Qui sotto le immagini dello spazio che la rivista Dialoghi Carmelitani ci ha dedicato nel numero di dicembre, grazie a cui abbiamo parlato di tutti i nostri progetti!

Il merito ovviamente è di santa Teresina… 🙂 Ma anche dei tanti “carmelitani” che si sono interessati e affezionati a noi, fra cui l’amica Mery e i mitici Angelo e fra Iacopo!

 

schermata-2017-01-12-alle-17-35-32

 

schermata-2017-01-12-alle-17-36-11

 

schermata-2017-01-12-alle-17-36-46

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Il fico di Pompelmo Fico, oltre all’orto, quest’inverno ha anche una nutrita schiera di cimici domestiche. Dopo aver esaminato per bene la Laudato Si’ di Papa Francesco, la lettera enciclica del Santo Padre sulla cura della casa comune, il suo amore per le creature è cresciuto a dismisura.

C’è però un pericoloso ostacolo per questi dolci animaletti: “la donna che uccide le cimici”.

Nota negli episodi precedenti come Pompelmo Rosa, la donna che uccide le cimici, appena ne scorge una in qualche angolo nascosto dell’appartamento, corre in bagno o in cucina a recuperare un po’ di carta, torna indietro e cattura il nostro piccolo e innocuo insetto da compagnia per poi annegarlo brutalmente tramite lo sciacquone (dispositivo atto a scaricare violentemente un certo quantitativo di acqua – normalmente una decina di litri – nel vaso sanitario, stando a Wikipedia).

Il fico di Pompelmo Fico non desiste e continua a conversare con i suoi preziosi amichetti, inducendo loro tutta la fiducia possibile per non lasciare che si deprimano sapendo la loro vita così precaria a causa del killer.

“Almeno lei lasciala in pace, che male ti fa!”

Ma la donna che uccide le cimici sembra voler sentire solamente il boato tremendo dello sciacquone.

“Ti prego, risparmiala!”

Niente da fare.

“Allora faccio fuori le tue piante grasse”

La donna che uccide le cimici si ferma sulla soglia del bagno. In mano tiene la carta igienica in cui è prigioniero l’insetto.

“Non ci provare”

“Libera la cimice”

“Che male ti fanno le piante grasse?”

“E la cimice?”

“Vola da tutte le parti, fa un rumore fastidiosissimo, se la schiacci puzza!”

“Le piante grasse mi fanno venire fame solo a guardarle. E poi… Nooooooo!!!!!”

Il boato tremendo dell’ennesimo colpo di sciacquone sveglia di soprassalto il fico di Pompelmo Fico, completamente sudato accanto alla sua dolcissima mogliettina Pompelmo Rosa, addormentata come una bambina.

In quell’istante la soave melodia di una cimice svolazzante nella camera da letto riesce a rassicurarlo fino a farlo sprofondare nuovamente nel sonno.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Quando vuole provare un po’ di gioia, il fico di Pompelmo Fico, da fico qual è, pensa alla morte. Non solo perché andare dal Capo è senza dubbio migliore che stare qui – non che qui sia brutto, qui è stupefacente anche se scoppiasse il mondo dopodomani e nonostante il delirio di ogni giorno, in particolar modo, se torniamo a focalizzarci sul nostro fico, quando circola per gli stretti corridoi di casa, parlottando a voce alta non si sa bene con chi, forse se stessa, una certa Pompelmo Rosa – non solo perché morire è senza dubbio migliore che stare qui, dicevamo, ma anche perché pensare alla morte riempie il cuore di gioia, se si ha l’ambizione di provare una gioia lucida, e non illusoria.

Proprio così. Il nostro fico ha l’ambizione di provare una gioia lucida, e non illusoria. Allora, quando può, si prende del tempo e pensa alla morte. Alla morte in generale e alla sua. La morte del fico di Pompelmo Fico: il fico secco. Il gran traguardo. La meta. Altro che cestino dell’umido: il fico di Pompelmo Fico mira a ben altro. Non se ne starebbe tutto quel tempo a sgranare il suo rosarietto azzurro invocando la Mamma Celeste e compagnia bella se mirasse al cestino dell’umido.

Molti, non avendo una meta, o avendo come meta solo un cestino dell’umido, puntano tutto sul viaggio. Il viaggio è importante, sì, ma per chi ha una meta spaziale, e non solo un cestino dell’umido, il viaggio finisce in secondo piano. Certo, è imprescindibile, meraviglioso in sé stesso, però acquista un vero senso solo in funzione della meta, per raggiungere la quale ognuno di noi deve prima passare per una fessurina buia e stretta. Tanto buia e stretta da far paura solo a pensarci, ma che a pensarci – a pensarci bene – trasfigura tutto il resto. Ecco la gioia lucida.

Giunto a simili abissi di pensiero, capita spesso al fico di Pompelmo Fico che gli scappi qualcosa di fisiologico, tipo la pipì. Allora interrompe il flusso e va a compiere i suoi umili doveri di fico. Sempre che il bagnetto sia libero, perché quando circola in casa la suddetta altoparlante Pompelmo Rosa, è probabile che il bagnetto sia occupato, e al fico in quei casi non resta che aspettare.

L’importante è ricordarsi bene quello che si aspetta, quando si aspetta, che si tratti della morte o di un qualcosa di fisiologico, tipo la pipì. Perché solo ricordandosi bene quello che si aspetta è possibile riempire decentemente l’attesa di contenuti veri e non illusori come la maggior parte delle gioie che propina ostinatamente il mondo.

Poi può capitare che la porta del bagnetto, magari dopo un paio di orette, si apra e nell’istante esatto in cui gli occhi del fico impaziente s’incontrano con quelli di colei che tranquilla tranquilla se ne sta uscendo, la tranquillità di colei che tranquilla tranquilla se ne sta uscendo lasci improvvisamente il posto alla sorpresa e la sorpresa, in un essere estremamente sensibile al limite del patologico come colei che tranquilla tranquilla se ne stava uscendo appena qualche centesimo di secondo prima, si trasformi automaticamente in un dramma e il dramma in un’esplosione colorata di rosa e… splash.

L’imprevedibile è sempre dietro la porta. Del bagnetto.

 

(articolo di Roberto Lauri uscito su Zenit)

Giuseppe Signorin e Anita Baldisserotto sono una giovane coppia di sposi noti alla comunità di Facebook e di YouTube (e non solo) come i Mienmiuaif, una band che fa musica cristiana (e non solo musica). Giuseppe suona la chitarra e Anita canta (una voce angelica) anche se ora, per la verità, si sono aggiunti Enoch Montagna alla chitarra e Nicolò Visentin alla batteria (Giuseppe nel “quartetto punk”, come lo definiscono non senza ironia, è passato al basso).

“Mienmiuaif”: un nome impronunciabile… Dice Giuseppe a ZENIT: “Anita ancora non riesce ad accettarlo, dice che è difficile da ricordare e da trovare sui motori di ricerca di Internet. Ma ormai il nome è questo. Che significa? È la trascrizione in italiano della frase inglese ‘me and my wife’, ‘io e mia moglie’ con qualche errore di pronuncia… I Mienmiuaif sono una coppia che fa molti errori (ndr, Anita lo guarda divertita e mi indica con insistenza Giuseppe, come a sottolineare da quale parte provengono gli errori della coppia…). Secondo me comunque suona bene e fa la sua bella figura. Poi ha una sfumatura veneta che gli dona ‘quel non so che di etnico’, perché ‘mi’ è il modo veneto per dire ‘io’ Oltre al fatto, e questa è una chicca, che in un dialetto londinese ‘me and my wife’ si pronuncia veramente ‘mienmiuaif’”.

Band musicale e non solo, perché ci tengono a precisare che la loro “mission” è raccontare il matrimonio per quello che è, cioè “un duello all’ultimo sangue”, citando G. K. Chesterton. Così hanno creato un florido e seguitissimo blog, MIENMIUAIF & BRA dove raccontano, con moltissima autoironia e insieme a una squadra di giovani collaboratori, il matrimonio cristiano in mezzo alle tempeste contemporanee. Hanno poi un loro canale YouTube Mienmiuaif Music-Wedding Band e una seguitissima pagina Facebook.

ZENIT ha chiesto al duo di raccontarsi brevemente, ne sono nate queste ironiche autobiografie.

“Mi chiamo Anita Baldisserotto, classe 1990, vivo ad Arzignano (VI). Ho imparato a cantare guardando i cartoni della Disney, poi la mia carriera è proseguita nel coro di voci bianche parrocchiale. Lezioni di canto alle superiori e poi nel 2012 mi sono laureata a Ca’ Foscari. La mia tesi di laurea verteva sul canto Gospel, una tesi che non solo mi ha concesso di prendere la laurea ma soprattutto mi ha fatto balenare un’idea fantastica, elaborare i canti Gospel con uno strumento chiamato ‘loop station’… Poi mi sono sposata e mio marito mi ha costretta a finire in un duo: la sua chitarra (suonata male) e la mia voce… Da poco ho iniziato a scrivere nel nostro blog una rubrica personale, Donne dududu, che fa parte di un progetto più ampio sulla femminilità e la moda chiamato Pompelmo Rosa e ispirato a santa Teresina di Lisieux”.

“Mi chiamo Giuseppe Signorin e ho 34 anni. Durante la mia adolescenza ho preso qualche lezione di chitarra, poche per la verità. Il mio livello musicale, nonostante quelle lezioni, non si è mai elevato, ne credo mai si eleverà. Per quel che riguarda la carriera di scrittore le cose sono andate decisamente meglio, anche se in termini di copie vendute forse è andata meglio con la carriera di chitarrista. Comunque, ho pubblicato alcuni testi di carattere fortemente sperimentale negli anni dell’università e dal 2012 lavoro per Berica Editrice, per il magazine Corriere Vicentino e faccio l’operaio della scrittura nel mondo della comunicazione per Hassel”.

L’autopresentazione ironica e scanzonata della giovane coppia non deve ingannare, perché stanno portano avanti una seria proposta di musica cristiana e un impegnativo progetto culturale con la collana UOMOVIVO di Berica Edizioni.

Anita e Giuseppe sono stati insieme per qualche tempo, poi una folgorante conversione a Cristo fa decidere loro di sposarsi in chiesa. “Il primo a riabbracciare la Fede sono stato io – dice Giuseppe – ma Anita mi ha subito superato!”

Anita replica: “Non ero felice. Non riuscivo a trovare il senso della vita, della mia vita. Giuseppe pregava e trovava conforto nella preghiera. Io ero scettica delle sue scelte, però lo assecondavo, ero molto innamorata di lui. Poi un pellegrinaggio a Medjugorje ha fatto cadere le ultime mie barriere”.

Insomma la solita storia che si ripete, una insoddisfacente vita a due e poi la svolta con il ménage à trois cristiano, che cambia la vita. Giuseppe, Anita e Gesù Cristo, il ménage à trois che fa la differenza nel matrimonio.

Come band compongono e suonano canzoni ispirate a temi matrimoniali ma anche biblici. La loro forte devozione a Santa Teresina, li ha portati a comporre una pregevole canzone “La bambina di Lisieux”. Santa Teresa nella canzone è chiamata non con il suo nome di battesimo ma come “figlia di Louis e Zélie Martin”.

La scelta del “duo con l’anello” non è casuale, i genitori di Santa Teresina sono stati da poco canonizzati da Papa Francesco, in occasione del Sinodo sulla famiglia, come esempio di santità nelle coppie di sposi. La canzone è stata apprezzata anche dai Carmelitani Scalzi della Provincia veneta, che hanno recensito la canzone “La bambina di Lisieux” sul loro sito, una conferma della bontà del loro progetto musicale cristiano.

E poi le canzoni sulla vita matrimoniale. “Perché – dice Giuseppe – non c’è nulla di più trasgressivo oggi, che una coppia con un amore indissolubile. Ad Anita piace molto cantare, io amo suonare la chitarra e comporre testi, così abbiamo iniziato a fare canzoni che parlano della quotidianità di un matrimonio. Come la canzone ‘l’Arca di Noè’ che parla della famiglia cristiana che procede controvento in mezzo alla tempesta. Con le nostre canzoni sulla coppia vogliano parlare dell’apparente banalità della quotidianità in modo diverso, con umorismo, una formidabile arma per togliere quel peso che non ti permette di essere più leggeri e allegri nella vita di tutti i giorni”.

La collana di libri Uomovivo prende il nome dal famoso romanzo di Chesterton. “Io lavoro per Berica Editrice – dice Giuseppe – che si occupa di tutt’altra cosa ma quando ho proposto all’editore una collana di libri che ha come slogan ‘Uomovivo – umorismo, vita di coppia, Dio’ ha miracolosamente accettato. E ancora per miracolo questa avventura editoriale ci sta dando grandi soddisfazioni”.

Della collana fa parte anche Lettere a una moglie (ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif). Un libro nel quale Giuseppe racconta i primi due anni del matrimonio con Anita. Il racconto di un matrimonio cristiano visto attraverso la lente dell’umorismo. Un umorismo che nulla toglie alla grande importanza dello sposalizio come sacramento, raccontato attraverso le cadute, le miserie e le personali incapacità degli sposi, il tutto condito con molto umorismo. “Oramai viviamo in un mondo capovolto – continua Giuseppe – il matrimonio cristiano è diventato qualcosa di trasgressivo. Per questo quando cantiamo con i Mienmiuaif, spesso infiliamo in maniera scherzosa gli occhiali da sole scuri, perché le vere rock star oggi sono gli sposi. Sesso droga e rock’n’roll sono un nulla rispetto a chi ha promesso davanti a Dio amore reciproco, eterno e indissolubile”.

Attualmente nella collana sono in catalogo quattro titoli. Oltre a Lettere a una moglie, è stato pubblicato Le nuove lettere di Berlicche di Andreas Hofner alias Emiliano Fumaneri. Dopo settantatré anni dalla pubblicazione de Le lettere di Berlicche per opera di Clive Staples Lewis, Emiliano ha avvertito il bisogno di aggiornare i modi con cui il demonio può assicurarsi la dannazione dell’anima delle persone. Perché i tempi sono cambiati: in mezzo ci sono stati una Guerra Mondiale, il Sessantotto, il boom economico, una miriade di conquiste sul piano scientifico, nuovi tempi, nuovi modi. Un libro che si legge tutto d’un fiato, un testo carico di speranza e profondamente utile, in quanto aiuta a mettere a fuoco le strategie del Nemico, un buon modo per poterle contrastare.

Fa parte della collana anche Osservazioni di una mamma qualunque di Paola Belletti. Paola si racconta e racconta con ironia e sincerità la sua storia. Una “mamma qualunque” con un marito e quattro figli, di cui il più piccolino gravemente ammalato. Nella prefazione Costanza Miriano scrive: “…(Paola ha) intelligenza raffinata e senso dell’umorismo acutissimo e pronto, oltre che una sensibilità ai limiti del patologico, una scrittura audace e mai banale, una simpatia, nel senso etimologico di capacita di sentire insieme, unica. Questo è uno dei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti. Questo è il preferito dei preferiti (sì, sono di parte)”.

Infine è stato dato da poco alle stampe Rivolta alla Locanda di Edoardo Dantonia. Una sorta di western onirico, che sembra scritto da Chesterton, nume tutelare del giovanissimo Edoardo, il quale non nasconde la sua profonda “amicizia” con lo scrittore inglese, re dei paradossi.

“Cosa abbiamo in mente, quali sono i nostri desideri per il futuro? Confidiamo molto nella Provvidenza – conclude Anita – del resto abbiamo portato il primo libro della collana in un santuario dedicato a santa Teresina di Lisieux, per mettere il nostro progetto editoriale sotto la sua protezione. Poi ci siamo affidati anche alla protezione della Madonna di Monte Berico, a san Giuseppe, a san Domenico Savio e san Giovanni Bosco, una squadra niente male! Ci sentiamo protetti. Poi ci saranno i concerti, forse un disco e tanta voglia di testimoniare la bellezza di un matrimonio cristiano. Tutto se Dio vuole e se la Mamma Celeste ci sostiene e ci protegge”.

“Donne dududu” di Anita Baldisserotto

Mia mamma si chiama Claudia, è veneta e ogni tanto se ne esce con delle intuizioni dialettali geniali. Parlando di lavori che si tramandano di generazione, lei dice che il figlio “te se, el gà visto fare” (= sai, ha visto fare). Se penso al mio passato formativo, mi rendo conto invece che io ho visto soprattutto spiegare, piuttosto che fare

Laura, la mia coinquilina trevigiana all’università, mi metteva lo smalto impeccabilmente e un giorno le ho chiesto: “Come fai a stenderlo così bene?”. “Ho una tecnica, guarda” e io senza capirci granché: “Ah dai, dove l’hai imparata?”. “Guardando mia mamma”. E io non contenta: “Ma tua mamma non ti ha spiegato come fare?”. ”No, l’ho solo vista fare la manicure tante volte”.

In effetti da piccola ammiravo mia sorella Paola truccarsi allo specchio, usando gli ombretti più brillantinosi e sgargianti dell’epoca (erano gli anni 90, abbiate pietà di noi) e sognavo il giorno in cui anch’io sarei uscita con le mie amiche o con il ragazzo dei sogni mixato fra Di Caprio e il principe de “La bella e la bestia”. Devo a lei se so truccarmi e risultare una tutta acqua e sapone dududu quando in realtà due occhiaie blu mi accompagnano fin dalla pubertà.

Mi rendo conto che sono costantemente alla ricerca di donne da imitare. Le cerco avidamente, le osservo, seleziono ciò che porta vita e mi lascio affascinare: queste donne sono segno per me di una bellezza possibile, che si potrà realizzare anche nella mia vita.

Mie care donne dududu (vi voglio bene e il titolo è stato pensato dal marito – succede che per vari motivi celesti se lo ascolto poi arrivano grazie e di grazie ne ho bisogno quindi ho accettato il titolo) vorrei proporvi un piccolissimo video dududu in cui una donna cuce un bottone dududu: DAI non indietreggiate dadada! 
Si tratta di lasciarsi affascinare, poi mica dovrete effettivamente cucire i bottoni, potrete subappaltarli ad altre donne disponibili, ma almeno lo avrete visto fare.

“Donne dududu” di Anita Baldisserotto

Lianne La Havas fa, e molto bene, quello per che per molto tempo della mia vita ho desiderato fare io.
Lei canta piano, con una voce da paura. Una bellissima voce ce l’hanno in tanti, ma il fatto è: come la usano?
Fra l’altro Lianne è londinese, figlia di madre cubana e padre greco, di bellezza lampante e gran gusto nel vestire. Ah, se non bastasse suona la chitarra in maniera incredibile! Ha un anno in più di me e se abitasse nella mia città farei di tutto per diventarle amica, farmi prestare una giacca e prenderle le misure (per quando saprò cucire abiti e saranno s u p e r l a t i v i).
Per giorni ho messo in loop a tutto volume nel mio cell la sua versione di ‘Say A Little Prayer’ di Aretha Franklin: la mattina appena alzata, scendendo le scale del condominio, in macchina tornando dal lavoro, in cucina scaldando il cibo, sul comodino dopo il rosario.

The moment I wake up
Before I put on my makeup
I say a little pray for you

Mi sovvengono rimembranze miriane… (se non avete ancora letto ‘Quando eravamo femmine’ di Costanza Miriano, sbrigatevi!) e di botto un’immagine: Aretha Franklin in fila alla cassa del supermercato parte con i vocalizzi “forever and ever you’ll stay in my heart” (la adoro, penso che quando saremo tutti in Paradiso faremo concerti da urlo) e le persone in fila si dispongono in coro, Aretha deve farsi sentire da chi è nel parcheggio, anche loro devono sapere. Come vorrei far sapere anch’io tante cose! Ma ci vogliono tempi e modi: Lianne è in fila anche lei, se la canta da sola “and I will love you”…

Sa che è ascoltata da Colui che sente nel segreto.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

“Ciao, io sono un alternet. Non pretendo la vostra amicizia, né un apprezzamento immediato. Solo un contatto reale. Il nome che ci siamo dati, alternet, non è casuale. ‘Alter’ sta per altro, perché siamo tutti diversi, ma anche uguali, nel senso di esseri umani. ‘Net’ significa invece rete. Questo lo sanno tutti. La nostra missione è che gli esseri umani entrino nella rete di altri esseri umani. Esseri umani in carne e ossa, però. Carne, ossa e spirito, per la precisione. Come succedeva una volta. Con la bocca, le orecchie, l’aria che respiriamo insieme. Le braccia, le gambe. Gli occhi. Una prossimità spaziale. È necessaria insomma un po’ di fatica per incontrarsi davvero. Dimenticavo: vengo dal futuro. Lì sono un fuorilegge, qui riesco ancora a portare avanti la mia missione. Internet non ha fagocitato tutto. Noi alternet possiamo sperare di salvare qualcosa”.

Il fico di Pompelmo Fico e Pompelmo Rosa, fuori dal supermercato, si guardano come se fosse andato di traverso a entrambi un mandarino.

“È iniziato tutto con la gobba. Nel giro di qualche decennio le persone si sono ingobbite a tal punto, dal momento che stavano la maggior parte del tempo a fissare il cellulare, che hanno preferito rimanere a letto, la mattina. Non si alzava più nessuno. Così il cellulare non faceva più venire la gobba. Il primo effetto di questa società post-frutta, o di distrazione di massa, in cui vivete voi, è stata proprio la gobba. Poi, per evitare la gobba, che se no le persone non venivano più bene nei selfie, è arrivata la fiacca. Stando sempre a letto per evitare la gobba, sono diventati tutti più fiacchi. Nei selfie la fiacca è meno evidente. Ancora queste cose non sono successe, qui da voi, ne potete però intravedere le tracce, se ci fate caso. Noi alternet vorremo rimettere in forma le persone, dando innanzitutto il buon esempio. E così ci prendiamo il disturbo di alzarci la mattina e spostarci per entrare in relazione reale con gli altri, anche solo per scambiare due parole. Ma questo nel futuro è proibito”.

Pompelmo Rosa si gira verso il fico di Pompelmo Fico e osserva la sua schiena.

“Cosa’hai da guardare?”, le chiede il marito.

“Niente”

“Cosa guardi???”

“Non guardo niente”

“Stavi guardando la mia schiena”

“Tutte le ore che passi davanti al cellulare…”

“Io vengo dal futuro – interviene l’alternet – e posso assicurare la signora Pompelmo Rosa che a suo marito non verrà la gobba. Pompelmo Fico sarà un esponente di spicco di noi alternet. Le normali esigenze di una moglie hanno infatti preservato la maggior parte dei mariti sia dalla gobba che dalla fiacca. Il fatto, per noi maschietti difficile da accettare, che al gentil sesso non vada mai bene del tutto in pratica niente, è stato in realtà l’ancora di salvataggio di molti di noi. La nostra croce è diventata la nostra salvezza. C’era da aspettarselo. Il punto è che nel tempo sempre meno persone decideranno di sposarsi, per preservare la propria indipendenza. Comunque ora vado, devo incontrare altra gente. Ma ci rivedremo”.

Il fico di Pompelmo Fico e Pompelmo Rosa osservano l’alternet mentre si allontana. Nessuno dei due è riuscito a dirgli niente, neanche un misero ringraziamento per quella visita inaspettata, anche se la loro espressione tradisce una certa fierezza. Non può essere scappata infatti l’orgine pompelmofichesca di quel personaggio venuto dal futuro.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Il fico di Pompelmo Fico è disperato. Può sembrare impossibile ma quando Pompelmo Rosa si convince di qualcosa anche un fico come Pompelmo Fico rischia la disperazione.

Sono ore che sgrana il suo rosarietto azzurro in cerca di soluzioni. Si è rivolto a san Romano il Melode, il suo santo preferito nonostante di lui sappia poco o nulla, ma niente. Sarà in sala prove. Santa Teresina non se ne parla: non sono cose da donne, queste. E poi l’intesa con Pompelmo Rosa…. santa, sì, ma è anche furba Teresina. In questi casi ci vuole lui: il terrore dei demoni. Il primo della classe operaia ad essere andato in Paradiso. Che, anzi, il meglio del Paradiso ce l’ha avuto pure in casa durante la sua gita terrena.

“San Giuseppe, ho bisogno di te… Rispondimi, ti prego, se ci sei… È una cosa importante…

Ok, te lo dico… lo saprai già… Pompelmo Rosa si è messa in testa di realizzare una serie di cravattine da uomo e vuole che sia io a sfilare per la presentazione della nuova linea… Ma ti pare? Non poteva fermarsi alle donne? Borsettine, gonne, vestitini? Non era abbastanza? No, ora anche le cravattine maschili… No, non esiste, camminare in passerella davanti a tutti con una delle sue cravattine… Ho una dignità, io… E poi sono umile, non voglio mettermi in mostra…”

Una voce poderosa nella stanza, tanto da farla tremare.

“Dignità? Umiltà? Tu??? Pompelmo Fico, ricordati che ho sposato la mia regina, Maria, quando tutti le davano dell’adultera… e ti lamenti se devi indossare delle belle cravattine per fare felice la tua Pompelmo Rosa??? Cosa credevi, che vivere con una donna fosse una favola?”

“Una favola no, ma neanche una sfilata… e poi, san Giuseppe, ragioniamo un attimino… Tu sei l’uomo del silenzio, il grande lavoratore, l’ultimo patriarca, custode e protettore della Sacra Famiglia, terrore dei demoni, come puoi metterti dalla parte di Pompelmo Rosa che vuol farmi mettere quelle cravattine…???”

“Innanzitutto attento a come parli, Pompelmo Fico, perché quelle cravattine non sono niente male. Pompelmo Rosa ha gusto e stile. Inoltre dovresti saperlo che per ognuno la volontà di Dio è diversa: a te farà senz’altro bene metterti una bella cravattina e sfilare per tua moglie! Chissà che abbassi la cresta”

“Ma san Giuseppe!”

Silenzio.

“San Giuseppe!!!”

Silenzio.

“Dai, san Giuseppe, non scherzare…”

Silenzio.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

“Ho letto che uno dei dolori più forti è quando si lascia la persona che si ama o che si ha amato”, dice il fico di Pompelmo Fico rincorrendo Pompelmo Rosa in giro per la casa, mentre si trucca, si veste, stende i panni, guarda il cellulare e tiene sotto controllo l’acqua che bolle ma ormai è evaporata.

“Pensa a quanto sta male la gente oggi. I ragazzini si mettono insieme sapendo già che si lasceranno”

“La smetti di lamentarti!? Sembri un vecchio. È sempre stato così, i vecchi si lamentano dei giovani…”

“È sempre stato così un paio di pompelmi! Come ci si può mettere insieme per lasciarsi???”

“Ho capito, Pompelmo Fico, ma cosa ci posso fare?”

“Quando mi chiami per nome e cognome significa che ce l’hai con me”

“Ti pare il momento?”

“Ti aiuto”

Pompelmo Fico si mette a stendere i panni.

“Non puoi metterli così!!!”

Pompelmo Fico si rimette a parlare.

“Non so se sia più diseducativa la tv o la scuola. Ma la tv puoi spegnerla o gettarla in un’isola ecologica, la scuola? E poi cos’è sto Pokemon, tu che sei giovane?”

“È un gioco che utilizza la realtà aumentata…”

“Realtà aumentata un paio di pompelmi! Che realtà aumentata è girare per strada guardando il cellulare in cerca di fantasmi???”

“La vuoi smettere o ne hai altre? Non vedi che sono impegnata?”

La scena nel frattempo si è trasferita in camera da letto. Uno strano odore di bruciato proviene dalla cucina.

“Ne avrei molte altre, cara mia. La gente è completamente impazzita. Sarà bene che ci diamo tutti una bella calmata e iniziamo a fare i conti con noi stessi, a tirare fuori un po’ di scheletri dall’armadio invece di andare a caccia di fantasmi col cellulare”, conclude solennemente il fico di Pompelmo Fico, mentre un piccolo Pokemon nascosto in mezzo allo scomparto dedicato all’abbigliamento professionale da footgolf se ne esce mogio mogio grazie all’abitudine del maschio di casa di lasciare le ante aperte…

In quel momento Pompelmo Rosa esplode colorando col suo bellissimo succo rosa ogni singolo elemento presente in un raggio di tre/quattro metri compreso il marito e il piccolo Pokemon in fuga.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Visto che ormai molti lo fanno e alcuni sono costretti a farlo in pessime condizioni di igiene, salute e sicurezza, nel paese dei Pompelmi si sta pensando di legalizzare il furto.

I tempi sono apocalittici, i frutti non sanno più che pesci prendere.

La nipote Pompelmo Oliva, una di quelle adolescenti di oggi che pur conoscendo l’inglese ascoltano ancora John Lennon, e il fratello Pompelmo Grana, il cui nome rivela già tutto, girano da giorni sfoggiando magliette sgargianti con su scritto “LEGALIZE IT” e le faccione della Banda Bassotti stampate sul retro. A Pompelmo Grana sono pure cresciuti i rasta.

“Le cose non sono di nessuno, non è giusto che alcuni ne abbiamo in eccesso e altri siano senza niente. Legalizziamo il furto!”

“Non è giusto, è vero, Pompelmo Oliva, ma la soluzione non è legalizzare il furto! Semmai promuoviamo la solidarietà, condividiamo, ognuno di noi cerchi di fare qualcosa, sensibilizziamo, rinunciamo a qualcosa di nostro… ma non legalizziamo il furto!”

“Sei senza cuore, zia. C’è gente costretta a intrufolarsi nelle case di notte, magari armata, con il volto coperto, gente che rischia la vita ogni giorno perché non è legale rubare”, interviene Pompelmo Grana, quasi piangendo da sotto i rasta.

“Sarebbe peggio!”

Il pranzo di Pasqua fra parenti avrebbe dovuto avere tutt’altro sapore, ma la questione della legalizzazione del furto negli ultimi tempi sta tenendo banco ovunque – in tv, nei social, sui giornali, persino a tavola.

“E i bambini che muoiono di fame?”

“Andiamo ad aiutarli, non legalizziamo il furto!”

“Non risolverebbe il problema. Le cose non sono più come una volta, zia. Ci sono tantissime persone che rubano, è pieno di situazioni disperate, come puoi voler vietare a certi poveracci di rubare?”

Improvvisamente il fico di Pompelmo Fico, avvolto fino a quel momento in un surreale silenzio, afferra lo smartphone di Pompelmo Oliva senza tradire la minima agitazione e se lo mette in tasca.

“Mio!”

“Dai, zio, non scherzare”, risponde istintivamente Pompelmo Oliva, facendogli segno di restituirle la refurtiva.

Niente.

“Dai, zio!”

Niente.

Segue un imbarazzante quanto lunghissimo scambio di sguardi.

A un certo punto il fico di Pompelmo Fico tira fuori lo smartphone e lo ripone sulla tavola, proprio davanti alla nipote, in un segno di resa che in realtà significa una vittoria disarmante.

Sfuma la scena.