“Shomér, Ma Mi-Llailah?”. “Qualcuno chiama da Seir: ‘Sentinella, quando finisce la notte? Dimmi, quanto manca all’alba?’. La sentinella risponde: ‘Arriva l’alba, ma presto anche la notte. Se volete fare altre domande, tornate di nuovo’.

È il profeta Isaia (Isaia 21,11), che nel contesto della grande profezia sulla caduta di Babilonia causata dai Persiani e dei Medi di Ciro, rielabora
forse un più antico poema sulla caduta di Ninive.

Tutto sta per crollare, gli imperi idolatri dell’uomo che ha estromesso Dio dalla propria vita stanno per essere dissolti, eppure una sentinella nella notte non si stanca di guardare un orizzonte che è già presenza misteriosa di vittoria. Misteriosa eppure presenza viva.

Tra l’alba che arriva e la notte che ritorna. In mezzo c’è tutta l’inquieta esistenza di noi mortali all’affannosa ricerca del senso della vita. Di noi mortali che non facciamo che domandare impazienti che tutto sia risolvibile razionalmente qui e ora, che i nostri disastri abbiano una soluzione alla nostra portata, adesso e non domani. Impazienti ci muoviamo come a tentoni nelle cose terrene, come se il senso della storia fosse una linea orizzontale che non lascia aperti varchi all’imprevista salvezza.

Il nichilismo del “Dio è morto” ci porta a guardare con pessimismo ogni gesto che compiamo e che subiamo. Tanto non ci puoi fare nulla, se non una eroica quanto inutile resistenza.

Ma che senso ha resistere se tutto è destinato fatalmente a non cambiare mai?

La sentinella scruta l’orizzonte per decifrarne la risposta. La sentinella non si stanca mai di guardare, anche quando tutto sembra dire che non ne vale la pena, che occorre rassegnarsi a ciò che ci capita. Che non vale la pena sbattersi. Perché in fondo non ne vale la pena. E allora goditi questa vita, fai ciò che desideri per ubriacarti di felicità di plastica. Pazienza se tutto fuori va a rotoli. Chi se ne importa.

Nel 1983 è Francesco Guccini a proporre una rilettura in musica di Isaia che, rispettando l’originale ebraico biblico del testo, si intitola ‘Shomér, Ma Mi-Llailah?’ Il racconto si svolge in un luogo non ben definito, probabilmente un deserto, e questa sentinella, messa di guardia, viene sorpresa dalla domanda di un uomo (forse un viandante o un pellegrino), appunto “Sentinella, quanto resta della notte?”. La sentinella offre una risposta aleatoria, inconcludente: “La notte sta per finire, ma l’alba ancora non è giunta. Tornate, domandate, insistete!”. L’invito della sentinella a ritornare e domandare infinitamente. Le prime due strofe della canzone servono a collocare e a spiegare chi sia questa sentinella, “guardiano eterno di non so cosa, cerco innocente o perché ho peccato la luna ombrosa“. Quest’uomo, che si percepisce come “l’infinita eco di Dio”, resta immobile a subire il tempo nell’attesa che qualcun altro venga a porgli delle domande come “un lampo secco” o un “notturno grido”. Ma è nella terza ed ultima strofa che si esemplifica appieno il significato maestoso di questa canzone (e del racconto di Isaia) dove, finalmente, il viandante è giunto e la sentinella può lanciare la sua risposta e il suo invito a non stancarsi di conoscere, di ritornare ancora e domandare ancora e ancora. “La notte udite sta per finire, ma il giorno ancora non è arrivato, sembra che il tempo nel suo fruire resti inchiodato. Ma io veglio sempre, perciò insisteste, voi lo potete, ridomandate. Tornate ancora se lo volete, non vi stancate!”.

La canzone si chiude con un’immagine molto gucciniana, che mostra la piccolezza dell’uomo nei confronti dell’immensità del “tutto” e dell’impossibilità di far sopravvivere nel tempo, qualsiasi cosa di umano esista. “Cadranno i secoli, gli dei e le dee, cadranno torri, cadranno regni, e resteranno di uomini e idee, polvere e segni”.

È il finale della canzone di Guccini che contraddice tutto quanto. In tutta questa moria della presunzione di poter vedere il nostro mondo infinito, una sola cosa potrà sopravvivere nel tempo, perché è essa stessa rivelatrice del tempo e valida per il “tutto”: la risposta che non ci sarà. “Ma ora capisco il mio non capire, che una risposta non ci sarà, che la risposta sull’avvenire è in una voce che chiederà…”.

“Se Dio è morto, allora tutto è possibile, ciascuno di noi può sentirsi Dio, può pensare di esserlo”, scrive Carlo Risè, docente universitario ma anche psicoterapeuta con una vasta esperienza sul campo. “La questione centrale non è l’identificazione con il divino, ma la mancanza di confini. Dio è rappresentazione dell’altro. Qualcuno con cui ci confrontiamo e di fronte alla quale riconosciamo noi stessi e i nostri confini. La sparizione di questi confini è un tratto caratteristico della tarda modernità”.

La perdita di questo punto di riferimento e l’abbattimento di ogni confine, come nella procreazione, sono un processo legato alla modernità, che passa dalla rivoluzione scientifica e tecnologica, il mito di Frankenstein, la morte di Dio, di cui parla Nietzsche, la morte della Natura e del vivente. L’assenza di Dio, dei confini che la sua esistenza ci suggerisce e dei doveri che ne conseguono ci spinge ad andare oltre, a varcare ogni limite. È l’esito un po’ infantile di uno sviluppo tecnologico non sottoposto al giudizio etico.

“Abbiamo preso questa strada. Ma non è l’unica. Potremmo sviluppare scienza e tecnica senza eliminare l’ethos. L’etica non è retorica dell’essere tutti più buoni, o confondere l’uguaglianza con l’eliminazione delle differenze, ma la coscienza che, anche senza Dio, siamo tutti sacri. Se non riconosci che la vita è sacra, allora ammazzi, torturi”. Ma perché tutto ciò accada di nuovo non basta l’etica.
Occorre un Incontro. Solo un Incontro può cambiare la vita. Non basta il Dio Creatore del Mondo a convincerci dell’esistenza dell’Altro: occorre sperimentare concretamente nella vita il Dio Risorto.

Questa è l’attesa nascosta dell’uomo di oggi: una sentinella che non si stanchi mai di essere l’eco dell’Infinito. Un Infinito Presenza ora, qui, adesso! Scandalo per la ragione illuminista, ragionevole possibilità per un uomo umile, certezza per chi ogni minuto della propria vita si misura con gli abissi dei propri dèmoni e non si rassegna al fatto che tutto ma proprio tutto stia dentro i confini ristretti dei propri mali. Mai come oggi in questo Occidente decadente sono necessarie tante sentinelle così: nella vita pubblica, nelle relazioni quotidiane, in politica come nel sociale, al lavoro come a scuola. È ora che le sentinelle crescano e non si lascino ridurre in spazi angusti, ai margini della società. Non voci isolate, ma un esercito di sentinelle pronte ad invadere di senso ogni spazio.

 

(testo di Davide Vairani uscito su La Croce Quotidiano)

 

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Una cosa assolutamente folle da fare nell’ordinario, o meglio una cosa assolutamente ordinaria da fare nella follia di ogni giorno, è cantare in auto. Io lo faccio sempre, che sia in autostrada dove nessuno può udirmi e vedermi distintamente oppure mentre vado al supermarket, quindi mostrando chiaramente a tutti questa particolare abitudine. Il motivo per cui lo faccio, oltre all’ovvio amore per la musica (anche se non ho mai avuto la costanza di imparare a suonare uno strumento), è riuscire a odiare un po’ di meno il mondo. Suonerà assurdo, ma è proprio così. Se canto, la mia attenzione è divisa tra dover osservare le indicazioni stradali e non andare fuori tempo, per cui non mi rimangono molte possibilità di insultare l’automobilista che mi taglia la strada o il pedone che si lancia da un marciapiede all’altro senza curarsi delle auto che passano. Inoltre, la musica dona al mio cuore serenità; mi mette, come si suol dire, “il cuore in pace”. Come la preghiera, la musica mi cambia, letteralmente. Per questo penso che la preghiera cantata sia una specie di “bomba” di pace.
Spesso questo metodo risulta però poco economico. Ho la tremenda fissa di non poter lasciare una canzone a metà: devo finirla, che possa cascare il cielo. Di conseguenza, molte volte compio il giro dell’isolato di casa mia anche due o tre volte, per poter terminare il “Dilemma” dell’adorato Giorgio Gaber, o “La Locomotiva” dell’immenso Guccini. Ma quei pochi euro spesi per la benzina sono niente rispetto al piacere che mi provoca accompagnare i miei cantanti preferiti fino alla fine dei loro pezzi. E siccome io non sono in grado di non trovare sempre qualche filosofia dietro a ogni cosa, è per me inevitabile ricevere e fare mie quelle che mi vengono esplicitamente consegnate dagli autori che prediligo. Così, tra un semaforo e l’altro, Gaber mi parla della “gran tenacia che è propria delle cose antiche”, denunciando questa “nuova sorte” che ci costringe ad arrenderci alle difficoltà dell’amore; o Guccini esprime appieno tutta la mia passione amorosa quando canta che vorrebbe “che oggi restasse oggi senza domani, o domani potesse attendere all’infinito”, e lo vorrebbe perché “non sono quando non ci sei e resto solo coi pensieri miei”; o ancora gli Amici del Vento partono all’attacco contro il crudele modernismo dicendo che “la fedeltà a una terra, la fedeltà a un amore son cose troppo grandi per chi non ha più cuore”; o infine quelli de Il Genio si rivelano letteralmente geniali cantando: “Sono sincero, provo il desiderio di averti fragile, zitta come immobile”, mettendo il luce uno dei più grandi rischi dell’amore: voler possedere l’altro come una bambola di pezza.