di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Quando a casa squilla il telefono fisso, i casi sono tre. Il più frequente è che sia una compagnia telefonica. Allora un mio figlio – quello che scrolla il sedere dal divano per rispondere – lamenta che dovremmo abolirlo. Io non sono d’accordo, perché il telefono squilla anche in un secondo caso. Quando a chiamarmi è mia madre: lei chiama solo da fisso a fisso. A duecento km, ci lega quell’ultimo tratto di cordone ombelicale a forma di fusillo di plasticaccia. Poiché l’utilità della nonna vince su quella della signorina Telecom – come nel gioco della morra cinese – non c’è spazio per disdire contratti. In realtà io mi tengo stretta il fisso anche per un’altra ragione. È il corollario del terzo caso. Quello in cui il suddetto figlio vien privato per punizione del cellulare. A quel punto, il soggetto menomato si appoggia alla stampella del fisso. Volendo interagire con un suo simile, striscia con ribrezzo verso quell’oggetto ancorato alla parete. Confesso: io provo un piacere sottile, sadico, perverso. Voglio che provi quello che per me – alla sua età – era la norma. Parlare con l’amico – che dico l’amico, col moroso – dal fisso. Da quell’unica postazione al centro del soggiorno, laddove una madre fingeva di preparar la torta, i fratelli sembravano studiare; in realtà, tutti origliavano. Oggi è uno di quei giorni. Il telefono ha squillato, io ho risposto e ho passato l’amico a mio figlio. Mi sono messa a montare due albumi e scrutavo: la bocca a ventosa sulla cornetta, la tenacia di chi trascina il filo peggio di chi tira una canna di nascosto. Tanto lo so. Che tra due giorni tornerà a seminare emoticon, forse a fare sexting su qualche app-secure-pin. Ma per oggi va così. Che tocchi con mano cosa è la privacy. Perché è inutile battagliare per qualcosa che non sai cos’è. Il piano telefonico lo posso cambiare quando voglio; il figlio, no. Però posso cambiare un pochino la sua storia. E arricchirla di persone che parlano, origliano, e per sbaglio, talvolta condividono.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

di Marcella Manghi (prossima autrice UOMOVIVO con il suo – ancora per poco – inedito “Mamma Mongolfiera”) 

Da genitore cresciuto, non ho mai avuto rimpianti per essere uscita dal girone delle neo-mamme. Un consesso lastricato di gioie e deliri, in perenne bilico tra consigli personali e isteria collettiva. Tuttavia, oggi ogni tanto mi prende la voglia matta di entrare in un negozio e comprarmi uno di quelli accessori fighissimi che vent’anni fa non erano ancora stati partoriti. Sono gli accessori baby-tech. E mi fanno venire in mente la versione iPhone X di quelle mie vecchie radioline a due canali che funzionavano massimo a tre metri di distanza; e nove volte su dieci ci restituivano i versi del gatto del vicino.

Una volta (si va indietro di un teen-ager), se il figlio la notte teneva sveglio il condominio, si chiamava il padre della creatura e gli si intimava: “Tienilo tu, se lo scarrozzini per il corridoio, vedrai che tra un po’ non avrà più forza per fiatare. E attento a non entrare nella zona parquet con le ruote, mi raccomando”.

Oggi invece esiste un baby monitor targato Amazon che soppianta l’altro genitore (avrà mica a che fare con la famiglia monoparentale? Ma no…). Assiste lui il primo genitore nella cameretta dei bimbi, a far la parte del Grande fratello, o fratellino che sia. L’oggetto è un maggiordomo alto quanto un biberon, capace di dirti la temperatura della stanza, di cantare ninna-nanne, o di videoregistrare il tuo fagottino che performa nel rigurgito di tapioca. Lo voglio! Sì, voglio quel baby monitor; ma lo voglio ora, nella mia casa del 2018.

Insomma: tu lo piazzi nella camera (di quello che ha appeso fuori “Do not enter, this room is biohazard”) e gli ordini di videoregistrare i dannati siti in cui sguazza il tuo brufoloso quindicenne. Oppure gli chiedi la purezza dell’aria nei bagni dopo le docce, o meglio: lo sincronizzi per fargli cantare “I will always love you” nel momento in cui il marito la sera apre la porta (e la tua puntata di Gray’s Anatomy in streaming non è ancora conclusa, mancano giusto tre minuti). Ecco a chi serve questo bendiTecnologia.

L’intelligenza tecnologica applicata all’infanzia ha un debole per le videosorveglianze.

Per la legge di mercato, significa che esistono fior di genitori che comprano questa benedetta vigilanza. Per me è un mistero. Io, quando il mio adorato poppante si addormentava – Deo gratias! – socchiudevo la porta della cameretta e pregavo di rivederlo solo dopo otto ore. Un miraggio di tempo per dedicarsi in toto a un film, a una vasca di bagnoschiuma, e – se a disposizione – pure al povero marito. Invece pare che adesso i genitori stiano con gli occhi incollati al monitor che restituisce il video del pupo. Così, nel caso di giorno non lo si fosse guardato a sufficienza. La fantasia al potere.

Forse il successo è dovuto al fatto che gli strumenti oggi sul mercato non solo filmano, ma sono in grado anche di registrare il respiro del neonato e trasformarlo in un diagramma real-time. Un generatore d’angosce e sinusoidi. Piuttosto, oggi un monitor del genere servirebbe all’aperto, per un controllare il respiro di un liceale se eventualmente ti fumacchia sul terrazzino.

Nel complesso, sono comunque contenta se qualche neo-genitore trova in questi aggeggi ciò che cerca. Attenzione solo alla controllo-dipendenza. Appena il fanciullo metterà piede fuori casa, per placare l’ansia avranno bisogno di un ben nutrito esercito di droni.

 

Articolo giù uscito su IlSussidiario

“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

Improvvisamente anche l’essere inchiodata a quel lettino in sala parto passa. Il temuto giorno passa. Ti ritrovi un po’ rotta davanti al portone di casa, accanto a te tuo marito con in braccio una vita. E adesso? Nove mesi di controlli, analisi, ecografie per monitorare la situazione, per salvaguardare e proteggere. Ed ora? Sei fuori, sei al mondo, chi veglierà che tutto andrà bene?

Che si fa? Si apre la porta di casa e si vive. Ora bisogna vivere, crescere e noi invecchiare d’amore e di sonno tra rigurgiti, pannolini, pianti notturni e profumo di bambino. Impastato di carne e sangue miei e di tuo padre, l’odore del tuo respiro, sei qui, posso stringerti e osservarti, impressionandomi nel rivedere in te tutte le mie espressioni, occhi che guardano dentro e scavano. Non siamo proprio quegli eroi che forse tu credi…

Chi sei e chi siamo noi per te… Generato nel corpo, affidato a noi da un Padre che è Figlio. In quel lettino di ospedale ti hanno posto sul mio seno nudo e ventre svuotato, nato sporco, figlio nel dolore, ti ho stretto a me così come eri, insanguinato e attaccato ancora da un cordone, ombelico, segno tangibile dell’origine, viscido, nuovo al tuo stesso respiro. Ti ho stretto. Ed ho avuto paura.

Come si fa a non tremare dinnanzi a tale mistero svelato? Mi guardi e non sai ancora. Mi guardi e sembri riconoscermi. Sorridi nel sonno senza averne coscienza, tu che respiravi dalla mia pancia ed ora sul mio cuore, tuo padre ti rimbocca le coperte e ti benedice sulla pelle.

Una manina fredda ti stringe per la prima volta le dita e sai che tutto il calore che emani serve solo a scaldarlo. Un papà che tocca il suo miracolo, lo sfiora delicato e lo sostiene con forza, avendo quasi il timore di romperlo – Come posso abbracciarti? Come stringerti al mio petto? Dammi la mano e fidati di me – «Ho imparato che quando un neonato stringe per la prima volta il dito del padre nel suo piccolo pugno, l’ha catturato per sempre». (Johnny Welch da “La marionetta”).

Amore viscerale, sanguigno, legame capitato e perdonato da una diversa libertà. Ecco cosa sei piccolo germoglio, una libertà differente che ci perdona e allenta il nodo stretto dell’egoismo.

Ti amiamo, papà e mamma.

 

 

“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

È passato un po’ di tempo dall’ultima volta che ho scritto in questo blog. L’ultima volta vi abbiamo affidato la nostra piccola storia, che è la storia di molti genitori che perdono un bimbo prima che venga alla luce. Questa Luce, in realtà, lui, Giuseppe Maria, la contempla e ne è avvolto e siamo certi della sua intercessione presso il Padre.
Ci avete scritto in tantissimi dopo aver pubblicato la nostra testimonianza, vi abbiamo sentito vicini e abbiamo potuto condividere un dolore che sa di speranza, abbiamo condiviso le paure per il futuro, molte mamme hanno pregato per noi, molte altre ne abbiamo consolate. Volevamo rispondere alle preghiere di queste mamme con una notizia già annunciata di recente: il Signore ha deciso di farci dono di una nuova presenza nelle nostre vite, una nuova esistenza che cresce e che amiamo infinitamente. Ci accingiamo ad entrare nel settimo mese, è stata una partenza difficile, i timori e la ferita del passato si fanno sentire ed è per questo che ci affidiamo nuovamente fiduciosi alla Sua volontà.

Mi hanno chiesto più di una volta “Cosa si prova ad essere mamma?”… ecco, ci ho pensato in questi giorni e in realtà non riesco bene ad esprimerlo a parole. C’è una frase di D’Annunzio, nella sua poesia “Consolazione”, che sembra appagarmi totalmente in risposta alla domanda sopracitata:
“Che proveresti tu se ti fiorisse la terra sotto i piedi, all’improvviso?”
Cosa si prova se non infinita meraviglia per un dono così grande, un dono che ci spiazza e ci tocca nelle radici più profonde del nostro essere; “essere” per l’appunto. Riguarda qualcosa di estremamente intimo, viscerale, qualcosa di meravigliosamente naturale e armonioso. Qualcosa che viene all’esistenza o meglio che Dio stesso chiama all’esistenza attraverso il nostro Sì.

La meraviglia per questa piccola cosa, piccola perché è così che funziona, piccola perché è la normalità delle cose, ma estremamente grande nel suo significato, sembra perdersi oggi di fronte ad una banalizzazione mostruosa ed il pensiero corre subito a chi questo mistero lo vìola. Ci dicono che la maternità è per tutti indifferentemente dall’essere uomo o donna, è il periodo della svendita, proprio quando noi donne dovremmo gelosamente proteggere quel mistero che ci rende madri, oggi si slega la maternità dal corpo, quasi come fosse una piaga, per poi usufruirne al bisogno. Programmiamo tutto, abbiamo bisogno di avere sempre tutto sotto controllo, la laurea, la casa, il lavoro stabile, un compagno… procediamo per tappe conquistate e pianificate senza mai lasciarci sorprendere e toccare da quel piano di Dio per noi, che si svela passo dopo passo, che richiede fiducia in un’esistenza non incasellabile, che sfugge spesso alle nostre previsioni.

Poi in “vecchiaia” reclamiamo il famoso mistero, ormai svenduto a prezzi stracciati, nel logorio del tempo che scandisce i cicli del nostro corpo. Ci imbottiamo di anticoncezionali, bulimici di una sessualità ignorante della bellezza della donazione e della comunione dei corpi, privandoci di quella vera confidenza che lega due persone nei dettagli di apertura e conoscenza del corpo, dei ritmi dell’altro, attraverso i periodi di fertilità. Non c’è vera donazione quando questo non avviene, non c’è vera unione quando non si rischia ragionevolmente di spendere la vita a coltivare quei frutti visibili dell’Amore donato. La sessualità ha un valore che l’essere umano, spesso, ignora o preferisce ignorare, un potenziale che scacciamo come la peste. Un valore che non dovrebbe negare l’altro, cosificarlo e rinchiuderlo negli egoismi, ma liberarlo: questa libertà avviene quando responsabilmente gestiamo un’intimità in un contesto maturo e magari benedetto, come nel matrimonio, seguendo quei principi cardine che la Chiesa ci indica con immensa sapienza: il principio unitivo e procreativo. Che non significa cercare di figliare ad ogni amplesso, significa non chiudersi nell’egoismo, servirsi dei periodi di castità e di fertilità, che non chiudono categoricamente la possibilità a Dio di servirsene per farci un dono, ma c’è una ragionevole fiducia e soprattutto quell’apertura richiesta che consapevolmente possiamo gestire attraverso la conoscenza del nostro corpo.

Quando parliamo della sessualità in questi termini ci vedono come alieni venuti da un mondo sconosciuto, mentre in realtà queste persone non sanno di privarsi dell’Amore vero, totale e liberante. È attraverso questa responsabilità che i frutti fanno capolino nelle nostre vite. Purtroppo recidiamo i germogli come fossero piante infestanti, a forza di recidere intacchiamo quei rami fino a seccarli. Più rami si seccano più la pianta rischia di morire. Questo è il rischio dell’egoismo, questo è il rischio quando violentiamo la natura del nostro corpo che grida vita e noi gli facciamo ingerire pillole di morte.

I frutti sono una benedizione. Che cosa si prova ad essere mamma? Chiediamolo a quelle ragazze che scelgono di abortire, a quelle persone che slegano la maternità dal corpo sessuato, a quelle che vendono i propri bambini, come al mercato, alle coppie che si arrogano il diritto di possedere una vita che non gli appartiene. I figli non appartengono nemmeno a noi che li partoriamo e li cresciamo, figuriamoci se appartengono a chi li compra. I figli sono un dono, sono una libertà differente da noi, possiamo educarla, accompagnarla, ma mai possederla o servircene a nostro comodo. Come dono vanno accolti, custoditi e poi lasciati andare nel rispetto di quella libertà che anela al bene.

Che provano quelle mamme e quei papà che negano e violentano la loro natura genitoriale? Ecco, io lo so benissimo cosa si prova ad essere mamma, una fioritura improvvisa del cuore, un profumo che si avverte tutt’intorno, una disposizione di accoglienza generale verso la vita, non solo verso i propri figli, ma una preoccupazione benevola che riguarda un campo visivo più ampio. Ed ecco perché non posso non chiedermi cos’hanno nel cuore queste donne. La cultura della morte si combatte testimoniando la bellezza della cultura della vita, è così che Papa Benedetto XVI si esprimeva di fronte alle bruttezze e ipocrisie che affliggono la nostra epoca. Cerchiamo di spargere semi di bontà, appelliamoci con urgenza a quelle coscienze addormentate che non sanno di possedere un giardino misterioso che potrebbe sbocciare d’improvviso.a

(alcuni brani selezionati della conferenza di Fabrice Hadjadj a Verona giovedì 27 ottobre)

Siamo così in una situazione senza precedenti che sembra invertire tutto ciò che un tempo fu. Fino ad oggi, era la società ad offrire ai suoi membri le ragioni di vivere e di dare la vita; ora i nostri governi sembrano piuttosto decisi a costruire una società, o piuttosto un dispositivo che, attraverso i consumi, fornisca innanzitutto ragioni di divertirsi davanti all’angoscia della morte e di legittimare il suicidio come divertimento finale. Nelle società di una volta, il generare permetteva di accedere a uno status sociale sempre più importante, in quanto genitori, nonni, fino allo status supremo, quello di antenato. Ciò vale anche per il giudaismo ed il cristianesimo: la dignità di Abramo è essere il padre di una moltitudine di popoli e Dio stesso genera nel suo seno il Figlio e attraverso di Lui soffia lo Spirito, così che nell’ordine dei nomi trinitari la paternità è anteriore alla spiritualità. Nel dispositivo attuale, l’antenato è quello a cui occorre fornire l’eutanasia. Essere padre o madre non offre nessuno status sociale, al contrario, è segno di un’inferiorità, di una degradazione, di un impedimento al raggiungimento dello status magnificato di soggetto autonomo, o piuttosto di lavoratore atletico, sempre giovane, sempre disponibile all’incontro furtivo, allo straordinario, alle ultime innovazioni della tecnica… In Germania dell’est, appena dopo la riunificazione, centinaia di donne si sono fatte sterilizzare per mostrare a un futuro datore di lavoro la loro libertà: potevano essere lavoratrici stabili e consumatrici molto serie. Uno dei motti de “Il mondo nuovo” è del resto questo: “La civiltà è la sterilizzazione”.

(…)

In un studio pubblicato nel 2013 negli “Annali di demografia storica”, la sociologa Charlotte Debest ha osservato che i “senza figli per scelta” sono sempre “impresari della morale”. Assimilano la procreazione a “una voglia irrazionale che trascende tutte le ragioni oggettive” e parallelamente impongono ai genitori le più rigide norme educative, sottolineando che il bambino “non è modellabile come il pongo”, ma “è un individuo che ha un pensiero” e fustigano i papà e le mamme che “tornano a casa alle 9 di sera
delegando i loro compiti a una babysitter”. Per questi “senza figli per scelta” il bene del bambino va contro l’esistenza del bambino. Bisogna concedere al cucciolo di uomo condizioni di vita così eccellenti e così certe che con ogni evidenza non può venire in questo mondo. Non lo poteva ieri, perché la medicina non aveva fatto abbastanza progressi. Non lo può oggi, perché ne ha fatti troppi. Ieri, c’era troppo rischio di morire da piccoli. Oggi, è condannato ad invecchiare in una specie destinata alla mutazione o all’estinzione. Dunque, con una compassione senza passione, è meglio non avere figli. Siamo qui di fronte al massimo paradosso: è quando si scopre una certa dignità della persona che sorge la domanda se dargli una vita vulnerabile e mortale, perché è solamente allora che appare il dramma di esporre la sua dignità all’indegnità. Finché il figlio è visto come un erede o uno strumento, finché è il mezzo di propagare il nome della tribù, della razza, della nazione, dell’impresa, della specie, è facile dargli la vita – morrà cedendo il suo posto ad altri e così via. Ma dal momento che il figlio è visto come un fine in sé, un individuo incomparabile, irriducibile a una funzione terrestre, appena non è più qualcosa nel mondo ma qualcuno più grande del mondo, perché dargli questa vita che va verso la morte, perché consegnarlo a un mondo che finirà per stritolarlo? Un altro punto si aggiunge a questo problema, quello del modello contrattualista. Le moderne teorie politiche presentano la società come il prodotto di un contratto sociale tra individui uguali. Come sono nati questi individui? Non ha importanza: la preoccupazione dell’uguaglianza prevale su quella dell’origine. E a ragione! La relazione di origine è necessariamente inegualitaria e la nascita non riguarda il contratto: non si può chiedere a un figlio se è d’accordo di venire al mondo. Non ha scelto di nascere. Ora sembra che per i “senza figli per scelta” che percepiscono il figlio come un uguale, un partner, non si dovrebbe scegliere di dargli la vita senza avere ottenuto prima di tutto il suo consenso. Detto altrimenti, più la dignità della vita è ricondotta a una scelta individuale, più diminuisce la possibilità che ci siano viventi, poiché ricevere la vita è anteriore ad ogni possibilità di scegliere.

(…)

Come comprendere questo intreccio di ciò che c’è di più naturale e di più soprannaturale? Come sentire che le nostre parole più quotidiane sono già implicitamente parole di Vangelo, e che bisognerà volgersi sempre più al Vangelo per poter dire veramente “Buongiorno”, credendo cioè veramente nella bontà del giorno e non essere imbavagliati dal mutismo chiacchierone della disperazione o dalla marea degli algoritmi? È quando la notte sembra trionfare che un chiarore piccolissimo appare come ambasciatore di tutta la luce. Allora ci si rende conto che il semplice fatto di dare la vita contiene già un’oscura fiducia nella vita eterna che non è una fiducia che sta sul piano psicologico, ma una fiducia consustanziale alla vita stessa, quella vita che procede dal Vivente e torna al Vivente. Perché è evidente che il nostro sesso ci spinge naturalmente verso l’altro sesso e che naturalmente questa unione si apre sulla procreazione, come l’incontro della chiave e della serratura apre la porta di una casa sconosciuta. E allo stesso tempo questa cosa così elementare e spontanea per gli animali non può essere giustificata in noi che attraverso la meditazione più metafisica. Un salmo enuncia chiaramente questo mistero: Il mio cuore e la mia carne esultano nel Dio vivente (Sal 83, 3). Un grande romanzo di questi ultimi tempi, “La Strada”, di Cormac McCarthy, esplora questo mistero con forza. “Strada”, bisogna ricordarlo, è uno dei nomi di Cristo ed è anche una buona traduzione della parola ebrea “Torah”. Un padre e suo figlio camminano in direzione dell’oceano in un mondo devastato dove, per non diventare cannibali, bisogna nutrirsi con le ultime scatole di conserva che hanno attraversato la catastrofe. Alla nascita del bambino, poco dopo il cataclisma che ha devastato la terra, la madre si è suicidata: a che serve continuare invano? Perché vivere per vedere il proprio figlio morire? Ma il padre continua, assurdamente, ostinatamente, con una forza che gli viene non tanto da sé quanto dal volto del figlio, dalla sua vulnerabilità assoluta. Perché continua? È come un nuovo Abramo, che spera contro ogni speranza (Rm 4 ,18)? In verità, non ha nessuna speranza nella testa, ma ogni passo che fa con suo figlio, è il segno di una speranza che non è innanzitutto la sua, ma quella della vita promossa e data attraverso di lui.

(…)

Perché dare la vita a un mortale? Perché avere addirittura una famiglia numerosa all’epoca dell’incertezza ecologica? Notiamo en passant che la famiglia cattolica numerosa possiede in linea di principio la sua regolazione interna attraverso le vocazioni religiose: bisogna pensare che il celibato e la verginità consacrata fanno intimamente parte della fecondità umana. Non soltanto i religiosi incarnano quella speranza nel Regno che incoraggia gli sposi ad avere figli anche nel mezzo della tormenta, non soltanto li aprono alla fruttificazione aldilà della semplice moltiplicazione, ma anche regolano la natalità impedendole di diventare esponenziale… Di sicuro chi rifiuta la nascita non obbedisce al comandamento di onorare il padre e la madre. Onorare, dare importanza ai propri genitori è riconoscere il senso della loro fecondità e dunque avere gratitudine verso di loro. Questo comandamento è precedente al “Non uccidere” perché bisogna amare la nascita per potere condannare l’omicidio. Se essere nati non è un bene, allora perché l’assassinio non sarebbe una beneficenza? Del resto, anche se condanno la nascita, posso farlo soltanto nella misura in cui sono nato, e dunque a partire dalla mia nascita. Mi pongo così in un’ingratitudine fondamentale, in un divorzio sleale tra la vita che sfrutto e la vita che ho ricevuto. Si tratta dunque, in fin dei conti, di grazia e di gratitudine. Alla domanda: “Perché Dio ha voluto creare il mondo?”, sant’Agostino risponde: “Chi si domanda perché Dio ha voluto creare il mondo, cerca la causa della volontà di Dio. Ma ogni causa è efficiente. Ora ogni efficiente è maggiore dell’effetto prodotto. Ma niente è maggiore della volontà di Dio. Non c’è dunque motivo di cercarne la causa…” . Altrove non tralascia di dire che Dio ha creato il mondo per amore; ma “per amore” vuole dire “senza perché”, senza ragione esterna all’amore stesso. Alla radice di ogni cosa creata c’è una gratuità fondamentale. Per chi è fuori dall’amore, tale gratuità appare come un’assurdità. Per chi è dentro, appare come una grazia. Certo, noi non siamo Dio. La nascita di un figlio non può essere frutto di un puro movimento gratuito della nostra volontà. Bisogna considerare le condizioni esterne, il coniuge, il contesto. Ma malgrado tutto ciò, si tratta di superare il calcolo, non di ignorarlo, di raggiungere l’atto creatore e dunque di sposare la radice del movimento della vita come gratitudine e come grazia attraverso la Croce. Se la madre di Mosé avesse giudicato unicamente in funzione della messa a morte programmata dei figli maschi degli ebrei, mai sarebbe nato il liberatore del suo popolo. Se Maria si fosse arrestata alla visione umana delle sofferenze di suo Figlio, le più atroci che un uomo possa subire, mai sarebbe fiorito il Fiat dell’Annunciazione. E se le donne di una volta non avessero affrontato il loro parto come una roulette russa, non saremmo mai stati qui, per parlare insieme. Abbiamo cominciato con una scorciatoia tra la culla ed i sepolcri. Tale scorciatoia è frequente nell’iconografia cristiana: in numerose Natività, il bambino Gesù è avvolto in garze e disteso in una mangiatoia che somiglia ad una bara. Tra il bue e l’asino, la sua morte è già annunciata. Ma quella morte non è un ostacolo. Anche se trapassa con una spada il cuore di sua madre, diventa, per la grazia dell’amore, la breccia nel tempo dove passa l’eterna fecondità di Dio.

Pubblichiamo il messaggio che ci hanno inviato Alfredo e Isabella, una splendida coppia di amici, testimoni di come si possa reagire, grazie alla fede, ai fatti a volte difficilmente comprensibili che la vita ci pone davanti.

 

Il Signore ha donato, a me e a Isabella, la grazia di custodire un’anima piccola piccola… Abbiamo voluto attendere di essere sposati, non solo in chiesa come fosse una sfilata ma con l’intenzione di essere uniti veramente a Dio… per formare con Lui la nostra famiglia.
Ricordo ancora l’espressione di mia moglie la mattina che, dopo due anni di speranza, di fede e di apertura alla vita, vide il test di gravidanza… positivo!!
Era un misto tra gioia, paura e incredulità!
La sera, quando andavamo a letto, iniziavo a parlare al nostro bimbo attraverso l’ombelico di Isabella, come se fosse un interfono naturale!!
Lo so che era meno di un fagiolino e magari non mi capiva ma son sicuro che sentiva l’affetto di quelle parole… era il DONO che il Signore ci ha fatto nell’anno della Misericordia, non un un “obbligo”, un “capriccio” o peggio un “dovere” per sentirci normali…. ma un semplice e meraviglioso DONO!!!
Purtroppo questo DONO è durato per poco tempo…. oggi in ospedale la triste notizia.
Se il demonio ci voleva tentare come Gesù nel deserto… grazie alla FEDE e all’unità tra noi gli è andata male!!!!!
Consideriamo comunque sia una grazia averlo avuto tra noi anche solo per 7 settimane.
Ora abbiamo un angioletto in Cielo che, assieme ai nostri cari, intercederà per noi presso Dio!
Ringraziamo tutti coloro che si sono uniti in preghiera per e con noi.
Che Dio vi benedica.

Alfredo & Isabella

 

Ieri sera ero sul divano a dire il mio consueto Rosario, mentre i miei tre bimbi giocavano sul tappetone (col LEGO duplo, ça va sans dire).

Ad un tratto al mezzanello parte l’embolo della coccola e mi sale addosso per abbracciarmi.

Come da copione alla piccolina, appena lo vede, le monta subito la gelosia al cervello, così anche lei mi si arrampica sul petto, ed in feroce concorrenza col fratello, inizia una gara personale di bacini e carezzine al sottoscritto, entrambi alternandosi nel rivendicare in via esclusiva la loro figliolanza gridandosi fraternamente l’un l’altro in faccia: “Mio papi!!!”.

A parte il fatto di essere stato interrotto durante la preghiera, confesso di essermela goduta un sacco: perché è bello essere conteso dai propri figli, anche se solo in maniera giocosa.

Tanto che avrei voluto potermi dividere, superare le barriere della materialità per potermi dare tutto ad entrambi in maniera esclusiva.

E allora un po’ mi è parso di capire come debba essersi sentito anche Gesù, quando le folle lo attorniavano, e per l’amore appassionato che Egli aveva per ciascuno davvero non vedesse l’ora di essere immerso in quel battesimo di sangue che lo avrebbe condotto, nella Sua risurrezione, ad assumere un corpo trasfigurato, finalmente non più soggetto alla fisicità coatta di mortale, bensì “dominus” su di essa gli avrebbe permesso di essere con i suoi «tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Matteo 28,20).

Ma ancor più ho compreso quel Suo desiderio di farsi cibo e bevanda fino al suo ritorno ultimo, per potersi fare realmente “presente”: totalmente dono per ciascuno di quei figli amatissimi per la salvezza eterna dei quali ha dato tutto se stesso.

Ed essere, ultimamente, tutto in tutti.

 

 

(Andrea Torquato Giovanoli – testo uscito sul blog dell’autore andreatorquatogiovanoli.wordpress.com)

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Marco ha un’automobile nuova, gli piace moltissimo. Ma è un tipo generoso e quando Giovanni gli ha chiesto se gliela prestava, ha pensato prima all’amicizia e ha lasciato che la tenesse un anno intero (sì, un anno intero!) e si facesse un giro per l’Europa. Giovanni gli ha riportato l’automobile integra. Marco e Giovanni sono ottimi amici, si vogliono bene e bisogna dire che Marco è un tipo davvero generoso.

Marco ha avuto un figlio che a Giovanni piace moltissimo, tanto che ha pensato di chiedergli se glielo prestava per sei mesi. Marco è generoso e ha lasciato che Giovanni portasse suo figlio di un anno sei mesi in giro per l’Europa. Quando torna, anche Laura si è prenotata per il figlio di Marco e lui, che è un tipo davvero generoso, glielo presterà per dieci mesi. Tutti loro si vogliono bene e sono davvero generosi.

Ora, se chiedete a me, vi dico che per quanto riguarda l’automobile di Marco vedo un grande gesto, per quanto riguarda il figlio vedo un gesto di psicosi estrema. Ma qualcuno di voi sarebbe in grado di argomentare per quale ragione il caso dell’automobile è accettabile, anzi, è una gran cosa, mentre il caso del figlio è pura follia? Cioè, intendo argomentare senza arrivare a dire che c’è qualcosa di immorale.

Per forza di cose si arriva al punto in cui si dichiara che una cosa è morale o immorale. Ma ciò che è morale o immorale non lo può dire la scienza. O si accetta o non si accetta. Ecco perché non ha alcun senso che gli atti considerati immorali dai cattolici vengano spiegati in maniera “scientifica”. Ecco perché è tremendamente stupido e miope credere che i propri valori morali (magari non cattolici) siano indipendenti e liberi da qualsiasi tradizione o influenza esterna.

Proviamo con un altro esempio altrettanto brutale.

Paolo ha deciso di portare Giulia, sua figlia di nove anni, a danza. Giulia non è entusiasta, dopo qualche settimana dice che proprio non le piace. Paolo le dice di aspettare ancora qualche lezione che vedrà che è molto bello. Alla fine non c’è niente da fare, a Giulia non le piace proprio e dopo due mesi Paolo decide di toglierla dal corso.
Tutto regolare, giusto? Giusto. Anzi, Paolo si è rivelato un padre comprensibile che sa ascoltare la figlia e non la forza a fare cose che non deve necessariamente fare.

Matteo ha deciso di portare Silvia, sua figlia di nove anni, dal suo vicino esperto in lezioni pratiche di educazione sessuale. Non le fa del male, sono esercizi pratici di educazione sessuale dove le si insegna l’autoerotismo, stare bene col proprio corpo, e la masturbazione come terapia per prevenire la nevrosi adulta. Silvia non si trova bene fin dall’inizio. Per Matteo il sesso non è un tabù, lui dice che niente di sessuale in sé è vergognoso, a meno che si faccia proprio del male, ma il suo vicino non le fa male. Matteo le dice di tenere duro e che vedrà che più avanti lo troverà molto appagante. Ma alla fine, dopo due mesi, niente da fare: Matteo decide di non proseguire quella terapia.

Tutto regolare, giusto? No, per niente. Matteo e il suo vicino sono dei mostri. Oltre che completamente fuori di testa. Non basta avere buona volontà, amarsi, essere generosi per giustificare un atto. La buona volontà, la generosità, l’amore (non intendo quello cristiano che è particolare) sono sempre ottimi, ma non bastano. Nessun atto si può giustificare soltanto perché sono presenti questi elementi. Pensare che non esistano altri elementi per valutare un atto ci porta alla rovina, come nel caso di Matteo e sua figlia Silvia. Ma Silvia è minorenne, direte voi. Sì, però se il padre la porta a danza è minorenne lo stesso e non c’è alcun problema. Perché quando si tratta di sesso diventa un problema? Perché il sesso è sempre un tabù. Non importa quanto emancipato ti senti. Il sesso è tabù. Se non lo fosse, bisognerebbe accettare il caso di Matteo e sua figlia Silvia. Eh, ma questo è estremo, direte voi. È vero. La domanda è: chi siamo noi per determinare che cosa è estremo e che cosa non lo è?

Ecco, alla fine, tutti hanno dei valori morali, sia che si tratti di un cattolico, sia che si tratti di un libero pensatore. Ognuno si trova ad imporre (sì, IMPORRE) la propria visione di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia estremo e cosa sia tollerabile.