Il 12 dicembre, festa liturgica di Nostra Signora di Guadalupe, ci sarà una piccola sorpresa: uscirà il nostro nuovo videoclip…🤙🤙🤙😎

Siamo molto legati a questa devozione nata da un’apparizione in Messico nel 1531, famosa soprattutto per l’immagine miracolosa che raffigura la Madonna, chiamata dai fedeli anche Virgen morenita (“Vergine meticcia”), in attesa di Gesù Bambino, con un nastrino a indicare che è incinta, secondo gli usi messicani. Perfetta quindi per il tempo di Avvento. Chi volesse accompagnarci nella preghiera, può fare insieme a noi la Novena dal 3 all’11 dicembre.

Novena alla Vergine di Guadalupe

Nostra Signore di Guadalupe, secondo il tuo messaggio in Messico, io ti venero come “la Vergine Madre del vero Dio per quelli che vivono, del Creatore di tutto il mondo, del cielo e della terra”. Nello spirito io mi inginocchio davanti alla tua santa immagine che tu miracolosamente hai impresso sopra il mantello di San Diego, e con fede innumerevole di pellegrini che visitano il tuo santuario io ti imploro questa grazia…

Ricordati, o immacolata vergine, le parole che hai detto al tuo devoto fedele: “Io sono per te Madre di misericordia e per tutta la gente che mi ama e che ha fiducia in me e invoca il mio aiuto. Io ascolto i loro lamenti e conforto tutti i loro dolori e le loro sofferenze”. Io ti imploro di essere una madre misericordiosa per me, perché io ti amo sinceramente, ho fiducia in te e invoco il tuo aiuto. Io ti supplico, Nostra Signora di Guadalupe, di accogliere la mia richiesta, se questa è conforme alla volontà del Signore, fa’ che possa essere testimone del tuo amore, della tua compassione, del tuo aiuto e della tua protezione. Non mi abbandonare nelle mie necessità.

Nostra Signora di Guadalupe prega per noi.

Ave Maria (3 volte)

Preghiera

Signore di potenza e misericordia, tu hai benedetto gli indiani d’America a Tepeyac con la presenza della Vergine Maria a Guadalupe. Possano le sue preghiere aiutare tutti gli uomini e tutte le donne ad accettarsi uno con l’altro come fratelli e sorelle. Attraverso la tua giustizia presente nei nostri cuori possa la tua pace regnare nel mondo. Noi ti chiediamo questo, attraverso nostro Signore Gesù Cristo tuo figlio, che vive e regna con te e con il tuo Santo Spirito, unico Dio, nei secoli dei secoli.

Amen.

Niente è più attuale di una cosa eterna #9 – Giuseppe Signorin

“Il giorno della fine non ti servirà l’inglese” cantava Franco Battiato in una delle sue canzoni più belle, Il re del mondo. E in effetti sarà proprio così: con Dio ci capiremo al volo, avremo una conoscenza così profonda di quella che è la verità su di noi e su quello che è stata la nostra vita, che, stando alla mistica Maria Simma, in Purgatorio (se sarà quella la nostra destinazione) ci vorremo andare in pratica noi, consci della nostra necessità di purificazione. Sia che sapremo l’inglese, sia che non lo sapremo, avremo una luce tale su di noi e sulla nostra storia, da sapere esattamente in che direzione muoverci e perché. Lo desidereremo noi, il Purgatorio, per prepararci all’incontro con Dio. Questo è quanto dice la discussa (da alcuni) Maria Simma, che personalmente ha risvegliato in me un certo interesse e un certo ardore nella preghiera per quel che riguarda i nostri fratelli defunti, soprattutto in questo mense di novembre, a loro dedicato, e quindi non sto a sindacare se qualsiasi cosa lei abbia detto sia perfettamente conforme alla dottrina. Quel tipo di discernimento spetterà alla Chiesa, con i suoi tempi e la giusta prudenza. Sulle rivelazioni private ci sta bene sempre una buona dose di cautela, sono fenomeni complessi che vanno affrontati con attenzione e rispetto.

Però ecco, visto che da anni vengo bullizzato dalla mia mogliettina a causa del mio presunto scarso inglese – che io volutamente fingo di non sapere per umiltà, ma lei davvero si è convinta che io non sappia distinguere “table da “cat” – il verso della canzone di Battiato, “Il giorno della fine non ti servirà l’inglese”, mi solleva ogni volta che lo ascolto. E lo trovo vero: Battiato ha idee diversissime dalle mie su quello che capiterà il giorno della fine, credendo lui nella reincarnazione e io nei “Novissimi” (le cose ultime, stando all’insegnamento dell’escatologia cristiana: morte, giudizio, Inferno, Paradiso), ma sul fatto che non ci servirà l’inglese, siamo perfettamente d’accordo sia io che lui che Maria Simma. (Fra parentesi, chiedo preghiere per il buon vecchio Franco che a quanto pare è molto malato).

Rimanendo su questa patologia tutta contemporanea dell’inglese… forse qualcuno di voi l’avrà intuito: nonostante abbia dato un tale nome alla band “Mienmiuaif” – una storpiatura di “me and my wife” – e mi vanti spesso di non comprendere e tanto meno saper pronuciare il perverso idioma utilizzato oltremanica, in realtà lo mastico meglio di una Big Babol. Ma il giorno della fine mia moglie finalmente scoprirà la verità. Chiedo a Dio di poter vedere la sua espressione in quel preciso istante. L’emoticon “wow” con la faccetta a bocca aperta di cui abuso sui social sarà niente in confronto. Stupore puro. “Pure stupor”.

dal blog di Costanza Miriano

Il femminismo è iniziato come una giusta richiesta delle donne, che volevano essere finalmente viste, ed essere libere, ma si è trasformato in una grande trappola per noi donne, perché ha preteso di trasformarci in uomini, inducendoci ad adottare stili di vita e orari e tempi maschili, finendo per aumentare la sofferenza che pretendeva di alleviare. E, ancora più a fondo, ha dimenticato che la donna si realizza dandosi, si realizza sempre in una relazione, in un modo più totalizzante rispetto all’uomo. La relazione è quello che ci definisce, e il punto centrale della nostra vita è proprio decidere “a chi voglio piacere, io?”.

A Dio, al mio uomo, a tutti? Se una donna si riscopre figlia, sposa, madre – non necessariamente in senso biologico – se mette in moto una vita spirituale seria, se entra veramente nella sola relazione che dà pienezza e compimento, può offrire il suo cuore, così intimo alla sofferenza, per la salvezza di tutti coloro che le sono affidati.

Di questo parla Il mistero della donna, e di questo e molto altro (per esempio di quanto sia centrale la questione, e del perché la battaglia intorno al ruolo della donna sia così accesa) parleremo a Vicenza giovedì alle 20.30. Ingresso e contestazione liberi.

(Tutte le info: giovedì 14 novembre ore 20.30 presso Sala Accademica del Seminario Vescovile, borgo Santa Lucia 43, entrata da viale Ridolfi 2, Vicenza. Evento organizzato da Berica Editrice e Ufficio di Pastorale del Matrimonio e della Famiglia)

Niente è più attuale di una cosa eterna #7 – Giuseppe Signorin

Ettore era una Croce Rossa vivente. Non ce l’aveva solo sul petto, da buon seguace di san Camillo (ma il suo modo di fare potrebbe ricordare anche un altro Camillo, uscito dalla penna di Guareschi…), incarnava proprio il concetto di Croce Rossa, di soccorso d’emergenza. Ettore e la Madonna sul portapacchi della sua macchina, mentre sfrecciava per le vie di Milano in cerca di persone da aiutare. I marciapiedi erano le sue corsie d’ospedale. Lì c’erano i malati peggiori. Lì c’era Gesù Cristo.

Abbiamo conosciuto la storia di fratel Ettore Boschini grazie al libro La mia prima fine del mondo di Emanuele Fant, un racconto che ci ha letteralmente tolto il fiato. Scarno, diretto, poetico. Parla di tre giovani punk in cerca del senso della vita che trovano finalmente l’incarnazione del loro ideale, dove meno se lo sarebbero aspettati: fratel Ettore, appunto. Un incontro sconvolgente. La loro prima fine del mondo, l’universo di Casa Betania, o il Rifugio in Stazione Centrale, con gli ultimi degli ultimi, i barboni, gli ammalati, i drogati. È li che vengono a contatto con l’autenticità di cui avevano tanta sete. Il vero punk.

La canzone che abbiamo registrato in questi giorni, un po’ alla buona, chitarra e voce sul divano di casa, come i primi tempi dei Mienmiuaif, è un piccolo omaggio a fratel Ettore e a questo gioiellino di libro: anche noi abbiamo “scoperto” Dio alla “fine del mondo” – la nostra prima fine del mondo. La canzone parla di conversione, perché l’inizio del cammino di conversione spesso coincide con il termine di un periodo buio – magari Dio si serve proprio di quello. È un po’ come essere travolti, come se un’auto ti tirasse sotto. Nella canzone fratel Ettore investe il protagonista, perché in qualche modo è quello che è successo ai personaggi del libro, e come loro tanti altri che hanno visto le loro vite cambiare in maniera radicale dopo l’incontro con Cristo, che spesso può avvenire tramite persone in carne e ossa che hanno avuto il coraggio, pur con tutti i loro difetti, di provare a mettere in pratica il Vangelo.

Ettore è un santo (non ancora “tecnicamente”, è in corso il processo di beatificazione) scomodo. I suoi modi a volte estremi e pittoreschi possono confondere (per esempio uno che si accorge di avere il frigorifero pieno di quaglie e si allarma perché con tutta quell’abbondanza poi la Provvidenza non dà più il suo aiuto e quindi regala tutte le quaglie, non è proprio “a posto”), ma se ci si tuffa nella sua storia si capisce che solo uno così poteva fare quello che ha fatto: era perfetto per la sua missione. I santi spesso si comportano in maniera diversa, a volte quasi opposta, ma solo Dio vede il loro cuore, i motivi, le intenzioni. Noi dobbiamo semplicemente ammettere e accettare, a volte, di non capirci niente. I piani di Dio sono imprevedibili. Di santi ce n’è per tutti i gusti, non bisogna spaventarsi, ma imparare da loro l’essenziale: l’amore di Cristo che prende vita.

Niente è più attuale di una cosa eterna #2 – Giuseppe Signorin

Se credi all’inferno o sei un appassionato di fantasy oppure uno sbadato e non ti sei accorto che non siamo più nel Medioevo, nonostante tantissimi, con lucidità disarmante, continuino ad avvertire i meno avveduti. Ma anch’io sono d’accordissimo con quanti affermano che non siamo più nel Medioevo, infatti, citando il filosofo contadino Gustave Thibon, nel Medioevo «non si conoscevano tutte le pieghe della serratura umana e cosmica, ma si possedeva la chiave che è Dio. A partire da Cartesio, si è esplorata a fondo la serratura, si è potuto descriverla in modo sempre più dettagliato, ma, nel corso di questa ricerca si è smarrita la chiave! Il mondo e l’uomo sono diventati serrature senza chiave». E oggi, che siamo senza chiave, la serratura ipertecnologica in cui siamo incastrati fino a quando non si aprirà la porticina per l’al di là sta assumendo ogni giorno di più le sembianze di un inferno. Basti pensare alle maschere indossate dalle mie amiche Patty Pravo e Loredana Bertè agli ultimi Sanremo. O a Mickey Rourke (avete presente in cosa si è trasformato Mickey Rourke?).

«Proprio in quest’ora della storia viviamo nell’oscurità di Dio», pregava papa Benedetto XVI in una Via Crucis di qualche anno fa, ma se vogliamo restare su un fronte più laico, anche le parole del geniale Ennio Flaiano non sono male: «Da quando l’uomo non crede più all’inferno ha trasformato la sua vita in qualcosa che assomiglia all’inferno. Non può farne a meno». Non credere all’inferno, non trasforma il mondo in un paradiso terrestre, anzi. Al limite in un paradiso artificiale, il peggiore degli inferni (tipo le plastiche facciali di cui sopra – Patty, Lory, Mickey).

«La Chiesa nel suo insegnamento afferma l’esistenza dell’inferno e la sua eternità», recita il Catechismo. E come tutte le cose eterne, pure l’inferno è attualissimo. Sia perché non credendoci più nessuno, o quasi, il rischio di finirci dentro è altissimo, sia perché senza avere uno sguardo trascendente, che vede le cose di questo mondo terminare in una dimensione dove ci sarà perfetto amore e giustizia per tutta la storia dell’umanità, senza questo sguardo è davvero difficile non allontanarsi da Dio. E l’inferno è proprio questo: allontanarsi da Dio. Rifiutarlo.

Ma l’inferno alla fine è necessario: se non ci fosse, come potremmo essere liberi di scegliere? Saremmo costretti ad andare in paradiso. Invece abbiamo questa vita per prendere la nostra decisione e vivere di conseguenza (con tutto quello che la libertà comporta, come la brillante idea di munire il proprio sorriso di “grillz”, i denti d’oro che dal “gangsta rap” anni 90 sono tornati di moda in questo periodo fra i miei amici trapper, o il nuovissimo copri-orecchio che ha sfoggiato Mahmood su Instagram, su cui non è semplice esprimersi).

Ovviamente, che l’inferno ci sia o meno, non è dimostrabile. Questa valle di lacrime è disseminata di segni che possono farne intuire l’esistenza, ma una certezza scientifica, in un verso o nell’altro, non può esserci. Ognuno di noi scoprirà la verità al momento giusto. «Dio ha messo nel mondo abbastanza luce per chi vuole credere, ma ha anche lasciato abbastanza ombre per chi non vuole credere», diceva Pascal. Sta a noi decidere se concentrarci di più sulla luce o sulle ombre.

Ecco il video #5 della nuova serie ispirata al libro “Il mistero della donna” di Jo Croissant!

Ogni donna può essere sposa, al di là della sua vocazione, quando decide di amare, senza aspettare che gli altri la amino. Quando, risoluta nell’andare a Dio per riceverne l’amore, esce da se stessa e dona amore agli altri.
Così ho cercato di riportarvi alcuni concetti di questa sezione del libro intitolata “SPOSA”. Vi abbraccio!

Anita

(A questo link trovate la playlist con tutti i video su “Il mistero della donna” di Jo Croissant: https://bit.ly/2ZCofHk)

Condividiamo con voi una “recensione” che ci ha davvero colpito, scritta da una ragazza, Eloisa Montagna, a cui, come a noi, piacciono i Coma Cose, un duo davvero cool che fa musica parecchio interessante. Però ha preferito puntare sulla nostra Cake e – miracolo – non si è pentita! 

All’inizio, ero indecisa se prendere il vostro CD o Hype Aura dei Coma Cose e poi ho scelto Cake perché voi parlate di Gesù e della Madonna, e siete sposati e sono già 3 cose che abbiamo in comune. Quindi ho pensato che mi sarebbe piaciuto sostenervi. Il CD si ascolta bene, siete dei bravi artisti, bellissimi arrangiamenti e voce d’angelo. Siete politicamente scorretti ma non maleducati. Siete ironici ma senza essere offensivi, qualità rara. Fate ridere ma anche piangere di commozione, almeno questo è quello che mi è capitato mentre vi sentivo cantare “San Pio da Pietrelcina / prega per noi perché la fine è più vicina”. L’ho trovato struggente perché è vero. Si capisce inoltre che Gesù è un amico presente a cui rivolgersi anche per le cose più quotidiane “Ti prego Gesù aiutami Tu / a sembrare cortese / a tutte quelle che se dico no / fanno le offese” e questo è consolante. Alcuni brani, come Medjugorje, mi sono sembrati un pochino più di deboli, ma non saprei dirvi perché, forse semplicemente perché a me parlano meno, quindi mi scuso per la mancanza di motivazioni. Mi è dispiaciuto un po’ che nella confezione non siano stati inseriti i testi delle canzoni o qualche foto! Concludendo, penso che la vostra dipendenza da Dio vi abbia resi INDIEpendenti nel vero senso della parola nel panorama musicale italiano contemporaneo, e personalmente ritengo che il vostro sia un lavoro ben riuscito e molto interessante. Vi affido a Dio. Grazie.

Grazie a te Eloisa!!!

Ecco il video #4 della nuova serie ispirata al libro “Il mistero della donna” di Jo Croissant!

Lo sguardo degli altri e il nostro sguardo su noi stessi non sono la verità su di noi. Spesso sono gabbie che non permettono di fare scelte veramente libere. Ma possiamo essere liberati e capire chi veramente siamo stando sotto lo sguardo di Dio, Lui che ci è Padre, ci ama e vuole per noi la felicità piena.

Così ho cercato di riportarvi il capitolo “Figlia di Dio” del libro “Il Mistero della donna” di Jo Croissant. Spero vi possa fare bene, a me ne ha fatto molto!

Vi abbraccio,

Anita

 

Trovate gli altri 3 video su “Il mistero della donna” a questi link:

#1 – Le donne soffrono

#2 – Oltre il femminismo c’è di più

#3 – Donna, con o contro l’uomo

I Mienmiuaif nell’Iperspazio. Un incubo #5

Dopo essere finiti nell’Iperspazio e aver rischiato la vita a causa di un selfie assassino, di un megastore con sarcofagi di design, di un’indigestione di burro, continuano le disavventure surreali e fantascientifiche dei Mienmiuaif, in carcere a causa del presunto furto della loro Panda volante…

Siamo in una zona segreta del carcere iperspaziale, in attesa della terapia. Per modificare i nostri comportamenti sbagliati, agiranno direttamente sui pensieri, ci faranno indossare un caschetto in grado di percepire quello che frulla nelle nostre materie grigie e cambiarlo. Perché, come sta scritto nel libro del Siracide: «Principio di ogni opera è una parola, prima di ogni azione c’è la riflessione». Così ci hanno riferito facendo leva sul credo religioso che professiamo. Sanno tutto di noi. Hanno sviluppato dei software di livello iperspaziale, qualcosa di simile ai vecchi T9 del cellulare ma milioni di volte più avanzati, capaci di influire sulle nostre menti e correggere le idee sbagliate. Sugli animali certe cose non le fanno, quindi Nuvola è tranquilla, addormentata in braccio alla sua padrona, che invece è sveglissima.
«Tutta colpa tua e del burro. Esageri sempre, non sai regolarti».
«Ha parlato miss dominio di sé. E la camomilla?».
«Che c’entra la camomilla?».
«Hai dimenticato i tuoi problemi con la camomilla?».
Anita ne è ghiotta; ogni sera, prima di dormire, ne beve grosse quantità, come un’anziana. È stata anche in un centro di recupero dalla camomilla, ma non è riuscita a smettere. E tanto meno ad ammettere la dipendenza.
Qui non c’è nessuno, solo uno schermo. Quando sarà il nostro turno apparirà la scritta «È IL VOSTRO TURNO» e noi entreremo. Queste almeno le istruzioni.
Nel frattempo, sullo schermo scorrono delle immagini con delle frasi in sovrimpressione che raccontano la storia dei correttori iperspaziali, dai primi agli ultimi modelli… il più avanzato dei quali si chiama «ANITA»… Sbarro gli occhi allucinato. Si tratta di un caschetto con tanto di capelli ricci un po’ sparati identici a quelli della cantante dei Mienmiuaif (e di Albert Einstein – di questa somiglianza ho parlato in maniera dettagliata nel capolavoro epistolare intitolato “Lettere a una moglie”)… Non mi sento molto bene, di nuovo… Anche la stessa attaccatura a forma di cuore… Questo sistema sofisticatissimo, ogni volta che pensi in maniera sbagliata, ti canta il modo giusto e il canto è in grado di andare così in profondità da modificare il funzionamento del cervello. Altro che sirene di Ulisse.
Mi giro verso Anita. Sembra non rendersi conto. Lei in effetti non ha lontanamente coscienza di essere un T9: è in grado di correggermi anche quando non faccio niente – soprattutto quando non faccio niente – ma come per la dipendenza da camomilla, deve aver rimosso questa sua peculiarità. Non fa caso al nome del caschetto, né ai capelli identici ai suoi (e a quelli di Albert Einstein).
A un certo punto estrae un santino dalla borsetta.
«A causa tua e della tua Panda siamo finiti qui, ora ci pensa la tua mogliettina a tirarci fuori».
«Ecco, sì…».
«Uomo di poca fede», si sveglia Nuvola.
«E tu cosa vuoi?».
«San Pietro, non era finito pure lui in prigione?».
«È arrivata la teologa».
«Com’è uscito di prigione?».
San Pietro è uscito miracolosamente di prigione grazie alle preghiere degli altri cristiani che salivano incessantemente a Dio, ma qui siamo nell’Iperspazio… Rimango in silenzio, non dò la soddisfazione a Nuvola di risponderle.
Anita mi dice di ripetere mentalmente: «Jacques Fesch, prega per noi».

Jacques Fesch è un criminale francese santo. Nel senso che è finito in galera per omicidio, è salito in Cielo a causa della pena di morte, ma durante gli anni di carcere si è convertito e ha vissuto in maniera incredibile, anche grazie alla lettura di santa Teresa di Gesù Bambino. Anita ha sempre nella borsetta il suo santino.

Provo a ripetere la giaculatoria, senza troppa convinzione. Anita la ripete con molta più intensità. Dopo pochi minuti le porte esterne della sala d’attesa si aprono, in automatico. La Panda è lì fuori che ci aspetta. Anita la guarda male. Ha un attimo di esitazione. Saliamo lo stesso. La Panda vola sopra il carcere. Siamo salvi. Per ora.

 

(Il futuro di questa serie fantascientifica e surreale, se avrà un futuro, sarà in futuro… intanto lo pseudo chitarrista ringrazia tutti gli arditi che hanno avuto il coraggio di leggere questi episodi prova. Yo)

Forse perché non ci sono ancora arrivati bambini e sentiamo tutto il peso di questa mancanza, forse per la devozione speciale a santa Teresina di Gesù Bambino, la cui “piccola via” è un invito ad affidarsi a Dio come bambini, forse per i tanti drammi che stanno coinvolgendo i bambini, una vera e propria strage degli innocenti – il numero impressionante di aborti, l’utero in affitto, il “gender“, la terribile vicenda “Angeli e demoni”, le vite ritenute “futili” come quella di Alfie Evans (cosa che non riguarda solo i bambini, pensiamo a Vincent Lambert, per esempio, in una situazione analoga), per limitarci ad alcuni fenomeni tristissimi dei nostri giorni nel “ricco” ed “emancipato” mondo occidentale – insomma, il tema dei “bambini” lo sentiamo vicino e urgentissimo, e se nel nostro primo mini album Quando saremo piccoli c’erano già diversi riferimenti, in Mienmiuaif Cake sono aumentati, in particolare in una canzone inedita che è un po’ un manifesto del nostro progetto musicale: Gesù Bambino.

L’abbiamo scritta perché sentiamo il bisogno di Gesù Bambino. Senza di lui, senza un Dio che si fa bambino per noi, siamo nulla. Siamo nulla perché iniziamo subito a sentirci chissà chi. Ci siamo dimenticati di Dio, ma ci siamo dimenticati ancora di più di quel Dio che si è fatto bambino e che facendosi bambino ha attirato l’attenzione di tutto il mondo sui bambini, sulla loro bellezza, sulla loro innocenza, dignità, sul senso di meraviglia che suscitano. E non importa che siano ancora nella pancia della mamma o già fuori, in mezzo a noi, e possiamo vederli, i bambini sono sacri, sempre, com’è sacra ogni vita umana, e va custodita, ma la nostra società è così appesantita, così stanca, così vecchia e piena di superbia per quello che ha e che crede di aver ottenuto da sola, da non accorgersi neppure più di quello che le manca.

Ci manca Dio, ci manca tantissimo, ci manca quel Dio che è venuto in mezzo a noi strillando come un bambino, facendosi coccolare come un bambino dalla sua Mamma, guardandola come solo un bambino sa guardare la sua mamma. E dovremmo avere il coraggio di farci coccolare anche noi dalla sua Mamma, di guardarla anche noi in quel modo, di ascoltarla, lei che da anni, in maniera meravigliosa, sconvolgente, quotidiana, normale e allo stesso tempo soprannaturale, da diversi luoghi della terra – da quella Medjugorje a cui siamo tanto affezionati – continua a chiederci di tornare a Dio, di avere una relazione con chi ci ha creati, di non dimenticarlo, anzi, di stargli appiccicati come bambini se non vogliamo perderci. Perché oggi è facile perdersi.

Gesù Bambino, nella forma e nel contenuto, è una canzone semplice, “piccola”, nel senso che spieghiamo nel libro che non ti insegna a cucinare, idealmente abbinato al disco, riferendoci all'”estetica” della nostra musica. Piccola ma allo stesso tempo pesante. Almeno nelle nostre intenzioni. Da un lato è un pezzo quasi “dance“, dall’altro è una preghiera. Da un lato va ballata (ma non come si balla nei rave party, piuttosto come si balla all’asilo, o al centro anziani – su questo potete prendere esempio dallo pseudo chitarrista se vi capita di vederlo all’opera), dall’altro va pregata, almeno nel ritornello: “ma senza di Te siamo nulla, Gesù Bambino tienici tutti nella tua culla”. Oggi più che mai sentiamo il bisogno di stare con Gesù Bambino, lì con lui, senza staccargli gli occhi di dosso, in adorazione, perché ci servono la sua luce e il suo stupore in mezzo a tante tenebre e orgoglio.

Gesù Bambino vuole essere un inno alla vita, un inno ai bambini, alla loro bellezza e genialità, alla loro creatività, perché tutti i bambini sono poeti e artisti (è nota la frase attribuita a Pablo Picasso: “A quattro anni dipingevo come Raffaello, poi ho impiegato una vita per imparare a dipingere come un bambino”). Come dovrebbe esserlo ogni cristiano con la sua vita.

Ogni bambino è Gesù Bambino.