di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise (dal blog Sposi&Spose di Cristo)

“Sai cucinare?” le domandò Brontolo.

“Certo, so fare anche la crostata di mele!” replicò Biancaneve!

“La crosmata di tele, la crostata di mele”, farfugliò Dotto mentre immaginava i manicaretti che le avrebbe preparato Biancaneve.

E già. Biancaneve è bella, ma la crostata di mele è buona.

Non tutti sanno però che Biancaneve un giorno preparò il suddetto dolce ma usò ingredienti diversi da quelli che sempre aveva utilizzato la mamma dei 7 nani, e fu così che nella piccola casetta in cui un tempo si era esclamato: “Come è bella Biancaneve!”, un giorno i 7 nani, capitanati da Brontolo e dal suo nasone, fecero udire ai passerotti e ai cervi del bosco parole del tipo:

“Ma tu non capisci niente di cucina!!!!!!!!!!! Nostra madre sì che sapeva preparare la crostata di mele!!! Non come questa schifezza che hai preparato tu”.

E senza farla lunga, Biancaneve replicò alla squadra dei piccoli nani:

“Allora fatevela cucinare da vostra maAaAadre questa maledetta crostata di mele! Però ditele anche di venirvi a rammendare i calzini che IOOO vi lavo, a lucidare gli stivali che IOOOO vi lucido, a strofinare le pentole che IIIIOOOOO strofino e soprattutto a sopportarvi… piccola squadra di brontoloni e puzzolenti che non siete altro!!!”.

E dopo aver detto ciò, come tutte le protagoniste delle migliori favole, Biancaneve pianse e poi svenne.

I nani allora, che non avevano digerito né la crostata di mele, né la storia degli insulti inerenti la loro madre, misero la poverina in una teca di vetro e la buttarono fuori di casa, che ovviamente era di loro proprietà… ereditata dalla madre.

Poi Biancaneve incontrò il Principe Azzurro, lo sposò e si ritrovò poco dopo a preparare la crostata di mele per suo marito; ma anche qui, ancora una volta, l’aveva preparata con ingredienti differenti rispetto a quanto dettato dalla ricetta della Regina Azzurra (madre del principe, ndr) e anche lì, al palazzo reale, si udirono parole sconvenienti e inadeguate ad un luogo tanto nobile.

Morale della favola n°1?

Tua moglie non potrà mai cucinare come cucinava tua “maAaAaAdre”, ma è proprio questo a cui siamo chiamati come sposi: amare la persona che abbiamo sposato senza paragonarla ai nostri genitori che erano certamente degli eroi e grandi cuochi, ma non sono loro che noi abbiamo sposato.

Morale della favola n° 2?

Non fossilizziamoci su quanto ci sembra un difetto del nostro coniuge, ma cerchiamo di avere su di lei/lui uno sguardo di tenerezza che sappia riconoscere i pregi e le qualità che inevitabilmente ha ricevuto dal Creatore. Biancaneve, ad esempio, canta benissimo e i 7 nani non sono così bassi… e il principe azzurro ha degli occhi bellissimi anche quando fa arrabbiare sua moglie.

Amare il proprio sposo, la propria sposa così com’è: ed è allora che…

“VISSERO TUTTI FELICI & CONTENTI”

di Pietro Antonicelli e Filomena Scalise (dal blog Sposi&Spose di Cristo)

“Ma te l’ho detto che è così, che tu non mi capisci, che lo shampoo antiforfora non va bene per lavarsi i piedi!”

Lui le rispose: “Ma che dici, mia madre lo faceva usare sempre a mio padre quando finivamo il sapone fatto in casa! E dovevi vedere che piedi puliti e profumati che aveva! Noi a casa mia… noi, eh eh… noi sì che sapevamo vivere! Non voi, anzi… non tua madre… che poi che ne capiva lei se era sempre fuori casa! Che ne poteva capire di shampoo antiforfora e rimedi economici e naturali!”

E la discussione potrebbe andare avanti così all’infinito! A rinfacciarsi cose assurde e a difendere posizioni indifendibili. Mariti contro mogli, che più che alleati nel bene, sembrano essersi sposati per avere qualcuno più vicino per poterlo insultare meglio.

Cosa succede? Forse è il momento per la coppia di fermarsi un momento, guardarsi negli occhi e fare ritorno al “Principio”, quando si era uno per l’altra. Agli inizi dell’avventura matrimoniale, quando l’altro era la terra da difendere e da amare a costo della propria vita.

Tornare a quel “Principio” dove si riconosce di essere stati creati per “abbandonare il proprio padre e la propria madre per unirsi all’altro e diventare una cosa sola, una sola carne”. Nel bene e nel male.

C’è bisogno di tornare a quel principio e imparare a volersi bene per ciò che si è, e per onorarsi per quanto si è.

E per fare questo bisogna chiedere l’aiuto al Signore… per imparare ad amarsi veramente e profondamente… per sopportarsi a vicenZa. Ma anche a Crotone.

“Portate i pesi gli uni degli altri, così adempirete la legge di Cristo.” (Lettera ai Galati 6,2)

A questo link trovate il nuovo video della cantante dei Mienmiuaif sul suo canale YouTube “Anita Dududu” (iscrivetevi!!!).

Anita, stimolata dalle domande che le sono arrivate in seguito al video sul “fidanzamento in Cristo“, ha pensato di proporvi qualche spunto di riflessione per capire se avete accanto la persona giusta da sposare.

Il tutto in macchina sulla via di Monte Berico, bellissimo santuario mariano a Vicenza. Autista d’eccezione: uno pseudo-chitarrista…

 

A questo link trovate un altro video della cantante dei Mienmiuaif sul suo canale YouTube “Anita Dududu” (iscrivetevi!!!).

Questa volta ci racconta di come, partecipando a un “team building” e leggendo i libri di Costanza Miriano, ha capito che fidarsi del proprio marito era la cosa più giusta da fare…

(Nel video potrete ammirare anche una notevole prova d’attore di un certo pseudo-chitarrista…)

da “Shampoo. Non è un problema di forfora, ma di pace coniugale” di Paolo Pugni

Prima o poi doveva succedere: siamo andati a correre e sono stato schiantato da mia moglie. Sono alla ricerca di alibi verosimili. Il più gettonato: ho indossato troppo presto la divisa tardo-autunnale che scalda eccessivamente limitando le prestazioni.

Oltre a trovare alibi validi, per evitare il ripresentarsi del problema, ho tre possibilità:
1. Mi alleno disperatamente di nascosto.
2. Cambio sport.
3. La convinco che la corsa non fa per lei.

Ma guarda che cosa mi doveva capitare!? 
Mia moglie, che è un’ottima moglie, adesso mi sta dicendo che in fin dei conti io ho corso più di lei, che lei andava piano e che quindi non è vero che lei ha fatto meglio… che brava la mia Franca.

La vicenda non finisce qui. È ora di cena. C’è qualche scintilla con le figlie. Insinuano che sono in mezzo alla cucina e loro devono caricare la lavastoviglie. Nego.

Gli spigoli sfrigolano.

Interviene Franca, le guarda negli occhi, sorride e afferma: “Non lo farò più”.
 Io, che non capisco, chiedo: “Che cosa?”.

Rispondono in coro: “Batterti nella corsa!”.
“Ma no, che c’entra?”, mi difendo.
“C’entra, c’entra!”, risponde il coro muliebre.

“Boh. Non mi pareva di esserci rimasto così male. Volete dire che invece me la sono presa e il mio subconscio ne sa più di me?”.

 

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Il rumore del citofono è qualcosa di paralizzante, tipo allarme antitaccheggio all’Autogrill. Non per tutti, ma per molti. Quando suona il citofono, mio marito – anziché correre a rispondere – resta immobile. Con la sola roteazione oculare, ruba il mio sguardo e mi fissa come se io sapessi già-e-sempre chi è. Siccome io non mi scompongo, con una sfumatura d’ansia, passa a chiedere “Chi è?”. Lo fa con voce sicura, certa di trovare risposta, un po’ come un bambino che chiede alla mamma “che giorno è oggi?”. Non so cosa gli passi per la testa. Forse crede che nasconda piani segreti di visite, o perlomeno abbia fornito permessi precisi a chi può avvicinarsi all’abitazione, tipo frequentatori della Casa Bianca. Un mattino del fine settimana siamo in casa; lui, io, due figli, mentre un terzo è via fino a sera. Suona il citofono. Il collo gli scatta di novanta gradi verso la sedia che occupo. “Chi è?”. E qui non so cosa si aspetti, ma secondo me vede troppi film di spionaggio. Allora io rispondo “Oggi? È sabato”. Lui resta in silenzio, cerca di decifrare un significato in codice, mentre io aggiungo “È per me”. Ecco, oltre al mistero, la gelosia. Ignoro chi sia, ma afferro le chiavi e scendo. Torno un minuto dopo con una pesante rivista con non si sarebbe mai strizzata nella cassetta della posta. Lui riprende a respirare, rizza la schiena, alla fine tutto gli torna come nei migliori gialli alla Poirot. E lì si fa chiaro anche a me. In un mondo dove gli uomini programmano quando suonerà il telefono per la call, la sveglia al mattino, il timer del microonde…, quel rumoraccio freddo del vecchio aggeggio a muro rappresenta la sirena dell’incertezza. Non vogliono sapere chi è, vogliono sapere che noi abbiamo tutto sotto controllo. Come i valori del suo colesterolo, la cottura della pizza, i giorni del ciclo. Quando mio marito non risponde al citofono non è pigrizia, è celebrazione della mia importanza nel gestire lo spazio tra lui e il mondo. “Chi è?” è il nuovo “Ti amo!”.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

Condividiamo una bellissima intervista sulla preparazione al matrimonio che padre Maurizio Botta ha rilasciato qualche tempo fa a Raffaella Frullone e uscita sul Timone.

Si è persa la dimensione sacramentale del matrimonio?

A chi si vuole sposare dico: “Il vostro amore, l’amore con cui vi presentate qui, può essere di buona o cattiva qualità, ma questo riguarda voi, io lì non ci entro. Io sono qui per dirvi che cosa lo Spirito Santo vi dona con questo Sacramento rispetto ad un matrimonio pubblico in Comune che comunque a livello naturale rappresenta l’amore di un uomo e di una donna che vogliono progettare la loro vita insieme”. Ma soprattutto spiego alle coppie che il matrimonio è un Sacramento per discepoli, quindi sposarsi in Chiesa significa voler essere discepoli di Cristo, e lo dico chiaramente: se una persona sa già, nel proprio cuore, che dopo il matrimonio per esempio non andrà più a Messa, è meglio che lasci stare. Se una persona invece dice sì, e desidera essere discepolo di Cristo, allora deve sapere che il comandamento è ‘amatevi come io vi ho amato’. È come se nel Sacramento ti venisse affidato il marito o la moglie con questo comandamento ‘amalo come l’ho amato io’. A questo punto tiro fuori il crocifisso e ribadisco il concetto: Cristo vi dona lo Spirito per amare così, in croce, in modo irrevocabile e indissolubile, volete amare così? Sappiate che Dio ama un peccatore fino in fondo e non retrocede mai, così dovete fare anche voi”.

Nel mondo secolarizzato è ancora possibile parlare di castità?

Parliamo della castità: io non mi immagino due fidanzati che vivono tranquillamente nella castità, come fratello e sorella, e stanno bene; se due stanno troppo bene nella castità evidentemente c’è qualcosa che non va. Piuttosto io mi immagino una battaglia, un’avventura, per alcuni magari con qualche caduta, la confessione che aiuta a rialzarsi, mi immagino una sfida avvincente, che unisce! In questo caso spesso parlo principalmente alle donne perché sono loro che devono “alzare l’asticella”: occorre mettere l’uomo alla prova, se ci si concede sempre e totalmente, l’uomo si abituerà a chi si concede sempre e cosa farà quest’uomo se domani un’altra gli si concederà? Saprà dire di no? La sciocchezza più diffusa tra le ragazze oggi è quella che fa dire loro “Se io non faccio l’amore con lui, lui mi lascerà”; mi sembra che invece sia vero proprio l’opposto, si arriva spesso al corso prematrimoniale con un sacco di esperienze alle spalle che non mi sembra abbiano garantito longevità nei rapporti.

E chi magari convive già?

Anche chi convive di fronte al matrimonio si porta dentro una domanda: è davvero questa la persona che Dio mi sta dando? Allora a queste coppie dico: “Se non avete vissuto la castità prima della convivenza, regalati la certezza che sia Dio a donarti questa persona. Vuoi avere la prova? Se tu con la preghiera riesci a vivere la castità fino al giorno del matrimonio, allora hai la certezza che è fatta per te, perché il Signore ti mette in grado di vivere con lei o lui una cosa che per il mondo è impossibile”. Mi accorgo che ascoltano molto più di quanto noi sacerdoti pensiamo. Ecco, io penso che a volte a noi manca il coraggio di porre certe sfide e di evangelizzare come invece faceva Gesù.

Come fare breccia in un mondo che dice l’opposto?

Credo che occorra sempre tornare alla verità, io in questo forse spiazzo, perché non mi vergogno. Quando una donna fa l’amore, dice all’uomo: “Sono tua completamente, senza difesa”, usare il preservativo invece significa mettere una barriera, senza contare che toglie il piacere, basta pensare al momento in cui lo si indossa per capire che è proprio il contrario di un momento intimo e bello. Inoltre, quando la donna è feconda, è per lei il momento massimo del desiderio, questa è semplice biologia. Allora dico ai fidanzati: “Guardate come Dio ha creato questa meraviglia. Dio ha legato il piacere più grande all’unione tra un uomo e una donna e anche al momento in cui c’è l’apertura alla vita. Metterci un ostacolo non ha nulla di naturale, e nemmeno di bello, negarlo significa dire una bugia”. Non faccio altro che partire dalla ragione, glielo spiego in questo modo, e chiunque fa l’amore usando il preservativo o altro sa benissimo che vive quei momenti con uno stato di ansia, e che questo disturba l’unione, quindi si rende immediatamente conto che quello che sto dicendo è vero.

Cosa chiede agli sposi?

Indico il crocifisso. “Allora, siete sicuri? Volete amarvi proprio così?”. Questo stesso crocifisso lo ritiro fuori quando la coppia viene a dirmi che c’è la crisi, la difficoltà, io attraverso il crocifisso li riporto a chiedere la grazia del matrimonio, li riporto a quella domanda: ma tu vuoi essere un discepolo di Cristo? Il punto centrale è sempre l’identità di Cristo, e io sono schietto: o Cristo è Dio o Cristo è un matto. Se tu ci credi, e vuoi essere suo discepolo, quando sei in fila per la Comunione, riferendoti al tuo sposo o alla tua sposa devi dire: “Voglio amarlo come lo ami Tu”, quindi significa che credi che quello sia il corpo di Cristo e allora io domando ancora: davvero vuoi amarlo così? Fino a farti mangiare? Questo è il cuore del matrimonio.

 

Per info sul libro di padre Maurizio Botta “Cento minuti sul Vangelo” clicca qui

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Grazie a Dio abbiamo amici in battaglia che ci spiegano le mosse dell’avversario, amore mio. Intanto è importante sapere di essere in battaglia e di avere un avversario, altrimenti si rischia di mirare male e colpire i bersagli sbagliati. Per esempio può capitare che quel santo punk di tuo marito colpisca te, oppure quella santa neomelodica di mia moglie colpisca me. Robe da matti. Soprattutto la seconda. Invece “qualcun altro” ci cova. Ti ricordi che cosa ci aveva detto la nostra monaca di fiducia? L’avversario odia che ci amiamo e le escogita tutte per disturbare la pace coniugale (che è sempre una pace un po’ ballerina… una pace “dance”… molto anni 80 mi pare). E quando non riesce a fare i danni che vorrebbe, perché i due sposi combattono insieme “rivestendosi dell’armatura di Dio”, per dirla col guerriero San Paolo (altro che Kenshiro), allora prova a lavorare nelle zone circostanti, dove trova spazio: parenti, amici, colleghi di lavoro. Le persone con cui i due sposi sono in contatto. Noi ci caschiamo sempre (io ovviamente capisco subito ma tu non ti fidi… ok, scherzo…). Prima ce la prendiamo tra di noi, e ognuno ha le sue sacrosantissime ragioni (le mie ovviamente più sacrosantissime delle tue… ok, scherzo…), poi, quando la tempesta interna è passata a furia di sgranare rosari, ecco che arrivano gli attacchi esterni e ce la prendiamo con gli altri. Magari anche in questi casi abbiamo le nostre sacrosantissime ragioni, ma agendo così non concludiamo nulla. “Senza di me non potete fare nulla”, dice il Capo. Toh. In effetti il Capo consiglia di amare e perdonare… Però ogni tanto riusciamo a prevenire, che è meglio di curare, ed evitiamo catastrofi. Almeno un paio di volte l’anno. Capiamo per tempo chi è l’avversario e ci armiamo nel modo giusto. Magari perché ci telefona la nostra monaca di fiducia. La stratega. (Consiglio a tutti di munirsi di una monaca di fiducia). È infatti più facile che sia un alleato a stanare l’avversario prima che sferri l’assalto letale. Stare dalla parte del Capo comunque è bellissimo. Arrivano bordate da tutte le parti. Però è bellissimo. La noia? Non esiste. Altro che Kenshiro. Altro che pugno delle sette stelle di Hokuto. Sette Pater, Ave, Gloria e i nemici vanno al tappeto. Poi ne arrivano altri. Poi altri ancora. Sempre peggio e sempre meglio. Altro che Super Mario Bros (sì, forse ci sono esempi più calzanti…). I veri guerrieri combattono così, fino alla fine. La “piccola” ma terribile Teresina, la nostra santa di fiducia (consiglio a tutti di munirsi di una santa di fiducia), terminava la sua poesia “Le mie armi” con queste parole:

Io sfido sorridente la mitraglia
e fra le braccia tue, divino Sposo,
cantando morire vorrò sul campo,
con l’Armi in pugno. 

Wow. Che Dio ci doni questo spirito guerriero e un sorrisone a trentadue denti. Il punk di tuo marito conosce solo tre accordi, ma se tu ci canti sopra e li copri ed entrambi sfoggiamo un sorrisone a trentadue denti, la gente potrebbe anche non accorgersene, prenderci in simpatia e sparare qualche colpo insieme a noi in battaglia. Ti amo.

 

Se vi sentite particolarmente buoni e volete dare una mano ai Mienmiuaif, cliccate qui 😎

Condividiamo queste “riflessioni per assurdo di una sposa (quasi) trentenne” che ci ha mandato la nostra amica Chiara Ianniccari!

Data l’inflazione di negozi e laboratori di tatuaggi nelle nostre città e province (il mio paese ne conta almeno sei in poche centinaia di metri), una riflessione mi è sorta spontanea sulle abitudini e mode della mia generazione.

Oggi farsi un tatuaggio è una cosa del tutto normale, anzi, è anormale girare con la pelle ancora intonsa come mamma te l’ha regalata. Ci si tatua di tutto, ricordi, mantra moderni, frasi emblema, testi di canzoni. Anche facce di cartoni animati, per sentirsi unici, o unicamente legati ad un ricordo. Tatuaggi piccoli piccoli e nascosti, tatuaggi grandi ed evidenti. Si accetta con una tranquillità assoluta l’idea che si sta facendo una scelta definitiva che ci accompagnerà per tutta la vita, e che rimarrà (salvo cicatrici da laser del chirurgo) sotto la nostra pelle per sempre. Immortalare un istante con l’inchiostro sotto la superficie della pelle, magari dopo una serata “memorabile”, una di quelle che non ricapitano spesso. ( da notare bene che questi negozi rimangono aperti anche oltre la mezzanotte, non si sa mai qualche pinta di birra ispiri a farsi fare il tatuaggio della storia, e poi l’alcol attutisce anche il dolore).
“Per sempre”. Questo è il concetto alla base del tatuaggio: “io penso quella cosa”, “sono”, “condivido”, “amo” quella persona o quel modo di essere, per sempre. La mia generazione cerca estremamente un per sempre da fissarsi sulla pelle, come se tutto scivolasse via con troppa fretta e indifferenza: le abitudinarie sere di divertimento, la noia, gli eventi della vita vissuti indifferentemente, tutto in modo passivo come fossimo davanti ad un pc, alla televisione, comodamente appollaiati con il telecomando in mano.

Farsi un tatuaggio è come bere un bicchier d’acqua per i miei coetanei. Non per me che anche quando ho fatto lo smalto semipermanente per il matrimonio ho chiesto se poi le mie unghie sarebbero tornate come prima. È un gesto in sé che mi colpisce perché ha un che di estremo e folle. Ma comunque coraggioso. Per assurdo e per contrasto lo paragono a ciò che per me è stato folle ed estremo, la scelta della mia vita. Trasgressione punk come dicono i Mienmiuaif: una vita da vivere insieme, una casa da coabitare, un amore da coltivare, dei figli da crescere.

Sì, è vero, forse il matrimonio non va di moda come il tatuaggio, non è di tendenza, fa “vecchio”, e per alcuni addirittura è collegato ad un fatto economico della serie “non mi sposo per non spendere tutti quei soldi” (come se tutti dovessero comparire in tv per il matrimonio del secolo, carrozza inclusa, come i principi d’Inghilterra). Poi, adducono i miei coetanei, se le cose non vanno c’è pure bisogno di recarsi da un avvocato e sistemare la faccenda (altri soldi). Però direi che anche andare dal chirurgo e farsi fare il trattamento laser per rimuovere un tatuaggio sia altrettanto doloroso e dispendioso. (Tanto vale tenerselo?)

Motivazioni forse per non accettare che sposarsi è come tatuarsi sul cuore l’altra persona, per sempre. Scelta non modificabile come imbucare una lettera d’amore, diceva il grande Chesterton. Decisione irreversibile e immodificabile, fino alla morte. L’anello che si porta al dito credo sia più coraggioso e folle, ed estremo di qualsiasi tatuaggio, fosse anche il più colorato e invasivo. Irreversibilmente legati ad un’altra vita, con cui condividere tutto. Gioie, speranze, emozioni ma anche dolore, povertà, noia e sconfitte. Se lo si vede così può sembrare brutale. O anche banale, perché oggi purtroppo pochi vivono il matrimonio cristianamente, anche se tutti vogliono la cerimonia in chiesa.

Ma per fortuna Cristo che ha rinnovato tutte le cose, ha fatto degli sposi una cosa sola che lavora verso il raggiungimento del Bene, e verso una strada che si chiama santità. Il vero matrimonio diventa divertimento, quando, come diceva Il mio Prof. Mario Palmaro, ci si fida di sposare una dottrina seria, quella cattolica, dove l’uomo è padre e punto fermo e di forza della famiglia, e la donna è madre, pazienza e accoglienza di vita. Costanza Miriano docet.

Se la mia generazione è alla ricerca di qualcosa di veramente forte ed estremo dovrebbe scegliere il matrimonio, e non la convivenza, tatuaggio rimovibile, scelta morbida e conveniente di dire, viviamo insieme, ci amiamo, però lasciamo la porta socchiusa, non si sa mai come va a finire (la mamma ha sempre pronta una camera per me).

Io non mi pento del mio “tatuaggio”, fonte inesauribile di divertimento quotidiano, tesoro quotidiano da riscoprire ogni mattina, salda rocca fortificata della mia esistenza, partecipazione al Bene che Cristo ci ha donato.

Una recente ricerca ha evidenziato che gli uomini sottoposti a un continuo sottile stato di stress, di ansia, vivono molto più a lungo e sono molto più pronti e brillanti.
A rigor di logica, quindi, tutti i maschietti che decidono di avventurarsi nella vita a due con una donna fanno un investimento per la vita. O, almeno, così la pensa Paolo Pugni, che nelle prime pagine del suo libro “Shampoo. Non è un problema di forfora, ma di pace coniugale” – in uscita il 15 settembre per la collana “UOMOVIVO – Umorismo, vita di coppia, Dio” della Berica Editrice – afferma di avere un personal trainer d’eccezione, che tiene sempre alto il suo rendimento, sua moglie Franca.

«Quasi quasi – scrive – ti faccio uno shampoo. 
Sì, avete letto bene. Non MI faccio. Quella era la canzone di Gaber. Questa è la nostra canzone. E io NON sono il soggetto. Così, nel dubbio, Franca lo shampoo lo fa a me.
Ma perché mi vuole bene, sia chiaro. Un bello shampoo, una bella lavata di testa, ogni tanto, non può che essere utile.
[…] Quindi di fatto mia moglie è il mio personal trainer. Si prende cura di me, mi educa. Del resto è della scuola di sua nonna la quale affermava che gli uomini si possono curare, ma non guariscono mai. Si addomesticano, ma non perdono mai del tutto quella parte di selvaggio che li contraddistingue. E quindi, ogni tanto bisogna fare loro uno shampoo».

Paolo e Franca si sono sposati trent’anni fa e, a dispetto di ogni statistica, non solo stanno ancora assieme, ma hanno anche all’attivo tre figli (…e, da qualche mese, anche una nipotina!). L’eccezione che conferma la regola, o la riprova del fatto che quel “mistero grande” di paolina memoria, se poggia le basi sulla solida roccia del matrimonio sacramentale, può aprire già qui in terra le porte all’eternità?

 

Potete leggere l’articolo completo di Giulia Tanel su La Nuova Bussola Quotidiana a questo link