“Shampoo. Non è un problema di forfora, ma di pace coniugale”, di Paolo Pugni, è il nuovo libro della collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, edita da Berica Editrice.

Un titolo che allude alla celebre canzone di Giorgio Gaber e che racconta in maniera ironica e pungente il matrimonio di due sposi, Paolo e Franca, insieme da più di 30 anni, convinti che “un bello shampoo, una bella lavata di testa, ogni tanto, non può che essere utile”.

Brevi scene e riflessioni scritte e raccolte dall’autore a mo’ di album, come se si sfogliasse la vita della famiglia Pugni per condividerne la bellezza, l’allegria, ma anche le difficoltà di una vocazione che rimane un mistero grande e affascinante.

Un libro sul matrimonio scritto con uno stile molto colloquiale e pieno di spunti – differenze uomo-donna, figli, faccende domestiche, lavoro, tecnologia, calcio, fede – utile ai fidanzati in cammino verso il grande giorno ma anche a tutte quelle coppie che possono ritrovarsi in questa storia, unica e universale, e ridere, scherzare, anche commuoversi, meditare insieme su quello che stanno vivendo.

“Una recente ricerca ha evidenziato che gli uomini sottoposti a un continuo sottile stato di stress, di ansia, vivono molto più a lungo e sono molto più pronti e brillanti. Quindi di fatto mia moglie è il mio personal trainer. Si prende cura di me, mi educa. Del resto è della scuola di sua nonna la quale affermava che gli uomini si possono curare, ma non guariscono mai. Si addomesticano, ma non perdono mai del tutto quella parte di selvaggio che li contraddistingue. E quindi, ogni tanto bisogna fare loro uno shampoo”.

 

Qui sotto il video da cui è nata l’idea del libro:

 

Il libro è disponibile dal 13 settembre in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice e dal 15 su Amazon o altre piattaforme digitali, oppure richiedendolo in libreria.

Per maggiori informazioni è possibile scrivere un’email a mienmiuaif@gmail.com.

Potete leggere a questo link l’intervista completa che ci ha fatto Martina Bottaro nel suo blog 🙂

Qui di seguito un breve estratto:

Dio e la fede nelle vostre canzoni.  Che rapporto avete con Lui?  “Chi dite che io sia?”

Nelle nostre canzoni Dio e la fede sono presenti in maniera spontanea. Ne parliamo perché fanno parte della nostra vita, sono essenziali. Qualche volta ci sono riferimenti più diretti, qualche volta meno. Non è che si debba per forza nominare Dio, ma neppure avere paura di inserire l’argomento. Gesù, Maria ed i Santi sono argomenti tabù: se si parla di una divinità, di un’energia, la cosa è più accettata. Noi però non crediamo in un essere vago, in un “dio spray”, come una volta lo ha definito Papa Francesco. Noi crediamo nel Dio del Vangelo, perché è Lui che ci ha salvati, che ha cambiato le nostre vite in un momento difficile, poco più di cinque anni fa.L’incontro con Cristo ha determinato la nostra storia, il nostro matrimonio, è qualcosa che non può stare fuori dai modi in cui ci esprimiamo, anche a livello musicale.

 

“Yeah. Anti-metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata” di Giuseppe Signorin

I “machi” alle mogli non piacciono. Fidati del sottoscritto, che avrebbe tutte le caratteristiche per essere definito tale ma preferisce mimetizzarsi dietro altre sembianze.

Alle mogli piace prendersi cura del proprio marito. Non lo ammettono facilmente, ma è così. Dai una mano a tua moglie a prendersi cura di te. Sì, aiutarla in cucina o a rifare il letto può avere, talvolta, il suo perché, ma si tratta di azioni in superficie. Io ti parlo di andare più a fondo.

Ok, è facile che anche tu, come il sottoscritto, sia il classico tipo tutto muscoli, che solo a toccargli il bicipite uno si fa male. Ti capisco. Cerca però di stare rilassato. Sforzati di dare l’impressione di avere qualche acciacco, ogni tanto. Lei non resisterà.

Proprio ieri mia moglie mi ha accompagnato dal fisioterapista. Da tempo lavoro per darle l’impressione di avere qualche problemino ai cervicali. Bene: dovevi vedere i suoi occhi. Prendi esempio dal tuo maestro.

State salendo le scale insieme? Sbuffa, falle credere che hai il fiatone anche se, come il sottoscritto, ti divoreresti l’intera rampa con un balzo senza battere ciglio.

Ti invitano a una partita di calcetto? In campo elargisci con generosità i numeri che solo tu sai fare, diverti i tuoi compagni e fai vincere in scioltezza la tua squadra, ma quando torni comportati come se ti dolesse la schiena, come se avessi fatto una fatica immane. Mettiti pure qualche cremina lenitiva, sicuramente non ne avrai bisogno ma tanto mica fanno male!

Siete in salotto e lei ha messo su un po’ di musica? Lo so, potresti scatenarti in qualche mossa da break dance, come il sottoscritto, ma opta per movimenti minimali, quasi interiori, come se non avessi tutta quella mobilità che invece, come il sottoscritto, certamente hai. Uno stile quasi impercettibile. Non saprà resisterti, vorrà ballare insieme a te.

Di “machi” è pieno il palinsesto televisivo, tu spostati nello spazio a mo’ di anziano. Non dico sempre, sarebbe una fatica immane. Qualche volta.

Sei già anziano? Hai già superato i 90 anni e quindi l’adolescenza? Tanto di guadagnato, potrai continuare a conquistare giorno dopo giorno tua moglie senza alcuno sforzo.

Tutto chiaro?

Devo ripetertelo perché non hai sentito bene?

Yeah.

 

 

 

 

Se ritenete che l’attività di cotanto seduttore vada sostenuta, acquistate il capolavoro epistolare “Lettere a una moglie. Ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif”, ottimo anche per far volume in libreria o come regalo per chi non vi sta troppo simpatico. Lo trovate qui o qui.

“Yeah. Anti-metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata” di Giuseppe Signorin

Caro il mio allievo preferito, non ho chiamato questo metodo “anti-metodo” perché mi piace mettere i trattini fra una parola e l’altra. Il fatto è questo: non c’è un metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata. Le donne sono impossibili.

Sì, lo so, potevo uscirmene con questo colpo di scena qualche puntata fa, ma ho preferito che i tempi fossero maturi. Ti sarai accorto che molti dei miei “consigli” sono totalmente assurdi o incomprensibili – dire “sei bellissima” ogni tot a caso escluso, ovviamente, quello funziona sul serio. Sono convinto infatti che solo così, con dei consigli assurdi o incomprensibili, tu possa rimanere te stesso.

“Tutti nascono come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie”. Questa frase è di un ragazzino già salito ai Piani Alti, un piccolo genio dell’informatica, Carlo Acutis. Almeno l’ho trovata nel web a suo nome. L’anti-metodo ha proprio questo scopo: che tu rimanga “originale”. Non nel senso che devi fare l’originale, ma che tu vada all’origine. E come si va all’origine? Pregando, meditando la Parola di Dio, mangiando il Corpo di Cristo, inginocchiandoti in un confessionale… Che c’entra? Chi pensi ti abbia creato in questo modo? Ecco, allora è il caso che tu passi molto tempo con Lui per capire chi sei. Anzi, per diventare chi sei e non invece quello che vuole l’inquilino del piano di sotto.

Lo fai già? No, non lo fai già. Pensi più a Lui e a tua moglie che a te stesso? Non ci credo neanche se mi fai vedere la radiografia della tua materia grigia con mille piccole scritte che riportano i nomi di Dio – Padre, Figlio e Spirito Santo – e di tua moglie, e solo alcune che riportano il tuo.

Vedi, le donne sono impossibili – questo è il nostro piccolo dogma, l’avrai capito. La missione che Dio ti ha affidato non è umanamente sostenibile. Ma lui ha scelto te per lei. Solo tu puoi farcela con lei. Ti ha fatto su misura. Però devi rimanere nei binari giusti. Se esci dai binari giusti è automatico che finisci in una fotocopiatrice.

Tieniti aggrappato al Conduttore (ogni tanto anche una preghiera al giovane amico Acutis non ti farà male) e se proprio insisti continua a leggere questo anti-metodo – è piuttosto inutile ma è sempre meglio di un metodo.

Ok?

Yeah.

 

 

 

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“Yeah. Anti-metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata” di Giuseppe Signorin

“Vengo a prenderti stasera sulla mia Torpedo blu…”. Ok, bella canzone e grande Gaber, ma lascia perdere fregnacce simili. Dai a tua moglie il meglio. Comprati una Panda. O comunque, se proprio devi, una macchinina simile, ma che si sentano bene le buche delle strade su cui sfrecci.

Ricordo ancora i tempi dell’università. Premessa: non sto qui a raccontarti il mio passato come uno smielato nostalgico qualsiasi, portami rispetto, se ti parlo dei vecchi tempi è perché ne hai bisogno. Andiamo avanti: avevo poco più di vent’anni quando una sera ho visto uscire da un locale molto chic di una nota città italiana una donna non bella come mia moglie ma comunque caruccia più della media, insomma una top model, insieme a un ragazzo che la caricava sulla sua Panda (Panda modello vecchio, fra l’altro). Ecco, in quell’istante ho capito come si seduce la donna che si è scelta per l’eternità – anche se sappiamo benissimo che è stata lei a sceglierti.

Macchinine come la Panda non vanno mai fuori moda, per il semplice motivo che non ci vanno neanche mai dentro. Ma la moda è sorella della morta, come direbbe il buontempone del nostro amico Giacomino (lui sì che potrebbe scrivere un anti-metodo di seduzione, altro che il sottoscritto), meglio quindi stargli alla larga. Con la Panda non corri il rischio di finire in  copertina di qualche rivista patinata.

Comprati una Panda e appena puoi, almeno una volta a settimana, carica la tua metà lì dentro. Continuerà a lamentarsi ma anche ad amarti. Sarà un modo per stuzzicare a al tempo stesso mettere alla prova i suoi sentimenti (conviene in ogni caso dire durante ognuno di quei viaggi la formula magica: “sei bellissima”). Non è necessaria una 4×4, va benissimo il modello normale. Non è sulla neve o su strade sterrate che ti devi inerpicare, ma sul suo cuore. Quindi potresti virare anche su una Panda a metano. Ne dovrai fare di strada.

Per finire, ti lascio una poesia scritta sull’argomento da me medesimo qualche annetto fa (ricordati ancora: non sto qui a raccontarti il mio passato come uno smielato nostalgico qualsiasi, portami rispetto, se ti parlo dei vecchi tempi è perché ne hai bisogno). In questo testo ti verranno svelati dei lati ulteriori, dei motivi in più per acquistare la superutilitaria più cool della storia della casa automobilistica torinese che mi auguro apprezzi il mio sforzo e me ne doni una nuova o usato sicuro.

Panda, all’inizio non mi piacevi,
ma se fuori piove tu ci sei.
Panda, tu mi proteggi dall’invidia
e per di più vai a metano.

Panda, tu mi proteggi dai meggins…
Panda, tu mi proteggi…

Panda, ci salverai dagli effetti dell’iPhone,
dalle comodità.
Panda, sei bella dentro Panda,
anche se non ti pulisco mai abbastanza.

Panda, tu mi proteggi dai meggins…
Panda, tu mi proteggi…

Sei il cielo in una Panda…

Yeah.

 

 

 

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“Yeah. Anti-metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata” di Giuseppe Signorin

Già in precedenza ti ho detto dell’importanza di confonderla. Ora ti parlerò dell’importanza di non capirla. Di non provarci nemmeno.

Sono reduce da una seratina con mia moglie a base di “Hitch – Lui sì che capisce le donne”, film col principe di Bel Air Will Smith in cui fin dal titolo dovresti dedurre che non è  cosa da imitare. Il “Dottor Rimorchio” vive di consulenze con lo scopo di aiutare gli uomini a conquistare le donne di cui sono innamorati. Io ti parlo invece di sedurre giorno dopo giorno la donna che ti ha già sposato. Non so se Hitch abbia ragione, nel suo campo, di certo non ha chance nel nostro. Non a caso il film finisce prima che lui si sposi e già mostra le crepe del suo metodo con Sara, la donna per cui perde veramente la testa. Da quel momento in poi, il presunto “talento” di capire le donne non porta più a niente.

Le mogli non hanno senso e amano non essere comprese almeno quanto i poeti.

Se sai essere un minimo realista, riconoscerai la miseria di cui sei composto. Diciamoci la verità, siamo fatti a somiglianza di Dio Papà Onnipotente ma non siamo esattamente come Lui: ecco, tutto quello che ci separa – molto – dall’essere uguali a Lui è la nostra miseria. Da quella volta della mela, soprattutto se non ascoltiamo i consigli del Capo, la nostra miseria è  tanta. Tanta tanta. Ora, possibile che una donna abbia promesso amore eterno a una miseria come te? Sì, proprio tu. Rispondo io: no, non è possibile. Non avrebbe senso. Tua moglie però l’ha fatto. Mia moglie anche. Eccoti dimostrata l’affermazione: le mogli non hanno senso.

Non hanno senso e amano non essere comprese, afferrate, come i poeti. Intuiscono  la complessità del reale e del soprannaturale, sanno che in questa vita non potrà mai esserci una totale chiarezza, sanno che il loro essere ha qualcosa di divino che tu – in particolare tu che l’hai sposata, questa moglie con la testa zeppa di intuizioni belle e indicibili – che tu non potrai mai capire completamente.

Vuoi rovinare tutto e provare a psicanalizzare cotanta follia? Sii umile. Accontentati di qualche casuale “sei bellissima” e procedi per la tua strada di marito. Affiancala, sostienila, ma non farle troppe domande. Sii silenzioso, come san Giuseppe. Lo so: tu hai le soluzioni pratiche a quasi tutti i suoi problemi. Ma ti sei mai accorto che non vuole sentirci, da quell’orecchio? È in grado di captare qualsiasi minimo impercettibile problemino in qualsiasi cripto-situazione relazione, ma proponile una semplice soluzione e inizia a dirti che non l’ascolti. Lascia perdere. Non farle domande. Non darle soluzioni. Rimani lì, inchiodato alla tua croce. Esattamente. La tua croce. Può un uomo capire la Croce? Con le sue sole forze no. Affidati alla Grazia. Sposarsi senza Grazia è impossibile.

Non provare a capirla, rimani lì al tuo posto e confida nella Grazia.

Yeah.

 

 

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“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Esattamente cinque mesi fa, precisamente il 4 agosto 2016, in un caldo pomeriggio d’estate, ho detto sì a mio marito di fronte a Dio e alla mia mia famiglia. Finalmente! Dopo due anni tra burocrazia, documenti smarriti e altre difficoltà, ce l’abbiamo fatta. Comunque, se ancora non ho scritto niente c’è un motivo, e mi scuso per la mia assenza dal blog. È successo qualcosa che mi ha cambiato la vita e non è stato per niente facile da accettare, ma alla fine ho trovato il coraggio di scrivere.

Facciamo un passo indietro, torniamo a quel caldo pomeriggio d’estate. Il giorno che aspettavamo tanto alla fine è arrivato. Ricordo benissimo ogni singolo dettaglio, dalla vestizione al trucco. I miei genitori erano più emozionati di me, tant’è vero che mia mamma ha fatto tutte le foto con un rotolo di stagnola in mano… (devo ancora capire perché se lo portava sempre dietro…).

Io e mio marito facevamo quelli forti, quelli che “ma sì tanto siamo già sposati in Comune… siamo abituai” e invece appena sono entrata in chiesa non ho retto per l’emozione e qualche lacrimuccia è scesa. Eravamo talmente felici che abbiamo sbagliato tutti i momenti liturgici ovvero quando dovevamo stare in piedi ci sedevamo e quando dovevamo stare seduti ci alzavamo, e visto che eravamo totalmente imbranati ad un certo punto la perpetua si è messa alle spalle del prete e ci ha suggerito cosa fare e non. E dire che noi andiamo a Messa tutte le domeniche, ma quel giorno era speciale, era nostro e non eravamo soli. Di fronte a noi la presenza di Dio ad unire la nostra vita, insieme alle nostre famiglie come testimoni di un atto di amore, fratellanza e un impegno che durerà per tutta vita. Ed è stato il momento in cui ho visto lui, mio marito che mi ha fatto tremare le gambe ed emozionarmi come mai mi era successo prima. Ho letto nei suoi occhi la gioia, l’amore e la commozione che solo uno sposo perdutamente innamorato può avere.

Dopo questa bellissima esperienza, la nostra giornata si è conclusa allegramente in compagnia dei nostri cari. La nostra vacanza è durata quasi un mese. Erano due anni che non vedevo i miei affetti più cari e con la scusa del matrimonio ne abbiamo approfittato per passare la maggior parte del tempo a disposizione con loro.

A fine agosto è arrivato il momento di salutare tutti e rientrare in Canada. Beh, non è stato semplice, erano due anni che non vedevo i miei genitori e salutarsi in aeroporto è stata dura.
Al nostro rientro in Canada, abbiamo avuto una piacevolissima sorpresa ovvero un test di gravidanza positivo. Eravamo così felici, saremmo diventati genitori! Anche se ero di sole quattro settimane abbiamo deciso di dirlo alle nostre rispettive famiglie. Ovviamente abbiamo iniziato a progettare un futuro a tre, per esempio una casa un po’ più grande per accogliere il nostro piccolino, una macchina perché ancora non ne avevamo una e tante altre cose. Beh, sì, abbiamo corso un po’ troppo anche perché alla quinta settimana il nostro sogno si è spento insieme al nostro piccolino che è volato in cielo da Gesù. Il dolore è stato tanto e anche l’amarezza. Per un periodo mi sono arrabbiata molto con mio marito senza un motivo. Come se volessi colpevolizzarlo per la nostra perdita.

Non lo so perché ho agito così. Di sicuro c’era qualcuno che ci voleva contro, ma alla fine mi sono detta: ”comportandomi così avrò il mio bimbo di nuovo? NO”. Così mi sono risvegliata da quello stato catatonico in cui ero caduta e ho cercato di farmi forza e supportare mio marito, che anche se non lo dava a vedere, potevo leggere la sofferenza nei suoi occhi e nel suo cuore.
Da una parte devo anche ringraziare i preti della nostra chiesa che ci sono stati vicini nella preghiera e ci hanno aiutato moralmente a superare questa tragica perdita. Abbiamo deciso di far dire una Messa in suffragio alla sua anima. Non sapevamo se era maschio o femmina, era appena grande quanto un semino di papavero. Ma quel semino ci aveva riempito il cuore di una gioia infinita. Siamo stati genitori terreni per cinque settimane ma lo saremo per l’eternità, perché sono sicura che quando arriverà il giorno in cui saremo di fronte a Dio, il nostro piccolo angelo sarà con noi.

“Donne dududu” di Anita Baldisserotto

Mi pare di capire che con questa rubrica dududu cerco di restituire quanto mi fa bene vedere nelle donne che incontro dududu. Se qualcuna fa una cosa buona e bella penso che magari anche io con l’aiuto di Maria ce la posso fare. Ho un bisogno viscerale di sapere che tutto il bene che sento di desiderare potrà in modo misterioso compiersi, qui o dopo.

Allora visto che oggi Giuseppe e io festeggiamo il terzo anno di matrimonio in Cristo, magari come donna dududu metto me stessa dududu!

Okkei mi piace stare sul palco ma a cantare, qui in realtà è per dirmi su carta: “Hey Anita ma quanta grazia hai avuto? Dio ti vuole bene!!!”. E quindi passo al dunque: Anita ma guarda dove sei!!! Avresti mai immaginato di sposarti? Ed esserne felice? In qualche modo cucinare, lavare piatti, panni e bagni lavorando 8 ore fuori casa, tu che eri studentessa con-tutto-fatto-dalla-mamma? L’avresti detto che ascoltando il marito e mettendo dei video discutibili su Facebook ti sarebbe arrivata una valanga di amici?

Ringrazio tutti, Giuseppe in particolare che fra le tante cose che fa mi abitua a dire a voce alta i doni di grazia quotidiani quando siamo a tavola. Donne dududu, amiche mie, amiche passate, amiche future: Gesù vuole farvi tutte nuove.

LasciateLo fare e sarete troppo belle che non avrò abbastanza posto nel blog per tesservene le lodi!

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Cara Pompelmo Rosa,

il narratore di queste storielle, insieme ai suoi lettori (anche se a loro insaputa), ha pensato bene che fosse giunto il momento di svelarti il segreto della felicità. Il mondo quaggiù è al contrario, cara Pompelmo Rosa. Non c’è dubbio quindi che per essere davvero felici occorra fregarsene della felicità. La felicità vera passa attraverso la croce. Non c’è vera felicità senza croce come non c’è vero riposo senza fatica. La vita piena su questa terra è possibile solo con gli occhi puntati verso il cielo, sapendo che siamo solo di passaggio. Allora sì che iniziamo a vivere per il verso giusto.

Dopo questa consolante premessa,  è molto importante una cosa: che tu individui bene la tua croce. Quella vera, non quelle a cui ti affezioni ma che magari non servono a niente. Quale può essere la tua croce, Pompelmo Rosa? Qual è il tuo nemico più intimo? Prova a pensarci. Però attenta: le apparenze potrebbero ingannarti e forse ti hanno ingannata fino ad oggi… Perché la croce potrebbe essere in apparenza bellissima e tu potresti confonderla, non accorgerti che è una croce… In certi casi potrebbe addirittura apparire cool, quasi sexy… Molti lettori a questo punto avranno capito… Forse tu no, perché a volte per capire bisogna distanziarsi un attimino dalle cose e tu sei troppo vicina… 

Può una croce avere le sembianze di un fico? A questo punto della tua vita è una domanda che ti devi porre, perché le cose stanno proprio così. La tua croce, il tuo nemico più intimo, non può che essere tuo marito. Il fico di Pompelmo Fico. Finché non vedrai in lui la tua croce, non potrai capire. Non potrai essere felice e quindi non potrai fregartene della tua felicità. Sappiamo tutti che non è semplice vedere una croce in un essere così fascinoso, ma la verità non può che sorprendere. La tua croce, Pompelmo Rosa, è il fico di Pompelmo Fico.  E tu sei la sua croce.

Lo so, è un mistero, ma è meglio che tu lo digerisca in fretta. Non ci sono scorciatoie per diventare un frutto solo.

 

 

 

Riportiamoci oggi al classico testo del capitolo 5° della lettera agli Efesini, la quale rivela le sorgenti eterne dell’alleanza nell’amore del Padre e insieme la sua nuova e definitiva istituzione in Gesù Cristo.

Questo testo ci conduce a una dimensione tale del «linguaggio del corpo» che potrebbe essere chiamata «mistica». Parla infatti del matrimonio come di un «grande mistero» («Questo mistero è grande», Ef 5,32). E sebbene questo mistero si compia nell’unione sponsale di Cristo redentore con la Chiesa e nella Chiesa-sposa con Cristo («Lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa», Ef 5,32), sebbene si effettui definitivamente nelle dimensioni escatologiche, tuttavia l’autore della lettera agli Efesini non esita ad estendere l’analogia dell’unione di Cristo con la Chiesa
nell’amore sponsale, delineata in modo così «assoluto» ed «escatologico», al segno sacramentale del patto sponsale dell’uomo e della donna, i quali sono «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). Non esita a estendere quella mistica analogia al «linguaggio del corpo», riletto nella verità dell’amore sponsale e dell’unione coniugale dei due.

Bisogna riconoscere la logica di questo stupendo testo, che libera radicalmente il nostro modo di pensare dagli elementi di manicheismo o da una considerazione non personalista del corpo e al tempo stesso avvicina il «linguaggio del corpo», racchiuso nel segno sacramentale del matrimonio, alla dimensione della reale santità.

I sacramenti innestano la santità sul terreno dell’umanità dell’uomo: penetrano l’anima e il corpo, la femminilità e la mascolinità del soggetto personale, con la forza della santità. Tutto ciò viene espresso nella lingua della liturgia: vi si esprime e vi si attua. La liturgia, la lingua liturgica, eleva il patto coniugale dell’uomo e della donna, basato sul «linguaggio del corpo» riletto nella verità, alle dimensioni del «mistero» e, nel medesimo tempo, consente che quel patto si realizzi nelle suddette dimensioni attraverso il «linguaggio del corpo».

Di ciò parla appunto il segno del sacramento del matrimonio, il quale nella lingua liturgica esprime un evento interpersonale, carico di intenso contenuto personale, assegnato ai due «fino alla morte». Il segno sacramentale significa non solo il «fieri», il nascere del matrimonio, ma costruisce il suo «esse», la sua durata: l’uno e l’altro come realtà sacra e sacramentale, radicata nella dimensione dell’alleanza e della grazia, nella dimensione della creazione e della redenzione. In tal modo la lingua liturgica assegna a entrambi, all’uomo e alla donna, l’amore, la fedeltà e l’onestà coniugale mediante il «linguaggio del corpo». Assegna loro l’unità e l’indissolubilità del matrimonio nel «linguaggio del corpo». Assegna loro come compito tutto il «sacrum» della persona e della comunione delle persone, e parimenti la loro femminilità e mascolinità, proprio in questo linguaggio.

In tale senso affermiamo, che la lingua liturgica diventa «linguaggio del corpo». Ciò significa una serie di fatti e di compiti, che formano la «spiritualità» del matrimonio, il suo «ethos». Nella vita quotidiana dei coniugi questi fatti diventano compiti, e i compiti, fatti. Questi fatti – come anche gli impegni – sono di natura spirituale, tuttavia si esprimono a un tempo col «linguaggio del corpo».

L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5, 28; «come se stesso»: Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21).

Il «linguaggio del corpo», quale ininterrotta continuità della lingua liturgica si esprime non solo col fascino e il compiacimento reciproco del Cantico dei cantici, ma anche come una profonda esperienza del «sacrum», che sembra essere infuso nella stessa mascolinità e femminilità attraverso la dimensione del «mysterium»: «mysterium magnum» della lettera agli Efesini, che affonda le radici appunto nel «principio», cioè nel mistero della creazione dell’uomo: maschio e femmina a immagine di Dio, chiamati fin «dal principio» ad essere segno visibile dell’amore
creativo di Dio.

Così dunque «quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gn 2,23-25). In seguito, lo stesso fascino sembra scorrere come un largo torrente attraverso i versetti del Cantico dei cantici per trovare, in circostanze del tutto diverse, la sua concisa e concentrata espressione nel libro di Tobia.

La maturità spirituale di questo fascino altro non è che il fruttificare del dono del timore, uno dei sette doni dello Spirito Santo, di cui ha parlato san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts 4,4-7).

D’altronde, la dottrina di Paolo sulla castità, come «vita secondo lo Spirito» (cfr. Rm 8,5), ci consente (particolarmente in base alla prima lettera ai Corinzi 6) di interpretare quel «rispetto» in senso carismatico, cioè quale dono dello Spirito Santo.

La lettera agli Efesini – nell’esortare i coniugi, perché siano sottomessi gli uni agli altri «nel timore di Cristo» (Ef 5,21) e nell’invogliarli, in seguito, al «rispetto» nel rapporto coniugale, sembra rivelare – conformemente alla tradizione paolina – la castità quale virtù e quale dono.

In tal modo, attraverso la virtù e ancor più attraverso il dono («vita secondo lo Spirito») matura spiritualmente il reciproco fascino della mascolinità e della femminilità. Entrambi, l’uomo e la donna, allontanandosi dalla concupiscenza, trovano la giusta dimensione della libertà del dono, unita alla femminilità e mascolinità nel vero significato sponsale del corpo. Così la lingua liturgica, cioè la lingua del sacramento e del «mysterium», diviene nella loro vita e convivenza «linguaggio del corpo» in tutta una profondità, semplicità e bellezza fino a quel momento
sconosciute.

Tale sembra essere il significato integrale del segno sacramentale del matrimonio. In quel segno, attraverso il «linguaggio del corpo», l’uomo e la donna vanno incontro al «grande mysterium», per trasferire la luce di quel mistero, luce di verità e di bellezza, espresso nella lingua liturgica, in «linguaggio del corpo», nel linguaggio cioè della prassi dell’amore, della fedeltà e dell’onestà coniugale, ossia nell’ethos radicato nella «redenzione del corpo» (cfr. Rm 8,23). Su questa via, la vita coniugale diviene in certo senso liturgia.

 

 

 

(San Giovanni Paolo II – Udienza generale del 4 luglio 1984)