di Giuseppe Signorin

Premessa: sono contro ogni tipo di discriminazione (questa frase è un po’ un giubbottino antiproiettile, oggi).

Tesi: non dovremmo fare discriminazioni fra i vari tipi di discriminazione.

Svolgimento: Zlatan Ibrahimovic, nel recente derby di Coppa Italia, ha insultato Romelu Lukaku e la mamma di Romelu Lukaku per dei presunti riti voodoo e poi Romelu Lukaku ha risposto pesantemente, è successo di tutto ed è venuto fuori subito il problema del razzismo. E boh. Al limite il problema poteva riguardare una sorta di discriminazione “religiosa”, se fare riti voodoo può rientrare in qualche categoria religiosa… 

La sensazione è che ormai ci siano solo due discriminazioni che contano: contro le persone di colore e contro le persone con tendenze omosessuali o “non stereotipate” (e anche qui bisognerebbe capire se per esempio sostenere che una pratica illegale come l’utero in affitto è abominevole sia discriminazione, ma questi sono altri discorsi). Il resto può più o meno passare inosservato. Ma questa non è una discriminazione?

Cristiano Ronaldo, qualche tempo fa, aveva detto ad Alessandro Florenzi (all’epoca alla Roma, adesso al Paris Saint Germain) che era troppo basso per parlare (Alessandro Florenzi credo sia più alto di Messi e Maradona…). Se avesse detto a un giocatore di colore che era troppo nero per parlare, cosa si sarebbe scatenato? In entrambi i casi sono comportamenti da biasimare, ma pare che esistano solo due tipi di discriminazione che suscitano scalpore. Scalpore vero, intendo. Con conseguenze. Per esempio la squalifica di Edson Cavani per una frase sui social.

Ibrahimovic stesso, qualche giorno prima del derby, aveva zittito Duvan Zapata, attaccante colombiano dell’Atalanta, perché erano più i gol segnati da lui delle partite giocate da Zapata. Come se uno non potesse dire la sua perché è meno forte di un altro. Non mi pare carino neppure questo tipo di messaggio: “Taci perché rispetto a me non sei niente”. In campo lavorativo. Ma in tutti i campi.

Ricordo a scuola, da piccolo, le discriminazioni verso chi voleva diventare prete… (uno purtroppo lo prendevo in giro pure io…), o il bullismo verso i troppo grassi, i troppo piccoli, i troppo bravi (i “secchioni”), i troppo religiosi, i troppo poveri, i troppo brutti… Per non parlare di quanto vengono derisi i ragazzini che non fanno certe “cose” sessuali, o non fumano, non bevono, ecc.

Ecco. 

Conclusione = Tesi: non dovremmo fare discriminazioni fra i vari tipi di discriminazione.

Post-conclusione = Premessa: sono contro ogni tipo di discriminazione (questa frase è un po’ un giubbottino antiproiettile, oggi).

(delirio) di Giuseppe Signorin

Ibrahimović sarà ospite fisso a Sanremo e la cosa non mi stupisce, perché Ibrahimović, da giovane, era il cantante dei Depeche Mode. Se guardate Ibrahimović su YouTube quando gioca nel Malmö, in Svezia, e poi i Depeche Mode, i primi tempi, negli anni 80, vedete chiaramente che il cantante è Ibrahimović. Soprattutto di profilo. 

Passiamo a Fortnite.

Nei tempi del COVID-19 hanno fatto dei concerti su Fortnite, il videogioco. Live virtuali. Cose ossimoriche di oggi.

Probabilmente in sogno, sono finito a un concerto su Fortnite anch’io. Ero con i Coma_Cose, Fausto e California, per una reunion dei Depeche Mode. Che poi i Depeche Mode non credo si siano mai sciolti, ma quella era una reunion.

Invece di un bel concerto live come solo su Fortnite, sul palco c’erano Ibrahimović e un tizio che si spacciava per il cantante dei Depeche Mode che si menavano. E tutti sanno quanto meni forte Ibrahimović. 

Noi eravamo in mezzo al pubblico di Fortnite, quando mi sono venute in mente alcune parole di un pezzo dei Coma_Cose, Granata: «Sto cercando un posto tutto mio / È solamente ciò che voglio / Oggi tutto bene, sì, ma domani comio». Quel «domani comio» era proprio quel giorno lì, su Fortnite. Fra l’altro mi era venuta una sete virtuale da non crederci e su Fortnite non vendevano neppure una bottiglietta d’acqua. 

Nel frattempo Ibrahimović stava facendo a pezzi il falso cantante dei Depeche Mode, che diceva di chiamarsi Dave e continuava a ripetere che lui non ne aveva abbastanza, in inglese, la lingua madre di mia moglie: «I just can’t get enough, I just can’t get enough», e allora Zlatan Ibrahimović continuava a darci dentro.

Grazie a Dio alla fine è arrivato Mike Tyson, ha messo pace fra i due litiganti e ci ha buttati fuori da Fortnite.

Probabilmente al risveglio, ho dato un’occhiata al sito dell’Ansa.

Poi, per rilassarmi, ho iniziato a leggere l’ultimo libro della Bibbia, l’Apocalisse di Giovanni.

 

di Giuseppe Signorin

Zlatan Ibrahimović ha trentanove anni e oltre ad andare al prossimo Sanremo gioca per il Diavolo, il Milan, ma la squadra del suo cuore, da ragazzino, era l’Inter di Ronaldo, il Fenomeno, e questo è ciò che conta. O meglio, il suo idolo era Ronaldo, il Fenomeno, ed erano gli anni in cui giocava nell’Inter, quindi applico una sorta di proprietà transitiva e per me Zlatan Ibrahimović era interista. E c’ha pure giocato, con l’Inter, nei suoi anni migliori.

L’Inter è la squadra dei sogni. E dei cristiani. Quelli veri, intendo.

Per esempio Filippo Neri. Se fosse coetaneo mio e di Zlatan Ibrahimović (io ho un anno in meno di Zlatan Ibrahimović), sicuramente Filippo Neri tiferebbe Inter. L’Inter, infatti, è una squadra che non disdegna di perdere e talvolta in maniera umiliante, oppure se vince soffre moltissimo e fa soffrire i suoi tifosi, e tutto questo non può che aiutare il cammino di santificazione a cui ognuno di noi è chiamato.

Filippo Neri, un giorno, si era fatto rasare a metà la barba, solo da un lato, per essere deriso meglio. Questo dimostra che avrebbe tifato Inter.

E poi ogni tanto l’inter fa i miracoli, come il “Triplete” del 2010: Campionato, Coppa Italia e Champions League in un solo anno. Nessuno in Italia c’è mai riuscito. Miracoli che servono a rafforzare la fede e durano così poco che rendono evidente quanto siano effimeri i trofei in questa vita e quanto grande a confronto è la gloria eterna. 

Le vittorie dell’Inter durano come le stories di Instagram. Dopo si torna a perdere (o a quasi vincere, che forse è peggio). Infatti, José Mourinho, l’allenatore del Triplete, la sera stessa che ha alzato la coppa, ha cambiato squadra, è passato al Real Madrid.

Le stories di Instagram sono una metafora della caducità della vita. Le carichi e ventiquattro ore dopo puff, non ci sono più. Così le vittorie dell’Inter. Però le vittorie dell’Inter, quelle importanti, almeno, non le puoi caricare ogni giorno sul cellulare come le stories di Instagram. Devi aspettare anni. Magari ne vedrai una, o due. Come nel Medioevo, quando chi lavorava alla costruzione di una cattedrale moriva prima di vederla finita. Così il tifoso dell’Inter. 

Tornando a Zlatan Ibrahimović, c’è da dire che il suo essere interista lo ha dimostrato ai massimi livelli paradossalmente proprio nella stagione in cui si è trasferito dall’Inter al Barcellona per vincere la Champions League con Messi, e invece quell’anno l’Inter ha vinto il Triplete eliminando in semifinale il Barcellona. 

Parentesi semi-comprensibile: Zlatan Ibrahimović aveva qualche problemino con i videogiochi. Ha confessato, infatti, nella sua autobiografia: «Quando non facevo le acrobazie con i ragazzini, mi dedicavo ai videogiochi di calcio. Ero capace di giocare dieci ore di fila, e spesso vedevo soluzioni di gioco che poi applicavo nella vita reale». Come a dimostrare la tesi del filosofo transdisciplinare Edgar Morin: «C’è una relazione di osmosi tra il poetico, l’estetico, il ludico». Tutto torna. Per esempio io mi sono messo a giocare a Street Fighter e a Super Mario Kart in una piccola console gialla, ultimamente, per allenare la mia poesia (il che spiega il nuovo progetto su Instagram, “dirTy”@volevo_dirty – di cui dovete subito diventare follower). Ma l’allenamento migliore è sempre tifare Inter. Chi tifa Inter impara a soffrire.

Mio nipote voleva diventare della Juventus perché tutti a scuola lo prendevano in giro per via del suo essere interista (il bullismo degli juventini, di questo non si parla abbastanza). Allora gli ho scritto un messaggio e l’ho convinto a rimanere dell’Inter. E il suo carattere si è rinforzato. Ha iniziato ad amare nella dimensione della croce e a santificarsi. Anche se forse lui non lo sa.

In conclusione: pazza Inter, amala.

di Giuseppe Signorin

A Natale siamo tutti più buoni. E quindi dobbiamo perdonare.

Sarà per questo che ho sognato – almeno spero che fosse un sogno – di essere con i Coma_Cose, un duo indie-rap che mi piace molto, Zlatan Ibrahimović, Mike Tyson e lo squalo tigre in formaldeide dell’artista inglese Damien Hirst (un’opera d’arte contemporanea che si chiama The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living), ed eravamo tutti insieme in un divano gigantesco. Non riuscivamo a metterci d’accordo su cosa guardare in tv. Era un continuo un litigare.

Mike Tyson aveva il tipico atteggiamento dei neoconvertiti e a un certo punto ha preso la parola: «Dobbiamo perdonarci».

Subito Zlatan Ibrahimović ha storto il naso, il suo naso lungo come nei quadri di Gino De Dominicis (altro artista, ma italiano e già andato all’altro mondo, che dipingeva strani figuri con nasi lunghi). Zlatan Ibrahimović è un duro, anche se quando parla sembra un veggente di Medjugorje, ma a Mike Tyson non puoi dire di no.

Ci siamo perdonati. E dopo qualche minuto abbiamo ricominciato a litigare.

The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living voleva vedere i cartoni animati, perché secondo lui solo i cartoni animati lo calmano. Non era in perfetta formaldeide, quel giorno. I Coma_Cose volevano un horror, Lo squalo di Spielberg, lo guardano due o tre volte al giorno, ha pure ispirato una loro canzone, ma capite che questa cosa ha fatto ulteriormente innervosire The Physical Impossibility Of Death In the Mind Of Someone Living.

All’improvviso è apparso Gino De Dominicis in persona, dall’aldilà, e ci ha chiesto se potevamo tenere la tv spenta e fissare per cinque ore lo schermo nero, fino a quando non avesse cambiato colore (qualcosa di simile a una sua performance dal titolo emblematico Tentativo di far formare dei quadrati invece che dei cerchi intorno a un sasso che cade nell’acqua, prima che si mettesse a dipingere gli strani figuri coi nasi lunghi). Nessuno di noi era d’accordo.

Mike Tyson ha ripreso la parola: «Dobbiamo perdonarci».

«Quante volte dobbiamo perdonarci?», l’ha incalzato con arguzia il veggente Zlatan Ibrahimović.

«Settanta volte sette».

Lì per lì ci siamo guardati un po’ straniti, ma dopo poco eravamo d’accordo. Non era male. Sempre meglio dell’idea di Gino De Dominicis. Allora abbiamo iniziato a perdonarci tutti insieme, tutte quelle volte lì. Quattrocentonovanta.

Alla fine eravamo esausti e abbiamo ripreso a litigare. Però non è stato male. Gino De Dominicis l’ha vista più che altro come un’opera d’arte contemporanea.