Condividiamo l’articolo che la nostra amica Lara Tampellini (in Veronesi…) ha dedicato al libro di Marcella Manghi “Mamma Mongolfiera”, ottimo anche sotto l’ombrellone 😉

Lo scorso 24 giugno, di rientro dal Mienmiuaif Day 2018, mi fiondo in casa dopo un’incantevole giornata trascorsa in compagnia di amici meravigliosi, salgo le scale due gradini alla volta in preda a una violenta e inaspettata forma di astinenza da lettura e mi avvicino alla libreria per scegliere quale volume accingermi a divorare tra i quattrocentosettantatre che, ormai senza speranza, attendono da mesi di essere presi in considerazione dalla sottoscritta.

L’occhio (probabilmente condizionato dagli abbracci selfosi della giornata) cade sulla coloratissima collana UomoVivo e mi dico: “Vai Lara! È giunto il momento della Mamma Mongolfiera! È giunta l’ora di Marcella Manghi”. (Che poi, Marcella è l’unica autrice della collana che ancora non conosco personalmente: devo assolutamente rimediare al più presto!).

Apro una doverosa parentesi: non amo particolarmente il calcio, non so cosa sia un “falso nove”, penso che il “fluidificante” sia solo un farmaco mucolitico e il “calcio di punizione” (soft, garantito!) sia la logica esasperata conseguenza dell’ennesimo capriccio della prole al supermercato sotto gli occhi attoniti dei presenti. Ciò nonostante, per compiacere l’allora fidanzato (ora mio marito) mi sono sorbita due anni di abbonamento allo stadio e una vacanza estiva a bordo campo.

Devo tuttavia riconoscere che, proprio grazie alle partite dei Mondiali (o i tornei a Fifa2018 con la PlayStation… regalo non certo spirituale per la Prima Comunione del piccolo di casa… ma omnia in bonum!), ora posso sperimentare l’ebbrezza di una “prima serata” a mia immagine e somiglianza, con figli e marito “cenati” e spalmati sul divano (un tutt’uno con la tappezzeria, con annessa birra – o succo di frutta – e rutto libero), cucina riordinata, piatti lavati e sgrassati, un briciolo di stanchezza per le commissioni della giornata… non mi sembra vero!

Parentesi doverosamente chiusa.

Premesso ciò, torno alla lettura del libro di Marcella per ammettere che il tempo trascorso in sua compagnia é davvero piacevole e vola in un attimo (d’altra parte abbiamo a che fare con una “mongolfiera”).

Marcella racconta in modo reale e ironico al punto giusto, con scrittura gradevole e scorrevole, le vicissitudini quotidiane di ordinaria amministrazione di una mamma, dando così voce a tante donne, ciascuna delle quali potrà riconoscersi in una delle mille tematiche affrontate a 360 gradi. Mi sembra di conoscerla da sempre e ho potuto facilmente constatare che le sue riflessioni e strategie mi calzano a pennello, soprattutto… tra i fornelli.

Dopo tutto è assodato che la dote e la passione per l’arte culinaria saltano una generazione (lo scrivo più che altro per autoconvincermi!). Ecco, nel nostro albero genealogico sono la massima esponente della generazione saltata. Pazienza! Apparecchiare e sparecchiare la tavola – fine primo tempo – per poi ricominciare ritrovandosi a un tratto a dover elaborare nuovamente qualcosa di commestibile e appetibile allo sguardo per la cena (per non parlare poi dei tempi supplementari!), in certe giornate, per me, è davvero impegnativo; io, che, al massimo, mi cimento in un sofisticato condimento per la pasta a base di robiolino tempestato di gherigli di noce (e non crediate che sia io a rompere i gusci, sarebbe chiedere troppo!) e pomodori a pezzi (quelli sì, li lava e li taglia a cubetti la sottoscritta. E con grande abnegazione e cura); io che festeggio a mo’ di finale (vinta) dei mondiali quando un esponente della Veronesi’s family propone timidamente (probabilmente impietositosi dei miei occhi simil Gatto di Shrek) di ordinare la pizza a domicilio (vi assicuro di essere a riguardo una grande esperta in tutta la zona; pronta a dare consulenze!); io, punto di riferimento in materia di “tecniche di scongelamento rapido di piatti surgelati” (il mio carrello ne è solitamente ricco) per le massaie rodate ed esperte che trovo in fila alla cassa del supermercato; io che mi commuovo sinceramente quando mia suocera prepara la cena e me la fa arrivare direttamente sulla tavola, suddividendo tutte le prelibatezze in contenitori di misura differente in base alla fame e alle preferenze di ciascuno di noi.

Ecco, io mi sono sentita capita e meno sola!

Anche per me c’è speranza.

Per questo, Marcella, ti ringrazio!

 

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Ieri, mentre rientravo, ho fatto un piccolo incidente con la mia utilitaria. Svoltando a sinistra nel mio passo carraio, un tizio che faceva retro per parcheggiare mi ha centrata. In quel crash di un secondo, ho sentito vibrare tutto il mese a seguire: eterne canzoni di call center assicurativi, periti in ritardo, documenti sbiaditi, carrozzieri oleosi; e soprattutto scossoni di capo di mio marito, che poi sono quelli che urtano più di tutti. Io e l’incauto che mi ha tamponata abbiamo deciso di non chiamare i vigili; bastava la contestazione amichevole. Penna in mano, ero lì, china sul cofano dell’auto di uno sconosciuto in una posizione da filmino amatoriale hard, e sono passati i miei suoceri che abitano poco più in là. Mi sono ricomposta. Li ho salutati veloce: volevo solo levarmi la cosa in fretta. I miei suoceri invece sono in pensione e mancavano cinque ore alla cena, perciò erano lungi dal sincerarsi della mia incolumità e scappar via. Mio suocero s’è messo a osservarci zitto, tipo cantiere in costruzione. Mia suocera invece ha iniziato a scuotere la testa… in modo familiare. Ha voluto subito guidarci nella compilazione del modulo. Io ho guardato l’inesperto e ho considerato che erano molto meglio i vigili. Mancava solo da fare lo schema con la dinamica dell’incidente. Io e l’altro ci siamo guardati esitanti. Chi lo disegna? “Dov’è la penna? Se non siete capaci, il disegno ve lo faccio io”. Io?? Cioè ‘lei’. Lei che è arrivata quindici minuti dopo il fattaccio. Ho impugnato la biro. Ammaccata nell’orgoglio, ho sfoderato doti artistiche mai viste. A disegno finito, è stato chiaro per tutti com’era andata: a denti stretti, anche l’altro ha dovuto darmi ragione. Allora mia suocera ha guardato suo marito e ha scosso la testa; io ho osservato l’incauto e mi è sembrato meno incauto; mio suocero s’è fatto portare via in silenzio verso casa. Aveva l’aria di chi sa che quando le persone si tamponano, la cosa migliore è starsene a distanza di sicurezza.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Il rumore del citofono è qualcosa di paralizzante, tipo allarme antitaccheggio all’Autogrill. Non per tutti, ma per molti. Quando suona il citofono, mio marito – anziché correre a rispondere – resta immobile. Con la sola roteazione oculare, ruba il mio sguardo e mi fissa come se io sapessi già-e-sempre chi è. Siccome io non mi scompongo, con una sfumatura d’ansia, passa a chiedere “Chi è?”. Lo fa con voce sicura, certa di trovare risposta, un po’ come un bambino che chiede alla mamma “che giorno è oggi?”. Non so cosa gli passi per la testa. Forse crede che nasconda piani segreti di visite, o perlomeno abbia fornito permessi precisi a chi può avvicinarsi all’abitazione, tipo frequentatori della Casa Bianca. Un mattino del fine settimana siamo in casa; lui, io, due figli, mentre un terzo è via fino a sera. Suona il citofono. Il collo gli scatta di novanta gradi verso la sedia che occupo. “Chi è?”. E qui non so cosa si aspetti, ma secondo me vede troppi film di spionaggio. Allora io rispondo “Oggi? È sabato”. Lui resta in silenzio, cerca di decifrare un significato in codice, mentre io aggiungo “È per me”. Ecco, oltre al mistero, la gelosia. Ignoro chi sia, ma afferro le chiavi e scendo. Torno un minuto dopo con una pesante rivista con non si sarebbe mai strizzata nella cassetta della posta. Lui riprende a respirare, rizza la schiena, alla fine tutto gli torna come nei migliori gialli alla Poirot. E lì si fa chiaro anche a me. In un mondo dove gli uomini programmano quando suonerà il telefono per la call, la sveglia al mattino, il timer del microonde…, quel rumoraccio freddo del vecchio aggeggio a muro rappresenta la sirena dell’incertezza. Non vogliono sapere chi è, vogliono sapere che noi abbiamo tutto sotto controllo. Come i valori del suo colesterolo, la cottura della pizza, i giorni del ciclo. Quando mio marito non risponde al citofono non è pigrizia, è celebrazione della mia importanza nel gestire lo spazio tra lui e il mondo. “Chi è?” è il nuovo “Ti amo!”.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Pillolo. No, non è il nome dell’ottavo nano, anche se la sua bizzarria sfida la più estrosa delle favole. È il soprannome della pillola anticoncezionale maschile; si chiama in realtà Dmau (dimetandrolone undecanoato) e potrebbe presto essere disponibile in tutte le farmacie. La prima fase di sperimentazione è andata a buon fine: la pillola non ha effetti collaterali ed è efficace contro le gravidanze indesiderate.

Mentre lo studio sullo sviluppo del Dmau veniva presentato nel corso dell’ultimo congresso di endocrinologia degli Stati Uniti, io ne parlavo con alcune amiche per testare l’impatto sul fronte femminile. Ne è uscita qualche perplessità.

Per cominciare: gli uomini si ricorderanno di prendere il farmaco, tutti — ma proprio tutti — i santi giorni? Pazienza che si dimentichino l’anniversario (che è qualcosa di astratto), ma conosco parecchi individui che non ricordano nemmeno dove hanno parcheggiato la Ford familiare la sera prima, figuriamoci una mini-pasticca più piccola di un tasto del telecomando.

E poi, una volta che lui assicura d’aver preso la compressina, ci sarà da credergli? Una donna è per forza onesta rispetto al suo comportamento, perché si sta giocando se stessa, il suo corpo e il suo futuro (“L’utero è mio e me lo gestisco io” ha una sua linearità di pensiero), ma… un uomo? E se mente? Bisognerà andare sulla fiducia reciproca, un bene che oggi è sempre più raro.

Non ultimo: la diminuzione del testosterone indotta dal farmaco provoca — ça va sans dire — un calo del desiderio. Ora: in un virile neo-sposo di ventisette anni, ci può anche stare (ammesso che stia bene all’interessato), ma cosa succede a un ultraquarantenne con alle spalle quindici anni di matrimonio e tre bambini piccoli che ancora piangono la notte? “Può essere destabilizzante anche per una moglie, se lui si gira dall’altra parte nove notti su dieci: sarà colpa della pillola o dell’amante?” ha chiosato una mia collega. “Sai come andrà a finire di questo passo? Complice anche la diminuzione drastica di seme, vedrai che adesso si metteranno a… fingere anche loro”. Vabbè.

Quali siano i motivi che spingono la scienza a spendere fior di milioni per rendere accessibile la sterilità anche agli uomini, non mi è chiaro. C’è sotto un tema di parità fra maschi e femmine? In questo caso, mi rivolgo al sesso forte. Se proprio volete la parità, tenete presente che noi donne — quasi ogni giorno — partoriamo anche ben altro: pasti gemellari a pranzo e cena, pianificazioni familiari più precise di cesarei, pile di bucato stirato a cui si potrebbe dare un Indice di Apgar. I campi per andare in pari, vedete, non mancano.

Quelli che mancano oggi sono, in realtà, i bambini. Lo dicono i tassi di natalità in caduta libera, le percentuali in impennata di coppie sterili, i cortili vuoti dei condomini. Si tratta di capire ora dove incanalare le energie: se nel ricreare il duplicato di un farmaco o nel cercare il respiro di un individuo.

 

Articolo uscito su ilsussidiario.net

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Quando a casa squilla il telefono fisso, i casi sono tre. Il più frequente è che sia una compagnia telefonica. Allora un mio figlio – quello che scrolla il sedere dal divano per rispondere – lamenta che dovremmo abolirlo. Io non sono d’accordo, perché il telefono squilla anche in un secondo caso. Quando a chiamarmi è mia madre: lei chiama solo da fisso a fisso. A duecento km, ci lega quell’ultimo tratto di cordone ombelicale a forma di fusillo di plasticaccia. Poiché l’utilità della nonna vince su quella della signorina Telecom – come nel gioco della morra cinese – non c’è spazio per disdire contratti. In realtà io mi tengo stretta il fisso anche per un’altra ragione. È il corollario del terzo caso. Quello in cui il suddetto figlio vien privato per punizione del cellulare. A quel punto, il soggetto menomato si appoggia alla stampella del fisso. Volendo interagire con un suo simile, striscia con ribrezzo verso quell’oggetto ancorato alla parete. Confesso: io provo un piacere sottile, sadico, perverso. Voglio che provi quello che per me – alla sua età – era la norma. Parlare con l’amico – che dico l’amico, col moroso – dal fisso. Da quell’unica postazione al centro del soggiorno, laddove una madre fingeva di preparar la torta, i fratelli sembravano studiare; in realtà, tutti origliavano. Oggi è uno di quei giorni. Il telefono ha squillato, io ho risposto e ho passato l’amico a mio figlio. Mi sono messa a montare due albumi e scrutavo: la bocca a ventosa sulla cornetta, la tenacia di chi trascina il filo peggio di chi tira una canna di nascosto. Tanto lo so. Che tra due giorni tornerà a seminare emoticon, forse a fare sexting su qualche app-secure-pin. Ma per oggi va così. Che tocchi con mano cosa è la privacy. Perché è inutile battagliare per qualcosa che non sai cos’è. Il piano telefonico lo posso cambiare quando voglio; il figlio, no. Però posso cambiare un pochino la sua storia. E arricchirla di persone che parlano, origliano, e per sbaglio, talvolta condividono.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

Riportiamo parte dell’articolo/intervista che La Nuova Bussola Quotidiano ha dedicato all’ultimo libro uscito nella collana UOMOVIVO, “Mamma Mongolfiera” di Marcella Manghi

Marcella Manghi, ma da dove l’è venuta l’associazione fra mamma e mongolfiera? Che cosa sta a rappresentare?
L’idea è nata un paio di anni fa. Avevo letto della sempre maggiore diffusione di questi genitori, battezzati come «elicotteri». L’elicottero pattuglia, sorveglia, è sempre pronto a intervenire a ogni difficoltà. Io mi sentivo all’opposto… Da qui l’idea di essere molto più simile a una «mongolfiera». La mongolfiera è l’opposto dell’elicottero: la mongolfiera si alza, prende il volo, osserva ma a distanza. Credo che il rapporto genitore-figlio debba essere questo: io genitore ti do gli strumenti per cavartela da solo e poi prendo le distanze. Ti guardo dall’alto. Non ti trascuro, ma cerco di non intervenire per toglierti le fatiche che puoi portare.

È, quindi, il suo, un saggio sulla relazione madri-figli?
No, per nulla! Niente teoria, solo pratica. Pratica quotidiana. Una madre narra con ironia una giornata di ordinaria sopravvivenza con i figli. Ci sono discussioni, dialoghi, porte che sbattono… A tenere le fila e a sdrammatizzare c’è mamma mongolfiera, che è presente ma sta attenta a non sostituirsi ai ragazzi. Questo per renderli sempre più autonomi, responsabili. Prendere le distanze non significa abbandonare, ma rendere indipendenti. Diciamo che è una mamma «diversamente presente». L’unità narrativa si snoda tutta intorno a un giorno esatto. Ventiquattro ore raccontate da una madre che si muove per tentativi e nella consapevolezza della propria imperfezione.

A chi è consigliato?
Un po’ a tutti. Alle madri, ovviamente in primis. Ogni madre – leggendolo – ritrova un pezzo di sé stessa. La mamma imperfetta della porta accanto che inventa soluzioni di sopravvivenza, non fa mistero delle proprie peculiarità o dei propri capricci di donna. Quando dico che lo consiglio a tutti è perché – seppur con ironia – raccoglie una sfida attualissima: essere madri presenti senza diventare «chiocce» o «tigri», senza crescere figli «sdraiati», per dirla alla Michele Serra. Il punto è trovare il giusto equilibrio tra controllare e lasciar andare. Il tema dell’educazione oggi ci abbraccia tutti, perché le conseguenze ricadono sulla società nella sua globalità.

Che cosa significa che i figli crescono nonostante i genitori?
È provocatorio. È chiaro che un genitore che dà il buon esempio è meglio di un altro. Ma la spinta propulsiva, quella che fa crescere i figli è una spinta che viene dai figli stessi, e non dai genitori. I figli non crescono «grazie» ai genitori, crescono comunque. Tanto vale scommettere sulle loro capacità. È un rischio che vale la pena correre.

di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Pensavamo di esserci sfangati l’inverno. Io anche le adolescenze, e invece. Anche stamattina, in uscita dalla camera da letto, la prima persona che vedo è mia figlia. Però non so se lei mi vede, concentrata com’è sullo schermo dello smartphone. Io corro in bagno, poi la camicia stropicciata, il toast da preparare. Ripasso davanti alla stanza e lei è sempre lì. Io combatto con la lavatrice, la Nespresso, la calza bucata. E lei è lì, nella stessa posizione. In simbiosi con il telefono; ma anche tutta vestita, con tanto di eyeliner di precisione. Quando si prepari per uscire, non so. Io non ho nemmeno il tempo di guardare che ore sono. Ogni tanto, dovrei farlo anche io – mi dico: latte e giga per colazione; al diavolo il resto. Poi alle 7.40 si avvicina alle scale. Sta per proferire le prime parole del giorno. “Mamma, oggi pioverà?”. E che ne so. Potrebbe controllare il meteo sul telefono che ha sempre in pugno, peraltro. “Tesoro, non ho idea. Usa l’app”. Allora lei tira fuori l’aggeggio dallo zaino e lo sblocca con un’impronta di malavoglia. Due mattine dopo, alla stessa ora, le ricordo di prendere le chiavi di casa per il rientro. “Mamma, oggi pioverà?”. Ancora. Ma, non l’ha capita?! Stavolta però ho il computer vicino. “Aspetta, guardo io”. E mentre le rovescio addosso percentuali probabilistiche di precipitazioni, intuisco. Capisco che mia figlia non vuole solo sapere che scarpe indossare per andare a scuola. Reclama una premura, una cura, un monito. Vuole che l’informazione le arrivi da chi ricorda l’ultima volta in cui è rientrata fradicia dal corso di pallavolo. Un’introversa teen, trasparente quanto un nuvolone pesante, cerca un primo e ultimo morso di conversazione prima d’uscire di casa per addentare il giorno. “Di che parlate, tu e tua figlia?” qualcuno chiede. “Del tempo”. E certe volte, va benissimo così.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

È uscito il nuovo libro della collana UOMOVIVO, “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori” di Marcella Manghi, 24 ore di un genitore alle prese con i suoi tre figli – Sonoio, Faccioio, Cisonoancheio – fra mille discussioni, cartelle e colazioni. Obiettivo? Cercare la giusta distanza per farli crescere e sbocciare.

Una stay-at-home mum della porta accanto, in questo caso però sotto una forma anomala… quella della “mamma mongolfiera”. Quella tipologia di genitore che non sta sempre lì con il fiato sul collo come un reporter di guerra, opposto speculare del genitore “elicottero”, che invece ronza di continuo attorno ai figli, vigile, allerta, sempre pronto a intervenire se qualcosa sembra mettersi storto.

Si può ancora essere madri presenti senza diventare chiocce o tigri, senza crescere figli sdraiati, decisi a detenere il record negativo di trentenni-ancora-nel-nido?

La sfida dura un giorno esatto. Tra sceneggiate di gelosia, regole che si ribaltano, porte che sbattono, capricci incalzanti e sonni interrotti non tira una bella aria. Mamma Mongolfiera si ritrova in preda alle correnti: oscilla, vacilla, sbanda. Riuscirà a non cadere?

Bio dell’autrice

Marcella Manghi, classe 1974, è parmense di nascita e milanese d’adozione. Si è laureata in Matematica presso l’Università di Parma e ha terminato gli studi con un master in Business Administration. Dopo un breve periodo da analista marketing in Vodafone, ha fondato una piccola società per la produzione dei primi booktrailer. Appassionata di foto e viaggi, ha vissuto un anno in Silicon Valley. Da dieci anni scrive di costume e società per quotidiani on-line. Il suo primo libro “Via col tempo” è stato pubblicato nel 2009 da Edizioni Ares e successivamente “Qualcosa di diverso” nel 2013. Oggi abita a Milano con il marito e i tre figli.

di Marcella Manghi (prossima autrice UOMOVIVO con il suo – ancora per poco – inedito “Mamma Mongolfiera”) 

In questi tempi di campagna, ho deciso di far partire anch’io la mia. È una campagna di sensibilizzazione a favore d’un anfratto del bagno di casa. Tutti pensano a salvaguardare dall’inquinamento laghetti di montagna chissà dove, nessuno pensa al box doccia due porte più in là. Ho fatto un esperimento: per un mese non ho buttato i barattoli finiti di shampoo e bagnoschiuma. Oggi nell’angolo languono cinque flaconi vuoti, a terra come birilli. Nessuno che si lavi, si accorga della plasticaccia vuota e se ne sbarazzi. Ho trascinato un figlio in bagno: “Quando pranzi e finisci la scatoletta di tonno, poi la butti. Qui è lo stesso”. Lui ha guardato giù con sprezzo i barattoli defunti. “Ma quelli non puzzano di pesce morto”, mi ha risposto. Ho convocato una sorella: “Sono …sporchi. Non saprei dove buttarli”. Ora, sembra una scusa. Ma dove li seppellisci? Plastica o generico? Il giorno che verrà creata la raccolta differenziata del pvc imbrattato sarà un passo avanti per l’umanità. Restava una figlia. “Non ne ho mai finito uno”. Qui c’è un tema di identità. Vuol passar per la generosa che lascia l’ultima goccia di glicerina al prossimo. Tipo fondo di barolo del ’64. Non vorrebbe mai trovarsi nella posizione di dover risponder IO alla domanda: “Chi ha finito lo shampoo lisciante-setificante-arricchito di microgranuli d’oro?” Da ultimo, il marito. Mi ha spiegato che assolutamente NO, non è pigrizia (l’accusa più brutale l’ho lanciata al più forte) ma innanzitutto è un tema di filosofia: “Non sai chi verrà dopo di te. Devi tener conto degli altri. E il box doccia è terra di tutti e di nessuno. Come la strada, la città, lo stato, la repubblica…”. Ho aperto l’acqua calda del soffione e l’ho cacciato. Ma solo dopo avergli porto i contenitori vuoti e umidicci. Obolo mensile per la democrazia ed esempio per tutti. In fondo, care elettrici, noi siamo come questi barattoletti di plastica. Con un gran bisogno d’essere notate. se non altro, per quel nostro lavoraccio invisibile e quotidiano.

 

Articolo già uscito su Italians (Corriere)

di Marcella Manghi (prossima autrice UOMOVIVO con il suo – ancora per poco – inedito “Mamma Mongolfiera”) 

Da genitore cresciuto, non ho mai avuto rimpianti per essere uscita dal girone delle neo-mamme. Un consesso lastricato di gioie e deliri, in perenne bilico tra consigli personali e isteria collettiva. Tuttavia, oggi ogni tanto mi prende la voglia matta di entrare in un negozio e comprarmi uno di quelli accessori fighissimi che vent’anni fa non erano ancora stati partoriti. Sono gli accessori baby-tech. E mi fanno venire in mente la versione iPhone X di quelle mie vecchie radioline a due canali che funzionavano massimo a tre metri di distanza; e nove volte su dieci ci restituivano i versi del gatto del vicino.

Una volta (si va indietro di un teen-ager), se il figlio la notte teneva sveglio il condominio, si chiamava il padre della creatura e gli si intimava: “Tienilo tu, se lo scarrozzini per il corridoio, vedrai che tra un po’ non avrà più forza per fiatare. E attento a non entrare nella zona parquet con le ruote, mi raccomando”.

Oggi invece esiste un baby monitor targato Amazon che soppianta l’altro genitore (avrà mica a che fare con la famiglia monoparentale? Ma no…). Assiste lui il primo genitore nella cameretta dei bimbi, a far la parte del Grande fratello, o fratellino che sia. L’oggetto è un maggiordomo alto quanto un biberon, capace di dirti la temperatura della stanza, di cantare ninna-nanne, o di videoregistrare il tuo fagottino che performa nel rigurgito di tapioca. Lo voglio! Sì, voglio quel baby monitor; ma lo voglio ora, nella mia casa del 2018.

Insomma: tu lo piazzi nella camera (di quello che ha appeso fuori “Do not enter, this room is biohazard”) e gli ordini di videoregistrare i dannati siti in cui sguazza il tuo brufoloso quindicenne. Oppure gli chiedi la purezza dell’aria nei bagni dopo le docce, o meglio: lo sincronizzi per fargli cantare “I will always love you” nel momento in cui il marito la sera apre la porta (e la tua puntata di Gray’s Anatomy in streaming non è ancora conclusa, mancano giusto tre minuti). Ecco a chi serve questo bendiTecnologia.

L’intelligenza tecnologica applicata all’infanzia ha un debole per le videosorveglianze.

Per la legge di mercato, significa che esistono fior di genitori che comprano questa benedetta vigilanza. Per me è un mistero. Io, quando il mio adorato poppante si addormentava – Deo gratias! – socchiudevo la porta della cameretta e pregavo di rivederlo solo dopo otto ore. Un miraggio di tempo per dedicarsi in toto a un film, a una vasca di bagnoschiuma, e – se a disposizione – pure al povero marito. Invece pare che adesso i genitori stiano con gli occhi incollati al monitor che restituisce il video del pupo. Così, nel caso di giorno non lo si fosse guardato a sufficienza. La fantasia al potere.

Forse il successo è dovuto al fatto che gli strumenti oggi sul mercato non solo filmano, ma sono in grado anche di registrare il respiro del neonato e trasformarlo in un diagramma real-time. Un generatore d’angosce e sinusoidi. Piuttosto, oggi un monitor del genere servirebbe all’aperto, per un controllare il respiro di un liceale se eventualmente ti fumacchia sul terrazzino.

Nel complesso, sono comunque contenta se qualche neo-genitore trova in questi aggeggi ciò che cerca. Attenzione solo alla controllo-dipendenza. Appena il fanciullo metterà piede fuori casa, per placare l’ansia avranno bisogno di un ben nutrito esercito di droni.

 

Articolo giù uscito su IlSussidiario