by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

Da piccolo avrei voluto essere un supereroe. Non che mio padre assecondasse l’idea. Per lui, al massimo, sarei potuto diventare l’attore che lo interpretava. Trovavo fosse figo salvare le persone in pirotecniche acrobazie, danzare con i pattini sul ghiaccio mentre dei criminali tentano di farti la pelle. Ma, crescendo, ho capito che persino i supereroi come Bruce Wayne hanno dovuto fare i conti con la realtà. Così, ad esempio, Batman è diventato un uomo triste e solo, impotente di fronte alla malvagità crescente.

Gli anni 80 sono stati il periodo del revisionismo fumettistico, in cui Alan Moore e Frank Miller hanno trasformato radicalmente il modo di concepire i comics. Gli autori hanno iniziato a sperimentare tavole dalle sequenze cinematografiche e dalle atmosfere noir, con un tratto pittorico che le ha rese vere e proprie opere d’arte. Gli eroi dei fumetti, però, erano passati da personaggi delle strisce, a farsi le strisce, e così, con tanto di problemi di identità, finivano dallo psichiatra.

Dalla droga e dalla schiavitù della pornografia tenta di fuggire anche Karen Page, la co-protagonista del fumetto Daredevil: rinascita, rea di aver venduto l’identità del compagno per una dose. Scritta dal già citato Miller, è tra le storie supereroistiche più rock’n’roll che ci siano, perché fondata sulla roccia, quella vera, della Fede: Matt Murdock (Daredevil) cade e perde tutto a causa del tradimento della sua amata Karen, fino a quando, salvato dalla Grazia e dalla preghiera di intercessione di sua mamma (nel frattempo diventata una suora), riesce a ritrovare la propria identità di uomo, sconfiggere i demoni che lo avevano tenuto prigioniero e perdonare la sua amata.

Nonostante i cambiamenti, forse per indirizzare i fumetti verso un pubblico più adulto, i personaggi sanno che non basta un semplice restyling del costume per sentirsi adeguati, non basta un semplice reboot per ricominciare da capo se il cambiamento non avviene prima interiormente, e, per quanto capaci di inventare macchine del tempo, di spostarsi da un pianeta all’altro con estrema facilità, lo sforzo sarebbe vano se non ci fosse nessuno disposto a sacrificare la vita per i propri amici. Non è un caso che tutti i supercattivi siano in realtà dei superegoisti che, con la pretesa di essere buoni, arrivano a voler sacrificare il mondo intero per garantire un  pianeta migliore che in fin dei conti ha la forma del loro volto.

“Grazie a Dio è vivo…”, sospira la mamma in lacrime di gioia. Semplici parole di gratitudine. Ecco la Fede! La promessa che Matt fa, baciando la croce, è la vera follia che può toglierci realmente calzamaglie, maschere e mascherine e condurci verso la rinascita.
Infatti è proprio dalle cadute, e dalle susseguenti scelte che prendiamo, che si definisce chi siamo veramente, e persino Matt Murdock non potrà più fare a meno dei sacramenti per portare un po’ di luce a Hell’s Kitchen.

di Anita Baldisserotto (autrice della parte bella di Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare)

Da quando è iniziato il mio cammino di conversione, è avvenuto in me un graduale cambiamento interiore che mi ha portato a vedere le cose diversamente, a vagliare ogni aspetto della mia vita e a fare scelte totalmente diverse, rispetto alle mie consuetudini, scelte quasi assurde, che non avrei mai fatto se non avessi incontrato Gesù. È Lui il motivo di tutto. Fin da subito non riuscivo a comunicare quanto stavo scoprendo alle persone che avevo intorno. Mi sentivo un UFO (non un gufo ma uno di quegli oggetti volanti non ben identificati).

Io e mio marito parliamo in italiano, fra di noi, ma ci piace usare ogni tanto delle frasi in dialetto veneto, così, per ridere. Una è “credeghe ai UFO” (che mio marito trasforma nel suo inglese: “believe in the UFO“). Il significato è piuttosto intuitivo… Comunque, non che io mi sia mai tanto sentita integrata socialmente, magari con certe persone di più, ma sempre facevo lo sforzo di appartenere a qualche gruppo comportandomi in modi che avrei preferito evitare. Per cui in realtà mi sono sempre sentita fuori dal coro, solo che non avevo motivo di fare un passo e cantare qualcosa di diverso. Quando ho incontrato Gesù, ho trovato anche il motivo, e così ho cercato insieme a mio marito di usare la creatività come linguaggio per dire alle persone quanto stupefacente fosse vivere con questo Gesù e anche rassicurarle che stavamo bene. Sposandomi a 23 anni ha scioccato infatti più di qualcuno… (Cantare i pezzi un po’ demenziali dei Mienmiuaif non ha rassicurato proprio tutti, ma le intenzioni erano buone…).

Ancora, però, mi rimane la sensazione di essere un UFO, perché quasi nessuno, ormai, almeno della mia generazione, crede in Gesù, tanto meno nella Chiesa, e a volte mi pare che tutto remi contro. Vado a Messa durante la settimana o al sabato sera con la mia crew di adorabili vecchiette (e qualche vecchietto) ed è palese quanto io sia un UFO. Ma allo stesso tempo non sapete quanto questo mi “gasi”. Mi fa sentire un’eroina di un film apocalittico dove sembra che sia tutto perduto, ma poi Gesù e Maria e tutto il Cielo ribalteranno le cose (sto guardando la serie di Star Trek, incide pure questo mi sa….).

E poi a Messa ci porto tutti quelli che conosco, tutto il mio liceo, i compagni di classe delle medie, delle elementari, dell’asilo, dell’università, ogni amica che ho e ho avuto, la mia famiglia, ogni parente, conoscente, chi mi scrive su Instagram e YouTube, li metto tutti lì e chiedo a Dio di entrare nel loro cuore e che loro possano rispondere «sì», anche fosse all’ultimo istante e che possiamo essere tutti insieme un giorno in Paradiso uniti a Dio for the eternity.

di Pietro Antonicelli (dal blog Sposi&Spose di Cristo)

Lo zio di mia moglie – che si chiama Massimo – l’altro giorno ha operato un prodigio (certo, merito dei miei angeli custodi che lo hanno aiutato)… ma le sue mani hanno ripescato in mare, sotto 10 cm di sabbia… la mia fede… nuziale.

Ero lì che paravo una pallonata e mi è volato via l’anello. L’ho visto inabissarsi nel mare splendido di Praialonga (Crotone) e mi sono sentito come Frodo Baggins nel momento in cui Sméagol (Gollum) gli stacca a morsi il dito prima di cadere nella lava del Monte Fato.

Ed ecco un eroe, un mito: zio Massimo si tuffa con maschera e boccaglio e – come accadde per Gollum – riaffiora dalle acque tenendo tra le mani “il mio tessssoooorooo”!

Che gioia! Non potevo crederci! Il mio anello, l’anello del potere, l’anello che ghermisce tutti i miei demoni, tutti i miei egoismi, tutti i miei individualismi… era nuovamente nelle mie mani e poco dopo al mio dito anulare.

La fede nuziale non è un semplice anello, è molto molto di più. Ha il potere di riportarti a vivere così come ha vissuto Cristo… ha il potere di ricordarti che non vivi più per te stesso, ma che la tua vita è unita a quella di un’altra persona. Ed è ciò che libera l’uomo dalla sua libertà.

Si, ho scritto proprio così: col matrimonio l’uomo viene liberato della sua libertà, per essere veramente libero. Basti pensare a tutte quelle libertà che uno liberamente si prende… che poi schiacciano l’uomo in una vera dipendenza cronica.

Nel matrimonio si attuano pienamente quelle Parole del Signore in cui Gesù dice: “a che giova all’uomo guadagnare il mondo intero se poi perde sé stesso?” (cfr. Lc 9,25) e ancora quella in cui Gesù afferma: “chi salverà la propria vita la perderà, ma chi la perderà per causa mia, la troverà” (cfr. Mt 16,25).

Ed eccomi qui, con la fede nuziale tra le mani, a ringraziare il Signore per avermi liberato da me stesso, per avermi donato una moglie il cui zio sa recuperare gli anelli in mare, per avermi donato questo grande TeSSoro: il mio matrimonio… attraverso cui posso arrivare al grande tesoro che è Dio stesso.

Grazie zio Massimo, grazie Gesù.

 

(p.s. per la cronaca: zio Massimo lo scorso anno ha perso in situazioni analoghe la sua fede di nozze… non ha avuto però i miei angeli custodi che lo aiutassero nelle ricerche e da allora il suo anulare è tristemente nudo.)

di Giovanni Biolo

Dopo aver parlato dell’incisivo centrale, passiamo all’incisivo laterale? No, oggi ci soffermiamo su un’altra funzione dei denti: la masticazione.

Per i nostri denti è sicuramente più comodo e rilassante svolgere solo la funzione estetica del sorriso; invece i nostri bianchi amici, volenti o nolenti, devono anche scontrarsi tra di loro, più e più volte al giorno, per triturare e sminuzzare così il cibo.

“È un duro lavoro, ma qualcuno deve pur farlo” dicono nei film.

Anche il cristiano, come il dente, ha varie “funzioni”, certe più comode e certe un po’ scomode come… l’essere apostolo: l’argomento dento-teologico di oggi!

Tutti noi sappiamo che tra i vari compiti del cattolico c’è l’annunciare la Buona Novella (la famosa “Novella 2000-Anni Fa”… battutona). Il più delle volte, però, abbiamo paura di farlo.

“Cosa penserà quel mio caro amico se gli parlo di Dio, se gli propongo di venire a Messa con me? Sicuramente inizierà a ridere e a prendermi in giro”.

Ma non è paura. Da una parte abbiamo troppo a cuore l’opinione che la gente ha di noi; dall’altra diciamoci la verità… sotto sotto non ci crediamo. Non crediamo che sia giusto farlo!

“Fare apostolato? Evangelizzare? I miei amici stanno bene così e anch’io sto bene per i fatti miei ad andare alla Messa infrasettimanale”…

“Se stanno bene con la loro filosofia di vita chi sono io per rompere le scatole?”

Giustissimo… se parliamo di filosofia di vita! Ma essere cattolico non è avere una bella filosofia di vita, anche se fosse la migliore. No. Essere cattolico è avere incontrato Cristo e vivere ogni giorno questa relazione… che felicità!

Chi l’ha provato lo sa, non ci sono parole per descrivere come ci si sente! Il cielo si squarcia e le cose non solo “sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto” (Montale), ma lo tradiscono proprio!

P.S.: questo è l’unico tradimento ammesso.

Noi siamo nel mondo (ma non siamo mondani) e sappiamo che tipo di felicità il mondo può offrire… Che amico sarei se dopo aver scoperto il segreto per essere felici non lo dicessi agli altri?

Ti regalano dei biglietti per la finale di Champions (magari della Juve) e tu che fai… vai da solo?!?

Quindi il moLare della storia oggi è: andate a trovare un vostro amico con questo sorriso splendente, interiore ed esteriore… vi chiederà “Che bei denti bianchi, da chi sei andato?”… Con calma, rispondete “C’era una volta, 2000 anni fa…”

“Shampoo. Non è un problema di forfora, ma di pace coniugale”, di Paolo Pugni, è il nuovo libro della collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, edita da Berica Editrice.

Un titolo che allude alla celebre canzone di Giorgio Gaber e che racconta in maniera ironica e pungente il matrimonio di due sposi, Paolo e Franca, insieme da più di 30 anni, convinti che “un bello shampoo, una bella lavata di testa, ogni tanto, non può che essere utile”.

Brevi scene e riflessioni scritte e raccolte dall’autore a mo’ di album, come se si sfogliasse la vita della famiglia Pugni per condividerne la bellezza, l’allegria, ma anche le difficoltà di una vocazione che rimane un mistero grande e affascinante.

Un libro sul matrimonio scritto con uno stile molto colloquiale e pieno di spunti – differenze uomo-donna, figli, faccende domestiche, lavoro, tecnologia, calcio, fede – utile ai fidanzati in cammino verso il grande giorno ma anche a tutte quelle coppie che possono ritrovarsi in questa storia, unica e universale, e ridere, scherzare, anche commuoversi, meditare insieme su quello che stanno vivendo.

“Una recente ricerca ha evidenziato che gli uomini sottoposti a un continuo sottile stato di stress, di ansia, vivono molto più a lungo e sono molto più pronti e brillanti. Quindi di fatto mia moglie è il mio personal trainer. Si prende cura di me, mi educa. Del resto è della scuola di sua nonna la quale affermava che gli uomini si possono curare, ma non guariscono mai. Si addomesticano, ma non perdono mai del tutto quella parte di selvaggio che li contraddistingue. E quindi, ogni tanto bisogna fare loro uno shampoo”.

 

Qui sotto il video da cui è nata l’idea del libro:

 

Il libro è disponibile dal 13 settembre in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice e dal 15 su Amazon o altre piattaforme digitali, oppure richiedendolo in libreria.

Per maggiori informazioni è possibile scrivere un’email a mienmiuaif@gmail.com.

Potete leggere a questo link l’intervista completa che ci ha fatto Martina Bottaro nel suo blog 🙂

Qui di seguito un breve estratto:

Dio e la fede nelle vostre canzoni.  Che rapporto avete con Lui?  “Chi dite che io sia?”

Nelle nostre canzoni Dio e la fede sono presenti in maniera spontanea. Ne parliamo perché fanno parte della nostra vita, sono essenziali. Qualche volta ci sono riferimenti più diretti, qualche volta meno. Non è che si debba per forza nominare Dio, ma neppure avere paura di inserire l’argomento. Gesù, Maria ed i Santi sono argomenti tabù: se si parla di una divinità, di un’energia, la cosa è più accettata. Noi però non crediamo in un essere vago, in un “dio spray”, come una volta lo ha definito Papa Francesco. Noi crediamo nel Dio del Vangelo, perché è Lui che ci ha salvati, che ha cambiato le nostre vite in un momento difficile, poco più di cinque anni fa.L’incontro con Cristo ha determinato la nostra storia, il nostro matrimonio, è qualcosa che non può stare fuori dai modi in cui ci esprimiamo, anche a livello musicale.

 

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

In quest’ultimo periodo ho ascoltato a Medjugorje, e non solo, tante testimonianze di conversione, racconti di storie di vita e dei modi, vari e unici come è unica ogni persona, in cui la fede è stata determinante, in cui credere e affidarsi all’amore di Dio è stata la chiave che ha aperto le porte di una vita piena. Racconti che spiegano annunciano affermano come la vera gioia, la pace, la salvezza terrena prima ancora che eterna si trovano solo in Gesù. E allora ho pensato di raccontarvi la storia della mia vita finora, per testimoniare anch’io quanto in Dio sia il senso di tutto, della gioia e del dolore, nelle sue vie incomprensibili il più delle volte, nelle prove, anche in quelle aspre e difficili, nei tempi di prosperità, in ogni attimo. Leggerete tanta sofferenza, ma l’amore di Dio è incommensurabile e quello che voglio dirvi con la mia storia è proprio questo: siamo amati!

Parto dall’inizio. Ho avuto un’infanzia piena di affetto, attenzioni, coccole, ma triste. Una famiglia formalmente cattolica, a Reggio Calabria. Mio padre faceva l’avvocato (da giovane era stato pieno di interessi, aveva preso due lauree, una in Economia e lavorato per un po’ come commercialista, poi in Giurisprudenza e nel frattempo fin dai diciotto anni era giornalista per un quotidiano locale), mia madre era insegnante di Lettere. Avevano saldi principi di stampo cattolico, soprattutto mio padre, mia madre era più influenzata da alcune idee che hanno sedotto milioni di persone dagli anni 60/70, in particolare per quel che riguarda il ruolo della donna, anche se in modo attenuato dalla cultura cattolica che comunque era molto presente nelle città del sud. Erano praticanti in modo superficiale, senza assiduità e soprattutto non pregavano. Entrambi eccessivamente legati alle loro famiglie d’origine, soprattutto mia madre, sono stati più volte sull’orlo della separazione, senza mai farlo, e di questo sono felice. I motivi erano incomprensioni dovute all’intrusività dei parenti, alla mancata costruzione di un’unione sponsale profonda e forte e preminente su gli altri affetti parentali. L’orgoglio di entrambi è sfociato in una guerra fredda molto pesante per me. Questo acuito dal fatto che ero rimasta figlia unica e che tranne la scuola, unico luogo in cui frequentavo coetanei, stavo sempre con gli adulti, e mi mancava la spensieratezza di quell’età. Mi sentivo sola e tanto oppressa, infelice al punto che a dodici anni pensavo che avrei tenuto duro fino ai diciotto e poi se niente fosse cambiato mi sarei buttata da un balcone come soluzione per non soffrire. Era un ragionamento influenzato anche da quel modo di pensare, oggi sempre più diffuso, che vede la morte come soluzione per fuggire dalle sofferenze in un’autodeterminazione per cui si decide se vivere o no in base al tipo di qualità di vita che si vuole. E cioè un atteggiamento depresso. Desideravo una famiglia pur avendola, desideravo l’armonia, nonostante non fossi minimamente trascurata dai miei genitori che avrebbero dato la vita per me.

Avevo quattordici anni quando mio padre scoprì di avere un tumore ai polmoni ed esattamente l’anno successivo, dopo chemioterapia e la grazia di avere pochissime sofferenze rispetto a quelle previste in quei casi, muore. L’anno successivo si ammala di mielite e in pochi mesi muore anche la mia nonna paterna, a cui ero strettamente legata, e io ho vissuto un dolore fortissimo aggravato dal fatto che lei non era amata da nessuno, per colpa sua dicevano, fatto sta che non era amata né capita, quindi per me quel periodo è stato un’esperienza di solitudine, sua e quindi anche mia, immensa, lacerante. Ho passato così l’anno dei miei sedici anni.

Trascorro quegli anni di adolescenza dopo la morte di mio padre catapultata nell’atmosfera dei parenti di mia madre, genitori, fratelli, ma soprattutto i numerosi zii e cugini che lei era felice di riprendere a frequentare assiduamente e a cui era fortemente legata. Finita la scuola mi iscrivo all’università come tappa obbligata per far qualcosa, per seguire l’onda. Scelgo Lettere moderne solo perché per me era una cosa facile, ma senza alcuna passione, interesse. Il mio desiderio per la vita era solo costruirmi una famiglia. Non ho sviluppato passioni da coltivare o l’interesse per un’attività lavorativa per esprimere le mie potenzialità. Mi mancavano le basi. Quello che cercavo era il calore umano, il calore di una famiglia, amicizie, amare ed essere amata, relazioni affettive profonde e durature. Forse anche per questo non mi interessavano i fidanzatini adolescenziali, quelle cose che sapevi che difficilmente sarebbero state per sempre. E quindi non ne avevo mai avuto uno. Mi invaghivo delle ipotetiche suocere e delle famiglie dei ragazzi più che di loro, cercando un modello di donna a cui ispirarmi, che era sempre la madre di vari figli, classica, raffinata, casalinga, con una bella casa. Sognavo. Speravo nel futuro.

Conclusa l’adolescenza, avevo ventun’anni quando mia madre si ammala di tumore al seno. Diagnosi precoce, operazione, chemio. Sembrava tutto sconfitto ma un anno e mezzo dopo arrivano le metastasi al fegato e in pochi mesi dopo nuova chemio e radioterapia con tutto quello che comporta vivere la malattia, e farlo sola io e lei come famiglia, ma con la pressante e costante, amorevole forse per lei, ma estenuante per me presenza dei suoi parenti, muore circa un mese dopo la mia laurea.

A ventitré anni mi ritrovo sola al mondo.

E in questa condizione ho vissuto per nove lunghi anni, fino a quando poi ho incontrato mio marito. Lunghi anni in cui ho conosciuto la disperazione, la ricerca del senso della vita, il vuoto, la speranza, lo sconforto, le incomprensioni, le maldicenze, il pietismo, tanto tanto pietismo, la superficialità della gente, l’aiuto, ancora il vuoto e ancora la speranza. E la fede.

Sola al mondo. Il pensiero di farla finita come soluzione per non soffrire, per una vita la cui qualità mi terrorizzava, per una vita che non mi sembrava vita in quelle condizioni, c’è stato nei primi mesi. Ma, grazie a Dio, il pensiero che era il momento di attuarlo mi faceva ancor più ribrezzo, dal più profondo della mia anima c’era un rifiuto, istintivo, viscerale. Non ce l’avrei mai fatta a suicidarmi. E così ho capito che non potevo fare altro che sopravvivere, con la speranza, cieca, aggrappata allora solo vagamente a Dio, di riuscire poi a vivere, col sogno di vivere bene.

La solitudine annienta. Il fatto di non appartenere, di non aver nessuno da amare e da cui essere amata, di abitare da sola, di occuparmi di tutto da sola, mi toglieva il senso del vivere.

C’erano i parenti, ma tra me e loro non c’erano mai stati rapporti veri, profondi, e dopo qualche tentativo con alcuni di instaurare una vicinanza familiare ho dovuto allontanarmi. Con alcuni c’era troppa diversità di mentalità, di vedute, in particolare poi per le antipatie passate tra alcuni di loro e mio padre, soprattutto con mia nonna, sentivo come se avessi dovuto rinnegarlo, rinnegare una parte di me, i tratti suoi in me che a loro certo non piacevano. Altri proprio non volevano o non sentivano di aiutarmi veramente, il loro unico interesse era chiaramente solo apparire buoni agli occhi degli altri, per cui io me ne sono allontanata. Ovviamente ho subìto attacchi, non diretti, ma subdoli che si sono manifestati successivamente perfino in lettere anonime indirizzate ad ambienti e ad amici che frequentavo, che miravano a screditarmi e a farmi apparire come una cattiva persona sottolineando la bontà dei parenti da cui io mi ero allontanata.

Nel periodo del primo tumore di mia madre la paura di poter rimanere da sola e l’infelicità di quella vita che sentivo troppo stretta mi aveva portata a iniziare la psicanalisi da un dottore molto conosciuto e amato in città. E, rimasta sola, lui è stato la mia fonte di salvezza. Di sicuro uno strumento del Signore e il primo che mi ha portata verso di Lui. Data la mia situazione di totale mancanza di affetti, il rapporto con lui è poi cambiato, il rapporto professionale è venuto meno ed è diventato un sostegno parentale, infatti lo chiamo zio, perché da zio si è comportato, fornendomi aiuto nelle varie vicende pratiche e burocratiche di ogni tipo, presentandomi come sua nipote, fornendomi così calore e protezione. Ma soprattutto mi ha formata umanamente, mi ha insegnato a vivere, trasmettendomi anche la sua fede. Gran parte di come sono lo devo a lui. Il fatto che lui mi volesse bene mi ha dato la forza di andare avanti. Quando inizialmente gli ho chiesto perché faceva tanto per me senza trarne nessun vantaggio e senza avere nessun dovere verso di me, in modo così chiaramente donativo, lui mi ha risposto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Io non sapevo in quel momento che fosse una frase del Vangelo, che fosse parola di Gesù, ma quelle parole mi hanno dato vita nel profondo del cuore, qualcosa di indescrivibile. E così via via ho imparato da lui a guardare tutto in un’ottica di fede cristiana e ad approfondire cosa davvero fosse questa fede cristiana. Lui è stato per me la luce nel buio, l’acqua nel deserto, l’aria che fa respirare, una figura paterna che mi ha guidato, fatto crescere, insegnato a vivere.

Ero sempre stata credente, da bambina a scuola dalle suore tra gli otto e i dieci anni pensavo di farmi suora da grande, ma poi il fervore dell’infanzia era passato e io avevo acquisito abbastanza della mentalità del mondo, utilitaristica, egoistica, pur rimanendo sotto tanti aspetti diversa, un po’ “antica” come ragazza, con modi di pensare e sogni considerati retrogradi.

Non pregavo, non avevo mai pregato. In quei primi anni di vita da sola avevo iniziato ad andare alla Messa quotidiana nel pomeriggio ma solo perché mi faceva star meglio. Andavo e mi passava il mal di testa, mi sentivo sollevata, rilassata, al sicuro e avrei voluto che la messa durasse più a lungo perché lì mi sentivo meglio, poi uscivo e l’effetto durava per un po’. E allora volevo tornarci il giorno dopo. Ma ancora non pregavo.
È stato tramite questo “zio” che ho conosciuto un’altra persona che sarebbe diventata importantissima per me, diventando anche lei e suo marito degli “zii” che si sono resi disponibili ad aiutarmi e darmi affetto. Ed è stato tramite questa “zia”, che è una figura particolare, molto legata alla preghiera, che ho iniziato a pregare. Ho iniziato a pregare il rosario e non ho più smesso. La preghiera mi ha cambiato, ho iniziato a sentirmi amata, a sentire che Dio mi ama, a considerare ogni cosa con uno sguardo diverso. Piano piano sono guarita dalla depressione che il susseguirsi di eventi dolorosi e la situazione che vivevo mi aveva procurato. Chi, solo al mondo, non si deprime? Una depressione esogena (dovuta ad eventi esterni) non endogena, forse per questo meno grave, ma comunque sempre dolorosa che ho superato, o meglio, da cui sono stata liberata, oltre che con la supplica anche dando quel poco che ognuno ha da dare, la propria volontà. Il volersi lasciar andare, la svogliatezza, il non volersi alzare dal letto o dal divano, mangiare a fatica e male solo per sopravvivere, guardarsi allo specchio e desiderare di prendersi a schiaffi, tutto questo l’ ho superato solo quando ho capito che questo atteggiamento nei confronti di me stessa era sbagliato come se fosse nei confronti di un’altra persona e cioè nei confronti di qualcuno che è di Dio. Io non sono mia, sono Tua, Tu mi ha creata. Lì si poneva la scelta: mi alzo dal divano con grande fatica e lo faccio anche se non capisco niente, neanche perché ci sono sprofondata, solo per amor Tuo. Mi alzo perché voglio credere in Te, nel tuo amore. Mangio anche se non mi va di mangiare perché so che il cibo mi serve e Tu vuoi che io viva. Devo trattare me come è giusto trattare un’altra persona, una persona quindi tua … E questi ragionamenti hanno spronato la mia forza di volontà in un rapporto che era diventato personale, d’amore con Gesù e non più come con il Dio lontano che immaginavo prima. Dopo lo sforzo, cioè l’offerta dell’unica cosa che abbiamo, la volontà, il peso diventa più leggero, i malesseri diminuiscono e scompaiono, la forza ritorna. Il Signore guarisce, salva.

Ho capito che il valore di ogni persona è incommensurabile, e che questo non dipende da ciò che si ha, ma è solo perché siamo creati da Dio e lui è Amore. Quante volte camminando per la strada e vedendo i mendicanti mi sentivo come loro. Mi sentivo l’ultima su questa terra. E la cosa che mi sollevava nei fiumi di lacrime era sapere, credere che anche se su questa terra non ero importante per nessuno, per Dio che mi ha creata e che è morto in Croce per me ero importante. In quel mistero incomprensibile alla ragione ma che il cuore riconosce e che dà vita. Questo mi dava il senso del vivere.

Come i mendicanti, ma io non mendicavo soldi. Sotto questo aspetto mi sentivo come gli uccelli del Cielo e i gigli dei campi che vengono nutriti dal Padre. A me era dato di vivere con quello che mi avevano lasciato i genitori senza la necessità di lavorare. Non avrei potuto per sempre, ma per quei dieci anni ho avuto di che vivere tranquillamente e senza il bisogno di lavorare. Ho lavorato per due anni in una segreteria politica e poi periodicamente, dopo aver studiato come docente di italiano a stranieri, come insegnante di italiano, appunto, a stranieri. Ho fatto queste cose per occupare il tempo, per cercare di far cose normali, cercando una strada, senza che questi lavori mi appagassero o che li sapessi fare. Io mendicavo amore, affetto, calore umano. E non lo mendicavo apertamente, ma con una corazza protettiva di autodifesa che mi faceva sembrare più forte di quella che ero e agli occhi dei più superficiali sembravo fredda e credo anche cattiva. Sì, in certi periodi ho innalzato scudi protettivi molto grandi, soprattutto nei confronti di alcuni parenti, ma volevo vivere e volevo farlo al meglio e quindi erano necessari. Mi comporterebbe di nuovo allo stesso modo. Ho sempre avuto un’attrazione per il Vero, il Bello, il Buono, anche prima della conversione che mi ha resa consapevole e dove non trovavo istintivamente questo dovevo difendermi, non potevo permettere che la vulnerabilità della solitudine mi penalizzasse più di quanto fosse già penalizzante soffrire per la mancanza di tutto.

Inoltre non esternare il mio dolore, fingere di star bene o meglio di quanto stessi, spesso scambiato per orgoglio, era un modo per rendere la mia vita il più possibile uguale agli altri, normale. Per lottare con il peso della diversità, del sentirsi quella con la vita strana, brutta, fuori dal comune, piena di sofferenze, che soprattutto quando si è giovani e donne e in un mondo superficiale che certo non aiuta è più difficile da sopportare. Facevo di tutto per contrastare e soprattutto salvaguardarmi dal pietismo, dalla mentalità depressa degli altri che distrugge. Ho dovuto farlo anche nei confronti di mia nonna, da cui ho dovuto allontanarmi per non essere fagocitata in un vortice di tristezza mortifera, delusa del perché neanche in lei trovassi aiuto.
In più in quegli anni altre vicende mi hanno prostrata, angherie che hanno condizionato la mia vita notevolmente da parte di due ragazze che consideravo amiche e in un contesto di preghiera, in un sistema di sottomissione psicologica in cui ero caduta. Non voglio parlare oltre di questo, ma accennarlo sì, devo. Il Signore mi ha liberato anche da quest’oppressione. Ci vengono date prove, ma Lui non ci lascia mai e non ci dà prove più grandi di quanto possiamo sopportare. Non è retorica, è la verità.

Avendo sperimentato la solitudine a 360° ho conosciuto anche la sofferenza della “singletudine”. Passavano gli anni con qualche invaghimento da parte mia non corrisposto e qualche rifiuto dato senza che mai iniziasse una storia. Il mio primo e unico fidanzato l’ho conosciuto a 32 anni ed è quello che avrei sposato l’anno dopo. L’ho atteso per tanti anni, mi sembra di averlo atteso da sempre e poi è arrivato. Un’amica mi ha detto “ l’hai trovato proprio come lo volevi!”. Sì, come lo volevo, come era adatto a me, pensato per me, ma non solo, molto molto di più di quanto avessi mai immaginato. Davvero non avevo mai immaginato che sarei stata amata così tanto.
Con il matrimonio tutto è cambiato. Ho conosciuto la gioia, che prima non avevo mai sperimentato. Il trasferimento in un’altra città, una vita completamente nuova. E si è arricchita di amicizie, persone che stimo, persone veramente belle con cui condividere la fede, lo sguardo, il modo di vivere e vedere la vita, una porzione di mondo che avevo sempre desiderato incontrare, ma che prima non trovavo. La vita prosegue…vediamo cosa ci sarà…

Non posso che concludere questo racconto della mia storia andando a confessarmi per tutte le volte che ho mancato e che manco di fiducia nel Signore. Perché riguardando il mio passato è evidente quanto mi abbia sollevato e liberato e dato forza per affrontare ogni cosa. Strettamente legata alla fede è la fiducia in Lui e nel suo amore ed è la cosa che bisogna accrescere e mantenere viva e sempre più forte. La chiedo.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato!

 

Bugo. Sì, proprio lui. Ha risposto alle domande sulla spiritualità presente nell’ultimo disco “Nuovi Rimedi Per la Miopia” e in tutta la sua discografia. Nell’intervista che segue la tensione religiosa e i dubbi di un artista. Buona lettura.

“Vorrei avere un dio” è la canzone che dieci anni fa segnò l’inizio della tua ricerca musicale di Dio. Mi pare, ascoltando il nuovo album “Nuovi Rimedi Per La Miopia”, che continui a non avere certezze nei riguardi del Signore. Sei inquieto, non lo hai ancora trovato e non ti stanchi mai di cercarlo…

E’ vero, non ho certezze. Vivo questo legame che non so esattamente da dove arrivi. Sarà che ho frequentato le scuole dei preti quando ero alle elementari, sarà che sono italiano e che quindi, avendo il Vaticano così vicino, non posso fare a meno di confrontarmi con la religione. È un confronto poco sereno, come tu hai notato. Non mi ritengo un uomo di fede, ho sempre pensato che chi crede è sereno appunto perché ha la certezza. Io non riesco ad avere questa certezza, capita piuttosto che ci sono momenti che per qualche ragione devo trattare il mio rapporto con la religione. Diventa quasi un ossessione che devo affrontare nel modo più diretto possibile. Vedi per me la religione ha diversi punti di interesse: religione come mistero della vita e della morte, religione come forma di violenza e controllo sui popoli, religione come slancio verso il trascendente e l’ infinito. Io analizzo queste dinamiche , che includono ovviamente il mio rapporto critico con il Signore.

Come reagisce il pubblico mentre canti il desiderio di Dio? Cosa vorresti che la gente capisse veramente mentre ascolta la canzone “Alleluia”?

“Alleluia” l’ho scritta nel 2003. Volevo un brano fortemente intimista che toccasse direttamente il tema religioso. Quel mio alleluia era frutto di una persona internamente lacerata, che voleva comunicare al proprio pubblico un nuovo aspetto del suo vivere. Ricordo la prima volta che l’ho eseguita, era a Bologna, all’Estragon, non avevo ancora il testo completo ma ad un certo punto mi misi a cantare ripetutamente il ritornello semplice di “Alleluia” e il pubblico cominciò a cantare con me, così forte che non me lo aspettavo. Io non so se quella sera il pubblico abbia capito che facevo sul serio, perché si può essere seri anche scherzando sui temi religiosi. “Vorrei avere un dio” è un brano che scherza con quei temi così tanto che uno stenta a credere che l’autore di quel brano possa essere una persona che comunque è realmente attratta dalle tematiche religiose.

 


Citando un verso di “Alleluia 1 Rep”, sei “spiritoso”o “spiritato” nei riguardi dell’Aldilà?

Entrambi direi. Non penso mai all’ Aldilà come qualcosa dopo la morte. Penso che abbiamo a che fare con la morte tutti i giorni, ogni giorno è inizio e fine, viviamo di fallimenti che sono una forma di morte, ma dopo quella morte c’è un nuovo giorno. Vista in questa ottica, l’Aldilà mi pare una summa delle nostre azioni, un resoconto delle nostre sconfitte e delle nostre vittorie, la pagella scolastica della nostra vita.

Ti muovi sempre tra l’acustico e il rock: scrivi e canti un folk quieto che si alterna a brani più energici. Ma in “Nuovi Rimedi Per la Miopia” hai scelto l’elettronica per “Lamentazione n. 322”. Un atto di fede presente nella tua canzone comunque dolente.

“Lamentazione n.322” è l’ urlo di una persona che ha paura di essere lasciata sola e dimenticata. Tutti più o meno viviamo questa paura. io sono una persona che ha bisogno di sentirsi “protetta” e nei momenti difficili mi sento abbandonato, non perché sono solo fisicamente, ma perché è qualcosa che provo e che non posso nascondere. Il verso cruciale di quel brano è appunto “Non ti dimenticare di me”. E davvero, non so dirti se questo urlo disperato è un atto di professione di fede, la gente nei momenti difficili reagisce nei modi più diversi. Ho usato una musica elettronica, con un beat da brano di discoteca, proprio per enfatizzare questa tensione: musica per ballare e divertirsi, testo arrabbiato e disperato.

Nel nuovo album indichi la fede come un rimedio alla morte, quella morale e sociale del nostro Paese. Attendiamo di risorgere dal punto di vista economico. Ce la faranno gli italiani a risorgere spiritualmente?

La mia ricerca come artista comprende anche alcune valenze religiose. Con questo disco era ora di dirlo ancora più apertamente, ma è sempre stato così per me. Con il tema religioso posso farci ciò che voglio, scherzarci su, essere serissimo, essere dubbioso, essere serenissimo. Detto questo, io non indico la fede come rimedio per il nostro paese, io indico, come mio rimedio per me, la mia arte che, ripeto, talvolta prende in considerazione temi religiosi. Io parlo sempre come artista, non come credente. Ognuno deve trovare il proprio rimedio, non è mio compito indicare al prossimo la strada che deve intraprendere. È la Chiesa che dovrebbe fare questo, indicare la strada. Ma la Chiesa ora è in crisi. Al suo interno, perché è in crisi la fede degli uomini di fede (se ne parla sempre sui giornali). Al suo esterno perché c’è un sentimento pericoloso di “cristianofobia” per cui in diverse parti del mondo si è scatenata un vera persecuzione; ma anche, e sopratutto, perché esiste uno scollamento tra chiesa militante e popolazione. Mancano forze fresche e di qualità che possano aiutare gli italiani ( e tutti i cristiani) a sentirsi parte della Chiesa vera, la Chiesa della gente comune. E venendo al mio disco, forse gli italiani si sentono “città cadaveri” perché Dio o è assente o è vendicativo.

Qualche artista sensibile al Divino afferma che la composizione di una canzone spirituale non segue le stesse regole di scrittura di un brano di pura evasione. Come nasce un brano dedicato a Dio?

Bella domanda! Non so come nasce! Non so dirti esattamente come nasce una canzone. Io personalmente cerco di essere il più semplice possibile. A volte mi dico “Cristian, non scrivere testi religiosi, alla gente non interessano”, poi mi rigiro e mi dico che invece nessuno di noi può fare a meno di rapportarsi con il divino, perché io credo che il divino sia in realtà profondamente umano, non è così distante da noi, è dentro di noi, dipende se ci interessa ascoltarlo, oppure ignorarlo, oppure combatterlo. Certo, è diverso dallo scrivere una canzone di pura evasione, perché c’è in gioco il tuo rapporto con il mondo, le possibili critiche, la tua sincerità artistica, la tua visione della religione.

Quanta Bibbia c’è nelle tue canzoni? Quale libro della Bibbia ha inciso positivamente nella tua esperienza di uomo e di artista?

Ho avuto periodi nel mio passato che la leggevo di continuo. Ho iniziato per curiosità. È un libro pazzesco! Ti fa perdere la testa a volte, è un testo che può farti impazzire (qualcuno impazzisce veramente!). E’ ricco anche di contraddizioni, e per fortuna dico io. Non lo leggo sempre, anzi, ultimamente non riesco a leggere nulla, sarà due anni che non leggo una pagina di libro, Bibbia compresa. Nel mio ultimo disco “Nuovi rimedi per la miopia” tuttavia, ci sono moltissimi rimandi al libro di Giobbe.

Ti è mai passato per la mente, mentre partecipi alla celebrazione di una santa messa, di prendere in mano la chitarra e di cantare a Dio? Come giudichi i canti che vengono eseguiti in una celebrazione eucaristica?

No, non mi viene voglia di suonare sinceramente però cambierei molte cose. Vado a messa quando posso e quando voglio, e questo mi permette di essere piuttosto lucido su quello che avviene durante i canti. La percentuale di giovani è bassissima, il tono dei canti è spesso lamentoso e noioso, non c’è vera partecipazione. La questione è che ai giovani non interessa cantare Dio, la Chiesa si deve interrogare su questo. Ci vorrebbe una messa diversa, che si adatti ai tempi, più snella, adatta ai giovani, giovanissimi. Ora la Chiesa mi pare che vivi parallelamente alla realtà più che nella realtà stessa. La realtà parte dai giovanissimi e ora a messa di giovanissimi non ce n’è quasi traccia.

Mi colpisce il tuo coraggio di mostrare – specie nelle interviste – la fede in Cristo in un ambiente chiuso come quello musicale italiano, dove l’appartenenza confessionale a una Chiesa è un tabù. Come è percepita la tua ricerca spirituale nella scena “indie” in Italia?

Grazie per quello che dici ma non mi ritengo coraggioso. Più che mostrare la mia fede (ripeto, non mi ritengo un uomo di fede), cerco di porre sotto gli occhi di tutti qualcosa di cui secondo me non possiamo fare a meno, e cioè, la tensione al divino. Tratto un tema delicato, che proprio per questo mi affascina. L’ uomo e il divino, l’ uomo che soffre e la sua croce, sono immagini potenti (e anche violente) che rientrano nella quotidianità di tutti noi. Anche se vogliamo ignorarle, quelle immagini sono spesso davanti a noi. Mi interessa la fragilità dell’uomo, fragilità che lo porta in un modo più o meno consapevole a rapportarsi con la religione. Non so dirti esattamente come il mondo musicale italiano abbia recepito questo mio interesse. Sai, più di 10 anni fa scrissi “Vorrei avere un dio”, che aveva un taglio fortemente ironico e ora “Lamentazione nr 322” che è così fortemente serio. È chiaro che qualcuno ne è rimasto destabilizzato. Un sito ha commentato ad esempio che Bugo ha fatto “un disco democristiano”. È un problema di comunicazione: o sono io che non riesco a farmi prendere sul serio, oppure sono gli altri che traggono conclusioni sommarie. Il fatto che a me piace trattare le cose da angolazioni sempre diverse. Una delle mie regole principali è: non ripetersi mai. Questo comporta che qualcuno possa non accettare subito quello che sto dicendo. Ci vuole forse del tempo per farsi un idea generale di quello che sto portando avanti.

 

 

(intervista del sacerdote passionista e blogger padre Max Granieri uscita sul suo blog Arena dei Rumori)