Lettere a una moglie 2 di Giuseppe Signorin

Ho sempre più dubbi che le vacanze siano una conquista dell’umanità, amore mio. Organizzarle è stress allo stato puro. Al lavoro, prima di staccare, bisogna risolvere un sacco di problemi in fretta. Se poi le cose non vanno come si vorrebbe – e le cose non vanno mai come si vorrebbe -, frustrazione a palla. I ragazzi, fino ai 60 anni, si devastano in ogni modo. I più grandi cercano di realizzare in quei giorni tutti i loro sogni, perché si vive una volta sola. Finite le ferie, mezzi morti, si riprende e c’è da recuperare il tempo perso. Va beh, sono stato un po’ ottimista, ma più o meno le cose stanno così. L’ha detto anche Papa Francesco che l’essere umano non si è mai riposato tanto come oggi ma non è mai stato così stanco e vuoto. Abbiamo mille possibilità e cerchiamo fughe da ogni parte senza capire che il modo migliore di ricaricarsi è fermarsi un attimo e contemplare, ringraziare, fare pace con la propria storia per ripartire più leggeri e al tempo stesso più pieni. O almeno io ho capito così. In vacanza bisognerebbe stare un attimo fermi e rallentare. Anche ritrovarsi la casa allagata è un ottimo modo di passare le vacanze, comunque. C’è andata bene. Soprattutto se poi ci si ritrova meno soli con qualche topolino di campagna (non i “Cugini”) forse incuriosito dal caos domestico. Già nella prima serie di “Lettere a una moglie”, verso la fine, era apparso un topo, “Topo Secret”. Si trattava però di un episodio molto più onirico, mentre il buon Dio per questa nuova serie ci ha riservato qualcosa di ben più reale. Dei simpaticcissimi topini di campagna che vederseli sfrecciare in casa come minimo fa venire la schizofrenia: non saprei come descrivere altrimenti il nostro cambiamento di voce non appena li abbiamo visti. E anche di velocità. All’improvviso ci siamo trasformati in due voci bianche urlanti che saltavano sulle sedie, sul divano… Ma ogni inconveniente porta i suoi frutti. Il primo è “Nuvola”, la gattina bianca con uno scarabocchio grigio in testa che sto addestrando perché diventi una predatrice letale. Una gatta “gattivissima”, per rubare la battuta alla nostra amica Maria Rachele. Il secondo frutto non so ancora come si chiami, ma fra qualche settimana arriva: un’altra gattina, perché a mali estremi, estremi rimedi. E i topini di campagna per quel che mi riguarda sono mali estremi. Altro che i Cugini. Quindi due gatti, amore mio. Anzi, due gatte: su internet dicono che le femmine, per proteggere la prole, tendono a essere più combattive e aggressive soprattutto verso gli estranei. Non avevo dubbi. Lo so, c’è un’overdose di animali domestici, in giro, ma in questo caso Nuvola e chi verrà a farle compagnia sono qualcosa di più: due piccole bodyguard. Già con Nuvola, per quanto sia ancora minuscola, mi sento più sicuro. Dal tuo gattaro preferito per oggi è tutto. Passo e chiudo. Che Dio benedica i nostri animali da guardia presenti e futuri. Ti amo.

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Lettere a una moglie 2 di Giuseppe Signorin

La vita è fatta di dilemmi, amore mio. Accendo il condizionatore così dormo ma quando mi sveglio ho un cane che mi morde il collo e relativo mal di testa o non accendo il condizionatore così non dormo o dormo pochissimo per il troppo caldo ma quando mi sveglio non ho nessun cane che mi morde il collo senza relativo mal di testa? In fila per la Comunione, in chiesa, lascio che mi si superi a destra a sinistra in alto e in basso o taglio la strada a chi tenta il sorpasso e mi tengo il posto? In fila per la Confessione, lascio che mi si vada davanti con una scusa qualsiasi e a volte anche senza scusa o a un certo punto alzo le mani? «Porgi l’altra guancia», consiglia Cristo Amore. È quello che dovrei dire io a chi mi vuole fregare dopo avergli già schiaffeggiato un lato o il senso va interpretato in maniera differente? La vita è fatta di dilemmi, amore mio. «Non sapete che, nelle corse allo stadio, tutti corrono ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!», esortava l’atleta san Paolo. Temo che la gente interpreti sine glossa, alla lettera, i passi sbagliati. Tipo questo. In fila per la Comunione sembra di essere a un GP di Formula 1. In fila per la Confessione, dal medico di base. C’è sempre qualcuno che ha la pasta sul fuoco o un parente in fin di vita e non può proprio aspettare. In fila per la Confessione, probabilmente si potrebbe anche venire alle mani… tanto poi ci si va a confessare. In fila per la Comunione, però, la faccenda è più complicata. La maggior parte delle persone, quando mi precedi tu e stai per uscire dal banco in cui siamo seduti, fa passare anche me subito dietro. Capisce che non voglio rubare niente a nessuno, semplicemente siamo moglie e marito. Però man mano che si procede bisogna fare attenzione: c’è sempre chi fra moglie e marito vuole mettere il dito, che in questo caso significa infilarsi in qualche spiraglio fra di noi, magari in un mio attimo di indecisione, e dire «amen» prima del sottoscritto. Ma questo è il rischio di camminare insieme. La Chiesa non è un affare per solisti. «Ci ha riuniti tutti insieme Cristo Amore», recita un verso di una delle hit più conosciute da noi che frequentiamo certi luoghi. Si va da Cristo tutti insieme. Non stupiamoci di nulla. Anzi, forse il fatto che ci sia chi sgomita per raggiungere il Suo Corpo il prima possibile è uno dei pochi segni di vitalità nelle nostre parrocchie, dove tutto ormai ci parla di quanto siamo diventati borghesi, tiepidi, insipidi, dalle copertine dei settimanali vicino alle porte d’uscita al tono di voce con cui «rendiamo grazie a Dio». Sapere invece che qualcuno è ancora disposto a combattere, fosse anche nel momento peggiore per farlo, è una piccola speranza. Che Cristo Amore apprezzi i nostri residui di agonismo ma li indirizzi un po’ meglio… e abbassi la temperatura di qualche grado… «L’avena è un cereale», mi hai edotto questa mattina a colazione. «Ma dai? Pensavo fosse un cane», ti ho risposto e ho iniziato a ridere come un ubriaco, o uno che non ha dormito perché ha preferito non accendere il condizionatore. Sarò fuori come un balcone, oggi. Ti amo.   

 

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Lettere a una moglie 2 di Giuseppe Signorin

Dal diritto di lavorare fuori casa al dovere di farlo il passo è stato breve, amore mio. Ho letto l’ennesimo post su Facebook di una giovane mamma, forse casalinga, rattristata dal fatto che le sue amiche la trattino come una “privilegiata” perché sta a casa ad accudire i figli e quindi non lavora. Tipica trappola psicologica che fa sentire in colpa chi ha figli e decide di rimanere a casa, come se prendersi cura di casa e figli non potesse essere un lavoro. «Beata te che non lavori…». Certo, non è solo un lavoro, è molto di più, ma non penso sia questo che intendono le zitelle – magari sposate, magari plurimamme, sicuramente emancipatissime, ma comunque zitelle dentro – che se ne escono con espressioni del tipo «beata te che non lavori…». Lo dicono pure alle nostre amiche monache, «beate voi che siete monache…», vorrei vederle a fare la vita che fanno le nostre amiche monache… Monache a parte, non sto insinuando che sia sbagliato lavorare fuori casa, ma la libertà, anche psicologica, dev’essere a doppio senso. Decenni di lotte per combattere un sistema e diventare come i peggio moralisti, che ti fanno sentire male se non fai quello che qualcun altro gli ha messo in testa. Succede per il lavoro, ma non solo. Se una volta, si narra, ti “facevano la morale” perché ci si doveva sposare presto, fare tanti figli, non convivere, non avere rapporti prematrimoniali… oggi è tutto ribaltato. Ho sentito spesso discorsi moralistici sul fatto che ci si deve sposare solo dopo aver provato più di un “compagno” (tipico gergo comunista ihih), dopo aver passato un po’ di anni nella stessa casa, che non bisogna fare più di un tot di figli se no si è irresponsabili e bla bla bla. La lotta al moralismo è sfociata in un moralismo ancora peggiore. I nuovi moralisti sono attorno a noi, ma si sentono meglio, parafrasando un’ormai vecchia canzone di Frankie Hi-NRG MC, o come si scrive. Puntano il ditino e si sentono tolleranti e liberi. Più acidi dei vecchi moralisti. Ma grazie a Dio, Dio ci ama sempre. Dio ci ama senza moralismo. Anche quando vuole che cambiamo. Vuole che cambiamo perché ci ama, non per moralismo, non per puntare il ditino. Dio ci ama tutti. Ama anche le zitelle dentro di cui sopra, non come me che faccio una fatica sovrumana a separare le zitelle dentro dallo “zitellismo dentro”. Ama i nuovi moralisti. Ama addirittura tuo marito, che è peggio di loro e solo raramente ha la grazia di sentirsi tale. Dio ama tutti e ci ama sempre, amore mio. Anche quando sembra non esserci via di uscita, come in questi tempi bui. Come in questa notte oscura del mondo, per parafrasare san Giovanni della Croce oltre a Frankie Hi-NRG MC, o come si scrive. Juan de Yepes Álvarez, il doctor mysticus, il tuo santo patrono 2018, che abbiamo cercato di omaggiare nella nostra ultima canzone, “Mi ami anche di notte”, in cui hai sfoggiato dopo anni la tua loop station, creando una base molto cool. Che Dio ci doni il Suo amore. Yo. Ti amo.

 

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Volevate passare un’estate tranquilli senza la marito-moglie band del supermercato? Non fatelo!

Portateci sotto l’ombrellone (o sotto un pino, a seconda della destinazione) mettendo nel carrello della spesa per le vacanze il libro di “contemplazioni domestiche” scritto dallo pseudo-chitarrista dei Mienmiuaif,Lettere a una moglie (ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Miemiuaif) (disponibile anche in ebook), magari in accoppiata psichedelica con il cd “Quando saremo piccoli” acquistabile in esclusiva nello shop online di Berica Editrice.

Sono più enigmatici della settimana enigmistica.

Sempre vostri,

Giuseppe + Anita

=

Mienmiuaif

 

 

Lettere a una moglie 2 di Giuseppe Signorin

Sei venuta da me tutta trafelata perché avevi visto una cavalletta partorire, amore mio. Mi hai detto che ce n’era anche un’altra. Sulla finestra. Sono rimasto sbigottito. Sono corso a vedere. Non capivo. Guardavo e non capivo. «Ma sei sicura che stia partorendo?». Siccome la realtà non è abbastanza chiara, sono andato su Google perché mi è venuto un dubbio: ma le cavallette non depositano le uova? Le cavallette su Google sì. «E allora secondo te cosa sta facendo?». «Di sicuro non sta partorendo. E poi, se partorisce, la cavalletta junior dove va a finire, cade a terra?». Per qualche istante, nel pianeta terra, le cavallette hanno partorito. So bene quanto le tue certezze modifichino la realtà. Grazie a Dio c’è Google. Questo per dire che il tuo umorismo è geniale e assoluto. E siamo invasi da cavallette. Sui muri, sulle finestre. In agguato, appena usciamo dalla porta sul retro. In agguato, appena usciamo dalla porta davanti. Cosa abbiamo combinato per meritare l’ottava piaga d’Egitto in provincia di Vicenza? Saltano da tutte le parti. Potremmo farle saltare in padella. Hanno il contenuto proteico di una bistecca (fonte Ansa) e pare che siano pure buone da mangiare, magari fritte: Giovanni Battista ne era ghiotto e si dice che in futuro torneranno di moda. Insomma, le interpretiamo come un castigo o una leccornia? Io preferisco il melone, soprattutto d’estate, ma non diamo nulla per scontato. Pensa al porridge, non avrei mai pensato di affezionarmici. Sì, mi sto arrampicando sugli specchi, come la cavalletta pseudo partoriente sul vetro della finestra. Ma non so come dirtelo, che sei diventata bravissima a cucinare. Sono giorni che mi chiedi di comunicarti questa cosa. Spontaneamente. Di più, te la comunico pubblicamente: in cucina, amore mio, stai diventando veramente super. È importante comunicare, fra marito e moglie. E poi tutti devono saperlo: mia moglie è una cuoca eccellente! Anche l’ultima torta gender, il tiramisù senza niente che ricordi un tiramisù ma tutto che ricordi una cheesecake alle fragole, che secondo la ricetta di Benedetta Parodi però è un tiramisù… Insomma, buonissima, amore mio. Ti perdono l’ideologia gender applicata all’arte culinaria. E l’insalata di riso. Per non parlare delle vellutate. A dire il vero, fin dall’inizio del nostro matrimonio il tuo talento tra i fornelli aveva dato segni di vita, sciocco e crudele io a non essermene accorto. Le notissime “patate all’Anita”, che secondo una canzone sessista dei Mienmiuaif sono una “specie di purè”, erano un primo indizio. Ma il talento è pericoloso: ci vuole tanta umiltà, ad accompagnarlo. Perché il dubbio può sorgere: non è che ti sei montata la testa e stai allevando tu tutte queste cavallette per farmi qualche manicaretto? Che Dio abbia cura del mio regime alimentare e Giovanni Battista non interceda troppo. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie 2 di Giuseppe Signorin

«L’animale che mi porto dentro non mi fa vivere felice mai», cantava Battiato, amore mio. Più che un animale, noto che molte persone (a volte pure il punk di tuo marito, come ben sai), si portano dentro un radical chic e vivono ancora peggio che se si portassero dentro un animale. Perché gli istinti animali, le “passioni”, fanno sì soffrire, ma lasciano spazio anche a una certa dose di umiltà. Si chiamano “bassi” istinti, non a caso. Esserne schiavi non è mai del tutto un vanto, ci si sente comunque un po’ terra terra, per quanto della “terra” si assecondi il lato peggiore. Gli istinti “radical”, invece, sono più subdoli. Vanno a braccetto con un atteggiamento pieno di spocchia tipico di chi si sente molto intelligente. Grazie a Dio ti sono rimasti pochissimi istinti radical, amore mio. Forse solo una certa tendenza a idolatrare l’inglese, ma il lavoro che sto compiendo da anni su questo fronte, fin dal nome della band in cui canti, è notevole e sta producendo i suoi frutti. Sei molto più felice di quando eri una studentessa universitaria femminista, mentalmente aperta, convinta che un anno in Erasmus equivalesse a un pellegrinaggio a La Mecca, affascinata da qualsiasi filosofia o religione esotica e new age, tollerante nei confronti di ogni genere di relazione fra persone consenzienti. Io uguale, anzi peggio: ascoltavo musica noise, quindi rumore, soffrendo come un cane perché in realtà faceva schifo, ma almeno mi dava un tono. Certo, non ci sono più le mezze stagioni, e neppure i radical chic di una volta, come li ha definiti Tom Wolfe: la «sinistra al caviale» o il «progressismo da limousine». Ne rimangono diversi esemplari, ma si sono aggiunte delle figure ulteriori, più evolute. Il virus è passato in altre categorie, si è trasformato in qualcos’altro. Non è necessario che c’entrino i soldi o la politica, la quintessenza radical si può fiutare in altri contesti, con forme nuove. La stessa definizione è più fluida. A buona parte degli studenti universitari viene di fatto iniettata una dose variabile di questo virus, credendo sia un vaccino, che poi si manifesta in un modo di pensare omologato e falsamente “radicale”, contrario a ogni limite, alimentato dal sogno di una società libera e liquida. Che ovviamente, in quanto tale, fa acqua da tutte le parti. Una società illuminata e tollerante, ma se qualcuno, per esempio, ha obiezioni sul “matrimonio gay” o sul concetto di autodeterminazione sessuale, ecco, lì scatta l’odio. Anzi, peggio. Lì sono gli altri che odiano. Se qualcuno ha obiezioni sul matrimonio gay, odia i gay. E quindi va eliminato. Non fisicamente, magari, ma verbalmente sì. E le parole sono pietre. Questo è un virus, amore mio. Noi ne stiamo guarendo un po’ alla volta, chiedendo a Dio l’antidoto, chiedendo di farci sentire piccoli. Creature. E già stiamo molto meglio. Perché il radical chic che ci portiamo dentro non ci fa vivere felici mai. Che Dio ce ne scampi. Ti amo.

 

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Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Ma tu lo sapevi che santa Bernadette è rimasta sepolta i primi trent’anni dopo la morte in una cappellina dedicata a san Giuseppe, nel convento delle Suore della Carità e dell’Istruzione Cristiana a Nevers, amore mio? L’ho letto in un saggio di Vittorio Messori, “Ipotesi su Maria”. C’ho messo il segnalibro di san Leopoldo, in quella pagina. La comunione dei santi… Bernadette, come Gesù, trent’anni di vita nascosta custodita da san Giuseppe. Certo, nel suo caso, si tratta dei primi trent’anni di vita eterna, di Cielo, ma il suo corpo terrestre è rimasto lì, in quella chiesetta in cui amava tanto rifugiarsi a pregare, fino a quando non è stato riesumato per l’inizio del processo di beatificazione e trovato pressoché intatto. Nel 1909. Il primo miracolo, l’inizio della sua “vita pubblica”. Bernadette era innamorata di san Giuseppe. Una volta la Superiora la trovò intenta a pregare Maria di fronte a san Giuseppe e le disse che era distratta, che aveva sbagliato statua. Bernadette le rispose sorridendo che la santa Vergine e il suo sposo sono perfettamente d’accordo. San Giuseppe è il santo della vita nascosta e quindi della pazienza. Perfetto, per me, che vorrei tutto subito, che se arrivo alle 13 e 10 a casa e non è pronto da mangiare svengo dalla fame sul pavimento in gres effetto legno, durissimo. Giuseppe è il santo che fa per tutti, soprattutto gli sposi, perché il matrimonio è una vita nascosta per la maggior parte del tempo a tutti, eccetto ai due sposi, e senza pazienza si può trasformare facilmente in un match di Mortal Kombat (tu sei nata nel 1990, non puoi capire, io in quel decennio ero un assiduo frequentatore di sale giochi). I santi sono meravigliosi – Bernadette, Leopoldo, Teresina, Josemaría, Giovanni Paolo, Giuseppe… – me ne sto innamorando sempre di più. Non nel senso in cui amo te, ovviamente (meglio precisare, con le mogli), ma i santi sono davvero una presenza insostituibile nella vita di un cristiano. All’inizio del cammino di conversione non li capivo. Non avendo pazienza, pensavo di doverli imitare subito tutti. Immagina che caos nella mente del tuo martire/marito. Un po’ alla volta il buon Gesù e la Sua Mamma mi hanno dato una mano a entrare in relazione con loro. I santi sono Vangelo incarnato, nelle diverse generazioni, nelle diverse situazioni, nei diversi luoghi e stati di vita. Insegnano a vivere. Sono essenziali. Non vanno imitati come pappagalli, per cui se san Francesco si è spogliato davanti al suo Vescovo io devo fare lo stesso con mons. Beniamino, di Vicenza. No, le storie dei santi vanno ascoltate, meditate. Devono entrare in circolo, nel sangue. Come il Vangelo. Solo così possono agire in maniera originale nelle nostre vite. E san Giuseppe prima di tutti, lui ci aiuta più di tutti, ci guida, ci protegge, ci custodisce. E prima ancora la Mamma. Lei è fuori categoria. Lei ci porta Gesù. Ma è tutto un gioco di squadra. Il corpo mistico della Chiesa. Mi scoppia la testa solo a pensarci. Grazie a Dio ho una valvola di sfogo nelle canzoni… Dove dirotterei altrimenti tutto il folle amore che Dio mette in circolo con i suoi santi, se non in pezzi come l’imminente “Sei più bella di un cantiere”, la nostra canzone d’amore edificante per la terza età? Sì, perché anche quando sarò vecchio, se ci arriviamo, voglio avere la forza di sussurrarti parole d’amore come quelle che fra qualche giorno canterai nel prossimo videoclip dei Mienmiuaif. Che Dio continui a operare nella nostra relazione, che ci benedica, che benedica il nostro lavoro, la nostra missione, il nostro matrimonio, perennemente in “lavori in corso”. Ti amo.

 

Se ti è piaciuta la lettera, vuoi aiutare i Mienmiuaif e sei interessato al “prequel”: Lettere a una moglie #1 😎