(condividiamo volentieri un pensiero della nostra amica Raffaella Frullone sul nuovo Ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli)

La Fedeli all’Istruzione. Che poi sarebbe come dare a me in gestione un orto botanico, o anche un orto e basta. Certo, io almeno non avrei l’aggravante della premeditazione per i danni perpetrati, però onestamente non sorprende. Questo Governo, anzi questa classe politica, non si è filato due grandiosi Family Day, migliaia di piazze delle Sentinelle In Piedi, non si è filato le voci di Costanza Miriano, di Mario Adinolfi, di Massimo Gandolfini, di Gianfranco Amato, non si è filato l’impegno di un popolo che in tre anni ha battuto palmo a palmo il paese per svegliare le coscienze, non si è filato il sonoro No che ha incassato (tanto che si ripresentano col make up delle feste), come potevamo aspettarci che si filassero il fatto che una piccola parte di quel No era del popolo del Family Day? Certo, onestamente la Fedeli se la potevano risparmiare, almeno sotto le feste potevano lasciarla libera di andare a cercare un parrucchiere, che ci sono delle priorità nella vita. Ma il punto non è Valeria Fedeli e nemmeno chi la sostiene. Il punto è che ci sono centinaia, migliaia, milioni di persone, nostri concittadini, che non solo ignorano il suo Ddl, ma ignorano totalmente i danni dell’educazione gender sui bambini. Non sono persone cattive, ideologizzate, in malafede, no, sono i nostri vicini di casa, nostri amici, insegnanti, commessi, impiegati, professionisti. Persone che non si sono mai poste il problema, che non immaginano minimamente la rivoluzione culturale in atto attraverso un sistema coordinato per produrre menzogna e rendere gli individui più soli e più controllabili. Ripeto, anche se a noi la questione gender viene fuori dagli occhi e dalle orecchie, la maggioranza non sa minimamente cosa sta accadendo. Entrate nel primo bar, fate un sondaggio e registrate le risposte. Alla fine riderete per non piangere. Per contrastare l’azione della Fedeli – un semplice anello della catena – bisogna ripartire dal risveglio delle coscienze. Noi siamo una minoranza. Per incidere profondamente e in maniera decisiva nei processi politici dobbiamo essere di più. Sappiamo che la rinascita parte dal basso e che ha bisogno di tempo, costanza e determinazione. Perciò non dobbiamo mollare il fronte principale, quello alla portata di tutti, una persona alla volta, partendo da chi incontriamo ogni giorno. Nelle strade, nelle piazze, nei bar e nei luoghi pubblici dobbiamo dare ragione a chi ci guarda con espressione annoiata sorseggiando un caffè tazza grande decaffeinato chiedendoci “Cosa c’è che non va nella Fedeli?”. Sono gli stessi che magari ci chiedevano cosa non andava nella Buona Scuola della Giannini, o perché le unioni civili no, o perché diciamo che i media ci propinano menzogne o perché il Progetto Porcospini in classe sarebbe dannoso quando sembra tanto carino. Sembra, appunto. Alla fine il punto è sempre la verità. Riconoscerla e aprire gli occhi a chi li ha chiusi. È il modo più efficace per mandare a casa la Fedeli oggi e tutte le Fedeli che verranno. Facciamolo. Un giorno ci ringrazieranno. Anche i suoi capelli.

“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

Ho appena appreso la notizia che la cantante Adele (ma chi è?!), durante il suo concerto a Copenaghen, avrebbe fatto salire sul palco una coppia di fidanzati gay e con l’occasione (guarda ‘mpò tu che coinincidenzissima!) uno fa la proposta di matrimonio all’altro (manco era organizzato, tutto così naturale! sì-sì!) e che la tizia, la cantante, emozionata (ma de che?!) esordisce con un “Sono commossa. Posso essere la madre surrogata se vorrete avere un bambino? Mi piacerebbe avere un figlio con uno svedese”.

No, dico, MA VI DROGATE?

Il cinismo e la crudeltà più vigliacca di questi tempi mascherati da un vomitevole sentimentalismo da quattro soldi, un’ubriacatura generale che, quando passerà lo stordimento, vi farà piangere sangue. Ma come, anni di lotta “all’oppressione del maschilismo patriarcale” per fare questa finaccia care donne? la fine di mero strumento, un utero che è diventato il vostro cimitero. Incubatrici viventi al soldo di isterici capricciosi ricconi. Vendete i vostri figli donne, siete solo un passaggio nella catena di montaggio. La realtà è che vi rendete complici della compravendita di bambini, questa è la verità che vi fa male e ci volete a tutti i costi tappare la bocca con le minacce di denuncia (magari solo quelle), per martellarci poi i maroni di propaganda: giornali, tv, mondo dei social sono invasi da scenette da copione, tutte uguali, tutte che mirano ad intenerire ed addomesticare il pubblico. Aaah, ma con noi non funziona, noi siamo immuni, a noi la Verità ci ha resi liberi. Siete dei folli se pensate che una società che neghi il valore dell’essere umano possa funzionare. Vi siete venduti perché non siete in grado di controllare i vostri desideri raccapriccianti. Siete dei bambocci che piangono perché non hanno il giocattolino che volevano loro.

Ditemi voi, come potremmo mai dialogare con l’ideologia che vi ha resi così cretini? Come si può tollerare la presenza di un paradigma etico opposto ad una visione promotrice del valore della vita e di una morale pienamente umana?
Ma non lo capite? Ma davvero credete che ci siano sentimenti nobili a muovere l’ingranaggio? Un tizio diceva così: “sò soldi!”. Una società che taglia le proprie radici, come un bimbo sradicato dal seno della madre per essere venduto (sì, venduto!), non può che seccarsi e morire. Un uomo ha bisogno di sapere chi è, da dove viene, per la costruzione della propria identità. Tutto ciò lo state negando e imponete invece una bugia galattica. Si è arrivati a mischiare lo sperma di due omosex (e chissà magari anche più di due), acquistare un ovulo da una donatrice, fecondarlo col mischietto per poi impiantarlo nell’utero di un’altra donna (che firmerà un contratto per sparire dalla vita del bambino o per non rivendicarne la maternità) dietro il corrispettivo di denaro. Una catena di montaggio umana insomma.

MA COME CI SI PUO’ COMMUOVERE CON QUESTA PORCATA?

Cosa racconterete a questi figli? Come vi giustificherete? Le vostre favolette gender, di indottrinamento ideologico di regime, distribuite alle scuole primarie, non reggeranno mica! Potrete ingannare la massa, quella che in fondo una famiglia ce l’ha, quella cresciuta in una famiglia normale, sulla quale avete effettuato un grandiosissimo stillicidio quotidiano… ma a quei bambini comprati ormai cresciuti, che direte? guerreggiate per i vostri diritti che piegano e violentano la natura delle cose alla vostra volontà, ma dei loro diritti neanche una parola. Eppure avevo la vaga idea che l’amore, quello vero, mettesse da parte il proprio egoismo per il bene dell’altro. L’amore è sacrificare sé stessi, i propri desideri e mettere in discussione la propria esistenza per l’altro, fino alla croce. Ma voi, in realtà, non lo conoscete, o fate finta di non conoscerlo per comodità, per giocare alla famigliola felice e sentirvi socialmente accettati, perché la colpa è sempre degli altri brutti, cattivi e bigotti che vi discriminano. No?

Credo invece che siete voi a dover accettare voi stessi, con i vostri limiti, le vostre debolezze, la vostra finitezza. Fin quando giocherete al gioco della vittima incompresa, cercando di intenerire chi vi sta attorno per ricevere tutta la compassione e la pietà, che in realtà vi gratificano tanto, non crescerete mai. Rimarrete delle marionette nelle mani del mercato che sfrutterà ogni vostra debolezza, come il desiderio smodato di un figlio sfociato nella compravendita; che è pure un desiderio naturale quello di essere genitori, ma è qui che deve entrare in gioco l’amore con le sue logiche di dono. Un figlio è un dono, non un diritto. Ma sì, sapete che c’è? Provateci pure, tanto al fondo ci stiamo arrivando. Legalizzate tutto, vendete i bambini, approvate l’incesto, la pedofilia, etc. in nome dell’amore. Tanto l’avete trasformata in una parola vuota e insignificante. Festeggiate la vostra laica democrazia, la vostra libertà, che vi ha resi così schiavi di voi stessi. Ma sappiate che prima o poi il conto arriva e allora, forse, vi renderete conto dell’immensa voragine di miseria che avete nel cuore.

Amos 5,7, “Essi trasformano il diritto in veleno e gettano a terra la giustizia”

 

(testo di Rachele Bruschi)

di Satiricus

Ho studiato un po’ di filosofia nella mia vita, abbastanza da passare anche quella fase da alunno modello, quando tra noumeno e Geist inizi quasi a dubitare della realtà; non ne ho studiata abbastanza da perdermici in quella fase. Ma tengo qualche residuo di scetticismo e di idealismo covato nel fondo dell’anima, quanto basta per sprecare spesso del tempo nel cercare risposte ai deliri pirronistici degli intellettuali in poltrona, in primis gli apologeti del genere, quelli che è oscurantista pensare che se hai un pisello non sei una donna. Costoro, ormai lo sappiamo, sono entrati appieno nella fase manipoliamo i bambini (sempre meglio di quando li abortivano). Cade dunque a fagiolo l’incontro di questo pomeriggio al parco, dove mi diletto in un dialogo d’altri tempi con Luisa, 6 anni.

• Ciao Luisa
• Ciao
• Cosa fai qui?
• Sto giocando con la mia mamma
• Brava, e tuo fratello non c’è?
• E’ ancora a scuola, fra poco arriva e andiamo a mangiare

Lo so, non è un gran dialogo, ma la Luisa ha 6 anni.

• Sta bene tuo fratello? è un po’ che non lo vedo
• Sì, però ieri è caduto e si è sbucciato un ginocchio
• E lo ha mangiato?
• …

Non è uno scherzo, le ho chiesto se lo avesse mangiato, e Luisa non sapeva che rispondere.

• Ha mangiato il ginocchio?
• …
• Non capisci?
• No
• Scusa, ma che senso ha sbucciare il ginocchio se poi non lo mangi?
• …
• Ti spiego: io se sbuccio un’arancia, poi la mangio. Vero?
• Sì
• E allora, perché se sbuccio un ginocchio poi non lo mangio?
• Perché il ginocchio non è un’arancia

A questo punto l’ho baciata in fronte e poi me ne sono andato. Il nostro mondo ha ancora una speranza. Il ginocchio non è un’arancia. Non è che sia una risposta complicata, ma mi ha stupito la prontezza e l’assoluta sicurezza con cui l’ha proferita. Anni e anni di scuola, i progetti omosessualisti, kili di matematica, tutto concorrerà a distruggere in Luisa queste certezze elementari; ma nulla potrà contraddire il fatto che la nostra vita germina e si fonda su di esse. Chissà, forse tutta la sapienza della dialettica di Platone riposa qui, qui la logica aristotelica, o forse si intrattiene con quell’altro fruttivendolo di raro calibro, Tommaso: “questa è una mela”. Ricordate? Magari il punto non è che dobbiamo trasformare i bambini in filosofi del gender, e nemmeno che dobbiamo filosofeggiare in difesa dei bambini, magari il punto è che dobbiamo aiutare certi filosofi a tornare bambini. Tommaso evidentemente lo è sempre rimasto. Fine del racconto. Questa storia non ha una morale, però mi dice che la morale ha ancora molta storia davanti a sé.

 

(testo uscito per Campari & de Maistre)

Lo psicologo Massimo Recalcati si interroga, su “Repubblica”, sulla perdita del centro psichico invalsa nel nostro tempo. L’«esasperazione del carattere liquido dell’identità», dice citando Bauman, l’ha resa un concetto vacillante, barcollante, sempre più mobile e borderline. Todo cambia, come diceva una famosa canzone di Mercedes Sosa: cambia lo superficial, cambia también lo profundo (…) cambia todo en este mundo. Oggi possiamo cambiare sesso, pelle, razza, religione, partito, immagine (e, aggiungiamo noi, anche marito, moglie, figli, famiglia, tra non molto anche il corpo).

Se l’età moderna aveva sempre ricercato una identità solida come la roccia sotto la sabbia, in un’età ipermoderna come la nostra «l’identità pare dissolversi in un camaleontismo permanente», scrive lo psicanalista. Foucault non aveva forse profetizzato la fine del soggetto umano, destinato ad essere «cancellato, come sull’orlo del mare un volto di sabbia»?

La psicoanalisi non può sottrarsi alla sua parte di responsabilità: per un verso essa ha contribuito alla dissoluzione della psiche insistendo su un’idea di disturbo psichico come amplificazione ipertrofica dell’io. Non un io troppo deficitario e liquido causa la sofferenza mentale, ma un io troppo “identitario”, troppo rafforzato e centrato.

Così tutta una corrente psicoanalitica, da Freud a Lacan passando per Jung, ha scalzato l’io dal centro della psiche. Freud si paragonava a Copernico e a Darwin come fustigatore del narcisismo umano. Copernico aveva sferzato l’orgoglio umano mostrando che la terra non è il centro dell’universo, Darwin aveva inflitto il secondo colpo mostrando la derivazione dell’uomo dai primati. Freud aveva fatto un passo ulteriore e se possibile ancora più sconvolgente: evidenziare come l’io non sia «padrone nemmeno in casa propria». L’iniziatore della psicoanalisi non concepiva l’identità come un centro statico dal quale promana la personalità. Essa piuttosto somiglia a un arlecchinesco servitore di tre padroni: strattonato, in direzioni diverse e spesso inconciliabili, da una parte dall’istintualità dell’Es, dall’altra da quel rigido censore che è il Super-Io, infine dalla realtà esteriore.

Sempre su questa scia, ricorda Recalcati, Lacan arriverà a concepire l’io «non come il custode del nocciolo duro della nostra identità, ma come una cipolla: composto da una stratificazione di piccole foglie (le identificazioni che lo hanno costituito) senza alcun cuore solido». La peggior follia dell’uomo, da questo punto di vista, è «credersi davvero un io».

La perdita del centro psichico viene salutata dall’Anti-Edipo di Deleuze e Guattari come una liberazione dell’umanità: «l’identità concepita come una sostanza permanente viene abbandonata come un residuo autoritario e disciplinare dell’età moderna e della sua paranoia costitutiva per lasciare il posto ad una idea nomadica, anarchica, rizomatica, senza Legge, della vita». Senza più un io a fungere da centro permanente e stabile della vita psichica «tutto appare più libero, senza confini e delimitazioni rigide».

Dall’identità liquida all’identità armata. Anarchia o tirannia?

Tutto bene dunque? Niente più angoscia? Niente affatto. C’è anche un rovescio della medaglia, fa osservare Recalcati. L’evaporazione dell’io innesca una reazione sottovalutata forse anche da Bauman: l’esigenza di trovare una identità solida, non evanescente. È questa necessità ad alimentare il motore del fondamentalismo, dove «il dubbio, la scomposizione della personalità psichica, il superamento dei confini identitari lasciano il posto alla rivendicazione di una certezza che non deve conoscere incrinature». Con la reazione fondamentalista l’io torna ad essere più che mai padrone (più che padrone, tiranno) in casa propria. E non solo: il fondamentalista è aggressivo. Inebriato dalla smania conquistatrice, aspira ad insediarsi anche in casa d’altri.

La perdita del centro identitario e la liquefazione dell’io aprono la strada a un io armato e corazzato, forte di una concezione paranoica dell’identità.

La lucida analisi di Recalcati si ferma qui, lasciando spazio però a una certa delusione. Non indica infatti alternative positive alla nefasta alternanza tra io liquido e io armato. Ecco, questa alternativa tra un’anarchia senza legge e una tirannia dispotica deve pur esserci. Possibile che non ci sia scelta che tra la libertà senza ordine dell’io liquido e l’ordine senza libertà dell’io armato?

Un simile dualismo riporta a quanto scriveva Vladimir Solov’ëv sull’essenza religiosa dell’islam, che per il filosofo russo consisteva nel vedere nell’uomo una «forma finita senza alcuna libertà» e in Dio una «libertà infinita senza alcuna forma». Da qui discende un rapporto puramente esteriore tra due poli radicalmente opposti: da un lato un creatore onnipotente e arbitrario, dall’altro una creatura finita privata di qualsiasi libertà.

Una dialettica analoga sembra operare oggi nel dominio della psicologia individuale. Da una parte abbiamo un io armato, tetragono, senza sfumature, crepe o zone d’ombra. L’io armato è una maschera rigida, terrificante, un’identità mostruosa che non riconosce legittimità alcuna a confini e frontiere esteriori. Dopo averli conquistati, al loro posto innalza muri invalicabili all’interno dei quali esercitare una tirannia assoluta sui campi dell’io. In questo senso l’io armato assume le sembianze di una forma finita senza alcuna libertà.

Dall’altra parte abbiamo invece un io liquido, senza confini e polimorfo, una sorta di Proteo che può assumere qualunque natura. Anche l’io liquido, come il Dio della teologia islamica descritto da Solov’ëv, è libertà infinita senza alcuna forma.

L’io armato appare una revisione fondamentalista del «monoteismo della coscienza» propugnato da Sigmund Freud, che aveva cercato di arginare le spinte disintegratrici della psiche descrivendo lo sviluppo dell’io come l’esito di un particolare processo di bonifica, attività romana per eccellenza. I territori e la paludi da prosciugare non sono altro che quelli della psiche, i quali attendono di essere liberati dalla proliferazione della pulsioni nevrotiche, disgregatrici, che frammentano e ossessionano l’io malato. Per lungo tempo una prolungata Pax Romana è riuscita a soggiogare queste tendenze dissociative, unificando e centralizzando l’io sotto la guida della ragione e della volontà. Là dove era l’Es è subentrato l’Io. Freud non ha timore di definirla un’opera di civiltà. Ma l’io armato del fondamentalismo fa di più: richiamando in servizio l’ossessione paranoica trasforma il buon governo in tirannia, volge la pax in bellum e perverte l’opera di bonifica in opera di distruzione. Per unificare una psiche a rischio di disgregazione catalizza e mobilita tutte le forze interiori indirizzandole contro un nemico esterno. Alla giustizia l’io armato sostituisce il terrore e la violenza.

All’io liquido corrisponde invece la revisione della psicologia operata da James Hillman, lo junghiano “eretico” che invita esplicitamente ad abbandonare il «monoteismo della coscienza». Bisogna abbandonare Roma e tornare ad abbracciare la Grecia e i suoi dèi plurimi, dice Hillman, che raccomanda perciò la paganizzazione della società e la disintegrazione della psiche. Quello che per Roma è disturbo o disordine non è che il segno che «la coscienza non è più schiava del centro egoico» ed è stata «liberata dalla sua identificazione romana, dal governo centralizzato diretto dalla volontà e dalla ragione».

La liberazione non sta dunque nel resistere alle personalità multiple che assediano l’integrità dell’io. La vera libertà sta nell’accettarle, ci dice il discepolo di Jung. Non sono i disordini interiori e le dissociazioni della coscienza a essere patologici. La vera malattia è «l’io romano con la sua centralità». Non si deve insistere nel proporre, come volevano Freud e Jung, l’unificazione della psiche. Un simile atteggiamento non sarebbe che un riflesso del monoteismo. Meglio invece promuovere un «politeismo psicologico». Utilizzare un’unica figura «unificante» — come la Vergine Maria ad esermpio — depaupera la psiche. Molto meglio ricorrere a una molteplicità di figure come Persefone, Artemide o Atena. Accogliere la dissoluzione politeistica dunque è la cura, la strada per uscire dall’autoritarismo del monoteismo psichico. In alternativa all’unificazione psichica Hillman introduce un nuovo concetto: «fare anima», inteso come esplorazione continua e intermittente della psiche, una sorta di terapia ininterrotta.

Nel nostro tempo non sembra esserci alternativa al dualismo tra Hillman e Al Baghdadi. O un io dissolto in un politeismo neopagano di personalità psichiche oppure un irrigidimento fondamentalista del monoteismo della coscienza teorizzato da Freud. O dissoluzione o sclerotizzazione, o relativismo o fondamentalismo. Tertium non datur.

Tecnicismo, io liquido e corpo armato

Eppure, a uno sguardo più attento, tra quelli che appaiono come poli contraddittori pare esserci un sostrato comune. È il tecnicismo che presiede alle nuove prospettive del transumano o del postumano. L’io trans o postumanista rifiuta la costitutiva fragilità del corpo umano. Ma ciò non signfica disconoscere uno dei tratti costitutivi della condizione umana? «Cosa sarebbe della condition humaine – si chiede lo psichiatra Eugenio Borgna – stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dalla instabilità, dalla vulnerabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall’ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?». (1)

Il rigetto dell’umana vulnerabilità. Si spiega così il desiderio dei cultori del postumano di ibridare il corpo umano con le macchine e i metalli pesanti. La fusione con l’inorganico serve a fortificare il soma, serve a renderlo forte e inscalfibile come un’armatura (tipica suggestione narcisistica che ricorre in autori come Mishima, ad esempio).

Allo stesso tempo queste visioni propugnano un genderismo radicale: l’io deve abituarsi a “trasmigrare” (anche in un corpo meccanico). Addirittura si favoleggia di trasferire la coscienza su supporti digitali (su un hard disk esterno, è il cosiddetto “Mind uploading”). Per il tecnicismo radicale l’io liquido è il preludio del corpo armato.

Si impone così un corporeo aperto ad ogni possibilità che non solo è assimilato a un vestito (cioè a una cosa semplicemente utile e sostituibile), ma è anche un corpo che da vestito diventa scudo, corazza, armatura. Passiamo così impercettibilmente dalla zona dell’essere a quella dell’avere.

La risultante è un uomo ipertecnologico, orientato a costituire se stesso come un soggetto al tempo stesso potenziato (enhanced) e protetto (safe) da ogni genere di pericolo. Un uomo tuttavia sempre meno attrezzato per far fronte con mezzi propri, senza la schermatura tecnologica, al lato negativo dell’esistenza. Questa delega universale alla tecnica delle proprie facoltà lo rende un essere meno capace di affrontare le difficoltà, lo sguarnisce di fronte all’imprevisto. Si imprimono così nel suo diagramma psicologico i tratti della tipica psicologia da “signorino soddisfatto”. Ciò che rischia di farne un bimbo viziato e immaturo è proprio una tale combinazione della massima potenza e della integrale protezione. Privando l’uomo dell’esperienza del rischio e del negativo, lo si sgrava anche da tutto quello che assolve una funzione corroborante e contribuisce a temprare la natura umana. A tanto rischia di portare l’ebbrezza dell’illimitato.

Il nòmos della frontiera

Nel suo Elogio delle frontiere, Régis Debray concentra la propria attenzione sul nodo perverso che lega l’ostilità verso ogni idea di frontiera o confine e l’epidemia di muri che ha invaso il nostro mondo. La modernità liquida e il fondamentalismo rigido sono due facce della medesima medaglia. Le due ganasce di questa tenaglia – l’io liquido e l’io armato – possono essere spezzate solo da un io che sappia dare dei limiti al caos ma che lasci anche libertà di movimento. Una psiche sana ha bisogno di muoversi ma anche di arrestarsi davanti a un limite. Per questo occorre un io dalle fondamenta solide ma flessibile nelle articolazioni, un’identità che sappia anche accogliere l’umana fragilità e liberare dalle nevrosi devastatrici.

Affrancare dalla prigione delle pulsioni distruttive è precisamente il dono – potremmo dire anche il carisma tipico – della figura del padre. Per ritrovare il centro nel labirinto delle identità è assolutamente vitale seguire il filo d’Arianna del «codice paterno». (2) Bisogna riabilitare la figura del padre che pone condizioni. E che assegnando una legge (in greco il significato originale di nòmos, la legge, è “ciò che è diviso in parti, ciò che è assegnato, spartito”) traccia anche un limite.

Arginare la confusione è anche il senso e la funzione della frontiera, che indica la fine, il limite ultimo della terra. La frontiera è l’ultimo avamposto prima delle terre del caos. Varcare la frontiera significa inoltrarsi in territori invisi agli dèi, equivale a oltrepassare i limiti del giusto e del consentito. Oltre la frontiera stanno le terre del mostruoso, i campi del caotico e dell’indeterminato.

Per uscire dal falso dualismo tra dissoluzione e sclerotizzazione serve una sintesi di ordine e di libertà, altrimenti non avremo che una libertà senza ordine sempre pronta a rovesciarsi in un ordine senza libertà.

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(1) Eugenio Borgna, La fragilità che è in noi, Einaudi, Torino 2014, p. 7.
(2) Sulla costante azione liberatrice della figura paterna si può vedere Claudio Risé, Il padre. Libertà e dono, con prefazione di Pietro Barcellona, Ares, Milano 2013. Di codice «paterno» e «materno» parla Franco Fornari nel suo Il codice vivente (Bollati Boringhieri, Torino 1981).

 

(Andreas Hofer – articolo uscito nel blog costanzamiriano.com)

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Se qualcuno vi sta parlando, sentire le voci non è sintomo di pazzia. Eppure quando Pompelmo Rosa rimane più di qualche minuto ad ascoltare il suo papà, gli pare sempre di uscire un po’ di testa.

L’ultima creatura sfornata dal cervello del suo papà è la “teoria del genero”. O almeno così l’ha chiamata Pompelmo Rosa, perché il suo papà, pur avendogliela esposta, nega decisamente l’esistenza di tale teoria.

Pompelmo Rosa ama moltissimo la sua famiglia. Sia quella di origine che quella da poco composta con il fico di Pompelmo Fico. In generale ama moltissimo l’idea di famiglia. Anche se la famiglia, a dire il vero, non è un’idea. La famiglia viene prima di qualsiasi idea. Non è qualcosa che si pensa e non è neppure qualcosa che si sceglie.

Pompelmo Rosa ama moltissimo questa cosa, che in famiglia la maggior parte delle cose importanti non si scelgono: la mamma, il papà, i fratelli (qualcuno potrebbe mai scegliersi un fratello come l’Uomo che non si ricorda mai dove ha parcheggiato, di cui abbiamo parlato qualche episodio fa?), i nonni, il colore della pelle, il paese in cui si nasce, la casa in cui si cresce, il sesso, il timbro di voce, il vaccino, la religione, l’asilo, la marca di pannolini, la lingua madre, l’altezza, etc.

Pompelmo Rosa ama moltissimo tutta questa faccenda. Al suo papà invece fa imbestialire. Lui odia che qualcun altro scelga al posto suo. Le cose stanno come dice lui, e basta.

Per esempio si è convinto che il fico di Pompelmo Fico non sia il suo genero. Tecnicamente, sì, Pompelmo Fico è il suo genero, questo è fuor di dubbio. Ma lui non lo sente come tale. Per il papà di Pompelmo Rosa, Pompelmo Rosa è il suo genero. Pompelmo Rosa è sia la figlia che il genero. Per lui le cose stanno così, sente questa cosa qui, che Pompelmo Rosa è sia la figlia che il genero, e per lui quello che sente è più vero di quello che è.

Allora Pompelmo Rosa ha iniziato a dire in giro che il suo papà si è inventato questa “teoria del genero”. Ma lui nega. Non esiste nessuna “teoria del genero”, le cose stanno così come ha detto lui, e cioè che il genero è colui che si percepisce come tale e non colui che è tale. Ma non c’è nessuna “teoria del genero”.

In ogni caso, anche se a volte non sono proprio facili i rapporti famigliari, Pompelmo Rosa continua ad amare moltissimo la sua famiglia, sia quella di origine che quella da poco composta con il fico di Pompelmo Fico, per qualcuno formata addirittura da due generi.

 

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Dopo il clamore suscitato dal mio ultimo articolo a favore della famiglia arcobaleno (cioè: quella di Noè), negli uffici della redazione dei Mienmiuaif hanno dovuto creare un reparto apposta per rispondere alle telefonate dei lettori arrabbiati. Sono migliaia le lettere che ho ricevuto con le vostre lamentele, ma altrettante sono state quelle coi vostri splendidi disegni: siete davvero molto bravi, alcuni di voi diventeranno degli artisti, ne sono certo. Perdonatemi se non posso pubblicarli tutti: per ragioni economiche e di spazio siamo obbligati a inserire solo le pubblicità degli sponsor. Ma per i più belli magari troveremo un modo!

Oggi – per amicarmi buona parte dei cattolici – voglio dire che ci sono fin troppi cattolici che non pensano con la propria testa e che ripetono a pappagallo quello che leggono nei giornali, senza riflettere. È vero, direte voi, “si tratta di quelli che dicono che la Chiesa dovrebbe essere aperta agli omosessuali e cose del genere, giusto?”. No, non mi riferisco a quelli. Mi riferisco ai molti di noi che ce l’hanno col gender.

Da qualche tempo a questa parte sento discussioni infinite sul fatto che ci sia o meno il gender nella “Buona Scuola”. Qualcuno dice che il gender non esiste e partono articoli infiniti per spiegare che il gender esiste. Qualcuno spiega che genere non è gender. Qualcun altro spiega che gender è genere.

Ora, sturatevi le orecchie, io ho due figli. Uno in seconda elementare, l’altro in prima media. Ci tengo a quello che viene detto loro. Ci tengo a sapere se gli insegnanti dicono cose sulle quali io non sono d’accordo. CHI CASCO SE NE FREGA SE QUESTE COSE SONO GENDER, GENERE, O EDUCAZIONE A COLORARE CON LE CAROTE?!!!! (Ho scritto maiuscolo perché ho urlato nel modo più disprezzante che possiate immaginare).

Mi spiego: se a mio figlio viene insegnato a 10 anni che il sesso è un atto meccanico con lo scopo di creare piacere e che la nascita di un figlio è solo una delle tante infinite possibilità che può produrre il sesso; che a seconda dei gusti e delle proprie necessità si può sempre ricorrere all’aborto, il quale non è altro che una libera scelta come la facoltà che scegli di seguire all’università. Ecco, dico, se a mio figlio vengono insegnate queste cose, e io mi lamento, e una mamma della scuola mi risponde: “questa roba non è teoria del gender, puoi stare tranquillo”, secondo voi io dovrei tornare a casa tranquillo? Tanto non è gender ma educazione a essere una persona educata con quella educazione che verrà insegnata nella scuola di mio figlio.

Molte delle affermazioni presenti nella cosiddetta “educazione affettiva” provengono proprio dalle teorie sviluppate all’interno degli studi di genere. Ma non sono un orrore perché provengono da quegli studi. Queste affermazioni sono intrinsecamente degli orrori proprio per quello che significano. Non importa se vengono dagli studi di genere (teorie gender) o se vengono dagli studi più sofisticati di economia moderna. Riusciamo a capirlo?

Ho la netta sensazione che non vogliamo prenderci la responsabilità di valutare le cose da un punto di vista morale. Ci limitiamo a chiedere: “è gender, o non è gender?”. E partono discussioni infinite attraverso i media sull’origine di un tale programma scolastico. Anche se si trattasse del normalissimo programma degli ultimi cent’anni, ma ci fosse qualcosa di moralmente inaccettabile, dovremmo chiederne la rimozione, se davvero siamo cristiani. Eppure mi sono sentito dire, da presunti cristiani, che non dovevo preoccuparmi delle lezioni di educazione sessuale che volevano propinare a mio figlio perché non si trattava di “lezioni di educazione sessuale” ma di “normalissime lezioni di educazione affettiva”.

So benissimo che siete più intelligenti di me, ma lasciate per un secondo che vi tratti come se non lo foste. Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio. Ripetete con me: “Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio”. E, se sono in netto contrasto, è normale che mi opponga, perché sono i miei figli, perché – rispondetemi – quale padre sarei se non avessi una forte posizione morale da trasmettere ai miei figli? Quale padre sarei se delegassi ad altri la trasmissione di valori morali ai miei figli? Questo è il punto. Se è gender o non lo è, non ha alcuna importanza.

Vi porgo i miei migliori saluti.

 

Circola questo testo di un certo Pellai, fra i più informati. Pellai è bravo, parte da lontano, dal tempo: ci vogliono 20 minuti per leggere quello che ha scritto. Mette subito le mani avanti. Fa capire al lettore che lui ne sa, dedica del tempo a queste cose. È un esperto. Poi porta un esempio di vita vissuta, da lui, in prima persona, un incontro in cui uno sprovveduto a un certo punto se n’è venuto fuori con una domanda che non c’entrava nulla con il tema in questione e come se non bastasse poco dopo ha tirato in ballo la cosiddetta “ideologia gender”. Pellai è bravo, con questa introduzione fa già capire come stanno le cose: chi parla di “gender” è come quello sprovveduto intervenuto maldestramente all’incontro; chi sostiene che non esiste è un esperto come lui. Andiamo avanti. Ora dice che lui l’ideologia gender non la conosce, non l’ha mai incontrata. È anche un padre e non ha mai visto nulla di simile a scuola, in Italia. Però si dimentica di dire che in Italia sono in atto dei tentativi di introdurla, non è già presente ovunque: è un obiettivo, non una realtà presente da anni. Che sotto accusa non sono i tentativi di spiegare la sessualità in maniera sana e condivisa, come a quanto pare fa lui da tempo, ma di portare una precisa idea di identità di genere sganciata quasi del tutto dal lato biologico. È questa la novità. Novità che all’estero, dove sono più “avanti”, è molto meno nuova rispetto al nostro contesto. Ma anche questo, il buon Pellai, si dimentica di dirlo, nonostante sia un esperto, nonostante siano disponibili per tutti documentari come “Il paradosso norvegese” o libri come “Il gender – Una questione politica e culturale” che mostrano in maniera chiara che cosa sia questa visione nuova dell’individuo finita sotto l’etichetta di “gender” e di cui lui non ha mai sentito parlare, ma che scrittrici influenti come Judith Butler portano avanti da anni. Non si tratta quindi di uno spauracchio inventato da ultra-cattolici integralisti e crociati, anche perché il primo ad avvertire di questo pericolo, con decisione e insistenza, è Papa Francesco, non propriamente un emblema di integralismo bigotto sempre pronto a fare inutili crociate. Strano che il cattolico Pellai si dimentichi di questo dettaglio. Comunque il Pellai prosegue e racconta di un’altra esperienza che lo vede protagonista, in cui è stato ingiustamente attaccato. Mettiamo che sia così, che sia in buona fede, che i suoi libri siano ottimi libri sul tema e gli altri lo abbiano attaccato ingiustamente. Ammesso e non concesso, il buon Pellai ha ragione, ha subito un’ingiustizia e gli altri hanno sbagliato, hanno preso pan per polenta. In quell’occasione. Ma questo non significa che il fenomeno che ha preso il nome di “gender” non esista e non vada combattuto, se si ritiene sbagliato. Anch’io, personalmente, ho assistito a incontri interrotti da persone che hanno posto domande pretestuose, che non c’entravano niente. Poi bisogna sempre vedere con che occhiali si raccontano certi episodi, perché della stessa scena si può dire tutto e il contrario di tutto: “c’è stato un tizio che a un certo punto ha fatto una domanda innocua e solo perché ha aperto bocca una folla inferocita l’ha allontanato”, oppure: “a un certo punto un tizio ha fatto una domanda volutamente provocatoria e fuori luogo ed è stato invitato a non interrompere”. Però noi crediamo al Pellai, crediamo che i suoi libri e i suoi progetti siano impeccabili e non c’entrino niente con la preoccupazione di certi genitori allarmati da alcune proposte in atto e gli chiediamo scusa, a nome loro, a nome di queste persone che hanno sbagliato, se hanno sbagliato. E andiamo avanti a leggere, perché finalmente, in conclusione, il Pellai sembra quasi arrivare al punto. Lo fa attraverso i fatti dell’asilo di Trieste. E via con i titoli dei giornali, per dimostrare che il gender non esiste ma è un’invenzione. Titoli esagerati, sbagliati, certo. Ma da quando nei giornali troviamo titoli corretti? Ci ricordiamo la dichiarazione del Papa sugli omosessuali e i seguenti titoli? In ogni caso anche qui, chiediamogli scusa, al Pellai, anche a nome dei giornalisti e dei giornali che hanno fatto, come troppo spesso accade, un pessimo lavoro. Però al punto vero ancora non ci siamo. Ci siamo quasi. Eccolo. Eccola lì, la menzogna, nel momento clou, in cui il bravo Pellai cita una parte del documento “Gioco del rispetto” in questione per far vedere che non c’è nulla di male. Sbadatamente, però, si dimentica la frase finale. Riporto la frazione di testo integrale: “Ovviamente i bambini/e possono riconoscere che ci sono delle differenze fisiche che li caratterizzano, in particolare nell’area genitale. È importante confermare loro che maschi e femmine sono effettivamente diversi in questo aspetto, e nominare senza timore i genitali maschili e femminili ma che tali differenze non condizionano il loro modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con gli altri/e”. Il Pellai si è tutto preoccupato di virare la discussione sui titoli dei giornali e non sul punto finale e focale di tutta la faccenda. Da esperto dev’essergli sfuggito. Lo copio di nuovo: “che tali differenze non condizionano il loro modo di sentire, provare emozioni, comportarsi con gli altri/e”. Eccola lì la cosiddetta ideologia del gender che non esiste. E un po’ più avanti, sempre nel documento, una domanda retorica da porre agli stessi bambini dopo una delle varie esperienze: “abbiamo capito che il corpo dei bambini e delle bambine funziona allo stesso modo?”. Ma questa non è un’affermazione scientifica condivisa, maschi e femmine divergono sotto molteplici aspetti, non certo solo per i genitali, e alcuni comportamenti, che oggi si vogliono a tutti costi demonizzare come stereotipi, riflettono queste profonde differenze. Tutte quelle belle e graduali esperienze previste nel “gioco del rispetto” puntano a trasmettere quest’idea sbagliata di un’uguaglianza che non è tale: bisogna educare a un’uguale dignità, non a un’uguaglianza fra cose che differiscono profondamente. Invece il gioco del rispetto è tutto rivolto a inculcare nei bambini quest’idea finale, che non esiste maschile e femminile, se non a livello genitale. È questa un’idea condivisa a livello scientifico tanto da proporla nelle scuole pubbliche ai bambini dai 3 ai 6 anni?
Per finire: “Dico queste parole con particolare sofferenza, perché io sono un cattolico, da sempre impegnato nella promozione sociale e civile”. Mr. Pellai, a combattere il cosiddetto “gender” non sono quei cattolici invasati e ideologizzati che vuol dipingere lei in contrasto con i veri cattolici, ma il suo Papa, che ha definito il fenomeno come un’“espressione di frustrazione e rassegnazione che mira a cancellare la differenza sessuale”, come “uno sbaglio della mente”, come “colonizzazione ideologica. Pensate ai Balilla, pensate alla Gioventù Hitleriana”. Bergoglio è soft su tutto e se la prende prevalentemente con i suoi, con i cristiani, però su due cose non transige: “corruzione” e “ideologia gender”. Di chi ha paura il Papa?

 

Giuseppe Signorin

 

Oggi ho comprato una nuova agender, amore mio, che però pensa di essere un astuccio. Ero lì che cercavo di scrivere gli impegni della settimana, ma la nuova agender continuava a chiudersi per fregarmi la penna all’interno. Diceva che voleva tenersela, mi ha chiesto se potevo trovarle anche una gomma e una matita. Le ho ribadito che non era un astuccio. Mi ha parlato di Michael Jackson, neanche lui era bianco. Ma ci sarà pure un limite???, ho sbottato io. Per fortuna a quel punto è venuto a trovarci Marzullo. Ho lasciato sul tavolo l’agender, sono andato a rispondere al citofono, Marzullo è salito, gli ho aperto la porta e ci siamo accomodati in salotto, sui divanetti arancioni. Tu non c’eri, allora Marzullo ne ha approfittato. Ha iniziato a chiedermi di me. Gli ho dovuto raccontare di padre Corrado, della prima volta. “Guardami, ho 91 anni e sono felice”. 91 anni ma era uguale a Gargamella. Il sole entrava dalla finestra della stanzetta in cui riceveva. “Io ne ho 28 e sono disperato”, gli ho risposto. Sopra un mobiletto accanto alla scrivania, Gesù Bambino. Ma Marzullo non è scemo e prima di farmi formulare io stesso una domanda e una risposta, ha insistito perché gli spiegassi che cosa ci facevo da un frate esorcista. Secondo te, Marzullo? Che fra l’altro si somigliano pure, Marzullo e padre Corrado (e quindi anche Gargamella). Marzullo non è così carmelitano scalzo e sibila un po’ meno quando parla, ma si somigliano. Gli ho spiegato che in alcuni casi funziona solo lo scaccia-demoni (o lo scaccia-pidocchi, come lo chiamo io), che anch’io non ci credevo e bla bla bla… Però non ho voluto svelargli tutto, anzi, a un certo punto lo stavo cacciando fuori. “Marzullo, non ti invito più a casa dei mienmiuaif se continui a fare domande personali. Pensavo si parlasse di musica”. “Come mai quel crocifisso nella foto delle info, nel blog?” Marzullo è furbo, allora gli ho detto che le avevo provate tutte – i cartoni animati, il calcio, i libri, i film, i dolci, l’alcol, le droghe, le vacanze a Jesolo, a Praga, Willy il principe di Bel-Air, Kenshiro, le donne, gli amici, Baruch Spinoza, la meditazione trascendentale, il Tai Chi, il ping pong, i centri benessere, le terme, Milano, Parigi, l’Altopiano di Asiago, gli spaghetti al limone, David Lynch, la magia, la pranoterapia, la fisioterapia, mia zia, il gelato al pistacchio – ma solo una cosa è definitiva e si è incarnata 2015 anni fa, circa, in Medio Oriente. Per questo il crocifisso. Poi gli ho detto che lo stesso è capitato a te. Per quanto io sia oggettivamente ascrivibile nella categoria “figo da paura” – punk, martire, santo – non ti potrei comunque mai bastare, perché tu, come tutti, vuoi di più. E quindi, se non ci fosse Lui, ti stancheresti anche di me. Il che può sembrare impossibile. Poi ho aggiunto che con quei capelli e quelle domande forse aveva bisogno di uno scaccia-pidocchi anche lui. Alla fine ci siamo salutati. Ma tornerà. Che Dio fornisca Marzullo del numero di un buon scaccia-pidocchi e magari lo tenga lontano da casa mienmiuaif, perché in questi giorni sono nervoso e non ho voglia di rispondere alle sue domande. Ti amo.