(alcuni brani selezionati della conferenza di Fabrice Hadjadj a Verona giovedì 27 ottobre)

Siamo così in una situazione senza precedenti che sembra invertire tutto ciò che un tempo fu. Fino ad oggi, era la società ad offrire ai suoi membri le ragioni di vivere e di dare la vita; ora i nostri governi sembrano piuttosto decisi a costruire una società, o piuttosto un dispositivo che, attraverso i consumi, fornisca innanzitutto ragioni di divertirsi davanti all’angoscia della morte e di legittimare il suicidio come divertimento finale. Nelle società di una volta, il generare permetteva di accedere a uno status sociale sempre più importante, in quanto genitori, nonni, fino allo status supremo, quello di antenato. Ciò vale anche per il giudaismo ed il cristianesimo: la dignità di Abramo è essere il padre di una moltitudine di popoli e Dio stesso genera nel suo seno il Figlio e attraverso di Lui soffia lo Spirito, così che nell’ordine dei nomi trinitari la paternità è anteriore alla spiritualità. Nel dispositivo attuale, l’antenato è quello a cui occorre fornire l’eutanasia. Essere padre o madre non offre nessuno status sociale, al contrario, è segno di un’inferiorità, di una degradazione, di un impedimento al raggiungimento dello status magnificato di soggetto autonomo, o piuttosto di lavoratore atletico, sempre giovane, sempre disponibile all’incontro furtivo, allo straordinario, alle ultime innovazioni della tecnica… In Germania dell’est, appena dopo la riunificazione, centinaia di donne si sono fatte sterilizzare per mostrare a un futuro datore di lavoro la loro libertà: potevano essere lavoratrici stabili e consumatrici molto serie. Uno dei motti de “Il mondo nuovo” è del resto questo: “La civiltà è la sterilizzazione”.

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In un studio pubblicato nel 2013 negli “Annali di demografia storica”, la sociologa Charlotte Debest ha osservato che i “senza figli per scelta” sono sempre “impresari della morale”. Assimilano la procreazione a “una voglia irrazionale che trascende tutte le ragioni oggettive” e parallelamente impongono ai genitori le più rigide norme educative, sottolineando che il bambino “non è modellabile come il pongo”, ma “è un individuo che ha un pensiero” e fustigano i papà e le mamme che “tornano a casa alle 9 di sera
delegando i loro compiti a una babysitter”. Per questi “senza figli per scelta” il bene del bambino va contro l’esistenza del bambino. Bisogna concedere al cucciolo di uomo condizioni di vita così eccellenti e così certe che con ogni evidenza non può venire in questo mondo. Non lo poteva ieri, perché la medicina non aveva fatto abbastanza progressi. Non lo può oggi, perché ne ha fatti troppi. Ieri, c’era troppo rischio di morire da piccoli. Oggi, è condannato ad invecchiare in una specie destinata alla mutazione o all’estinzione. Dunque, con una compassione senza passione, è meglio non avere figli. Siamo qui di fronte al massimo paradosso: è quando si scopre una certa dignità della persona che sorge la domanda se dargli una vita vulnerabile e mortale, perché è solamente allora che appare il dramma di esporre la sua dignità all’indegnità. Finché il figlio è visto come un erede o uno strumento, finché è il mezzo di propagare il nome della tribù, della razza, della nazione, dell’impresa, della specie, è facile dargli la vita – morrà cedendo il suo posto ad altri e così via. Ma dal momento che il figlio è visto come un fine in sé, un individuo incomparabile, irriducibile a una funzione terrestre, appena non è più qualcosa nel mondo ma qualcuno più grande del mondo, perché dargli questa vita che va verso la morte, perché consegnarlo a un mondo che finirà per stritolarlo? Un altro punto si aggiunge a questo problema, quello del modello contrattualista. Le moderne teorie politiche presentano la società come il prodotto di un contratto sociale tra individui uguali. Come sono nati questi individui? Non ha importanza: la preoccupazione dell’uguaglianza prevale su quella dell’origine. E a ragione! La relazione di origine è necessariamente inegualitaria e la nascita non riguarda il contratto: non si può chiedere a un figlio se è d’accordo di venire al mondo. Non ha scelto di nascere. Ora sembra che per i “senza figli per scelta” che percepiscono il figlio come un uguale, un partner, non si dovrebbe scegliere di dargli la vita senza avere ottenuto prima di tutto il suo consenso. Detto altrimenti, più la dignità della vita è ricondotta a una scelta individuale, più diminuisce la possibilità che ci siano viventi, poiché ricevere la vita è anteriore ad ogni possibilità di scegliere.

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Come comprendere questo intreccio di ciò che c’è di più naturale e di più soprannaturale? Come sentire che le nostre parole più quotidiane sono già implicitamente parole di Vangelo, e che bisognerà volgersi sempre più al Vangelo per poter dire veramente “Buongiorno”, credendo cioè veramente nella bontà del giorno e non essere imbavagliati dal mutismo chiacchierone della disperazione o dalla marea degli algoritmi? È quando la notte sembra trionfare che un chiarore piccolissimo appare come ambasciatore di tutta la luce. Allora ci si rende conto che il semplice fatto di dare la vita contiene già un’oscura fiducia nella vita eterna che non è una fiducia che sta sul piano psicologico, ma una fiducia consustanziale alla vita stessa, quella vita che procede dal Vivente e torna al Vivente. Perché è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso e che naturalmente questa unione si apre sulla procreazione, come l’incontro della chiave e della serratura apre la porta di una casa sconosciuta. E allo stesso tempo questa cosa così elementare e spontanea per gli animali non può essere giustificata in noi che attraverso la meditazione più metafisica. Un salmo enuncia chiaramente questo mistero: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 83, 3). Un grande romanzo di questi ultimi tempi, “La Strada”, di Cormac McCarthy, esplora questo mistero con forza. “Strada”, bisogna ricordarlo, è uno dei nomi di Cristo ed è anche una buona traduzione della parola ebrea “Torah”. Un padre e suo figlio camminano in direzione dell’oceano in un mondo devastato dove, per non diventare cannibali, bisogna nutrirsi con le ultime scatole di conserva che hanno attraversato la catastrofe. Alla nascita del bambino, poco dopo il cataclisma che ha devastato la terra, la madre si è suicidata: a che serve continuare invano? Perché vivere per vedere il proprio figlio morire? Ma il padre continua, assurdamente, ostinatamente, con una forza che gli viene non tanto da sé quanto dal volto del figlio, dalla sua vulnerabilità assoluta. Perché continua? È come un nuovo Abramo, che spera contro ogni speranza (Rm 4 ,18)? In verità, non ha nessuna speranza nella testa, ma ogni passo che fa con suo figlio, è il segno di una speranza che non è innanzitutto la sua, ma quella della vita promossa e data attraverso di lui.

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Perché dare la vita a un mortale? Perché avere addirittura una famiglia numerosa all’epoca dell’incertezza ecologica? Notiamo en passant che la famiglia cattolica numerosa possiede in linea di principio la sua regolazione interna attraverso le vocazioni religiose: bisogna pensare che il celibato e la verginità consacrata fanno intimamente parte della fecondità umana. Non soltanto i religiosi incarnano quella speranza nel Regno che incoraggia gli sposi ad avere figli anche nel mezzo della tormenta, non soltanto li aprono alla fruttificazione aldilà della semplice moltiplicazione, ma anche regolano la natalità impedendole di diventare esponenziale… Di sicuro chi rifiuta la nascita non obbedisce al comandamento di onorare il padre e la madre. Onorare, dare importanza ai propri genitori è riconoscere il senso della loro fecondità e dunque avere gratitudine verso di loro. Questo comandamento è precedente al “Non uccidere” perché bisogna amare la nascita per potere condannare l’omicidio. Se essere nati non è un bene, allora perché l’assassinio non sarebbe una beneficenza? Del resto, anche se condanno la nascita, posso farlo soltanto nella misura in cui sono nato, e dunque a partire dalla mia nascita. Mi pongo così in un’ingratitudine fondamentale, in un divorzio sleale tra la vita che sfrutto e la vita che ho ricevuto. Si tratta dunque, in fin dei conti, di grazia e di gratitudine. Alla domanda: “Perché Dio ha voluto creare il mondo?”, sant’Agostino risponde: “Chi si domanda perché Dio ha voluto creare il mondo, cerca la causa della volontà di Dio. Ma ogni causa è efficiente. Ora ogni efficiente è maggiore dell’effetto prodotto. Ma niente è maggiore della volontà di Dio. Non c’è dunque motivo di cercarne la causa…” . Altrove non tralascia di dire che Dio ha creato il mondo per amore; ma “per amore” vuole dire “senza perché”, senza ragione esterna all’amore stesso. Alla radice di ogni cosa creata c’è una gratuità fondamentale. Per chi è fuori dall’amore, tale gratuità appare come un’assurdità. Per chi è dentro, appare come una grazia. Certo, noi non siamo Dio. La nascita di un figlio non può essere frutto di un puro movimento gratuito della nostra volontà. Bisogna considerare le condizioni esterne, il coniuge, il contesto. Ma malgrado tutto ciò, si tratta di superare il calcolo, non di ignorarlo, di raggiungere l’atto creatore e dunque di sposare la radice del movimento della vita come gratitudine e come grazia attraverso la Croce. Se la madre di Mosé avesse giudicato unicamente in funzione della messa a morte programmata dei figli maschi degli ebrei, mai sarebbe nato il liberatore del suo popolo. Se Maria si fosse arrestata alla visione umana delle sofferenze di suo Figlio, le più atroci che un uomo possa subire, mai sarebbe fiorito il Fiat dell’Annunciazione. E se le donne di una volta non avessero affrontato il loro parto come una roulette russa, non saremmo mai stati qui, per parlare insieme. Abbiamo cominciato con una scorciatoia tra la culla ed i sepolcri. Tale scorciatoia è frequente nell’iconografia cristiana: in numerose Natività, il bambino Gesù è avvolto in garze e disteso in una mangiatoia che somiglia ad una bara. Tra il bue e l’asino, la sua morte è già annunciata. Ma quella morte non è un ostacolo. Anche se trapassa con una spada il cuore di sua madre, diventa, per la grazia dell’amore, la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio.

(articolo di Fabrice Hadjadj uscito su Avvenire il 2 dicembre 2013)

Salvare, oggi, è l’ossessione di quelli che utilizzano i computer. Nella mia lingua, il francese, si dice piuttosto “registrare”, o anche “salvaguardare”. Ma è interessante notare coma nella lingua informatica, e anche in italiano, si dica to save, salvare, azione che riguarda non le anime ma i documenti. La “salvezza” si trova nel menù “file”, o nella barra degli strumenti. È rappresentata non da una croce, ma da un dischetto. Tuttavia la vera salvezza non si applica alle cose, ma alle persone. Non bisogna ricordarlo soltanto agli informatici, ma anche a certi cattolici tradizionalisti: la preservazione della dottrina, il salvataggio della bella liturgia, il richiamo delle regole morali ha valore soltanto nella misura in cui questo ordine delle cose serve alla salvezza delle persone. Bisogna ricordarlo anche a certi progressisti: è in gioco la salvezza delle persone, e non la realizzazione di un ideale sociale, di un’utopia politica, di un tutto egualitario. La via è stretta perché si passa uno dopo l’altro. La salvezza non conosce la massa. Ciò a cui mira è non-totalizzabile. Tanto che non è completamente giusto dire che Cristo salva “l’umanità”: Egli salva Pietro, Paolo, Giacomo, eccetera, ed è in questo che custodisce l’umanità, nella sua diversità stessa, coi piccoli e i grandi, i magri e i grassi, i deboli e i forti. La sua promessa è rivolta ai nomi propri, e non ai nomi comuni. Del resto. è proprio quello che ricorda Gesù dopo la missione dei settantadue discepoli: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli» (Lc 10, 20). La gioia apostolica non sta nell’avere sottomesso i popoli a una Legge comune, ma nell’eternità dei nomi propri. La grazia consente di non vedere più la Legge come una regola immutabile, ma di viverla come la condizione di un incontro, di un dialogo, di un’intimità col Creatore e, di conseguenza, con ciascuna delle sue creature.È questo anche il senso della parola: «Il sabato è stato fatto per l’uomo, e non l’uomo per il sabato» (Mc 2; 27). La missione non ha per fine di mettere gli uomini al servizio dei dogmi e dei sacramenti, ma di mettere i dogmi e i sacramenti al servizio degli uomini, perché dogmi e sacramenti mirano a compiere non il trionfo di una dottrina, ma la salvezza di ogni volto nella sua singolarità. Ecco perché la Sapienza è una persona. Ed ecco perché il Libro dei Proverbi rievoca la Sapienza sotto il segno di una moltitudine concreta e irriducibile e non di una teoria astratta e uniformizzante: «Ha preparato il suo vino e ha imbandito la sua tavola» (Pr 9, 2). Le tavole della Legge sono subordinate al tavolo del festino. Il tavolo del festino è l’esatto contrario di un’ideologia riduttrice o di uno schermo che pretende di assorbire il mondo. È il luogo dove fiorisce la molteplicità incomparabile e non-totalizzabile dei volti. C’è da bere e da mangiare. Ci sono fedeli e anche alcuni traditori. Ci sono conversazioni che si trasformano in preghiere di supplica e in canti di lode. Questo convivio intorno alla Sapienza incarnata, ecco ciò che annunciamo (ed è interessante osservare come l’impresa della Mela Morsicata abbia usurpato il termine di “convivialità” per designare, non la presenza del Logos fatto carne, ma l’efficacia di un software). Si può ora afferrare meglio la necessità della povertà evangelica, e cioè perché gli inviati siano poveri nella loro difesa, poveri nella loro attrezzatura, e poveri nel loro messaggio. Poveri nella loro difesa, prima di tutto. Sono agnelli in mezzo ai lupi: si espongono alla morte. È la condizione di una vera presenza. Questo si vede spesso durante un funerale: d’un tratto, a causa della consapevolezza della morte e dell’impotenza, le persone lontane si riavvicinano, i superficiali diventano profondi, le relazioni nella famiglia non sono mai state tanto semplici e vivaci. Ma per i discepoli non si tratta solamente della coscienza della morte, si tratta di essere pronti a testimoniare per la vita fino in fondo. Non si può parlare di Colui che è la Vita e la Risurrezione solamente con la bocca. Bisogna parlarne con la lacerazione del cuore. Non voglio intendere con questo una esaltazione sentimentale, ma un modo di essere con l’altro nel senso profondo del nostro destino ultimo, della nostra comune miseria e del nostro comune bisogno di misericordia.La seconda povertà è quella dell’attrezzatura. I mezzi temporali pesanti si interpongono. Possono abbattere le distanze, ma non permettono la prossimità. Niente può sostituire quest’ultima. I sacramenti lo dimostrano: essi, che comunicano ciò che c’è di più grande, e cioè la grazia, esigono sempre la prossimità fisica. Non ci si può confessare per telefono. Non si può teletrasmettere il corpo di Cristo. La più alta comunicazione ignora le alte tecnologie di comunicazione. Perché questa comunicazione alta è comunione delle persone, e dunque presenza reale dell’uno per l’altro, offerta reciproca dei volti.

La terza povertà è quella del messaggio, perché il messaggio conta meno del messaggero e di quello che lo invia. Del resto, il messaggio è prima di tutto quello a cui il messaggero si rivolge: «Cristo è venuto per salvarci, noi, io e te. Vuole che il tuo viso risplenda eternamente». Perciò gli inviati devono contemplare quel viso, fosse anche dei più noiosi, e anche ascoltarlo, fosse pure il più stupido. È infine, in qualche modo, la quarta povertà: ci sono due inviati, e non un cavaliere solitario. Per non ricadere nei sermoni degli scribi e dei farisei, occorre che il messaggio si incarni; e, quando si tratta dei discepoli, può incarnarsi solamente in una comunità vivente, pensante e cantante: «Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri» (Gv 13,5). La prossimità rischierebbe di essere di facciata, se fosse solamente con gli ultimi arrivati: ci si fabbrica facilmente un’aria di circostanza. Diventa reale solamente se con me c’è qualcuno che mi mette alla prova giorno dopo giorno, che sa le mie debolezze, che ha visto la mia maschera cadere, e che dunque mi impedisce di rimetterla davanti agli altri, perché ne denuncerebbe la falsità palese.

(articolo di Emiliano Fumaneri uscito su La Croce Quotidiano)

Nel 1926 il grande pensatore spagnolo José Ortega y Gasset scrisse una serie di folgoranti meditazioni sui «castillos», cioè sui castelli. Nella civiltà dei castelli Ortega vedeva il segno del coraggio personale, dello slancio vitale, dell’impegno generoso. L’attenzione di Ortega era stata attirata dalla forza interiore che aveva ispirato gli uomini che la costruirono. Cosa li muoveva? Ortega non faticò a capirlo: a muovere quegli uomini era stato il loro animo barbarico: uno spirito guerriero, quella disposizione d’animo che spinge a correre il rischio insito in ogni impresa.

Il guerriero sa bene che l’azione comporta dei rischi, ma questa consapevolezza non è per lui motivo sufficiente da giustificare il disimpegno. Nello spirito guerriero l’impulso dell’azione prevale sul timore del pericolo. Correre dei rischi non è un buon motivo per non mettersi in gioco, diremmo oggi.

Ciò spiega perché quegli uomini costruirono i castelli: il castello è un’abitazione fortificata, pensata per una vita quotidiana dove il rischio della lotta è costantemente presente.

Senza lo spirito guerriero non avremmo avuto la cavalleria medievale. È nel mondo barbarico che si manifestano le sue tracce embrionali. La società germanica è una comunità di guerrieri imperniata sul valore militare, che venera il cavallo (insostituibile compagno di battaglia) e le armi (che talora hanno un’origine mitica e un nome sacro sul quale si pronuncia un giuramento). Sotto molti aspetti l’esaltazione germanica delle virtù guerriere preannuncia i codici cavallereschi della società feudale. Non si esagera dicendo che il cavaliere è il guerriero teutonico cristianizzato.

C’è però uno spirito che si contrappone direttamente allo spirito guerriero: è lo spirito industriale, con la sua etica delle cose, con la sua insistenza sul calcolo, sulla prudenza. Qui a decidere, per contro, è la considerazione del pericolo: la coscienza del rischio porta a considerare la vita come una perpetua cautela. Lo spirito industriale è quello di un amministratore fin troppo oculato, quasi manicale nella sua preoccupazione di conservare l’esistente.

In definitiva, osserva Ortega, i due spiriti nascono da sensazioni vitali opposte. Nello spirito guerriero pulsa un sentimento di fiducia in se stessi e nel mondo circostante. Il guerriero è un uomo che ha grande fiducia nei propri mezzi, come accade agli spiriti giovanili, pieni di vigore e di energie. Non è strano perciò che il Medio Evo avesse una concezione ottimista dell’universo, nonostante una sciocca storiografia ancora oggi insista nel dipingerlo come un tempo tenebroso e angosciato. La realtà, afferma Ortega y Gasset, è che il Medio Evo è stato il tempo delle filosofie ottimiste, aperte alla vita, mentre nella nostra Età Moderna è tutto un brulicare di pessimismi cosmici.

Perché è appunto nello spirito industriale che, viceversa, opera una profonda sfiducia di sé. È un sentimento tipico della vecchiaia, quando le forze vengono a mancare e subentrano paure, fragilità, sospetti. La sfiducia è segno di decadenza vitale. È il sentimento che caratterizza la nostra cultura, dandole quel tono depresso, ripiegato su di sé, quel clima pieno di dubbi, vacillante, così saturo di cautele e precauzioni.

È bene dire che nessuno più dello spirito guerriero è alieno ad angelismi disincarnati. Confida in sé, certo, ma non al punto di ignorare il male del mondo. Conosce benissimo l’angoscia del vivere, la sofferenza lo circonda da tutte le parti. La differenza sta nell’atteggiamento spontaneo che assume davanti alla realtà del dolore e del pericolo: l’accettazione del pericolo nello spirito guerriero porta a correre il rischio, non a evitarlo. Fa sua la morale della «vita alta»: la vita, nell’ottica del guerriero, va spesa al servizio di ideali più grandi della vita stessa. L’esistenza ha significato soltanto se è messa al servizio di qualcosa di più alto. Val meglio una vita intensa e breve che un’esistenza estesa a scapito della sua intensità.

L’esatto opposto di chi organizza le cose della Città con la quasi esclusiva mira di evitare ogni pericolo. E questa, nota Ortega, è la maniera più propria dello spirito industriale – che è quanto dire dell’animo borghese – che subordina tutto allo scopo di non perdere la vita. La morale borghese è una morale della «vita lunga». Ecco perché nella società borghese l’ideale si avvia a essere questo: organizzare il mondo come un gigantesco ospedale e un’immensa clinica.

L’uomo borghese idolatra la propria esistenza. Ne fa un assoluto al punto di voler vivere ad ogni costo, e a questo fine è disposto a estendere la vita riducendola alla sua minima espressione, alla maniera delle specie animali che si immergono nel sonno invernale. È il fenomeno che i biologi chiamano della «vita minima», per cui risulta che «la vita si prolunga nella misura in cui non si usa».

La spinta di questa idolatria della vita è stata tanto potente da portare allo sviluppo di tecniche sempre più sofisticate per domare i pericoli della natura: la meccanica, che diminuisce lo sforzo umano; la medicina, che contrasta le malattie; l’economia cooperativa, con le sue casse di risparmio e le società di assicurazioni che garantiscono una copertura materiale alla vita umana. La società borghese finisce così per assomigliare a una gigantesca civiltà della previdenza impegnata ad assicurare all’individuo una vita lunga e confortevole.

E difatti è quanto accade in Occidente, dove si vive sempre di più (la longevità è passata dalla media di 30 anni in età pre-industriale agli oltre 70 di oggi) ma si nasce sempre di meno. Ogni nuova nascita, in una prospettiva spietatamente individualista, può rappresentare infatti un pericolo: l’irruzione del nuovo nato sulla scena del mondo rischia seriamente di scompaginare i ritmi abituali della nostra esistenza; avere un figlio oggi è considerato poi un investimento economico-affettivo totalizzante, al punto da rivelarsi un peso insopportabile. Per non parlare dell’eventualità – sempre possibile – del figlio malato, che può costituire perfino un danno risarcibile.

La società della previdenza universale si è organizzata anche per questo: per assicurare comfort e vita lunga contro il «pericolo» dei figli. Assolutizzare l’ideale della «vita lunga» ha portato a cancellare la morale della «vita alta». Di conseguenza la società neo-borghese si è organizzata per evitare ogni pericolo, levandosi anche contro quello che proviene dai neo-nati, cioè dai nuovi venuti al mondo.

E ancora una volta è la tecnica a sopperire: il diritto, con la norma che legalizza l’aborto, e la medicina che ne consente la realizzazione pratica. In più si aggiunge anche la morale neo-borghese, impegnata a convincerci della virtù “altruistiche” dell’aborto legale mettendo in campo un abortismo dal volto umano, rassicurante e conciliante, un abortismo dalla mano tesa (e col forcipe ben impugnato nell’altra).

Con l’omicidio legale si realizza il sistema a cui Fabrice Hadjadj ha dato il nome di «società del crimine perfetto». Chi volesse organizzare il delitto perfetto, ricorda Hadjadj, dovrebbe infatti soddisfare le seguenti condizioni:

a) assassinio di massa;

b) vittime consenzienti;

c) autorità complici del crimine, da loro incoraggiato e promosso;

d) la coscienza anestetizzata dell’assassino, convinto d’aver agito per legittima difesa oppure, meglio ancora, perché ispirato da nobili moventi, da un profondo sentimento di bontà;

e) la presenza di un legame stretto, meglio se di parentela, con la vittima.

Soddisfate queste condizioni e avrete la perfezione del crimine.

Il successo è legato a doppio filo all’ordine di grandezza del delitto. Va da sé che più il crimine sarà grave, per quantità e qualità, più sarà difficile cancellarne le tracce. Di conseguenza la perfezione del crimine si accresce in funzione della gravità del delitto perpetrato e dell’abilità da parte del criminale di confondere gli indizi e cancellare le proprie tracce dal luogo del reato. La vera bravura consiste però non solo e non tanto nel renderle invisibili agli occhi dell’autorità, ma anche a quelli della vittima. Il supremo capolavoro criminale sarebbe di eliminare ogni senso di colpa dalla coscienza dell’assassino, il quale avrà pure necessità – e perché non addirittura il diritto? – di andare a dormire con animo tranquillo e sereno…

L’ultima condizione (legame stretto tra vittima e carnefice), che può suonare strana, è invece quella essenziale giacché è necessaria tanto la presenza di una vittima disponibile ad acconsentire, in tutta fiducia, alla propria dipartita quanto un’autorità disposta a concedere il placet affinché la faccenda si svolga nell’asettico contesto dell’assistenza pubblica. L’assassinio “compassionevole” esige, per essere perpetrato con la massima efficienza e in tutta sicurezza, un clima di intima familiarità.

Successivamente occorre passare alla fase operativa, la quale richiede innanzitutto un’ampia “divisione del lavoro” onde coinvolgere nell’omicidio il più ampio numero di soggetti, avendo cura d’assegnar loro mansioni così burocratiche da riuscire a fomentare un clima di generale irresponsabilità. È facile capire la ragione di questa estensione all’universo mondo dell’etica di Pilato. Si tratta di un’opera di anestetizzazione morale collettiva, di modo che nessuno dei soggetti coinvolti possa ad alcun titolo essere ritenuto colpevole. Così tutti, dai vertici dello Stato all’ultimo dei contribuenti, parteciperebbero al delitto di massa ma nessuno sentirebbe il peso della responsabilità.

La società diventa così una macchina per lavare le coscienze, scusandole da ogni crimine. Qual è il meccanismo interiore che trasforma le società umane in micidiali dispositivi di autoassoluzione? È il potere della razionalizzazione: è possibile tollerare il male che diventa abitudine, vizio, solo nella misura in cui creiamo una razionalizzazione per giustificarlo, di modo che il male ai nostri occhi si presenti come il bene. Il prezzo da pagare al lavacro della coscienza è l’inversione della realtà.

Un esempio di razionalizzazione ce lo fornisce Karl Brandt, il medico personale di Hitler e responsabile del Programma T4, il programma di eutanasia per l’eliminazione delle vite “indegne di essere vissute” dei disabili. Davanti al tribunale di Norimberga, Brandt si difese con queste parole: «Quando dissi di “sì” all’eutanasia lo feci nella più profonda convinzione, proprio come ne sono convinto oggi, che fosse giusta. La morte può significare una liberazione. La morte è vita».

È lo stesso meccanismo che consente di dire che l’aborto, cioè l’uccisione della vita più inerme, è una forma di compassione e di amore. Come fa l’analista junghiana Ginette Paris, che arriva a definire l’aborto un «sacramento» e invoca nuovi riti e nuove norme capaci di restituire all’aborto la sua «dimensione sacra». E che dire di quella senatrice americana che in un dibattito al Senato si è premurata di assicurare ai suoi colleghi che abortire i bambini equivale a seppellirli con amore? Se la morte è vita, come diceva il dottor Brandt, l’aborto può pure essere amore. Potremmo proseguire con gli slogan del Socing orwelliano: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza.

È la conferma che l’individualismo, incapace di dare delle ragioni per cui vivere e morire, presto o tardi arriva ad instaurare l’inferno in terra.

 

(qui il trailer tradotto da Notizie ProVita di un documentario, #HUSH, realizzato da una regista pro-choice, quindi favorevole all’aborto, che però ha provato a indagare la verità su questo tema)

Seconda punto: come legittimare la famiglia data dalla sessualità? La prima constatazione che bisogna fare è ciò che distrugge la famiglia nel suo dato naturale: ed è la morale dei valori. Tutti, al giorno d’oggi, valorizzano la famiglia: i cristiani ma anche i non cristiani, anche quelli che chiamiamo omosessuali. In effetti, non amo questo nome, «omosessualità» è un termine recente del XIX secolo. In altri tempi non si diceva così. Per gli antichi greci, la pederastia era il contrario della sessualità, era un modo di sfuggire alla sessualità, che era vista come animale. Nel XVIII secolo, Casanova utilizza il termine «anti-fisico», ed è un termine giusto, perché è un certo modo di andare contro la natura sessuale, senza per questo porre un giudizio di valore: giusto una descrizione della cosa. Quando voi cominciate a dire «omosessuale» inventate qualcosa, soprattutto una seconda cosa che è peggiore: l’eterosessuale. Se mi domandano sei omosessuale? Sei omo (in francese omosessuale, in latino uomo)?, rispondo “è proprio così”. Se mi domandano se sono eterosessuale, dico «no sono “sessuale”». Ora l’eterosessualità è interamente dominata dal paradigma tecno-economico, perché si pensa che l’essenziale sia stare con delle femmine, se siete un uomo, ma non si pensa al modo di essere con queste donne: può essere un modo totalmente consumista. Sono eterosessuale, consumo delle femmine e funziona, questo il vero problema! Con questo termine si manca l’essenza della sessualità e si è già sotto il dominio del paradigma consumista. Allora i valori sono nichilisti, perché i valori sono una concezione del bene separata dall’essere. Si può impiegare il termine «valori» in un modo giusto, in un modo non nichilista (lo dico perché nel magistero spesso si utilizza la parola valori), ma, al giorno d’oggi, nella maggior parte dei casi l’utilizzo dei termine «valori» è un utilizzo nichilista. Se voi valorizzate la vita vuol dire che la vita in se stessa non ha valore; e se valorizzate la famiglia vuol dire che la famiglia in se stessa non ha valore. Se dite che la famiglia è il luogo dell’amore, dell’educazione e della libertà, valorizzate la famiglia a partire da tre valori che sono esterni alla famiglia, e, quando definite la famiglia in questo modo, avete definito un buon orfanotrofio, perché in un buon orfanotrofio si amano i bambini, probabilmente li si educano meglio di come farebbero dei genitori. In un orfanotrofio ci sono tutti gli esperti possibili: lo psicologo, il pedagogo, l’ insegnate di sport e il professore di informatica, evidentemente. E se dite che è il luogo della libertà, un orfanotrofio lo è ancora di più, è evidente: tutti i rapporti sono sotto contratto.
Dunque, vedete, i cristiani stessi hanno voluto valorizzare la famiglia a partire dai valori ‒ l’amore, l’educazione, la libertà ‒ ma hanno contribuito in questo modo a dissolvere la famiglia. In modo generale è perché ci si è messi a cercare il bene del bambino che si è distrutta la famiglia: si è ricercato il bene del bambino contro l’essere del bambino. L’essere del bambino è nascere da una padre e una madre, ma il bene del bambino qual é? Se cominciate a considerare il bene del bambino, dimenticando l’essere del bambino, direte che è meglio che non ci siano un padre e una madre, è meglio per lui essere fabbricato senza difetti in un laboratorio di esperti. È meglio che abbia un pedagogo uno psicologo, ecc. piuttosto che un padre e una madre.
Vedete il nichilismo dei valori, dei valori separati dall’essere, il nichilismo della valorizzazione della famiglia. Bisogna dunque pensare la famiglia nel suo essere, senza cercare soluzioni. È possibile che qualcuno di voi sia venuto per sentire delle soluzioni: soluzioni tecniche. Ma se cercate delle soluzioni, una ricetta per la buona famiglia cristiana, siete già sotto il dominio della tecnica. Non c’è una ricetta per la famiglia, non ci sono soluzioni. Non ci sono soluzioni per la vita perché la vita non è un problema: se cercate una soluzione per la vita è perché la vita è un problema; se cercate una soluzione per la famiglia è perché la famiglia è un problema e perché, in fin dei conti, si rifiuta la famiglia come luogo di vita. Un luogo di vita è sempre un luogo di dramma, ed è un luogo di dramma perché un luogo di dono. Ciò che è donato è ciò che non abbiamo costruito, e ciò che non abbiamo costruito è qualcosa che sfugge ai nostri progetti e ha sempre una dimensione drammatica. La famiglia è il luogo di un dono che ci sfugge. La vita, che è donata attraverso noi genitori e non è costruita, ci sfugge, non ne capiamo nulla: è per questo che siamo maldestri con i figli. Anche per questo siamo talvolta brutali con i nostri figli; però siamo brutali con loro perché gli abbiamo fatto il dono grezzo della vita. Ora guardate bene come si giocano le cose all’interno della famiglia, dalle radici della generazione. La prima cosa è che la madre accoglie la vita secondo un processo oscuro che per giunta deforma il suo corpo. Non è la stessa cosa che fabbricare un prodotto. Quando fabbricate un prodotto, lo fabbricate al di fuori di voi, non lo accogliete in voi stessi, e il prodotto viene fabbricato secondo un piano e una proiezione trasparenti. Si è in una logica di controllo per fare un prodotto senza difetti. Una madre, invece, non è in una logica di controllo, sta in una logica di fiducia: una fiducia senza controllo che sta al cuore della maternità, una fiducia così profonda che accetta la deformazione del corpo. Fiducia senza controllo. Dal lato del padre: il padre non ha competenza, non è un pedagogo, non è un esperto, uno specialista dell’educazione e, nonostante ciò, è padre: essere padre è la radice dell’autorità. Autorità viene da augeo, che non vuol dire soltanto «far crescere», ma anche «essere all’origine di». Il padre ha l’autorità, ma è un’autorità senza competenza. Allora la madre è «fiducia senza controllo» e il padre «autorità senza competenza». Partendo da qui, non ci possono essere che disastri, fallimenti, divisioni. Si potrebbe allora dire: perché non razionalizzare mediante la tecnica tutte queste relazioni? Perché in questo caso ciò che sarebbe dato non sarebbe più la vita, ma un «programma di vita». La madre, tramite la sua fiducia senza controllo, e il padre, tramite la sua autorità senza competenza, trasmettono la vita, non trasmettono però la loro comprensione della vita. Trasmettono una vita più grande che la loro comprensione ed è per questo che il figlio non è un prodotto che dominano, ma un altro che gli sta di fronte. E la divisione, il dramma che necessariamente ci sarà nella famiglia è senza soluzioni ed è questo che fa della famiglia il luogo della misericordia. Bisogna bene che ci sia della miseria perché ci possa essere della misericordia. Nell’ultimo discorso dopo il Sinodo, il Papa ha parlato del legame della famiglia e della misericordia. Se sono padre, sto in un’autorità che non ha competenza, dunque sbaglierò, e mi metterò a urlare per dire a mio figlio che non deve urlare; comincerò a scuotere mio figlio per dirgli di smettere di essere violento, gli dirò di non giocare con i videogiochi mentre ho tra le mani il mio telefonino. Sempre si è in questo tipo di contraddizioni quando si è padre, perché non ci sono ricette per la vita, non ci sono soluzioni; la vita non è un problema, è un dramma e un mistero.
Allora cosa può fare un padre che l’esperto pedagogo non può fare? Che cosa può fare il padre che uno che ha il controllo non potrà fare? Domandare perdono, perché il compito del padre non è quello di essere il principio assoluto, non è quello di essere il padre perfetto, perché non è il padre perfetto. Il padre perfetto è il Padre da cui tutte le paternità provengono. Attraverso il suo fallimento, attraverso la sua autorità senza competenza, il padre può volgere suo figlio con lui verso il Padre Eterno. Ed è così che non soffoca il figlio, che non lo intrappola nei suoi progetti, nelle sue valorizzazioni; è così che dà veramente la vita, una vita che lo attraversa, che lo supera, che supera sia lui che suo figlio Ed è così che può stabilire una relazione viva e profonda con suo figlio. Ecco cose sulle quali dobbiamo riflettere al giorno d’oggi, perché la tecnica ci spinge a porre nuove domande. E anche per questo, la nostra epoca è un’epoca meravigliosa per il pensiero, perché fino adesso tutti abbiamo avuto tendenza a cercare soluzioni – la mentalità tecnica e disincarnata ci ha contaminato tutti -, perché ci si rende conto che anche la filosofia ha completamente mancato questa cosa, e anche la teologia. La filosofia ha sempre parlato dell’uomo, dimenticando che c’erano uomini e donne, ha parlato del soggetto autonomo e cosciente di se stesso dimenticando che questo soggetto era prima di tutto un figlio; non si parlava della filialità né in Cartesio né in Kant. E per la teologia è stato necessario attendere molto tempo per il riconoscimento che la famiglia è il luogo della manifestazione dell’immagine di Dio. Questo è scritto nei primi versetti della Genesi e nello stesso tempo è qualcosa che i Padri della Chiesa hanno raramente affermato: è stato necessario attendere Giovanni Paolo II, perché ciò si affermasse con molta forza. Queste nuove questioni chiamano a un rinnovamento del pensiero; ed è per questo che il mistero dell’Incarnazione, il mistero della Trinità, il mistero della Santa Famiglia non sono mai stati più attuali di oggi. Grazie.

 

(Il filosofo francese Fabrice Hadjadj durante l’incontro “Famiglia, alle radici della generazione. Prospettive dopo il Sinodo” che si è tenuto a Milano lunedì 26 ottobre 2015)

Grazie. Buonasera: è la prima parola del Papa! Effettivamente, oggi siamo il giorno dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia. C’è qualcosa che possiamo rimproverare a questo Sinodo. Dico meglio, forse non c’è nulla da rimproverare. Ma se possiamo rimproverare qualcosa, è di essersi qualche volta focalizzato su questioni antiche, o antiquate: questioni molto vecchie come se fossero nuove. Per esempio, ciò che chiamiamo divorziati, risposati. Si tratta di una questione molto vecchia, una questione antica, che si pone già nei Vangeli. Perché nei Vangeli gli Apostoli dicono che se le cose stanno così, è meglio per l’uomo non sposarsi. Abbordando la questione, si vorrebbe pretendere che sia una questione nuova e ci si sbaglia. L’altra questione molto antica è la questione di quelli che chiamiamo «omosessuali». Ci sono sempre stati gli omosessuali, anche se nel passato non venivano chiamati così. E questo modo di essere «invertiti» è esistito anche all’interno della Chiesa, fino ai vertici alti della Chiesa. Non è una novità, è una questione molto antica. Dunque l’errore che possiamo subito denunciare è di aver creduto che si trattasse di questioni nuove. Allora, qual è la questione nuova che pone l’urgenza di queste domande sulla famiglia? Prima di abbordare queste questioni, vorrei fare delle osservazioni preliminari; ci sono, infatti, cose che possiamo rimproverare a noi stessi, e non al Sinodo. Una cosa che possiamo rimproverare a noi stessi è l’aver creduto che eravamo ancora in una lotta ideologica e, per proteggere la famiglia, era necessario combattere delle idee. Per esempio, l’ideologia del relativismo, oppure l’ideologia del gender. È un errore. Non siamo più all’epoca delle ideologie. E credere che si tratti di denunciare l’ideologia del gender è sbagliare. Un’altra cosa che possiamo rimproverarci è di aver pensato che fosse giusto adottare un’ atteggiamento moralizzatore. È l’atteggiamento peggiore di tutti, quello del moralismo compassionevole. Bisogna aver coscienza che oggi, in nome del moralismo compassionevole, si diventa assassini. Bisogna anche ammettere, al giorno d’oggi, che la compassione, a prima vista, non è più dalla parte dei cristiani e che la vera carità appare sotto un aspetto di crudeltà. Noi siamo crudeli, sembreremmo crudeli; bisogna accettarlo. Cosa è successo? Dove siamo giunti? A che epoca siamo? Qual è la vera questione nuova? Possiamo ritornare sulle due conclusioni principali del Sinodo; innanzitutto il richiamo al discernimento. E ciò che dobbiamo fare è tentare di discernere in una situazione nuova, una situazione senza precedenti. E la seconda conclusione del Sinodo è che bisogna ritornare all’Humanae Vitae, perché l’enciclica Humanae Vitae era un’enciclica profetica. Cosa diceva Paolo VI nella Humanae Vitae? Quando Paolo VI evoca gli aspetti nuovi del problema, menziona il problema principale, e dice: «Infine, e soprattutto, l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita». Ciò che attacca al giorno d’oggi le radici del generare è l’innovazione tecnologica; siamo in un’ epoca tecnologica e non ideologica. Il relativismo non è un’ ideologia; il relativismo antico dei greci era una dottrina, ma il relativismo di oggi è una conseguenza del dispositivo tecnologico. Andate alla televisione; bisogna che il vostro discorso sia corto, breve e spettacolare. Un discorso tipo slogan pubblicitario … e bisogna essere polemici. Questa è la distruzione del pensiero e questo impone una forma di relativismo.
Dunque, non è un relativismo dottrinale, è un relativismo che è una conseguenza della tecnologia. Le teorie del gender sono anch’esse un effetto del dispositivo tecnologico, perché questo dispositivo ci fa porre delle questioni, delle domande assolutamente nuove. Ciò che era una necessità per gli antichi diventa una scelta per noi: per esempio, «Volete invecchiare oppure no? Volete essere immortali? O volete piuttosto morire in un meraviglioso orgasmo. Volete avere dei bambini per via sessuale, che è una via un po’ casuale, o piuttosto avere dei figli sani o selezionati in un laboratorio? Volete ancora rimanere nel vostro corpo di carne, o piuttosto moltiplicare i vostri alter ego, o avatar virtuali? Volete ancora stare nel “locale”, mentre potete stare nel “mondiale”»? Volete rimanere nelle relazioni in cui c’è ancora un vicino e un lontano, o entrare nel nuovo tipo di relazioni misteriose, in cui non c’è né vicino né lontano?». Le relazioni informatiche, le relazioni della rete, sono questioni assolutamente nuove. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare la morte, anzi dovevano far fronte al fatto che l’uomo doveva morire. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare che un uomo nasceva da un uomo e una donna; era un fatto naturale che non richiedeva nessuna legittimazione. Al giorno d’oggi, dobbiamo legittimare ciò che in altri tempi era un’evidenza. Questo vuol dire, per esempio, legittimare la morte, vuol dire legittimare la sofferenza. Perché se un bambino nasce da un uomo e una donna per via sessuale può essere handicappato, può soffrire; comunque, dal momento che è nato dai suoi genitori, è necessariamente di fronte a persone che sono incompetenti, perché sono diventati suoi genitori soltanto per l’atto sessuale e non perché hanno avuto un titolo di studio, di competenza pedagogica. Dunque soffrirà e i suoi genitori soffriranno ancora di più. Come rendere legittimo tutto questo? È una domanda assolutamente nuova. E uno che cerca di legittimare la morte, la vecchiaia e la sofferenza sembra crudele. E siccome la Chiesa tenta di legittimare tutto ciò sembra il luogo della crudeltà e non più il luogo della compassione. La compassione sembra che sia dalla parte della tecnologia. Perché – vi si dirà – il bambino che è stato selezionato per via tecnologica potrà meglio adattarsi alla società. E perché si pretenderà di abolire la sofferenza e la morte per via tecnologica. E dunque i cristiani sono ormai i più crudeli. Voi avete già fatto quest’esperienza a casa vostra: per esempio, siete genitori e non permettete a vostro figlio di avere un tablet elettronico. Vostro figlio è persuaso che voi siate un mostro e piangerà. Siccome voi credete di essere dal lato della compassione, alla fine glielo darete. Ma se siete cristiani, dovreste restare dal lato della crudeltà. Se voi avete un figlio, non diciamo handicappato ma che abbia qualche difetto, il figlio potrà rimproverarvi il fatto che non l’abbiate fatto nascere in provetta. Poteva essere Superman e purtroppo è soltanto lui, un adolescente con dei genitori incapaci. Allora piangerà e voi sarete persone crudeli. Il tablet e la provetta sono i due dispositivi tecnologici che distruggono la famiglia. Il tablet distrugge la tavola famigliare: ciascuno sta davanti al suo schermo e non c’è più un luogo dove si tesse la vita famigliare, non c’è più un luogo di convergenza per la famiglia. Ma se voi dite che la tavola è meglio del tablet sembrate reazionari e crudeli. La contraccezione, la procreazione assistita dai medici, la fecondazione in vitro per tutti propone di fare dei figli perfettamente adattati e rende obsoleta la generazione sessuale. La contraccezione – che era la questione dell’Humanae Vitae – era già un dispositivo compassionevole, tecnologico e compassionevole. Compassione nei confronti della donna che non deve essere una donna che porta molti figli, che ha bisogno di essere liberata per diventare un proletario come qualsiasi uomo. E poi mancanza di compassione nei confronti del bambino, perché il bambino non è stato scelto, non è stato concepito all’interno di un progetto genitoriale responsabile. Dunque, si comincia a capire qual è la questione nuova. È l’asservimento della natura al paradigma tecno-economico. È questo il paradigma tecno-economico che assoggetta tutta la natura, compresa la natura umana e specialmente la famiglia come il luogo di comparsa naturale, della natura umana. Per questo, il più grande documento del Sinodo è stato dato prima del Sinodo. È l’enciclica Laudato si’. Questa enciclica opera una critica radicale al paradigma tecno-economico e spiega che non siamo semplicemente né in un combattimento ideologico, né in una questione di moralismo individuale, ma in un cambiamento di epoca, al quale non potremmo resistere se non cambiando il modo di vivere.

 

(Il filosofo francese Fabrice Hadjadj durante l’incontro “Famiglia, alle radici della generazione. Prospettive dopo il Sinodo” che si è tenuto a Milano lunedì 26 ottobre 2015)

 

Fortunatamente devo giungere a una conclusione. Cosa ho cercato di dire? Che l’uomo aumentato è solamente un fantasma dell’uomo diminuito. Il mondo tecno-industriale ci ha privato dei nostri poteri più propri e allora fantastichiamo su un possibile miglioramento vendutoci da quello stesso mondo che ci ha depredati. Il poeta sa vedere nel più piccolo fiore qualcosa di nuovo. Ma ci impediscono di essere poeti, perché essere poeta sarebbe essere sognatore. L’artigiano conosce la gioia di realizzare un bel mobile con le sue mani. Ma ci impediscono di lavorare con le nostre mani, perché si può guadagnare più denaro premendo dei pulsanti, e poi con quel denaro acquistare mobili all’IKEA.

Ivan Illich lo ha scritto implacabilmente: «Fino ai nostri giorni, lo sviluppo economico ha sempre significato che le persone, invece di fare una cosa, diventano in grado di acquistarla. I valori di uso fuori-mercato sono sostituiti dalle merci. Lo sviluppo economico significa anche che, col passare del tempo, le persone devono necessariamente acquistare la merce, perché le condizioni che permettevano loro di vivere altrimenti sono sparite dal loro ambiente naturale, fisico, sociale o culturale». Oggi, ci si spinge fino a dover acquistare un bambino, un nuovo corpo o una morte dolce, e il superuomo è innanzitutto un uomo-merce. E questo ci rivela che le nuove domande a cui abbiamo fatto cenno prima – Desiderate una gallina con i denti? – Non preferite un bimbo perfetto fabbricato in laboratorio? – tutte quelle domande nuove non sono tanto domande ma proposte, commerciali.

Allora un nuovo umanesimo non può che essere un umanesimo che rigetta il «paradigma tecno-economico» prevalente a partire dal diciannovesimo secolo. Non si tratta di rifiutare la tecnologia in quanto tale, ma di subordinarla all’arte e all’artigianato: tenere a mente che fare qualcosa con le proprie mani è più umano e più originale di lanciare un software premendo un pulsante; ricordarsi che la cultura è più nuova dell’ingegneria, perché la cultura, accompagnando le forme date dalla natura, accompagna forme che provengono da un’intelligenza più grande della nostra; affermare che un tavolo familiare è un oggetto tecnico molto superiore a una tavoletta elettronica, e che un letto coniugale conduce più lontano di una navetta spaziale…

So che dicendo queste cose davanti alle forze del progresso, corro il rischio di sembrare ridicolo, crudele e reazionario. Ma bisogna rendersi conto della condizione nuova dell’umanità che adesso, prima ancora di diventare migliore, deve sforzarsi di restare umana. In questo contesto, il mistero cristiano dell’Incarnazione sembra sempre più imprescindibile. La sua lettura ne esce perfino approfondita. Perché, adesso, non si può più soltanto dire: «Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventi Dio», ma si deve anche aggiungere che «Dio si è fatto uomo affinché l’uomo resti umano». Il mistero dell’incarnazione si oppone sia allo spiritualismo che al materialismo tecnocratico e alla loro complicità per svilire il corpo umano come ci è dato. Esso afferma una divinizzazione che non è una disumanizzazione, una trascendenza che ci conferma nei nostri limiti, perché il limite, impedendo una crescita indefinita sulla stessa linea di immanenza, ci invita a un cambiamento di ordine, all’autentica Singolarità.

L’uomo Nuovo per eccellenza non è un cyborg super-performante, ma un carpentiere, nato da una donna in un modo ancora più oscuro, ancor meno pianificato del coito, uno che ha dato infine la sua vita, ha dato la Vita, tra i supplizi più dolorosi, e che, quando risuscita, quando è nella gloria, fa cose troppo ordinarie per essere ammissibili nel campus di Google: Egli cammina coi suoi discepoli, commenta per essi le Scritture, li incoraggia a pescare il pesce, fa un fuoco e perfino cucina sul bordo del lago, come se lavorare con le sue mani, mangiare, parlare, cantare e pregare insieme fosse il luogo della novità eterna, perché luogo della comunione. Se un nuovo umanesimo c’è, non può che essere quello di quest’Uomo Nuovo, sempre nuovo, mai antiquato, perché è l’uomo eterno, più giovane del tempo.
(Fabrice Hadjadj – da una traduzione a cura di Ugo Moschella della relazione tenuta in occasione del Symposium – Una cultura per un nuovo umanesimo, organizzato dall’Ufficio per la Pastorale Universitaria di Roma, tenutosi a Roma, il 25 giugno 2015. Fonte: http://www.gliscritti.it/)

«La nozione di educazione sessuale è problematica, perché la sessualità implica l’esperienza del desiderio e del suo eccesso. Il desiderio sessuale non si educa così come ci si educherebbe alla matematica: non è una semplice forma di istruzione. Si tratta di un desiderio che ci fa sentire non più padroni di noi stessi. Questa esperienza di spossessamento chiede di essere vissuta pienamente, e qui si innesta l’esigenza dell’educazione nel senso di un “accompagnamento” del desiderio. Ma non per contenerlo, spezzarlo, diminuirlo, anzi: per andare fino in fondo. Invece oggi ci sono due modalità di praticare l’educazione sessuale fra loro opposte, ma entrambe sbagliate.
 La prima è la presentazione della sessualità secondo una modalità tecnica, centrata sui temi del rischio per la salute e della pianificazione familiare, per cui nei licei si dice: “Guardate che attraverso il sesso si trasmettono malattie e si possono verificare gravidanze”. La gravidanza è messa da subito sullo stesso piano delle malattie a trasmissione sessuale, e perciò si consiglia il preservativo. Il dono della vita è messo sullo stesso piano di una minaccia di morte, è visto come una malattia. Di conseguenza l’educazione sessuale consiste nello spiegare come si applica un preservativo, come si prende la pillola anticoncezionale o la pillola del giorno dopo, eccetera. Ma questa non è più sessualità, è qualcosa dell’ordine di una masturbazione con partner, di una masturbazione assistita. 
L’uomo è intrappolato dentro al suo stesso piacere, non incontra nessuno, non è in una relazione sessuale che presuppone l’apertura dell’uomo a una donna che desidera a tal punto che gli pare di vedere in lei la strada della sua vita. 
La sessualità è ridotta a un atto consumistico che deve essere gestito secondo una modalità tecnica. Dicendo ai ragazzi: “Fate quel che volete, però proteggetevi”, si trasmette l’idea che il cuore della sessualità non è l’incontro, l’unione, la comunione, ma la preservazione. Infatti la parola ultima è: preservativo. Ciò significa che l’amore viene pensato in termini di preservazione, che la sessualità viene pensata in termini di protezione di sé. Tutto è centrato su di sé, sul proprio piccolo piacere: ci si serve dell’altro come di una cosa. Pasolini ha ben compreso e denunciato questa distruzione della sessualità da parte del consumismo. Dall’altra parte c’è un’educazione sessuale concepita secondo una modalità morale estrinseca. Cioè da una parte si colloca il desiderio sessuale, dall’altra la morale che viene a fare ostruzione. La morale borghese taglia la strada alla sessualità perché la considera come qualcosa di pericoloso in sé. E quindi cerca di controllarla. Dice che ci vuole il sentimento, il rispetto dell’altro, eccetera. Come se, appunto, la sessualità fosse pericolosa in sé e bisognasse aggiungervi qualcosa che in essa non è già presente. La morale non è pensata a partire da ciò che il desiderio sessuale in quanto tale esige per essere se stesso, ma a partire da qualcosa di esterno che viene a contenere tale desiderio. Dunque da una parte abbiamo il tecnicismo, dall’altra il moralismo, ed entrambi sono inefficaci nell’educare i giovani. I quali, quando gli si dice: “Facendo sesso proteggetevi”, tendono a rispondere: “Sì, ma se tanto devo morire e dopo non c’è nulla, perché devo proteggermi? Che cos’è questo aggeggio da buon piccolo borghese, per preservarsi? Dobbiamo morire! Che ci importa dell’avvenire? Tanto vale andare al massimo, bere, ubriacarsi, farsi tante donne. Mi dite che l’Aids uccide, ma io sono comunque destinato a perire, e allora perché dovrei stare nei ranghi?”. Quando gli adolescenti reagiscono al tecnicismo e al moralismo in questo modo, sono in realtà più profondi degli adulti. Dietro una rivolta come questa, anche quando non è esplicitata, ci sono una profondità e un’esigenza di senso che né il tecnicismo né il moralismo possono dare».

«Lo scopo di una vera educazione sessuale, a mio parere, deve essere l’affermazione del desiderio sessuale fino in fondo. E del resto è quello che dice anche la Chiesa. La Chiesa non proibisce certo il sesso, non è repressiva, al contrario: è favorevole al sesso fino alle estreme conseguenze, non con un piccolo preservativo che mi protegge, o con un lieve sfregamento che mi procura un lieve piacere e poi me ne vado di corsa. No: fate pure, ma portate l’esperienza alle sue estreme conseguenze. La morale della Chiesa non è contro il sesso, è la liberazione sessuale che è contro il sesso, perché lo riduce a un atto di consumo. La Chiesa è per la pienezza della sessualità».

 

(Fabrice Hadjadj, 2009 – da un’intervista rilasciata a Tempi in occasione dell’uscita di “Mistica della carne”)