Oggi, festa della Madonna del Rosario, è anche l’anniversario di matrimonio dei nostri amici Nicolò e Giulia (in foto qui sopra)!!! Siamo legati a loro per tanti motivi, fra cui Medjugorje e il libro che Giulia ha pubblicato nella collana UOMOVIVO, a cura dello pseudo chitarrista: Guida bioetica per terrestri. Da Fulton Sheen al cybersesso. Di seguito vi proponiamo un breve ma densissimo estratto. 

Giurare fedeltà davanti al sacrificio della Croce significa protendere alla permanenza definitiva; esser-ci qui ed ora in eterno nonostante tutto ciò che sei, sarai e diventerai. Questo è il sì per cui “vale la pena” letteralmente: tu marito, tu moglie, «giogo soave» o spada di Damocle, varrai tutte le pene che sceglierci comporterà, qualunque sarà causa di sofferenza, essa risponde alla consapevolezza appesa all’ingresso della nuova Casa abitata col matrimonio, di Colui che lì ha espiato per la miseria dei suoi figli.

Quando la tempesta arriverà, turbando i cuori di timori, insicurezze, paure fa, caro marito, che il tuo risollevarti sia anche il mio e io mi occuperò che il mio sia anche il tuo. Quando le turbolenze ci chiederanno prova del nostro amore coniugale, della nostra fede che oggi ha sigillato una misera promessa umana, che essa sola nulla potrebbe, ti prego, caro sposo, ti prego fratello e amico, di invitarmi a guardare la croce: ce lo siamo detti più volte che le nostre mani in questo giorno sono fuse sulla croce che abbiamo deciso di abbracciare, sull’amore più grande che in lei si fa memoria, quello di dare la vita per amore. Così, la mia preghiera è la promessa di un impegno a levare lo sguardo, sapendo che la tentazione di abbandonare l’uno o l’altro magari quando malati, burberi o banalmente un po’ meno carini, sarà in realtà la tentazione di abbandonare la Croce. Inginocchiamoci insieme davanti a questo Amore, mai stanco dei nostri errori, pronto a perdonare la nostra tiepidezza. So che un simile impegno abita il tuo cuore e per questo non temo nulla, grande è la fiducia e con essa la speranza che ho riposto nella nostra unione, nuova alleanza, nuova Casa. (Estratto di un articolo di Giulia inserito nel libro ma pubblicato anche da Famiglia Cristiana: lo trovate intero a questo link).

Con la contrizione dell’Io riusciamo ad accedere all’oasi desertica che può refrigerarci nel pellegrinaggio familiare, elevando i doveri positivi della scelta totalizzante di farsi carico reciprocamente della sofferenza sulle spalle della prova, inclusa nel pacchetto nuziale giurando fedeltà nel bene e nel male. Certo, nessuno ammette sia facile, anzi ci chiede di essere funamboli sospesi sul vuoto di bivi laceranti la coscienza, contro i quali si scagliano l’ego e l’istinto di proseguire l’autostrada diritta del godimento “vivi e lascia vivere”, evitando i tornanti nauseabondi. Eppure l’equilibrio si fa precario perché quando ci prepariamo al matrimonio non educhiamo la nostra persona al sacrificio; alla conversione del patimento in offerta, possibile solamente con la grazia trasmutativa del dolore in abitacolo caritativo. D’altronde, per quale ragione storie di vita vissuta nella santità, come quella di Chiara Corbella Petrillo e suo marito Enrico, ci commuovono e tolgono il fiato mettendo in discussione ogni cellula del nostro organismo, trainando alla luce del sole le più recondite angustie da combattersi in un pugilato contro noi stessi? Perché sono la testimonianza che l’oblazione è possibile, a disposizione di tutti. E la donazione è sconvolgente.

Giulia Bovassi, “Guida bioetica per terrestri”

Nuovo video della cantante dei Mienmiuaif sul suo canale YouTube! Lo trovate a questo link 🙂

Vi presento la mia amica Giulia Bovassi, una giovanissima sposina di Padova che dedica la sua vita alla bioetica. Da una prima laurea in filosofia ha avuto il coraggio di fare un passo in più verso la bioetica, che ha studiato a Roma, dove ha scoperto che filosofia, etica e medicina possono essere in sintonia con la fede. Ora è ricercatrice, insegna, è autrice di articoli e libri per importanti università e per l’UNESCO. È suo il libro che tengo nelle mani: Guida bioetica per terrestri. Una guida rivolta a tutti che aiuta ad approfondire temi come la castità, la contraccezione, la fecondazione assistita e molto altro. Giulia ne sa a pacchi!!!!

Anita

Trovate Guida bioetica per terrestri di Giulia Bovassi su Amazon a questo link

Articolo di Giulia Bovassi uscito sul suo blog Kairos

Ormai la notizia islandese, sulle preferenze qualitative dei cittadini del Paese, non fa già più rumore, eppure è un problema onnipresente e diffuso globalmente, visibile in piena piazza fra giochi di luci ed ombre, nella caotica era della velocità e della nebbia multicolore. Per chi si fosse perso la notizia, l’Islanda ha provocato un rumoroso vociare disgustato annoverandosi il Paese più vicino alla realizzazione di una comunità “down free”, ovvero dove i nascituri ai quali viene diagnosticata la Trisomia 21 vengono, quasi nel 100% dei casi, abortiti grazie all’efficacia delle procedure di screening prenatale. L’Islanda non è sola, con lei anche Danimarca e Regno Unito vantano una selezione accurata fra i concepiti a discapito di quelli meno idonei.

Nell’inchiesta condotta da CBS – che ha acceso i riflettori sul caso islandese- una ragazza affetta da Sindrome di Down, Elaine Quijano, nell’intervista ha dichiarato che il grosso ostacolo fra “chi è come loro” e chi non vuole loro, è un problema ottico: i normali vedono la differenza e non la persona. L’inganno della vicenda -e credo sia il punto di partenza di questa corsa all’umano ideale (o ideologico)- è la visione che abbiamo di noi stessi in termini individuali e di noi stessi come collettività. Per quanto l’ovvio rimando all’aborto nell’immagine di strade, negozi, scuole, chiese, senza persone down, sia inevitabilmente in prima linea se si vuole condurre una discussione concreta e quanto più possibile realistica del problema, dobbiamo chiederci: fino a che punto ho coscienza di chi sono? Non vado fuori tema se sposto il palcoscenico dall’aborto selettivo, dall’eugenetica, all’uguaglianza. La storia di Charlotte (Charlie) Helen Fien, è quella di una ragazza di 21 anni affetta da Sindrome di Down che con la sua voce ha portato un messaggio urgente alle Nazioni Unite: per favore non desiderate un mondo libero da persone come me. La giovane è stata convocata a Ginevra, nel mese di marzo, in occasione della “World Down Syndrome Day 2017” per presentare il suo appello, nato dopo aver visto un video-documentario della BBC del 2016 intitolato «Un mondo senza la sindrome di down». Turbata e arrabbiata da quanto visto nel programma televisivo, nonché dalle statistiche sopracitate, decise di esporsi con una lettera inviata alla Camera dei Lord della Gran Bretagna, la quale a sua volta prese l’iniziativa di trasmettere il discorso al Comitato dei Diritti Umani delle Nazioni Unite, fino ad arrivare a Ginevra, sede che vide Charlotte protagonista.

«Buon pomeriggio, il mio nome è Charlotte Helen Fien. Ho 21 anni e ho la Sindrome di Down. Nel 1940, i Nazisti decisero di disfarsi di tutte le persone disabili: più di 200.000 individui disabili sono stati uccisi, inclusi molti bambini con la Sindrome di Down. Oggi sta accadendo la stessa cosa. Un test che controlla la presenza della Sindrome di Down, viene utilizzato per debellare (uccidere) tutti i bambini con la Sindrome di Down. In Islanda, Danimarca e Cina non un solo bambino con Sindrome di Down viene alla luce da molti anni: parecchi anni. L’obiettivo è cancellare le persone con questa Sindrome nel futuro. Questo mi fa arrabbiare e mi rende molto triste. Io ho la Sindrome di Down. Non sto soffrendo. Non sono malata. E nemmeno nessuno dei miei amici che ha la Sindrome di Down sta soffrendo. Viviamo tutti vite felici. Andiamo al pub, andiamo a cena a casa della mia amica Aimee, abbiamo fidanzati, facciamo programmi, stabiliamo obiettivi per il futuro! Abbiamo solamente un cromosoma in più, siamo ancora esseri umani. Non siamo mostri. Non abbiate paura di noi. Siamo persone con differenti capacità e forza. Non provate pena per me, la mia vita è eccezionale! I miei progetti sono trovare un lavoro che amo, amo il golf e mi piacerebbe insegnare ai bambini a giocarci. Gioco a golf da quando avevo 6 anni. Un giorno voglio avere una vita indipendente e mantenermi col mio lavoro. Già viaggio da sola in diversi posti, anche all’estero. Non abbiate paura di me non sentitevi dispiaciuti per me. Sono proprio come voi, ma in modo differente. Ho un cromosoma in più, ma non mi impedisce di godermi la vita. Per favore, non cercate di ucciderci tutti. Non consentite questo test. Se lo consentirete non sarete migliori dei Nazisti che uccisero 200.000 persone disabili. Ho il diritto di vivere e così anche la gente come me.»

La testimonianza di Charlotte, e le statistiche drammaticamente alte, hanno suscitato numerose polemiche di cui la maggior parte di sdegno nei confronti di una “nuova eugenetica hitleriana” nei confronti delle persone con questa Sindrome. Si pensi ad esempio alle accuse -sostenute da migliaia di persone- lanciate alla CBS dalla famosa attrice americana Patricia Heaton, la quale con un tweet postato per controbattere il servizio sull’estirpazione islandese della Sindrome, ha risposto che non è la Sindrome ad essere sconfitta, ma i suoi portatori ad essere eliminati. Non solo stelle di Hollywood, ma anche profili che da tempo si dedicano a questo tema, verificandone i numeri e i dati nel tempo e nello spazio, come ad esempio Roberto Volpi, statistico e autore del noto volume “La sparizione dei bambini down. Un sottile sentimento eugenetico percorre l’Europa”, non desistono dal denunciare “preoccupante” la situazione attuale e la sensibilità scientifica a riguardo, a discapito di una ragionevole speranza invece per quella popolare che – come nel caso britannico- insorge in opposizione all’evidente aumento che un test del Dna a rischio zero comporterebbe sulla scelta abortiva (si parla del 90-92%). D’altra parte egli prevede una consistente difficoltà nell’ipotesi di un futuro completamente esente da persone Down (come invece parrebbe riproporsi la Danimarca entro il 2030) anche solo per il fatto che, nonostante la capacità di questo test, molte donne giovani probabilmente non vi si sottoporrebbero o opterebbero comunque per l’amniocentesi (il che significa numero crescente di aborti anche di bambini sani), ma drasticamente carente quello sì. Interessante quanto sottolineato dall’autore: la società sembra muoversi verso una realtà/un mondo “Down free” spinta dall’ossessiva obbligatorietà personale di avere prole perfetta, rifiutando la possibilità di accollare a sé un’infelicità cronica dovuta alla Sindrome. L’ingegneria genetica aveva dato una speranza ulteriore rispetto a quella di norma dovuta all’umanità, per una risoluzione alla malattia (non al malato), ma ciò si è trasformato in un impegno preventivo con la diagnosi prenatale in guerra contro la messa al mondo di esseri umani condannati all’infelicità. I fatti però e le percentuali mostrano piuttosto la felicità e il progressivo, veloce, miglioramento della vita di queste persone, le quali non solo sanno desiderare la loro condizione, ma insegnano/testimoniano le radici della tolleranza e della non-discriminazione.

La nostra sensibilità ha necessità di essere toccata dall’urgenza di un impegno attivo, culturale, scientifico, educativo e sociale, sul tema dell’uguaglianza e quindi della disuguaglianza. «Noi scienziati sappiamo che (…) la sopravvivenza dell’umanità dipende dall’accettazione da parte di tutte le nazioni di precetti morali che trascendono qualsiasi sistema e qualsiasi speculazione teorica», così Jerome Lejeune, genetista, medico della vita, scienziato e scopritore della Sindrome di Down, profetizza i contenuti della nostra presenza attiva. La responsabilità a cui tutti siamo chiamati è di veicolare l’incommensurabile valore e dignità dell’essere umano, della persona umana, indipendentemente da distinzioni di sorta. La società odierna è un contesto fecondo, provato –come ogni epoca- dagli errori passati e quelli presenti, ma allo stesso tempo audace e innovativo. Siamo nell’era tecnologica, dove l’essere umano ha spinto se stesso oltremodo per dare all’umanità il bene verso e per il quale ciascuno di noi tende quotidianamente. La preziosità del patrimonio culturale e scientifico è parte della bellezza che ci è dato custodire e appartiene al principio del bene comune, secondo il quale la società tutta ha come finalità il ripristino continuo di quelle condizioni tali per cui il singolo membro possa raggiungere la sua perfezione in maniera piena e sentendosi tutelato. D’altra parte la stessa biografia di una grande figura come è stata la vita di Jerome Lejeune ci ricorda anche che ogni nostra azione, se non porta in sé lo spessore di un passaggio successivo a sé, un’apertura al destino comune di tutti gli uomini, all’appartenenza a questo come fosse la propria casa e contemporaneamente la casa di ognuno, qualunque suo scopo sarà uno scopo finito, senza lo slancio vitale della bellezza. Per poter costruire secondo giustizia, pace, verità, libertà e amore occorre l’assunzione di responsabilità ispirata dallo stesso umanesimo integrale e solidale e lo si può fare cominciando col riconoscere lo spessore dell’impegno sociale: la centralità della persona umana, cuore della dottrina sociale della chiesa, la sua natura, il suo posto. La tecnica e la ricerca pongono sempre nuovi dubbi all’uomo sulla posizione che gli è dato ricoprire, rappresentare o assecondare. Egli ha bisogno di sapere verso quale direzione sta conducendo il senso dei suoi perché, ha bisogno che queste giustificazioni non lo trattino come agente passivo, amorfo e manipolabile. Ha bisogno di vedere protetta la sua natura, con essa quindi l’intangibilità della dignità sulla quale, noi uomini, abbiamo solo il potere di un riconoscimento. La grande sfida che incatena la nostra coscienza e il nostro dovere morale oggi è un paziente, ma determinato, lavoro di livellatura tra le insenature relazionali problematiche insorte fra la tecnica e l’uomo, il progresso e il Bene come principio e fine di ogni nuova partenza scientifica, e tra le aderenze di questo rapporto «il bene comune deve intendersi come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale» ovvero quel comune destino dell’umanità non può divincolarsi dalla legge morale naturale e dall’unitotalità della sua natura, evitandone in questo modo ogni probabile sopruso o abuso legittimato, ogni conversione da qualcuno a qualcosa, da soggetto a oggetto. La Dottrina ci ricorda che «la Chiesa ha inteso anzitutto tutelare la dignità umana di fronte ad ogni tentativo di riproporne immagini riduttive e distorte; essa ne ha, inoltre, più volte denunciato le molte violazioni», ed è quanto può accadere se l’innovazione, quando costituisce cosa in sé buona, viene stravolta nella sua finalità per ledere i diritti altrui. Dio ha creato l’uomo per se stesso, affinché riconoscesse nello sguardo dei suoi simili lo stesso gesto d’amore che ha dato vita alla sua vita, in questo poi ritrovasse l’uguaglianza e l’appartenenza. Ci sono molte spinte, nella nostra società, concentrate a comprimere la distanza fra l’uomo-artefice e la tecnica-strumento: non è un fenomeno straordinario quello che sottomette l’artefice alle sue creazioni soggiogandolo o annichilendolo. Lo stesso mortale i cui limiti sono divenuti eccezioni, vuole raggiungere quello che ha smesso di cercare in Dio: la soluzione alla sua natura. Nell’orda individualista e relativista, dobbiamo sentirci chiamati a calare nuovamente la persona nella sua totalità e nella sua intersoggettività comunitaria organica, come singolarità unica e irripetibile, libera nella sua responsabilità, aperta alla trascendenza e pensata per la socialità.

Charlotte Helen Fien, giovane donna di 21 affetta da Sindrome di Down, nella purezza e umiltà, chiede a noi tutti, suoi simili, di riconoscere i punti sopracitati ai quali non negheremmo mai il nostro assenso. Credo fermamente che, prima di affinare il nostro giudizio sulla liceità o immoralità di una scelta, sia indispensabile soffermarsi sull’incommensurabilità della creatura umana, come lo è Charlotte, tutte le persone con la medesima Sindrome e come lo siamo noi, tutti noi. «Le persone handicappate sono soggetti pienamente umani, titolari di diritti e doveri»: Quando abbiamo smesso di riconoscerci? La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, proclamata dalle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948, ha posto la sua radice nella dignità di ogni essere umano. Quando il più piccolo degli uomini soffre perché sente minacciata la sua vulnerabilità, è opportuno chiedersi: che cultura stiamo coltivando? Quale crescita scientifica, antropologica ci identifica? Scuote i cuori percepire l’allarmismo di una minoranza che accusa il timore di non essere tollerata, accettata e valorizzata. Guardando ai preziosi principi di solidarietà e sussidiarietà a noi cari, dovremmo ripugnare che nell’era del progresso e della genialità ritornino a bussare alle porte delle nostre coscienze episodi in cui alcuni uomini decidono sui diritti fondamentali di altri uomini perché considerati anormali o inutili, poco produttivi, infelici o sofferenti, addirittura scomodi per il proseguimento dei nostri interessi privati, quando in ragione a quegli stessi principi dovrebbero essere i corrispettivi doveri al rispetto incondizionato, all’aiuto e al sostegno reciproco, dell’interdipendenza globale ad aspettare sull’uscio di casa. Siamo tutti poveri e in debito fra noi: la nostra natura intelligente non primeggia, ma segue la sua fragilità. Ecco che, tornando alle parole iniziali di J. Lejeune, l’ingegno è diretto al bene quando la finalità è compiersi per la Verità, il Bene e la Giustizia, per l’uomo e non contro l’uomo, favorendo selettive ideologie eugenetiche o discriminatorie, anche se questo dovesse costare la persecuzione. Pericolose derive disumane oscurano la possibilità di adempiere al bene, nella carità, nella diversità: una società per l’uomo non può includere criteri socialmente condivisi di scarto pur restando fedeli al principio di uguaglianza e parità di diritti e dignità per ciascun individuo. Non è questo ciò che si verifica in alcuni Paesi dove si prospetta un futuro senza Sindrome di Down, senza l’altro, offendendo così coloro che in quella loro particolarità si identificano senza riserve ed anzi insegnano ai “normali” che è nell’imperfezione e solo in essa che tutti ci riconosciamo uguali. Da mali come questo, ovvero condizioni sociali in cui una tipologia di uomo occupa impropriamente uno spazio adibito al dono, affinché l’uomo non si senta solo con altri come lui nei quali gli è dato riconoscersi senza possedersi, dobbiamo ritornare alla domanda precedente: chi siamo? Quanto costa questa normalità che ostinatamente compriamo o cerchiamo? Chi ha l’autorità per segnare un discrimine credibile? La risposta è che, proprio a ragione del fatto che tra di noi si riflette l’intesa di uomini identici in natura, di persone e non di individui, risulta impossibile per chicchessia conferire ad altri ciò che di cui non ha padronanza, che non gli spetta e di cui non dispone. Se fosse diversamente vorrebbe dire che la civiltà di questo secolo avrebbe fra i suoi principi fondamentali la funzionalità e l’utilità, più che la dignità, l’uguaglianza e la libertà. Vorrebbe dire che esistono premesse pericolose per un futuro non più a misura d’uomo, ma a misura della sue potenzialità. È bene che si inizino a dare delle risposte esistenziali e antropologiche finché l’individuo può ancora vedere il guscio fittizio di un’identità comoda poiché smembrata, così che possa sentire viva l’esigenza di definirsi di nuovo mortale e perfettamente sbagliato così come natura vuole.

Abbiamo il dovere morale di seminare instancabilmente la bellezza dello sguardo dell’altro, dell’umanità. È il compito dell’età postmoderna quello di rieducare alla natura umana, senza che per questo venga meno per alcuni il diritto di essere umani così come sono, rassicurando allora i popoli sull’impercorribilità di ideali disumani di prevaricazione e violenza. Charlotte ci chiede di non avere paura di loro, facciamo in modo che neanche loro debbano avere paura di noi, perché la loro casa è la nostra casa.

Un bellissimo articolo di Giulia Bovassi uscito sul suo blog Kairos

 

Gli effetti esteriori della vera sventura sono quasi sempre cattivi e quando li si vuol dissimulare, si mente. Ma è proprio nella sventura che risplende la misericordia di Dio; nel profondo, nel centro della sua inconsolabile amarezza. Se perseverando nell’amore si cade fino al punto in cui l’anima non può più trattenere il grido: «Mio Dio, per­ché mi hai abbandonato?», se si rimane in quel punto senza cessare di amare, si finisce col toccare qualcosa che non è più la sventura, che non è la gioia, ma è l’essenza centrale, essenziale, pura, non sensibile, comune alla gioia e alla sofferenza, cioè l’amore stesso di Dio.
Simone Weil

 

Quante cose possono accadere in sessanti minuti? Ero a Messa, nel solito paesino accanto al mio, dove amo andare sentendomi in pace quando sosto tra i banchi e molto ricca una volta vicina all’uscita. Generalmente si incrociano gli stessi volti, che è poi il bello dell’intimità, quello di arrivare da due strade ad un unico arrivo. I punti di contatto, quei frammenti di interazione spiccia abbandonati a stantie cadenze di rapporti antiquati! Quindi ero seduta nel posto accanto alla mia vita, la parte che ero ben disposta a consegnare per concludere e iniziare di nuovo una nuova settimana, diciamo pure che ero lì, come ogni uomo, a cercare la consolazione di Dio alle mie preoccupazioni. Entra una coppia, marito e moglie, sui cinquanta circa. Lui aiuta lei a camminare con molta pazienza; lei coperta da un abito lungo, leggero, chiaro come la sua pelle e un cappello bianco in testa, che ne nasconde la rasatura, lentamente si aggrappa al banco. Lentamente giunge alla sua devozione: si inginocchia, a capo chino sorride, saluta e loda. Il suo corpo debole prega con lei. Davanti un uomo/ragazzo, con evidente disabilità. Lui è una presenza certa: tutti noi lo notiamo perché, tra i fedeli domenicali, insegna a tutti la spontaneità, l’impossibilità di essere differente da sé. E’ il più genuino, il più umile. La donna batte sulla spalla del ragazzo, ne nasce un sorriso fraterno. Si salutano e in qualche modo creano per noi un punto di contatto estraneo. Io ero sempre ferma al mio posto, ma il volume della mia vita, seduta poco distante, gradualmente più leggero. Osservando l’umiltà di una donna, presente per amore nella sofferenza del suo peso, ha tolto al mio macigno l’immobilità dandomi la forza interiore per spostarlo dal timore alla speranza. Vedendo la percorribilità della sua salita, ho appianato la mia scalata. Ecco perché esiste il sofferente: per insegnare ad assistere se stessi senza disperare. L’angoscia è zuccherina, serve a ingoiare le fatiche, a camuffare il sacrificio in un male in sé, nasconde il bene che l’uomo intravvede appena. Quando siamo esterni alla prova, compatiamo; quando la prova è in noi urliamo a Dio dov’era quando versavamo lacrime. Eppure nasciamo dalle fatiche di una madre, il nostro debutto nella vita passa mediante i pugni di una partoriente, che geme con un dovere gratuito, sciolto, libero.
Due casi, una donna e un uomo con deficit evidenti. Per noi sarebbero due inutilità eliminabili, gravose, ma senza quel quadro d’umanità chi avrebbe tamponato le mie ferite? Gli “imperfetti” socialmente sfrattati dal centro alla periferia dello stimabile, sono la nostra sfida al coraggio di essere piccoli.

L’amore-nonostante- tutto, diversamente dall’amore-perché-tutto, chi se non una voce creata potrebbe dirlo verso il suo Progettista? Loro servono a ricordare a noi, giganti del benessere cronico, che cadere non è l’ultima mossa, si può chiedere aiuto.

Quanta devozione dentro un limite. Con loro, mediante la loro libertà, risaliamo in superficie. Questa mattina all’ingresso della Chiesa ho portato la mia croce; questa mattina all’uscita dalla Chiesa ho abbracciato la mia croce: in un’ora due estranei, bisognosi e per questo vivi, mi hanno ricordato la bellezza. Una società che sopprime l’errore, ha automaticamente scelto di non voler essere salvata.

Nell’universo della ricerca robotica maschile e femminile sono differenze ineliminabili ed anzi diversamente utilizzabili a seconda dell’immaginario acquirente “tipo”. È questo il caso della “nascita” di Sophia, robot umandroide, nonché traguardo più avanzato dell’IA (Intelligenza Artificiale), ideato dall’azienda americana Hanson Robotics, specializzata in creazioni robotiche con lo scopo di rendere il futuro migliore (sembrerebbe opportuno chiedersi a chi), che già nel 2015 aveva scosso la pacatezza comune presentando la versione maschile a mezzo busto del robot parlante. Se ci si presta ad osservare questi quasi-umani da una buona distanza nulla renderebbe meno ovvia la logica corrispondenza tra le fattezze robotiche e quelle umane, cosa che, altrettanto evidentemente, dovrebbe venir meno avvicinandosi e ancor più interagendo, ma non è così. Sophia, infatti, ha una pseudo pelle siliconata liscia e rosea, piacevole al tatto; indossa outfit informali; è abile nella conversazione, intrattiene, pone quesiti esistenziali e cambia espressione del volto, riuscendo nella comunicazione non verbale. Volendo essere precisi, Sophia può simulare 62 differenti mimiche facciali e, grazie alle microcamere installate all’interno dell’organo visivo, è in grado di entrare in contatto diretto con l’interlocutore mediante relazione oculare, parimente a un individuo della specie umana è capace di coglierne le reazioni (o le risposte) emotive, lo stato d’animo, entrando in maggiore confidenza durante lo scambio verbale.

 

Potete leggere l’articolo completo di Giulia Bovassi sul suo blog Kairos a questo link

(bellissimo articolo della nostra amica bioeticista Giulia Bovassi uscito su Notizie ProVita)

«Questo mondo non è per noi», «Siamo figli di una generazione morta». In pochi mesi 130 ragazzi si sono tolti volontariamente la vita seguendo le regole di Blue Whale, un horror-game russo che, insieme ad altri giochi online simili, sembra stia raccogliendo adepti anche in Italia. Lo scopo è il suicidio, un traguardo raggiungibile attraverso 50 tappe giornaliere autolesioniste, da superare e testimoniare sul web con scatti da condividere, l’ultima delle quali ordina di trovare l’edificio più alto e saltare. Le indagini aperte sul caso stanno rivelando un gran numero di “club dei suicidi”, uscite d’emergenza per vite stanche il cui senso è perduto, che trovano nel suicidio l’inganno risolutivo alla loro sofferenza, ai problemi e al silenzio assordante, pesante e padrone.

Ingenuità assurda sì, ma per chi?

Fin troppo spesso la società che abitiamo impone un veto sulla morte intesa come momento-destino universale, come compimento. L’alternativa succulenta è barricarsi dall’idea del decesso come dato di fatto accidentale e non-programmabile, per farsi carico di un’eterna giovinezza, quello stile di vita abile ad assecondare desideri, pianificazioni e poco aperto all’accidente imprevedibile, sgradevole. Disdegnare il termine ultimo della nostra natura è l’ostinazione a perpetrare l’illusione di esserci creati onnipotenti, un concetto che cozza profondamente con il costante venir meno della nostra perfezione.

Il suicidio (non solo tra i giovani) è divenuto un fatto di cronaca nera al quale purtroppo ci stiamo abituando: ogniqualvolta se ne sente notizia l’istinto ci attanaglia dapprima in un profondo rammarico e successivamente nell’inconscia e, forse ingestibile, tendenza a pensare noi stessi, esterni ai fatti, come potenziali salvatori di quella persona e della sua libertà che, a torto, coloro i quali cercano supporto legittimo-giustificativo a questo coraggio, citano come pienamente compiuta ed espressa. Prendere atto di questo colpo di petto che la tragicità suscita appena giunge nelle nostre case, è un sintomo chiaro del disagio comportamentale e concettuale che vige attorno al morire quando si tratta di porlo in atto piuttosto che subirlo, ovvero quando esce dal naturale per entrare nel nostro dominio.

Senza soffermarsi sul contesto specifico di Blue Whale, comprensivo di numerosissime ramificazioni e intrecci fitti e personali, si può affermare in termini generali che sempre, evidentemente, azioni estreme sono portavoce di un background soggettivo pericolosamente vulnerabile e sofferente. La figurazione del travaglio che ha condotto sino al suicidio è una solitudine disarmante e l’insopportabile mancanza del necessario. Per noi spettatori non è indispensabile colpevolizzare, ciò che si prospetta come urgente è il pensiero che al mondo vi erano possibilità d’amore disponibili, vi sarebbero state. Emerge il contraddittorio fra il vociare altruistico che rimanda all’essenza dello spirito comunitario e il sostegno concreto che si pone dinanzi al malato, alla sofferenza/dolore e alla morte dovuta a mancanza di salute psico-fisica (eutanasia; suicidio assistito).

«Io lodo la mia morte, perché giunge a me quando io voglio», la profezia del buon Friedrich Nietzsche piace e attira, ma non è reale: lodare l’abbandono perché confacente all’autodisponibilità umana vorrebbe dire negare logicamente quell’istinto di preservazione e cura verso coloro incapaci di intravvedere il senso e il valore proprio che incarnano per sé e per gli altri. La risposta alla domanda precedente è che non sono le nuove generazioni a sguazzare nell’acqua torbida dell’ingenuità, siamo noi ad aver consegnato loro le chiavi di lettura per la rassegnazione promuovendo una vita di desideri incentrata sull’efficienza, sulla funzionalità e sulle risoluzioni facili, pronte, immediate e continuamente disponibili.

Dobbiamo riabituarci al dolore, non farci schiavizzare da esso, solo allora sapremo come assisterlo con «presenze amorose» e quale scopo vedere in lui qualora dovesse colpirci incidendo violentemente. Quel vissuto (fisico o psichico) allettato e parziale paragonato alla normalità collettivamente standardizzata, può rivelarsi la risposta più saggia ai vuoti della nostra vita, di noi che per ora stiamo a guardare. La bellezza è collaterale, ma anche il dolore, anche il patimento: entrambe si appellano a quanto siamo disposti a sacrificare per esse nella nostra responsabilità sociale. Il vero diritto da reclamare oggi è quello di poter essere fragili.

La vera forza è avere il coraggio di amarci nonostante la nostra consistenza minima, non sacrificandola.

(articolo di Giulia Bovassi uscito su Kairos)

Mi piace pensare che, come ogni anno, questo giorno della memoria venga nominato, citato, discusso, perché effettivamente se ne ha ricordo. Se aver memoria si riduce all’obbligo di non poter ignorare, che sia politico, sociale o morale, e se quell’obbligo non ha spessore, se quell’obbligo non ha da dirci qualcosa, a che serve ricordare? Le rimembranze hanno la peculiare caratteristica di connettere passato-presente-futuro e fermare la storicità viziosa della ripetitività dandoci l’opportunità di ragionare su quel che pensiamo di aver bollato in una categorizzazione assodata.

Questa data segna un grosso errore che non è capitato per caso, ma è accaduto per preciso volere di un’ideologia seduttrice: questa ha persuaso la presunzione e la bramosia di dominio, tipicamente umana, esasperandola e accecandola. I sui adepti imbevuti di potere smisero di nominare uomini i loro destinatari e, come presi da una morbosa allucinazione, iniziarono a togliere loro ogni personalizzazione neutralizzandoli, plasmandoli, dominandoli e vanificando i tratti fisiologici della loro unicità. Divenuti oggetti e numeri privati della loro storia, rimanevano corpi silenti. La nudità serviva per soffocare il dubbio, per non destare sospetto di essere di fronte a qualcosa d’altro che non banali sagome. I carnefici avevano bisogno di pensare che quei corpi fossero solo involucri insapori, il loro presenziare pervasivo, quell’esser-ci essenziale nel mondo entrò nella mente dei “normali” come un impalpabile nulla che per quanto polverizzato a dimensioni indicibilmente minime, continuava a ostacolare la perfezione. Successe che determinati uomini decretarono culturalmente inappropriati precisi caratteri non adatti a concorrere per la venuta del superuomo: la perfettibilità si pose come un traguardo imminente, non l’inganno preferito degli esseri senzienti. Costituita come possibile allora, doveva diventarlo senza difetti. Morte, malattia, sofferenza, disabilità sono da sempre nemici giurati di uomini che non sento la sufficienza della propria naturale costituzione, ma combatterli tentando di annientarne la sostanza può trovare sollievo nel senso-fine ultimo dal quale la vulnerabilità si abilita per nutrire quella sazietà di accettazione; soffocarli cancellandone tracce umane in un mondo altrettanto contingente, finisce per dividere questa stessa moltitudine di persone in individui parcellizzati e soli, alcuni degni e altri no, alcuni mortali e altri divini, secondo parametri posti da intelligenze fugaci, esistenze momentanee. Qui l’uomo ha tradito e non cercato la sua grandezza, smettendo di allacciarsi ai suoi limiti e di averne riverenza, perché non ha più visto nel semplice fatto di essere uomini un motivo sufficiente e soddisfacente per la dignità.

Mi piace pensare che le atrocità oggi ricordate siano ben chiare tra digitazioni social, giornalistiche, televisive e interiori: la banalità del male cercò tecniche per assolvere l’uomo dal difetto e dall’errore fingendovi un bene incomprensibilmente alto dietro ai loro “perché”. Questo male superficiale e servile, tracciò i margini della diversità per l’omologazione obbediente. Fu qui che la coscienza finì di stare al comando e l’ovviamente disumano, dapprima palese, divenne un dato da identificare e spiegare, cioè condizionabile. Ancora oggi sedimentiamo nello sbaglio radicale che possa darsi la risoluzione alla manchevolezza e lo si fa scartando esistenze-vite giudicate non degne, malsane, errate, qualitativamente inferiori o sofferenti. Non abbiamo ancora capito che siamo veri, siamo vivi, in virtù di questa vulnerabilità. Siamo umani perché possiamo sperimentare la fragilità e le ricchezze che abbiamo nascono da questa insignificanza! Aver memoria è ciò che serve a noi umani per avere nitido il male che possiamo compiere se togliamo da noi stessi la libertà della piccolezza.

Quello che oggi si deve ricordare è che a distanza di anni, il mondo si ferma su di un dato di fatto: che “vite senza valore” è stata ed è ancora una macchia nera sull’uomo.

(articolo di Giulia Bovassi)

Scolorina, bianchetto, cancellina, cosa puzzosa bianca che fa tornare candidi quadernoni poco diversi da un Pollock. È quella cosa – ognuno la chiama un po’ a modo suo – che ci ha convertiti alle furbate: sbaglio, rovino l’immagine, un po’ magari me ne vergogno, allora uso tecnologie avanzate per far cadere nel dimenticatoio il mio errore, così nessuno saprà, forse nemmeno io lo saprò, di averlo commesso. Una logica pretenziosa nei propri confronti, si dirà “positiva” in quanto chiede di prestare attenzione e sprona alla perfezione. Riflettendo però, seduta dinanzi agli ultimi frettolosi appunti delle lezioni universitarie e ragionando sui ricordi figurativi dell’esame scritto datato 21 novembre, come un lampo a ciel sereno, mi sono accorta che, scavando alla radice, questa della scolorina non è una regola universale: severamente vietato utilizzare questo aggeggio su documenti, prove finali, test in itinere. Insomma alle spalle di questa finta penna stanno, l’uno accanto all’altro, l’obbligo di non cancellare note, tappe importanti di passaggio tra due condizioni e l’opportunità di migliorare il migliorabile.

In un certo qual modo ho dedotto (arbitrariamente) che la “logica del bianchetto” sia rimasta impressa da generazione a generazione (devo ancora decidere se a livello di trauma nel senso medico del termine o come shock morale) grazie alla sua facile trasposizione dal cartaceo al quotidiano e, in effetti, è una teoria che volentieri trova diretta applicazione tra uomini infastiditi dal peso di poter meditare di sé. L’auriga, nel famoso mito della Biga Alata di platonica memoria, incarna l’elemento razionale dell’anima, la quale ha il compito di indirizzare la biga trainata da due cavalli, uno bianco e uno nero, rispettivamente la parte irrazionale dell’anima che rappresenta le passioni più sublimi tese all’iperuranio; e la parte irrazionale nera, più pesante, che tenta ostinatamente di trascinare la biga verso gli istinti più bassi, giù nel mondo empirico, rendendo le anime pronte a seguirla automaticamente le più corrotte. Immagino la scolorina come il tentativo prettamente umano di cancellare ogni scivolamento del cavallo nero verso un piano lontano dalla ricerca della verità assoluta, una situazione distante dalla bellezza della perfezione e corrotta dai sensi. Considerato il richiamo al Fedro platonico una veloce e artigianale metafora, non è illegale ipotizzare che anche l’ossessiva assunzione dell’errore come dannosa/catastrofica e la conseguente smania di dissimulazione, siano da ritenersi lo strutturale bisogno di mantenere in equilibrio l’indole brutale e animale che è in noi e la raffinatezza dello spirito che cerca il senso primo e ultimo della sua esistenza fuori da essa. Non è illegale supporre che, così come si cancellano i pasticci di frasi sconnesse scritte tra idee galleggianti in un etere caotico, parole incomprensibili o congiuntivi non azzeccati, allo stesso modo nei momenti vuoti, confusi della nostra vita cerchiamo disperatamente di coprire una scelta sbagliata o un’ideale contraddittorio/fallace.

Il libertarismo insegna che l’individuo ha il potere di rifiutare il determinato o determinabile assolutamente, così da cedere alla proprietà individuale come la sola degna di autonoma identificazione, supremazia, affermazione. La mia libertà è ciò che conta, non importa quanta scolorina richiederà per garantire la sua sopravvivenza, ciò che importa è che essa sia. Così, quando mi imbatto nella cronaca nera internazionale di questo post modernismo pro-choice che propone leggi a mutilazione della libertà di pensiero ed espressione, logicamente contrarie allo spirito culturale che osanna, arrivo al trauma della scolorina come primitivo stadio di uno stile di vita più propenso a sopprimere ed eclissare l’errore, che a vederlo per uscire dallo sbaglio e varcare la soglia della transizione orientata allo stadio successivo. Trovare ragionevole creare un reato di “ostacolo all’interruzione di gravidanza” in termini anche di informazione digitale (https://www.avvenire.it/famiglia-e-vita/pagine/francia-legge-ostacoli-digitali-ad-aborto) è la scolorina applicata alla vita: un bavaglio sulla bocca, sulle mani, per evitare di conservare quei documenti di valore sui quali il bianchetto non può essere usato. Ci sono decisioni che richiamano la totalità dell’essere umano a riporre all’interno dei piatti della bilancia la sua contingenza e la sua prevaricazione, costringendolo a capire quali siano i contorni dell’una e quali dell’altra. Controversie, che l’indole pro-choice risolve con un colpo di spugna sull’incertezza dando per ovvio ciò che ovvio non è: che sulla vita altrui, sulla nostra, non ci è dato disporre, non ci è possibile scegliere, non ci è dovuto alcun dominio. Essere ostili all’ammettere questo errore incancellabile può considerarsi una presa di posizione legittima, una scelta; non lo è, invece, vincolare l’azione all’unilateralità. Non è pro-choice imporre che non vi sia possibilità di scelta, condizione per la quale necessariamente occorrono più termini. Non è pro-choice l’intolleranza giuridica per coloro che difendono il fondamento stesso del diritto: la condizione ontologica della persona. Inclinare la linearità dell’art. 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, firmata a Parigi nel 1948, dove si afferma che “Ogni individuo ha diritto alla libertà d’opinione e d’espressione, il che implica il diritto di non venir disturbato a causa delle proprie opinioni e quello di cercare, ricevere e diffondere con qualunque mezzo di espressione, senza considerazione di frontiere, le informazioni e le idee”, non è forse minare il senso della Giustizia inteso come “dare a ciascuno ciò che è suo” slittando senza freni nel pendio scivoloso di una tracotanza prevaricatrice? Non è forse calpestare la vera capacità razionale di autonomia e autodeterminazione, carattere unico e ontologicamente distintivo nella superiorità dell’uomo rispetto agli altri enti? Non è forse impedire che l’anormale erroneo possa essere un dato altrettanto naturale come quella perfettibile idoneità al genere umano che ipocritamente idolatriamo come modello socio-culturale di falsa esaltazione dell’individuo mentre quest’ultimo viene cancellato dall’omologazione a un progetto umano di umanità?

Il bianchetto probabilmente migliora l’estetica di cartacei poco piacevoli alla vista e prescrive una sorta di concetto d’ordine, ma con la coscienza e la vita morale non funziona. Se una donna, un padre, una famiglia, un medico o chi per essi, decidono di voler capire perché eticamente e/o spiritualmente l’aborto è condannato in quanto omicidio, non gli si può negare la stima che gli spetta come soggetti capaci di azione morale, ovvero responsabilità e abilità critica – interrogativa, anche quando l’impatto critico con una realtà oggettiva come lo sterminio di innocenti conducesse loro a posizioni diverse da quelle politicamente auspicate.

È patologico illudersi di chiudere la coscienze dietro la punibilità, la costrizione: la scolorina, infatti, insegna che gli errori storici da delirio di onnipotenza non sono soggetti a cancellazione, perché la loro presenza deve, ogni volta, rimettere gli uomini in ginocchio ai piedi della loro contingenza. Il ripetersi sempre uguale degli sbagli non ha ancora trovato un esito sopravvissuto, o capace di farlo, a prescindere dal concetto di dovere morale, che abita il cuore dell’uomo senza che da questi sia stato posto. Per capirsi: non abbiamo bisogno di una legge che indichi il precetto generale di “non uccidere”, sappiamo benissimo, infatti, che porre un tale divieto scritto significa semplicemente riconoscerlo. La legge morale naturale è quella corrispondenza tra percezione e assunzione di ciò che dobbiamo o non dobbiamo fare solo per il fatto di essere parte in causa di una costante relazione interpersonale di noi con noi stessi, di noi stessi con l’altro, di noi stessi con Dio. Bene e male sono concetti sui quali poggiano le leggi positive, non il contrario.

Ora sappiate che usare la scolorina non è un gesto banalmente meccanico, ma una spinta esistenziale conflittuale tra il mantenersi uomini o rivelarsi artefatti. Questo foglietto illustrativo vi sta dicendo: da assumere con moderazione.