Condividiamo un altro pezzo della scrittrice Marcella Manghi, futura autrice UOMOVIVO, tanto in sintonia con la nostra “Canzone d’amore invernale”

Pazienza se stavolta – con un pugno di righe – mi inimicherò un manipolo di lettori. Signore: questo post è un atto di solidarietà incondizionata a tutti gli uomini. In genere derisi, beffeggiati e compatiti per quell’unica lineetta di febbre che quando arriva li rende all’improvviso debosciati che manco la lebbra. Solo ora comprendo con quanto torto il genere maschile sia stato finora bistrattato per tal motivo. I fatti stanno così: da tre giorni sono raffreddata come un merluzzo e sto male. Diciamo che “mi sento male”. La mattina alle sei mi sveglio da un sonno ad intermittenza tipo alfabeto-morse e come se avessi dormito su un materasso ad acqua. I muscoli hanno la stessa plasticità degli elastici nei costumi da mare quando li tiri fuori due anni dopo. Eppure non ho febbre. 37 al massimo. Mi sento ingannata e tradita dal termometro, neanche fosse il peggiore degli amanti. Già, perché se non hai almeno due gradi in più, non hai nessun diritto di rintanarti a languir nel letto. Magari con qualcuno che ti serve frullati di vitamine e zenzero, o qualcun altro che ti recita sonetti in endecasillabi. A me andrebbe bene anche un bicchiere di latte e i titoli del Corriere. In casa comunque mi domandano “Hai febbre?”. E io “No…”. E se non hai febbre, devi trottare. Da due giorni sto dietro alle solite cento cose, ma come se tutto non avesse un domani. Stringo i denti, il termometro e l’orgoglio. E solo ora, Uomo37, ti capisco. La prossima sera che ti vedrò pigliare il termometro dallo sportello alto del bagno, stai certo che non ti chiederò nulla. Nessun dettaglio. Come quando tornavi dagli addii al celibato dei vecchi colleghi. La ruota gira, i virus pure; e soprattutto non sapremo a chi di noi toccherà la prossima volta. Nel dubbio, domani compero un po’ di zenzero.

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Nei momenti più bui, quando all’orizzonte non scorgo neppure una lucettina notturna per bambini, amore mio, mi viene in aiuto la cosa più importante (e pratica) che mi ha insegnato il Cristianesimo. Ci tengo che tu lo sappia ora. Fra qualche giorno sarà troppo tardi, o magari ci rideremo su, eppure questa volta avverto davvero un pericolo serissimo per la mia incolumità. Se dovessi scegliere cosa lasciarti, ti lascerei questo insegnamento qui. Le cose più importanti si capiscono quando sembra non esserci più nulla da fare. Pensa che addirittura i termometri di casa mentono, a riguardo. Forse non hanno il coraggio di dirmi la verità. Misericordia? O falso buonismo? Quelle poche linee di febbre che si ostinano a indicare entrambi (non uno, addirittura due. Si sono messi d’accordo) non dicono il vero. La fronte scoppia, mi fa male ogni millimetro di corpo, gli occhi sono rossi come il fuoco. È la fine. La sofferenza è tale che in questo momento sarei capaci di non mangiare il mio piatto preferito: spaghetti allo scoglio. Al limite un assaggino. Ce la farò? Onestamente, questa volta, non lo so. I giorni scorsi ho “bullegiato” un po’, lo ammetto. Il pezzo che ti ho chiesto di cantare, come se parlasse di te, parla in realtà di me. “Canzone d’amore invernale”. Ma potevo ammettere di essere io? Io a casa che ti aspetto, tu che mi manchi anche solo il tempo di andare in farmacia? No, non ero io quello. Ora però la situazione si è aggravata. I minuti passano lenti. Le quattro pareti della stanza si fanno più strette. Il respiro è affannoso. Però, ecco, c’è una cosa. Una cosa che mi dà sollievo e che voglio trasmetterti. Il mio testamento, amore mio. Perché anche in fin di vita, circondato da strumenti di misurazione bugiardi, ipocriti, perseguitato dalla consapevolezza di essere un martire che nessuno capisce (ma anche santa Teresina aveva delle consorelle che non capivano come mai l’avessero proclamata santa!), martire di un oscuro male stagionale che molti tentano di minimizzare chiamandolo “raffreddore”, come se ogni raffreddore fosse uguale, anch’io, grazie a Dio, avrò il mio riscatto. In Cielo, certo. Ma già ora! Sì, perché il Cristianesimo mi insegna che posso offrire tutto. Anche queste giornate nere. Le ultime? Chi lo sa? Però posso offrire tutto e tutto offerto acquista valore, si trasforma. Cristo trasforma tutto. E chi altri mi insegna una genialata simile? Lascio a te, amore mio, questa eredità spirituale: offri, offri sempre. Io offro tutto. Anche la sottile umiliazione dei termometri. Anche quella. Cari termometri, la vostra falsa testimonianza che tanto mi ferisce, io la offro. La offro a Dio. Per la mia conversione. Per la conversione di chi vi ha inventati con meccanismi così subdoli. Qualche linea di febbre. E le variabili emozionali? E quello che provo io dentro? E comunque non sono poche linee. Che Dio mi usi per trasmettere anche a te questo insegnamento così prezioso. PS: la spremuta di arancia calda con limone tisana miele e tanto amore era ottima. Mancava solo un filino di zucchero. Ma ti amo.

 

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