“Altrimenti ci arrabbiamo” di Francesco e Rachele

Era il 24 febbraio scorso quando commossi, impauriti ed emozionati leggemmo nel test “incinta 2-3” settimane. Io che sono una persona ansiosa, tanto per cambiare, andai in ansia. Sapevo che quel momento sarebbe arrivato, mio marito ed io abbiamo sempre vissuto la sessualità con una sincera apertura alla vita. “Ed ora? sarò una buona madre? sarò in grado di crescere questo bambino? la vita cambierà.. e con la mia salute non troppo stabile? ce la farò?”, avevo paura sì, ma piano piano, di minuto in minuto, iniziava a farsi strada nel mio cuore la consapevolezza di essere diventata mamma. Mio marito ed io eravamo genitori. Una consapevolezza che trasfigurava ogni timore in speranza e gioia. Piangevamo e ci abbracciavamo. Era il nostro bambino. Finalmente entrambi sapevamo con certezza di aver fatto qualcosa di buono nelle nostre esistenze, qualcosa che andava ben oltre la nostra comprensione, eravamo cooperatori di quel mistero grande che è la vita, avevamo “collaborato” con Dio e questa grandezza ci scopriva fragilmente emozionati. Iniziammo a far progetti, a fantasticare sul nome, a programmare le prime visite, prenotare analisi. 13461119_1014877248565319_1943134125_oIniziammo ad orientare le nostre vite per quel germoglio impresso nel ventre. Francesco tornava da lavoro, si piegava già sul mio pancino baciandolo e parlando al cucciolo “sei piccolo come un fagiolino, sei il nostro fagiolino.” Ed io, iniziai sin da subito a cogliere tutti quegli aspetti positivi, quei privilegi, legati alla gravidanza “amore… mi fai un altro massaggio alla schiena? a Fagiolino piace tanto..”. Vivevamo un clima sereno, disteso, di riconoscenza per il dono ricevuto. Sì, la vita è un dono, bisogna amarla con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente.

La prima visita arrivò e anche la dura verità: “è troppo piccolo, non cresce. Proviamo questa cura”. Il cuore mi si spezzò dentro, mi rifugiai tra le braccia di mio marito. Non cresceva, piangevo e avevo come la sensazione che le cose non sarebbero andate bene, “dai, piccolino, cresci, forza!”. Era la sesta settimana di gravidanza, il 3 marzo, quando iniziai ad avvertire quegli strani dolori. Andammo al pronto soccorso, mi fecero una puntura di progesterone ed una visita, alla quale non fecero entrare mio marito, fui trattata con maleducazione e sufficienza, infine mi dissero “questa è una grave minaccia di aborto signora”. Tornammo a casa, chiamai la mia famiglia, mia mamma al telefono soffriva insieme a me. Finì che rimasi per ore in bagno tra le lacrime ed i forti dolori, mentre perdevamo il nostro piccolo fagiolino senza poter fare nulla. Francesco poi lo raccolse. Era mattino ormai.
Non c’è una reale causa all’aborto spontaneo, consultando vari pareri medici ci fu detto che era semplicemente un discorso di probabilità. Il giorno dopo tornammo in Umbria dai nostri cari. Vivemmo il nostro lutto. Seppellimmo Giuseppe Maria in un posto tutto nostro piantando sopra un alberello fiorito.

Perché abbiamo deciso di scriverlo e di rendere pubblica una notizia tanto delicata? Perché noi stessi ne abbiamo bisogno, anche se siamo sereni, anche se abbiamo accettato, abbiamo bisogno di condivisione. Poi, per rendere testimonianza, per dare conforto a quelle mamme che hanno fatto la stessa esperienza. Perché sin da subito, Francesco ed io, ci siamo detti che i figli non sono un segreto e se il Signore vorrà donarcene altri conteremo a partire da quel piccolo fagiolino unico, irripetibile e soprattutto insostituibile. Giuseppe Maria ci ha preceduti nel regno del Padre, lo contempla e intercede per la sua famiglia. I sacerdoti a noi vicini non hanno smesso di ricordarci che questa vita non è perduta, c’è, esiste, ed è tornata a casa. In particolare vorremmo ringraziare padre Umberto Occhialini, don Giuseppe Tanzella Nitti e suor Roberta Vinerba, che ci hanno sostenuti con la preghiera e che hanno avuto parole di vita eterna per noi, di speranza. Grazie a quegli amici preziosi conosciuti grazie a fb, che hanno accolto la nostra sofferenza, Eleonora, Barbara, Gloria, Annalisa, Isabella, Michela, Anita e Giuseppe, Chiara, Fabiana, Caterina ed Elia, Alessandra, Annarosa, Marilena, Nicoletta, Silvia, Riccardo, Gaetano, Luigi, Lorenzo, Sere, Fabrizio, Saimir, don Matteo Riboli… e tanti altri. Abbiamo potuto sperimentare l’affetto e la fratellanza di tante persone. Tutto questo per un minuscolo fagiolino, proprio quello che gli abortisti si ostinano a chiamare grumo di cellule.

Ora vorrei parlare a voi, care mamme che avete intenzione di sopprimere quel minuscolo bambino. Parlo ai vostri cuori, al mistero che vi rende madri. Non ascoltate chi, nella disperazione che state vivendo, vi suggerisce una bugia, un bene apparente. Non cedete. Non macchiatevi di questo delitto, un figlio non si cancella. Possiamo farlo sparire, possiamo toglierlo di mezzo, rifiutarci di amarlo, ma la verità è più forte del nostro egoismo; è un dono, non si uccide, non si vende, non si compra, si ama con infinita gratuità. La vita così delicata, vi si è aggrappata nel ventre, intessuta nel vostro grembo, sangue del vostro sangue. Rivolgetevi alle associazioni pro-life come il Movimento per la Vita, vi daranno tutto il sostegno del quale avete bisogno. Fermatevi a respirare lentamente, sentite la vita che vi attraversa, due persone in un corpo solo, spalancate il cuore, immergetevi in questo miracolo: siete madri!

Mi manchi piccolino, volevo dirti che ti ho voluto bene dal primo momento, che ti abbiamo accolto come il dono più prezioso, spero un giorno di poterti stringere. Volevo dirti che quando eravamo insieme il tempo era pieno, anche se poco, è stato come un respiro d’eternità. Avrei tanto voluto conoscerti, scoprire i tuoi lineamenti, scorgere i tuoi difetti, giocare con te, mostrarti il mondo, tenere la tua piccola mano nella mia. Avrei voluto affannarmi come tutte per mancanza di tempo, ed essere quel tipo di madre con la casa mai ordinata ma che profuma di bucato appena steso. Grazie, perché mi hai dato modo di innamorarmi ancora di più del tuo papà. Vorrei dirti ciao, amore nostro, ti avrei spinto presto fuori dal nido, ma prematuramente ti abbiamo lasciato andare.
Ti pensiamo sempre, ci affidiamo alla tua intercessione; tu conosci i piani e la verità ti è svelata. Mamma e papà.

“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore!”