Niente è più attuale di una cosa eterna #11 – Giuseppe Signorin

Si avvicina il Natale e in fondo al tunnel di black friday, idee regalo, promozioni, stress, polemiche, freddo e tante altre cose belle, dovremmo cercare almeno di intravedere la Luce del protagonista di questo avvenimento, che si ripete ogni anno ma che non basta una vita per poterlo capire fino in fondo: Dio che si fa bambino. Dio che entra nella storia. In punta di piedi. Nascosto. Fragile. Ma con una mamma e un papà. La prima immagine di Dio nella storia, infatti, è in mezzo a Maria e Giuseppe, i suoi genitori. La prima immagine di Dio nella storia è trinitaria. L’incarnazione avviene nella relazione: Gesù Bambino con la mamma e il papà. Non c’è Dio senza Tre. La Sacra Famiglia è l’icona di questo Dio meraviglioso e trinitario, una sola sostanza per tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo. La Trinità. Amore allo stato puro. Amore indivisibile.

La Sacra Famiglia, e le famiglie che nel diluvio contemporaneo cercano di stare a galla come tante piccole arche di Noè (a cui abbiamo dedicato la canzone Arca di Noè), rappresentano oggi la Trinità in missione. Diceva san Giovanni Paolo II, in un’omelia del 1988 indirizzata ai neocatecumenali: “La notte di Natale è questa notte in cui la realtà del Dio-comunione, unità della divinità, unità assoluta, unità della comunione viene avvicinato alla nostra mente umana, ai nostri occhi, alla nostra storia e diventa visibile. […]. Attraverso questa povera realtà della nascita del Signore, del presepe, della notte di Betlemme, di Maria e di Giuseppe si rivela il grande mistero della Trinità in missione. […]. Ogni famiglia umana, ogni famiglia cristiana, si trova in missione”.

Ogni famiglia è in missione ed è trinitaria. Anche una famiglia che non ha il dono dei figli: ci sono i due sposi e poi c’è il loro amore, che è distinto da loro, è una cosa a sé, in grado però di unirli. I figli sono l’amore incarnato, ma quell’amore, quando ha il suo centro e la sua fonte in Dio, sussiste ugualmente, figli o non figli. Ho letto qualcosa a riguardo in un bellissimo libro, Tre per sposarsi, di Fulton Sheen, arcivescovo, scrittore e predicatore televisivo americano che sarà presto beato (il 21 dicembre di quest’anno è prevista la cerimonia). Dell’archbishop Sheen, restando in tema, aggiungo un altro paio di perle: “Tre elementi occorrono a produrre l’amore nei cuori: l’Amante, l’Amato e l’Amore”. “Che le nazioni, i cuori e i focolari sappiano che l’amore non tanto consiste nel dono di se stessi ad altri, quanto nel dono che entrambi gli amanti fanno di sé a quella Passione scevra di passioni che è Dio”.

L’archbishop Sheen il cui cognome, secondo Google Traduttore, significa “lucentezza” e può davvero aiutarci – pregandolo, leggendolo – a superare indenni l’overdose di black friday, idee regalo, promozioni, stress, polemiche, freddo e tante altre cose belle che rischiano di oscurare completamente la Luce trinitaria verso cui dobbiamo tendere in queste settimane di avvicinamento al Natale.

Niente è più attuale di una cosa eterna #4 – Giuseppe Signorin

Ho letto su Sette, il settimanale del Corriere della Sera, un’intervista a Damien Hirst, uno degli artisti più quotati al mondo, “autore” di squali e mucche immersi in formaldeide dentro teche di vetro e di un teschio tempestato di diamanti con tanto di denti umani. L’amico Damien ha parlato di religione, sostenendo che “può essere una cosa buona, ma può perpetrare anche l’abuso ed è old fashion”. La religione è old fashion. Dopo un attimo di smarrimento per la mia immunità alla lingua inglese (il mio sistema immunitario funziona ormai solamente con questo), Google Traduttore mi è venuto in aiuto: “stile vecchio”. Old fashion significa “stile vecchio”. “Il mio stile è vecchio come la casa di Tiziano a Pieve di Cadore”, cantava Battiato. Quindi per me è un complimento, però non credo che Damien lo intendesse così. Ma davvero la religione è old fashion nel senso che intende Damien? (In effetti per trovare talenti da proporre a X Factor o Sanremo Giovani, meglio non provare in chiesa… soprattutto in orario Messa… ma questo è un altro discorso).

Grazie a Dio la Provvidenza mi ha messo sotto gli occhi un’altra intervista, questa volta a san Giovanni Paolo II, il quale, nel libro Varcare la soglia della speranza, riprende un pensiero di André Malraux: “Il XXI secolo o sarà il secolo della religione o non sarà affatto”. Super GP II. Il suo stile era ancora più vecchio della casa di Tiziano a Pieve di Cadore (chissà da quanto tempo i papi si vestono in quel modo). Ma la religione se ne può e se ne deve fregare di essere fashion. La religione è eterna, quindi attualissima, perché riguarda Dio: è sempre vecchia e sempre nuova. La religione è nel tempo e fuori dal tempo, la religione è la base di tutto: non confrontarsi con essa è segno di mediocrità. Damien!

In fondo parte del successo di Damien Hirst sta nel fatto di occuparsi di temi “eterni”, come la morte, una sua ossessione. Ma come si fa a parlare di morte senza affrontare la religione, liquidandola come un fenomeno old fashion? Magari nella bolla in cui vive. Perché l’arte contemporanea purtroppo è una bolla. Puoi avere tutto il talento che vuoi, ma vivi in una bolla. La religione è il tema dei temi. Dio. Se c’è o non c’è, cambia tutto. Se la Chiesa cattolica ha ragione o torto, cambia tutto (nell’intervista emerge che Damien Hirst è stato educato da cattolico). Non esiste argomento più esteso e affascinante. Damien!!! (E dire che Hirst fa rima con thirst, “sete”, secondo Google Traduttore: chi più di te dovrebbe cercare Dio, l’unica acqua che disseta?).

E allora viva GP II che ha dedicato la vita alla religione, a Dio, a Cristo, alla Chiesa. Viva GP II che ha lottato come un leone sia quando era sano, giovane e sportivo, sia quando si è ritrovato vecchio e malato. Viva GP II che è resistito pure al meteorite de “La nona ora”, l’installazione di un altro guru dell’arte contemporanea, il padovano Maurizio Cattelan (in foto). Viva GP II perché nelle sue parole e nei suoi gesti c’è più attualità e futuro che nella maggior parte delle opere d’arte degli ultimi decenni, spesso geniali ma terribilmente intrise della mentalità di questo tempo.

“Il XXI secolo o sarà il secolo della religione o non sarà affatto”. Teniamolo a mente.

In occasione della Festa Patronale della Città di Vicenza condividiamo il discorso di San Giovanni Paolo II a Monte Berico (Vicenza) il 7 settembre del 1991

Carissimi fratelli e sorelle!

1. È una grande gioia per me, oggi, vigilia della festa della Natività della Beata Vergine e primo sabato del mese, trovarmi in questo luogo, santificato per tanti secoli dalla penitenza e dalla preghiera delle Comunità cristiane del Veneto. Ho ancora nel cuore il ricordo vivissimo sia dello scorso 13 maggio che ho voluto trascorrere nel Santuario di Fatima a dieci anni dal doloroso evento di piazza San Pietro, sia del 15 agosto che ho vissuto con particolare entusiasmo a Czestochowa assieme ad una moltitudine sterminata di giovani, accorsi da ogni parte del mondo, compresi i Paesi dell’Europa dell’Est.

Eccomi ora qui, ai piedi della Madonna di Monte Berico, quasi a proseguire un significativo pellegrinaggio di pietà mariana. So che la Santa Madre di Dio è onorata su questo Colle benedetto da quel lontano 1428, quando il Vescovo di Vicenza riconobbe l’autenticità del messaggio che Maria aveva rivolto ad un’umile donna del luogo, Vincenza Pasini. La Vergine richiamava il popolo dei battezzati alla conversione e alla ripresa di un più alto impegno di vita cristiana. Insieme alle autorità e al popolo affidato alle sue cure pastorali, il Vescovo salì allora le pendici di questo Monte per venerare ed invocare la Madre di Dio, come abbiamo fatto anche noi oggi.

2. Recitando poc’anzi il Rosario, abbiamo ripetuto con fede le parole dell’Angelo: “Ave Maria” – e di santa Elisabetta: “Benedetta tu fra le donne” (cf. Lc 1, 28ss), rivivendo lo stesso atteggiamento di amorosa fiducia che verso di Lei, Madre del Redentore, avevano i vostri antenati. In situazioni difficili e talora drammatiche, in tempi di calamità, di invasioni e di guerre, essi seppero trovare nella fede in Dio Padre, in Gesù Cristo redentore e nello Spirito Santo amore il fondamento dell’intrepida fortezza, che sempre li sostenne, alimentando la loro speranza nell’immancabile intervento divino.

In ogni “Ave Maria” essi rievocavano il misterioso dono fatto da Dio all’uomo, a ciascun uomo, nell’incarnazione del Verbo, e sapevano bene che la condizione di questa vita mortale può trovare sostegno e protezione nella Madre di Dio, giacché Maria è colei che ha dato al mondo il Salvatore e con indicibile affetto prega per noi peccatori “adesso e nell’ora della nostra morte”.

Come loro, anche noi nell’“Ave Maria”, quest’orazione semplice che i bambini apprendono sulle ginocchia della mamma, invochiamo la Vergine piena di grazia, ci affidiamo alla sua intercessione, benediciamo il suo divin Figlio, frutto del suo grembo, facendo eco alle parole del Vangelo: “Benedetto il grembo che Ti ha portato, il petto che Ti ha allattato” (Lc 11, 27). Proclamiamo, altresì, che ci è indispensabile il suo materno soccorso nei momenti fondamentali della nostra esistenza: il presente e “l’ora della nostra morte”, attimo decisivo del passaggio verso la vita eterna.

3. Queste semplici considerazioni ci offrono l’opportunità di riflettere brevemente sull’importanza della preghiera: quella pubblica e liturgica, quella privata, personale e familiare; la preghiera che recitiamo con le labbra, ripetendo parole antiche e venerabili, e quella che sale silenziosa dal cuore, accompagnata dai sentimenti più profondi dell’animo.

Il Rosario, in modo particolare, con la meditazione dei “misteri” coinvolge nella preghiera vocale l’intera capacità espressiva della persona. Esso, facendoci rivivere i momenti di gioia e di dolore della vita di Cristo e della sua Madre Immacolata, nutre lo spirito, guida al dialogo con il Signore e alla contemplazione. Nel Rosario ricordiamo, inoltre, la nostra condizione umana segnata dal peccato ed imploriamo il perdono divino. Impetriamo le grazie di cui abbiamo bisogno, prima fra tutte, quella di fuggire il male e di vivere nell’amicizia col Signore, conformando noi stessi al suo Vangelo. La vita del Redentore, mirabilmente segnata dalla potenza del Padre e dalla presenza vivificante dello Spirito Santo, ci appare, attraverso i “misteri” gaudiosi, dolorosi e gloriosi, il modello della nostra vocazione battesimale, orientata all’imitazione e alla sequela del divin Maestro.

4. La preghiera mariana, allora, è un interiore pellegrinaggio che conduce il credente, con l’aiuto della Vergine, verso la montagna spirituale della santità. È scuola di comunione ecclesiale, nell’ascolto di Colei che occupa nella Chiesa il posto più alto e più vicino a Cristo. Maria è per noi tutti modello di carità operosa, poiché, “abbracciando con tutto l’animo e senza peso alcuno di peccato la volontà salvifica di Dio, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all’opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da Lui e con Lui, con la grazia di Dio onnipotente” (Lumen gentium, 56). Maria è immagine e inizio della Chiesa, alla quale rimane vitalmente unita per la sua comunione col Redentore. Non si può, pertanto, pensare di vivere la vera devozione alla Madonna, se non si è in piena sintonia con la Chiesa e col proprio Vescovo. Si illuderebbe di essere accolto, da Lei come figlio chi non si curasse di essere, al tempo stesso, figlio obbediente della Chiesa, alla quale spetta il compito di verificare la legittimità delle varie forme di religiosità. Non a caso il Concilio Vaticano II ha ammonito con tutta la solennità del suo magistero: “I fedeli si ricordino che la vera devozione non consiste né in uno sterile e passeggero sentimento, né in una certa qual vana credulità, ma bensì procede dalla vera fede” (Lumen gentium, 67).

5. Cari fratelli e sorelle, come i padri vostri, più di 550 anni fa, salirono su questo Colle penitenti perché consapevoli della propria miseria, ma esultanti perché fatti certi dal loro Vescovo del misericordioso intervento di Maria, così anche noi ora siamo venuti ai suoi piedi, animati da grande fiducia. Il Vangelo e la secolare tradizione cristiana ci confortano e ci incoraggiano: “Maria è presente nella Chiesa come Madre di Cristo . . . ed abbraccia con la sua nuova maternità nello Spirito tutti e ciascuno nella Chiesa, abbraccia anche tutti e ciascuno mediante la Chiesa” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris Mater, 47).

“Mostrati Madre”, scrissero i vostri padri sotto l’immagine della Madonna di Monte Berico. “Mostrati Madre”, ripetiamo anche noi con affetto, consapevoli del profondo legame che esiste tra la Madre di Cristo e la Chiesa, fra l’amore a Cristo e l’amore alla Chiesa. Maria, lo sappiamo, “presente nel mistero di Cristo, rimane costantemente presente anche nel mistero della Chiesa” (Ioannis Pauli PP. II, Redemptoris Mater, 42). Confortati da tale verità, vogliamo essere, a nostra volta, suoi figli devoti, restando figli fedeli della Chiesa, in linea con le generazioni cristiane che ci hanno preceduto. Vogliamo amare Maria nel tempo e nella vita eterna.

6. Madonna di Monte Berico,
patrona principale della Città
e della Diocesi di Vicenza,
volgi il tuo sguardo misericordioso verso di noi.

Mostrati Madre!
Mostrati Madre di chi soffre
e anela alla giustizia e alla pace.

“Mostrati Madre di ogni uomo,
che lotta per la vita che non muore.

Madre dell’umanità riscattata dal sangue di Cristo:

Madre dell’amore perfetto,
della speranza e della pace,
Santa Madre del Redentore” (Eiusdem, Atto di affidamento a Maria, Fatima 13 maggio 1991: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, XIV, 1 (1991)1236).

Mostrati nostra Madre,
Madre di unità e di speranza,
mentre con tutta la Chiesa Ti gridiamo ancora:
“Madre di misericordia, vita,
dolcezza e speranza nostra . . .
mostraci dopo questo esilio Gesù,
il frutto benedetto del grembo tuo!
O clemente, o pia, o dolce Vergine Maria”.

Con questi sentimenti, imparto a voi tutti, in particolare ai malati, agli anziani, ai bambini una speciale benedizione.

 

 

 

Fonte: https://w2.vatican.va

Dalla Lettera di san Giovanni Paolo II agli artisti

Nella Chiesa risuona spesso l’invocazione allo Spirito Santo: Veni, Creator Spiritus . . . – « Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato ».

Lo Spirito Santo, « il Soffio » (ruah), è Colui a cui fa cenno già il Libro della Genesi: « La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque » (1,2). Quanta affinità esiste tra le parole « soffio – spirazione » e « ispirazione »! Lo Spirito è il misterioso artista dell’universo. Nella prospettiva del terzo millennio, vorrei augurare a tutti gli artisti di poter ricevere in abbondanza il dono di quelle ispirazioni creative da cui prende inizio ogni autentica opera d’arte.

Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel « soffio » con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di « momenti di grazia », perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende.

Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi, artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore! Di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano, di fronte alle meraviglie dell’universo, l’unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore.

MESSAGGIO URBI ET ORBI DI SAN GIOVANNI PAOLO II – NATALE 1978

1. Questo messaggio lo rivolgo ad ogni uomo; all’uomo; all’uomo, nella sua umanità. Natale è la festa dell’uomo. Nasce l’Uomo. Uno dei miliardi di uomini che sono nati, nascono e nasceranno sulla terra. L’uomo, un elemento componente della grande statistica. Non a caso Gesù è venuto al mondo nel periodo del censimento; quando un imperatore romano voleva sapere quanti sudditi contasse il suo paese. L’uomo, oggetto del calcolo, considerato sotto la categoria della quantità; uno fra miliardi. E nello stesso tempo, uno, unico e irripetibile. Se noi celebriamo così solennemente la nascita di Gesù, lo facciamo per testimoniare che ogni uomo è qualcuno, unico e irripetibile. Se le nostre statistiche umane, le catalogazioni umane, gli umani sistemi politici, economici e sociali, le semplici umane possibilità non riescono ad assicurare all’uomo che egli possa nascere, esistere e operare come un unico e irripetibile, allora tutto ciò glielo assicura Iddio. Per lui e di fronte a lui, l’uomo è sempre unico e irripetibile; qualcuno eternamente ideato ed eternamente prescelto; qualcuno chiamato e denominato con il proprio nome.

Così come quel primo uomo, Adamo; e come quel nuovo Adamo, che nasce dalla Vergine Maria nella grotta di Betlemme: “lo chiamerai Gesù” (Lc 1, 31).

2. Questo messaggio è indirizzato ad ogni uomo, proprio in quanto uomo, alla sua umanità. È infatti l’umanità che viene elevata nella nascita terrestre di Dio. L’umanità, “la natura” umana, è assunta nell’unità della divina Persona del Figlio; nell’unita dell’eterno Verbo, in cui Dio esprime eternamente Se stesso; questa divinità Dio la esprime in Dio: Dio vero in Dio vero: il Padre nel Figlio e ambedue nello Spirito Santo.

Nella solennità odierna ci innalziamo anche verso il mistero inscrutabile di questa nascita divina.

Contemporaneamente, la nascita di Gesù a Betlemme testimonia che Dio ha espresso questa Parola eterna – il suo Figlio Unigenito – nel tempo, nella storia. Di questa “espressione” egli ha fatto e continua a fare la struttura della storia dell’uomo. La nascita del Verbo Incarnato è l’inizio di una nuova forza dell’umanità stessa; la forza aperta ad ogni uomo, secondo le parole di San Giovanni: “ha dato potere di diventare figli di Dio” (Gv 1, 12). Nel nome di questo irripetibile valore di ogni uomo, e nel nome di questa forza, che porta ad ogni uomo il Figlio di Dio diventando uomo, mi rivolgo in questo messaggio soprattutto all’uomo: ad ogni uomo; dovunque lavori, crei, soffra, combatta, pecchi, ami, odi, dubiti; dovunque viva e muoia; mi rivolgo a lui oggi con tutta la verità della nascita di Dio; con il suo messaggio.

3. L’uomo vive, lavora, crea, soffre, combatte, ama, odia, dubita, cade e si rialza in comunione con gli altri. Mi rivolgo perciò a tutte le varie comunità. Ai Popoli, alle Nazioni, ai Regimi, ai Sistemi politici, economici, sociali e culturali, e dico: – Accettate la grande verità sull’uomo. – Accettate la piena verità sull’uomo pronunziata nella notte di Natale. – Accettate questa dimensione dell’uomo, che si è aperta a tutti gli uomini in questa Santa Notte! – Accettate il mistero, nel quale vive ogni uomo da quando è nato Cristo. – Rispettate questo mistero! – Permettete a questo mistero di agire in ogni uomo! – Permettetegli di svilupparsi nelle condizioni esteriori del suo essere terreno.

In questo mistero si trova la forza dell’umanità. La forza che irradia su tutto ciò che è umano. Non rendete difficile questa irradiazione. Non la distruggete. Tutto ciò che è umano, cresce da questa forza; senza di essa deperisce; senza di essa va in rovina.

E perciò ringrazio voi tutti (Famiglie, Nazioni, Stati, Organizzazioni internazionali, sistemi politici, economici, sociali e culturali) per tutto quello che fate affinché la vita degli uomini possa diventare nei suoi vari aspetti sempre più umana, cioè sempre più degna dell’uomo.

Auspico di cuore e vi supplico di non stancarvi in tale sforzo, in tale impegno.

4. “Gloria a Dio nel più alto dei cieli!” (Lc 2, 14).

Dio si è avvicinato. È in mezzo a noi. E l’Uomo. È nato a Betlemme. Giace nella mangiatoia perché non c’era per lui posto nell’albergo (cf. Lc 2, 7).

Il suo nome: Gesù!

La sua missione: Cristo!

È Messaggero di grande Consiglio, “Consigliere ammirabile” (Is 9, 5); e noi così spesso siamo irresoluti, e i nostri consigli non portano i frutti desiderati.

E “Padre per sempre” (Is 9, 5), “Pater futuri saeculi, Princeps pacis”; e, nonostante che duemila anni ci separino dalla sua nascita, egli è sempre davanti a noi e sempre ci precede. Dobbiamo “corrergli dietro”, e cercare di “raggiungerlo”.

È la nostra Pace!

La Pace degli uomini!

La Pace per gli uomini, che egli ama (Lc 2, 14).

Dio si è compiaciuto dell’uomo per Cristo. L’uomo non lo si può distruggere; non è permesso umiliarlo; non è permesso odiarlo!

Pace agli uomini di buona volontà.

A tutti rivolgo l’invito pressante a pregare insieme col Papa per la Pace, in particolare oggi e fra otto giorni, quando celebreremo in tutto il mondo la “Giornata della Pace”.

5. Buon Natale ad ogni uomo e a ciascun uomo!

Il mio pensiero augurale, pieno di cordiale affetto e di sincero rispetto, si rivolge a voi, Sorelle e Fratelli, che siete presenti in questa piazza: a tutti voi che, mediante gli strumenti della comunicazione sociale, avete la possibilità di mettervi in sintonia con questa breve cerimonia; a tutti voi, che cercate sinceramente la verità; che avete fame e sete di giustizia; che anelate alla bontà e alla gioia. A voi, padri e madri di famiglia; a voi, lavoratori e professionisti; a voi, giovani; a voi, ragazzi; a voi, bambini; a voi, poveri, malati; a voi, anziani; a voi, carcerati, e a voi tutti, che siete nella impossibilità di trascorrere il Santo Natale in famiglia, insieme ai vostri cari.

Buon Natale, nella pace e nel gaudio di Cristo.

Christus natus est nobis, venite adoremus.

Buon Natale, nella pace e nel gaudio di Cristo.

Christus natus est nobis, venite adoremus!

 

(fonte: Vatican.va)

Riportiamoci oggi al classico testo del capitolo 5° della lettera agli Efesini, la quale rivela le sorgenti eterne dell’alleanza nell’amore del Padre e insieme la sua nuova e definitiva istituzione in Gesù Cristo.

Questo testo ci conduce a una dimensione tale del «linguaggio del corpo» che potrebbe essere chiamata «mistica». Parla infatti del matrimonio come di un «grande mistero» («Questo mistero è grande», Ef 5,32). E sebbene questo mistero si compia nell’unione sponsale di Cristo redentore con la Chiesa e nella Chiesa-sposa con Cristo («Lo dico in riferimento a Cristo e alla Chiesa», Ef 5,32), sebbene si effettui definitivamente nelle dimensioni escatologiche, tuttavia l’autore della lettera agli Efesini non esita ad estendere l’analogia dell’unione di Cristo con la Chiesa
nell’amore sponsale, delineata in modo così «assoluto» ed «escatologico», al segno sacramentale del patto sponsale dell’uomo e della donna, i quali sono «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21). Non esita a estendere quella mistica analogia al «linguaggio del corpo», riletto nella verità dell’amore sponsale e dell’unione coniugale dei due.

Bisogna riconoscere la logica di questo stupendo testo, che libera radicalmente il nostro modo di pensare dagli elementi di manicheismo o da una considerazione non personalista del corpo e al tempo stesso avvicina il «linguaggio del corpo», racchiuso nel segno sacramentale del matrimonio, alla dimensione della reale santità.

I sacramenti innestano la santità sul terreno dell’umanità dell’uomo: penetrano l’anima e il corpo, la femminilità e la mascolinità del soggetto personale, con la forza della santità. Tutto ciò viene espresso nella lingua della liturgia: vi si esprime e vi si attua. La liturgia, la lingua liturgica, eleva il patto coniugale dell’uomo e della donna, basato sul «linguaggio del corpo» riletto nella verità, alle dimensioni del «mistero» e, nel medesimo tempo, consente che quel patto si realizzi nelle suddette dimensioni attraverso il «linguaggio del corpo».

Di ciò parla appunto il segno del sacramento del matrimonio, il quale nella lingua liturgica esprime un evento interpersonale, carico di intenso contenuto personale, assegnato ai due «fino alla morte». Il segno sacramentale significa non solo il «fieri», il nascere del matrimonio, ma costruisce il suo «esse», la sua durata: l’uno e l’altro come realtà sacra e sacramentale, radicata nella dimensione dell’alleanza e della grazia, nella dimensione della creazione e della redenzione. In tal modo la lingua liturgica assegna a entrambi, all’uomo e alla donna, l’amore, la fedeltà e l’onestà coniugale mediante il «linguaggio del corpo». Assegna loro l’unità e l’indissolubilità del matrimonio nel «linguaggio del corpo». Assegna loro come compito tutto il «sacrum» della persona e della comunione delle persone, e parimenti la loro femminilità e mascolinità, proprio in questo linguaggio.

In tale senso affermiamo, che la lingua liturgica diventa «linguaggio del corpo». Ciò significa una serie di fatti e di compiti, che formano la «spiritualità» del matrimonio, il suo «ethos». Nella vita quotidiana dei coniugi questi fatti diventano compiti, e i compiti, fatti. Questi fatti – come anche gli impegni – sono di natura spirituale, tuttavia si esprimono a un tempo col «linguaggio del corpo».

L’autore della lettera agli Efesini scrive in proposito: «…i mariti hanno il dovere di amare le mogli come il proprio corpo…» (Ef 5, 28; «come se stesso»: Ef 5,33), «e la donna sia rispettosa verso il marito» (Ef 5,33). Ambedue, del resto, siano «sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo» (Ef 5,21).

Il «linguaggio del corpo», quale ininterrotta continuità della lingua liturgica si esprime non solo col fascino e il compiacimento reciproco del Cantico dei cantici, ma anche come una profonda esperienza del «sacrum», che sembra essere infuso nella stessa mascolinità e femminilità attraverso la dimensione del «mysterium»: «mysterium magnum» della lettera agli Efesini, che affonda le radici appunto nel «principio», cioè nel mistero della creazione dell’uomo: maschio e femmina a immagine di Dio, chiamati fin «dal principio» ad essere segno visibile dell’amore
creativo di Dio.

Così dunque «quel timore di Cristo» e «rispetto», di cui parla l’autore della lettera agli Efesini, è nient’altro che una forma spiritualmente matura di quel fascino reciproco: vale a dire dell’uomo per la femminilità e della donna per la mascolinità, che si rivela per la prima volta nel libro della Genesi (Gn 2,23-25). In seguito, lo stesso fascino sembra scorrere come un largo torrente attraverso i versetti del Cantico dei cantici per trovare, in circostanze del tutto diverse, la sua concisa e concentrata espressione nel libro di Tobia.

La maturità spirituale di questo fascino altro non è che il fruttificare del dono del timore, uno dei sette doni dello Spirito Santo, di cui ha parlato san Paolo nella prima lettera ai Tessalonicesi (1Ts 4,4-7).

D’altronde, la dottrina di Paolo sulla castità, come «vita secondo lo Spirito» (cfr. Rm 8,5), ci consente (particolarmente in base alla prima lettera ai Corinzi 6) di interpretare quel «rispetto» in senso carismatico, cioè quale dono dello Spirito Santo.

La lettera agli Efesini – nell’esortare i coniugi, perché siano sottomessi gli uni agli altri «nel timore di Cristo» (Ef 5,21) e nell’invogliarli, in seguito, al «rispetto» nel rapporto coniugale, sembra rivelare – conformemente alla tradizione paolina – la castità quale virtù e quale dono.

In tal modo, attraverso la virtù e ancor più attraverso il dono («vita secondo lo Spirito») matura spiritualmente il reciproco fascino della mascolinità e della femminilità. Entrambi, l’uomo e la donna, allontanandosi dalla concupiscenza, trovano la giusta dimensione della libertà del dono, unita alla femminilità e mascolinità nel vero significato sponsale del corpo. Così la lingua liturgica, cioè la lingua del sacramento e del «mysterium», diviene nella loro vita e convivenza «linguaggio del corpo» in tutta una profondità, semplicità e bellezza fino a quel momento
sconosciute.

Tale sembra essere il significato integrale del segno sacramentale del matrimonio. In quel segno, attraverso il «linguaggio del corpo», l’uomo e la donna vanno incontro al «grande mysterium», per trasferire la luce di quel mistero, luce di verità e di bellezza, espresso nella lingua liturgica, in «linguaggio del corpo», nel linguaggio cioè della prassi dell’amore, della fedeltà e dell’onestà coniugale, ossia nell’ethos radicato nella «redenzione del corpo» (cfr. Rm 8,23). Su questa via, la vita coniugale diviene in certo senso liturgia.

 

 

 

(San Giovanni Paolo II – Udienza generale del 4 luglio 1984)