Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

“I feel a-tragic like I’m Marlon Brando, when I look at my China girl”. David Bowie si sentiva tragico come Marlon Brando, quando guardava la sua ragazza cinese, amore mio. A me basta guardare la mia mogliettina veneta, magari durante le riprese del videoclip che abbiamo girato al supermercato la scorsa settimana, per sentirmi allo stesso modo. La mia prima performance attoriale. Da protagonista (ovviamente). Come David Bowie in “China Girl”, se devo dare un nome al mio stato d’animo e al modo in cui i miei occhi erano fissi sui tuoi, non posso che pensare a Marlon Brando. A saperlo prima, che ero così talentuoso nell’arte di recitare, col Tuborg che mi arrabattavo in una punk band. Ma magari Martin Scorsese vede il videoclip di “Ogni settimana mia moglie mi manda a fare la spesa mensile”, appena esce, e tutto cambia. “Lo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif è uscito dal gruppo ed è diventato il nuovo Marlon Brando”. Già immagino i titoli dei giornali. Scherzo, amore mio. Nonostante sia probabile che la mia prima performance attoriale mi spalanchi orizzonti finora inesplorati, continuerò a dare spessore musicale alla tua band dal nome incomprensibile. Sarò il tuo Marlon Brando personale. Quale marito non lo è? Quale uomo dotato di anello, di fronte al melodramma quotidiano messo in scena inevitabilmente dal genio femminile dotato di medesimo anello con cui si ritrova come per miracolo a convivere, può evitare di uscirsene, almeno di tanto in tanto, con sguardi degni di Marlon? Noi mariti siamo tutti Marlon Brando. Siamo tutti belli, come canta la tua band dal nome incomprensibile, e siamo tutti Marlon Brando. Di più. Marlon fingeva, noi mariti non fingiamo un bel niente. Assumiamo la medesima espressione perché non possiamo assumerne altre. Voi non notate le somiglianze e scambiate i nostri occhi per quelli di un pesce lesso, in troppe occasioni, ma in realtà noi siamo Marlon Brando. Siamo i vostri Marlon Brando. Quando ci scrivete su WhatsApp una cinquantina di ingredienti in più da aggiungere alla lista della spesa e ci accorgiamo della notifica dopo aver pagato, noi vi pensiamo con lo sguardo tragico di Marlon Brando. Quando sbirciamo i gol dei Mondiali su YouTube e voi vedete scorrere nascosto fra i vostri capelli un film di fantascienza il cui protagonista maschile non vi ama più, noi assumiamo interiormente l’espressione tragica di Marlon Brando. Quando esausti ci accasciamo a letto la sera tardi per dormire e invece voi pensate sia il momento giusto per dialogare, noi sogniamo con l’intensità tragica con cui di sicuro sognava Marlon Brando. Noi siamo i vostri Marlon Brando, amore mio, anche se vi possiamo sembrare al massimo Checco Zalone. Ma vi sbagliate. Che Dio doni a tutte voi, mogli del mondo, una più spiccata capacità di osservazione. E un po’ di fantasia. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

La libertà è una cosa più complicata dei “diritti”, la libertà è una forma di disciplina. C’è un aneddoto che mi è sempre piaciuto: ti prendo, ti butto in mezzo al deserto e ti dico “vai, sei libero”. Tu non sei libero, anche se in apparenza lo sei. Per essere libero dovresti conosce le oasi più vicine, sapere dove andare, saperti orientare. Oggi l’uomo è disorientato. Ma questo disorientamento lo chiama “libertà”.

Parole che giravano su Facebook negli ultimi giorni, amore mio. Di Giovanni Lindo Ferretti. Il “padre” del punk italiano, come viene definito. E quindi anche un po’ nostro, che siamo la prima punk band a non fare musica punk. Suona un po’ gender, detta così, e in effetti è una presa per i fondelli, ma il dramma è che oggi molti ci credono, quando parlano di cose assurde, non vere. Quando blaterano di libertà senza accorgersi che siamo schiavi di tutto: soldi, cellulare, mode, sesso, Amici di Maria De Filippi, i programmi di Barbara D’Urso, le riflessioni di Roberto Saviano. Come cantava Bob Dylan, qualcuno devi servire: o Dio o il diavolo. O sei libero da Dio e servi il diavolo, o sei libero dal diavolo e servi Dio. Non siamo liberi in assoluto. Siamo liberi da qualcuno. E se sei libero dal diavolo, lo sei anche da te stesso, perché il diavolo ti imprigiona, ti incatena ai tuoi capricci e alla tue manie senza che neanche te ne accorgi. L’ho presa leggera, vero, mogliettina? Sarà la ‘nduja che mi hanno fatto assaggiare gli amici di Cosenza. O meglio, il micro grammo che grazie a Dio mi hai permesso di assaggiare tu, conoscendo bene la mia incapacità di dominare la forchetta. Però un micro grammo di ‘nduja con due chili di pane per smorzarne il gusto infuocato, l’ho mandato giù. Ed è bastato. Ho chiesto che ingredienti ci fossero. “La Calabria”, mi hanno risposto. In effetti un po’ di Calabria mi è rimasta dentro, come l’esperienza mistica e irripetibile di dormire a pochi metri dalla celletta di sant’Umile da Bisignano, un genio religioso francescano a cui il ministro provinciale, un giorno, per metterne alla prova l’obbedienza, aveva chiesto di questuare denaro – cosa contraria alla Regola (i frati potevano chiedere ciò di cui avevano bisogno, non soldi però). Umile che fa? Disobbedisce al superiore o trasgredisce la Regola? Umile va a chiedere dei soldi a un povero per strada, il quale ovviamente non ha nulla da dargli. Missione compiuta. Scacco matto evangelico. Così almeno ci hanno raccontato Pietro e Filomena (un altro pazzo duo con l’anello), che prima di sposarsi, per liberarsi dal diavolo, avevano deciso di condividere il centro di Roma con i barboni, per un certo periodo. Con un atteggiamento di preghiera e carità, però, perché il loro desiderio era di servire Dio anche in quel contesto così estremo. Tu, invece, amore mio, servi Dio sopportandomi ogni santo giorno. Contesto estremo pure questo. Però libero: siamo legati, ma in maniera libera, per servire Dio attraverso il nostro legame indissolubile. Una libertà diversa da quella liquida, disorientata, senza verità, quel “fai come ti senti” che fa tanto 2018 e non Medioevo. Oggi siamo iperconnessi, ma soli, in un deserto di cui non sappiamo nulla, riprendendo l’immagine di Giovanni Lindo Ferretti. Che Dio ci doni Sapienza come se non ci fosse un domani, amore mio, e interrompa il segnale quando vanno in onda Maria De Filippi, Barbara D’Urso e Roberto Saviano. Preghiamo perché Dio entri nelle loro menti, o la loro visione del mondo smetta di entrare nelle menti di milioni di italiani. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

“Nada te turbe”, amore mio. Ultimamente mi sento sempre più internazionale. Ti scrivo spesso in inglese, oggi addirittura in spagnolo, citando la nota preghiera di santa Teresa d’Avila. “Niente ti turbi, niente ti spaventi, a chi ha Dio, nulla manca, Dio solo basta”. E mi vieni in mente tu, amore mio, più ancora che la cantante di “Ma che freddo fa”, che fra l’altro una volta, da fidanzati, abbiamo visto in concerto, non ricordo bene dove come e soprattuto perché, devo aver rimosso, ma mi pare di sì. “Nada te turbe”, amore mio, a parte piccolissime cose, tanto che ho nel cassetto una canzone inedita intitolata “Psycho amore”, in cui cerco di esprimere l’ineffabile clima di tensione di cui si nutre la nostra relazione, perché se appare un ragno all’orizzonte e io ti sono vicino, o anche lontano, lo scoppio di un petardo sotto i piedi in confronto me lo immagino rilassante. “Nada te turbe”, amore mio, ma essendo tu donna e quindi ipersensibile, io uomo e quindi un baccalà, ci tieni a rendermi partecipe di quelle cose che tu vedi e io no, come le spie russe che da quando ci siamo sposati vivono appostate a poche decine di metri da casa nostra, coi fucili puntati. “Nada te turbe”, amore mio, ma la valigia da fare ovviamente non fa testo, perché è normale che stare via due giorni implichi almeno una settimana di strategie mentali per poter affrontare i mini trolley che Ryanair permette di mettere in stiva. “Nada te turbe”, amore mio, ma chi ci pensa alla nostra sopravvivenza durante il tragitto Arzignano-Bergamo, due lunghissime orette in macchina che senza apposita scorta di cibo potrebbero costarci care? Ok, la smetto. Non c’entri niente tu. È che non mi piace prendere l’aereo. Lo sai. Fra poche ore abbiamo il volo. No, non è paura. Figurati. Gli aerei mi stanno antipatici. Non c’entrano niente le vertigini. È pura idiosincrasia. Tutto qua. Ma mi dà fastidio che tu sia tranquilla di fronte a quello che ci sta per capitare: io e te a non so quante migliaia di chilometri da terra. Senza niente sotto. Fai tanto la carina, la premurosa, poi, quando stanno per succedere cose di cui davvero c’è motivo di preoccuparsi, come questa, te ne stai lì tutta tranquilla a mangiarti la tua insalatina. Lo ammetto: volevo scaricare su di te la mia tensione. Me la sono presa con te. Ora sai tutto di tuo marito. Ma almeno scrivendo queste righe ho fatto passare qualche minuto. Il tempo non vola mai quando serve. L’aereo invece sì che vola. Altissimo, per giunta. Ti ho sempre amata, amore mio, se non dovessimo vederci più. Lo so che per le statistiche, e quindi razionalmente, gli aerei sono i mezzi di trasporto più sicuri. Infatti non ho alcuna paura. Figurati. Anzi, mi ascolterò qualche pezzo di Nada con le cuffiette. E poi saremo in Calabria. Che Dio voli con noi. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

You are the Sherlock Holmes of my heart, my love. Se sapessi scrivere una canzone in inglese, inizierebbe così. Tu sei la Sherlock Holmes del mio cuore, amore mio. L’investigatrice in grado di capire quelle cose di me che nemmeno io capisco: se singhiozzo, per esempio, è perché sto mangiando troppo in fretta. Chi l’avrebbe mai detto? Tu, fulminandomi con lo sguardo oggi a pranzo. Il che potrebbe sembrare un fatto superficiale, se non avesse a che fare con uno dei peccati capitali: la gola. Non è solo questione di singhiozzo, ma di indebolimento e imbruttimento dell’anima. Sì, io con il cibo non ci so fare. Mi abbuffo, mi faccio dominare. E poi sto male. Fisicamente, ma anche a un livello più profondo, perché siamo corpo e anima, e appesantire il primo non ha ottime conseguenze sulla seconda. La Sherlock Holmes del mio cuore, però, non si accorge solamente di quegli atteggiamenti o di quelle azioni che devo evitare. Sei in grado di investigare in maniera molto più raffinata, amore mio. Le omissioni, per te, sono altrettanto importanti. “Chi dunque sa fare il bene e non lo fa, commette peccato”, scriveva san Giacomo (anche a lui piacevano le lettere). E ancora: “Non lasciare mai di fare il bene per paura della vanità, perché questo viene dal demonio”, spiegò un anziano sacerdote a Kiko Arguello, il fondatore del Cammino Neocatecumenale. Per evitare che io commetta peccato e non faccia il bene per paura della vanità, mi tieni in allenamento quotidianamente, pretendendo da me serie (non ripetitive) di complimenti (stimolando così, al contempo, le mie competenze in fatto di sinonimi). Ogni giorno mi chiedi di dirti cose belle. Cose che ti riguardano, ovviamente. Quando punto sul lato intellettuale, scorgo in te micro segnali di vero e proprio dolore, come se non mi accorgessi della tua grazia estetica. Quando invece punto sul lato estetico, ecco che i micro segnali di vero e proprio dolore sembrano riguardare il lato intellettuale, non valorizzato. Dentro di me si scatenano allora sensi di colpa e scrupoli a catena. Che cosa le ho detto? Che cosa avrei dovuto dirle? Che cosa dovrei dirle, adesso? Elementare, Watson. Elementare un fico secco (citazione evangelica). Fare il bene non è semplice, amore mio. Ma è inutile lamentarsi. Anzi, posso solo ringraziare il buon Dio per aver messo al mio fianco una Sherlock Holmes come te, un’investigatrice che il personaggio inventato da Sir Arthur Conan Doyle, al confronto, era solo una bozza preparatoria. In versione femminile, poi. E che versione femminile! (Maschietti, imparate da me che sono mite e prodigo di complimenti). Che Dio sia misericordiosissimo e mi tenga sempre aggiornato sui sinonimi (di quelli meno comuni, magari, di cui pochi sanno il significato). Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Very Normal People, amore mio. L’altra sera abbiamo visto uno spot su RTL 102.5 TV. C’era una coppia gay. “Tutto questo è normal”, diceva una delle voci narranti, verso la fine (con stereotipatissimo tono basso, caldo e suadente, fra l’altro). Gli amici di RTL 102.5 si battono per i diritti. Il loro spot (non è un documentario, infatti, ma la pubblicità dell’emittente) sembra risentire di un forte pregiudizio, e cioè che è pieno di gente bigotta e cattiva, là fuori, convinta che gli omosessuali siano una specie inferiore, e mixa il discorso delle unioni civili con il concetto di “normalità”. Magari è vero, è pieno di gente bigotta e cattiva, là fuori, e in quel caso mi dispiace molto, ma io, pur ritenendo gli atti omosessuali da evitare e le unioni civili un errore, non penso affatto che le persone con tendenze omosessuali siano peggiori delle altre, se è questo il messaggio che si vuol far passare. Io penso che siamo tutti “normali”, nel senso che siamo tutti normalmente feriti, “peccatori”, ammalati in vari modi, gente che ha dentro qualcosa di sbagliato. Questa almeno è la dottrina standard della Chiesa. Se uno fa qualcosa che non va, o ha qualche problema, non è “anormale”. È normalissimo essere imperfetti. Siamo tutti sulla stessa barca. Ognuno ha le sue. Ognuno ha i suoi “disordini”, utilizzando il termine di cui si serve il Catechismo: la Tradizione ha sempre dichiarato che «gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati». Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati. Anche se la Chiesa non può approvare gli atti omosessuali, non significa che consideri le persone con tendenze omosessuali “anormali”, di serie B. Siamo tutti uguali. E Cristo ci ama tutti. Ci ama alla follia. Lì dove siamo. Lì come siamo. Dio è amore. Cristo è Dio. Cristo non può fare altro che amare. Anzi, dove ci sono difficoltà maggiori, Cristo ama ancora di più. Ma amare una persona non significa approvare ogni suo comportamento. Proprio perché si ama, si cerca di far evitare alla persona amata comportamenti che si ritengono sbagliati. In che modo? Sempre il Catechismo ci viene in aiuto: con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Cristo ama tutti i nostri fratelli LGBTQIAPK (lesbiche, gay, bisessuali, transgender, queer, intersessuali, asessuali, pansessuali, kinky…), anche se loro, invece di accettare la semplice verità biblica “maschio e femmina li creò”, preferiscono utilizzare acronimi più inclusivi. Ma Cristo li ama, amore mio, e quindi li dobbiamo amare pure noi. Non importa se rischiamo di essere fraintesi e qualche volta presi per bigotti e cattivi. Omofobi, addirittura. Dobbiamo cercare di amarli, e di conseguenza dobbiamo cercare di dire loro quella che riteniamo essere la verità (non è un diritto civile, questo?). Che Dio ci doni la Sua luce. Ne abbiamo davvero bisogno. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Siamo tornati a casa il giorno del funerale di Alfie, amore mio. Su Facebook, in queste ore, si parla tanto di un altro manifesto contro l’aborto che vorrebbero rimuovere. Giovedì scorso uno scienziato di 104 anni ha deciso di farla finita in Svizzera ascoltando l'”Inno alla Gioia” di Beethoven. I morti viventi, oltre a uccidersi e a uccidere pure chi vuole vivere, come il piccolo Alfie, vogliono uccidere il desiderio di vivere e sostituirlo con il desiderio di morire. Morire “dolcemente”. Vade retro morti viventi. Tornati in Italia, sembra di abitare in un film di Dario Argento o George Romero. A dire il vero, anche alcuni episodi del nostro mini viaggio a Medjugorje ricordano un po’ i film di Dario Argento e George Romero. Come la prima sera, di ritorno dalla Croce Blu, ai piedi dell’impronunciabile Podbrdo (ti viene in mente una marito-moglie band dal nome altrettanto impronunciabile…? Vedi tuo marito? Si è ispirato all’impronunciabilità di un monte santo), quando siamo stati spaventati da un serpentello spiaccicato sull’asfalto, proprio dove stavamo per mettere i piedi. In quel momento una macchina rallenta alle nostre spalle… Terrore allo stato puro… Invece è Marija Pavlovic, una delle veggenti. Ci chiede se abbiamo bisogno di un passaggio. Eravamo quasi arrivati a destinazione, non avevamo bisogno di alcun passaggio, ma quell’incontro del tutto inaspettato ci ha ricordato una cosa: che non dobbiamo avere paura dei serpenti, ci pensa la Mamma. La sera dopo, altro episodio da film horror. Stiamo tornando in macchina verso la pensione in cui alloggiamo, quando vediamo un sacerdote a piedi lungo la strada, in una zona isolata. Ci fermiamo e gli chiediamo se ha bisogno di un passaggio. Entra in macchina e inizia a parlare inglese. Per me, horror allo stato puro. Annuisco alle sue parole, poi a un certo punto vuoto il sacco e gli dico che non ci capisco nulla di quell’idioma. Tu invece lo parli meglio di lui. Alla fine scopro che è un salesiano di Chicago. Mi suggerisci di confessarmi, visto che non ero ancora riuscito a farlo. Me lo suggerisci candidamente. Il tuo solito modo di prendermi per i fondelli, senza neanche accorgertene, come se si potessero confessare peccati che non si sanno dire. O forse avrei potuto adattarli al mio inglese, confessare che ho ucciso un gatto sul tavolo (per chi non avesse studiato: “I killed a cat on the table”). Magari a Chicago sono cose che capitano. Ecco… Comunque, gli episodi horror di Medjugorje avevano tutt’altro sapore rispetto al clima che si respira qui in Italia. Almeno a Medjugorje è pieno di antidoti. Antidoti che funzionano – preghiera, digiuno, o quello che i Padri della Chiesa chiamavano “farmaco d’immortalità”. L’Eucarestia. Cristo, Dio. Il Pane che fa miracoli, che nutre e ispira opere come il centro “Sì alla vita”, dove siamo stati, dove aiutano le donne in estrema difficoltà a portare a termine gravidanze difficili, e poi le proteggono, le accompagnano, si prendono cura di loro e dei loro bambini. Dove tutti gli sforzi sono rivolti a salvare la vita, non a risolvere i problemi eliminandola. Qui invece si punta tutto su altri tipi di farmaci. I farmaci dei morti viventi. “Dio è medico e medicina”, ripeteva spesso san Leopoldo, che ha compiuto gli anni insieme a te a Medjugorje il 12 maggio. Noi eravamo lì con lui, vicini alla statuina a grandezza naturale accanto ai confessionali, a lato della chiesa. Che Dio venga presto, con il Suo Regno. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

I have a dream, amore mio. Mi sono immaginato la sala riunioni di un giornale, io e l’amico fraterno Marzullo mentre discutiamo animatamente di un nuovissimo quotidiano sul genio femminile, “Daily Problems”, 800 pagine al giorno in cui sintetizzare tutto quell’universo che voi donne avete dentro e di cui ancora il cinque per mille non riuscite a esprimere. Una sezione dedicata all’ansia, un’altra agli uomini che non vi capiscono, un’altra a ciò che stanno pensando, ma soprattutto molti e bellissimi approfondimenti su quella miriade di micro dinamiche relazionali che io non saprei nemmeno definire, tanto sono insensibile. E poi inchieste, di quelle fatte bene, sui problemi che nessuno vede ma voi sì. Per finire, pagine di moda e life style dedicate a scarpe o accessori vari che mancano nel vostro guardaroba minimale e magari qualche lettera al direttore (Marzullo, ovviamente) su cosa non mettere in valigia per i vari viaggi e/o vacanze che dovete affrontare. Il mondo appare a noi maschietti superficiale, urge un quotidiano che ci aiuti tutti ad andare in profondità sfruttando il vostro genio femminile. “Grazie a te, donna, per il fatto stesso che sei donna! Con la percezione che è propria della tua femminilità tu arricchisci la comprensione del mondo e contribuisci alla piena verità dei rapporti umani”, scriveva san Giovanni Paolo II nella sua “Lettera alle Donne”, datata 29 giugno 1995. Sono passati più di vent’anni, credo sia giunto il momento di mettere in pratica le intuizioni del grande pontefice. Sicuramente il “Daily Problems” potrebbe essere il mezzo adatto a contenere almeno in parte quell’arricchimento cui alludeva il Papa. Voi donne avete ragione anche quando avete torto, amore mio. Come non dedicarvi un altro giornale? Un quotidiano, per giunta. Qualche tempo fa mi avevi avvertito che sarebbe stato impossibile perdere qualche chiletto semplicemente mangiando un po’ di meno e muovendosi un attimino di più. La mia ricetta era sciocchina e insufficiente: sarebbero serviti almeno un nutrizionista e un personal trainer, insieme a sforzi disumani. Eppure, nel giro di pochi mesi, senza quasi accorgercene, dimenticandoci anzi della dieta, e senza dover abusare più di tanto del porridge con cui abbiamo deciso di sostituire spesso e volentieri i biscotti a colazione, abbiamo perso i chili che ci eravamo prefissi. E qualcosa di più. Dove sono finiti i chili? Non voglio prenderti in giro, ci mancherebbe, tanto meno mettere in dubbio le tue preoccupazioni iniziali: effettivamente non sarebbe stato possibile, razionalmente parlando, perdere qualche chilo seguendo la mia ricetta: meno cibo, più movimento. Dev’esserci stato un miracolo. Siamo dimagriti per miracolo. Ecco, potremmo inserire una sezione sul soprannaturale in cui sviscerare quelle rare volte in cui, a un primo sguardo, potrebbe sembrare che avete torto, e invece si tratta di interventi fuori dell’ordinario. Il “Daily Problems” sarebbe il contenitore ideale anche per questioni del genere. Lo so, è solo un sogno. “La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere meglio?”, incalzerebbe a questo punto Marzullo. Che Dio ci doni le risposte che da soli non sappiamo trovare. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Io e te ancora non abbiamo ricevuto il dono di essere genitori, amore mio, ma un cucciolo d’uomo, o meglio, un figlio di Dio, in questi giorni, ci ha fatto sentire un po’ tali. Si chiama Alfie. In questo momento è prigioniero di un ospedale, a Liverpool, anche se gli hanno dato la cittadinanza italiana. I giudici dicono che il suo migliore interesse sia di essere lasciato morire, perché la sua vita è stata definita “futile”. E allora gli hanno tolto i macchinari che lo aiutavano a respirare e lo hanno imbottito di farmaci, anche se il suo papà Tom e la sua mamma Kate non sono d’accordo. Come ormai non è d’accordo un sacco di gente. E come si fa a essere d’accordo? Secondo calcoli e diagnosi, doveva reggere pochi minuti. Invece è ancora vivo. L’hanno ammazzato. Ma Alfie è ancora vivo. Nonostante questo, non lo lasciano partire per l’Italia, dove ci sono ospedali preparatissimi pronti ad accoglierlo. Alfie non può partire. In queste ore stanno cercando di portarlo almeno a casa. Grazie alle preghiere e all’azione di tanti amici coraggiosi (che onore conoscerli!), Alfie, che doveva morire nel silenzio più assoluto, ha conquistato le prime pagine dei giornali di mezzo mondo. Anche se si cerca di parlarne il meno (e più male) possibile. Le “star” si riempiono la bocca di tanti diritti, per cui uno deve essere libero di fare quello che vuole, autodeterminarsi come vuole, farla finita dove vuole, però Alfie non può essere portato a Roma e nessuno dice nulla. Neanche J-Ax, forse troppo preso dalle pratiche per il nuovo negozio di “marijuana legale”. Intanto Alfie combatte. Addirittura si sono messi a perquisire le borsette dei suoi famigliari per essere sicuri che non introducessero bustine di zucchero da dargli. Ma Alfie combatte, e Dio si serve del suo piccolo guerriero per fare miracoli come se piovesse. Ci sta facendo pregare molto più del solito, per esempio, noi pigri e tiepidi. Ci sta tenendo uniti, noi sempre pronti a dividerci. Sta scoperchiando un pentolone di morte che nemmeno ci immaginiamo. Ci ha pure fatto sentire orgogliosi di essere italiani, e questo è il miracolo più grande. Perché l’Italia sta agendo più e meglio di tutti. Ma è un miracolo anche il fatto che per la prima volta io e te non abbiamo litigato, amore mio, durante uno dei nostri “making of” (senti che inglese, speriamo significhi quello che intendo) caserecci, per il pezzo che abbiamo scritto e registrato per lui, “Le star non parlano di Alfie Evans”, il giorno in cui sarebbe dovuto morire, il 23 aprile. Ci abbiamo pensato e pregato su a lungo, ma se nessuna star si era filata di striscio il nostro piccolo eroe, perché vanno più di moda i cuccioli di cane o gatto, qualcosa potevamo fare noi, anche se non ci conosce neppure la gente che abita nella nostra via. (Che comunque cani e gatti li amiamo tantissimo – siccome la polizia inglese sta monitorando le comunicazioni “malevole” sui social, attorno al caso Alfie, non vorrei finissimo in galera perché discriminiamo gli animali). Che la Mamma interceda presso Dio come solo una donna sa fare perché continui a dare speranza e forza a tutti noi che lottiamo per Alfie, e soprattutto ai leoni dei suoi genitori. Ti amo.

 

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Rendo grazie a Dio perché mi tieni umile, amore mio. Mentre io mi mangio le parole come san Leopoldo, infatti, tu hai una pronuncia impeccabile, credo in tutte le lingue. Sei una donna speciale, e pentecostale, non nel senso di movimento evangelico ma nel senso che c’eri sicuramente anche tu, con Maria e gli apostoli, il giorno in cui è sceso lo Spirito Santo e sono apparse le lingue di fuoco e tutti si sono messi a parlare ogni idioma possibile immaginabile. Vivere con te mi tiene umile, amore mio, e di questo rendo grazie a Dio. Mi torna spesso in mente il testamento spirituale di santa Bernadette (che fra l’altro un po’ ti somiglia, come ti somiglia santa Teresina, anche se per me le somiglianze maggiori rimangono quelle con Albert Einstein, che ho avuto modo più volte di confidarti in forma epistolare). Nel testamento spirituale, Bernadette ringrazia la Madonna per un sacco di cose brutte, “per l’ortografia che non ho mai saputa, per la memoria che non ho mai avuta, per la mia ignoranza e per la mia stupidità, grazie! Grazie, grazie, perché se ci fosse stata sulla terra una bambina più stupida di me, avreste scelto quella! Grazie di essere stata Bernadette, minacciata di prigione perché vi aveva vista, Vergine Santa… Per questo corpo mingherlino che mi avete dato, per questa malattia di inferno”. Figurati il diavolo, amore mio, che le escogita tutte per deprimerci, e una come Bernadette, a cui era capitato di tutto, che ringraziava la Madonna per le peggio cose… Come dev’esserci rimasto? Per non parlare di san Giuseppe. “Che c’entra san Giuseppe? Non ha mai aperto bocca”, starai pensando. Sì, ma se ti capita la missione di essere il padre di Dio, che cosa vuoi dire? Puoi solo rimanere a bocca aperta. Il silenzio di san Giuseppe è un inno di stupore e gratitudine. Infatti San Giuseppe è il terrore dei demoni. E Rocky? Quante ne prendeva? Ma andava avanti, ripeteva “non fa male”, porgeva l’altra guancia e poi vinceva. Non è importante quante ne prendi, ma come. Come incassi i colpi. Questo fanno i santi. E anche Rocky. Incassano alla grande. Ringraziano, addirittura. E quando sembra che stiano perdendo, mettono ko il diavolo. Certo, non è facile ragionare come san Giuseppe e santa Bernadette, e nemmeno come Rocky, sono top di gamma nelle loro rispettive categorie, ma non mi pare una buona scusa per non prendere l’abitudine di ringraziare. Ringraziamo lo stesso, anche se non ne abbiamo voglia, anche se pensiamo di non esserne capaci. Bernadette diceva di non temere nulla, se non i cattivi cattolici. E noi cattolici siamo cattivi soprattutto quando siamo ingrati. Quando siamo ingrati facciamo il gioco di quello di sotto. Che Dio ci faccia fare il gioco giusto. Ti amo.

 

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Leopoldo si mangiava le parole, amore mio. Non riusciva nemmeno a recitare bene le preghiere, o spiegare il Vangelo. Solo la formula della consacrazione, quella non se la mangiava. Aspettava di mangiarsi il Pane consacrato. Ma le altre parole, pare che se le mangiasse tutte. Lo racconta padre Zeno da Pescantina, il successore di Leopoldo a Padova, nel suo bellissimo libro “Un grande cuore”. Che meraviglia. Leopoldo si mangiava le parole, amore mio. Come me. Molto più di me. Non azzardarti a dirmi di nuovo che devo imparare a scandire meglio e bla bla bla. Quest’anno il mio protettore è san Leopoldo e san Leopoldo si mangiava le parole, ergo io non ho alcuna intenzione di iscrivermi a un corso di dizione. Sempre ammesso che mangiarsi le parole sia un difetto. E se fosse fame di Dio? In principio, non era il Verbo? Leopoldo si mangiava le parole perché aveva fame di Dio, ecco perché se le mangiava, e io da oggi ho una scusa in più. Potrei sbagliarmi, ma mi pare di aver letto o sentito alla radio – sicuramente Radio Maria – che san Francesco aveva una speciale venerazione per le parole, perché con le parole si può parlare di Dio. Le parole sono importantissime: possono essere usate per fare del bene o del male. “Non ciò che entra nella bocca rende impuro l’uomo; ciò che esce dalla bocca, questo rende impuro l’uomo!”, dice Gesù nel Vangelo di Matteo. Le parole non vanno sprecate, forse per questo Leopoldo se le mangiava. Mangiarsi le parole è una dote che non voglio svendere per quattro soldi, coinquilina mia. Senti Mosè, nell’Esodo: “Mio Signore, io non sono un buon parlatore; non lo sono mai stato prima e neppure da quando tu hai cominciato a parlare al tuo servo, ma sono impacciato di bocca e di lingua”. Mosè, a quanto pare, era addirittura balbuziente. Ma poi, balbettare, non è il modo più onesto di parlare di Dio? Che altro vuoi dire? Leopoldo poteva anche mangiarsele, le parole, tanto i peccati, nel nome di Cristo, li perdonava lo stesso. Un certo Magni, religioso gesuita vissuto ai suoi tempi, diceva ai giovani di portare i peccati nel cappuccio del “padre piccolo”, com’era conosciuto il nostro santo minuscolo. Era quella la sua missione. E la nostra? Sicuramente parlare di meno e balbettare di più. Che Dio ci illumini. Ti amo.

 

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