano belle. O comode, quindi…  Pensa che sofisticato lavaggio del cervello devono avervi fatto per convincervi che scarpe del genere si possano abbinare alla parola “donna”. Tutto è cominciato con l’invenzione dell’unisex nei tristissimi anni Sessanta del secolo scorso… Per fortuna s’intravede un’inversione di tendenza, testimoniata per esempio dal mio nuovo barbiere ventiquattrenne che ha aperto accanto a casa nostra un salone vintage e sessista, esclusivamente per uomini. Arrivato al discorso del barbiere sessista, Marzullo ha iniziato a tentennare… Non sembrava più lui… Dopo poco, piano piano, sottovoce, ha messo giù. I capelli per lui sono ancora un tabù, non ho voluto approfondire. Che Dio ci guarisca da quest’idea che siccome l’abito non fa il monaco allora i monaci va bene uguale se si vestono da squillo. Ti amo.