Condividiamo alcuni pensieri, tratti da un articolo di Luigi Amicone su Tempi, del card. Carlo Caffarra, grande sostenitore e difensore della famiglia, nato al Cielo mercoledì 6 settembre 2017

Il tramonto di una civiltà


«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».

«Tanto è vero che le uniche due realtà civili, chiamiamole così, gli unici due popoli che hanno resistito lungo millenni – e in questo momento penso innanzitutto al popolo ebreo – sono stati quei due popoli che soli hanno condannato l’omosessualità: il popolo ebreo e il cristianesimo. Dove sono oggi gli assiri? Dove sono oggi i babilonesi? E il popolo ebreo era una tribù, sembrava una nullità al confronto di altre realtà politico-religiose. Ma la regolamentazione dell’esercizio della sessualità quale ad esempio noi troviamo nel libro del Levitico, è divenuta un fattore altissimo di civiltà. Questo è stato il mio primo pensiero. Siamo alla fine».

Satana contro le evidenze

«Secondo pensiero, di carattere prettamente di fede. Davanti a fatti di questo genere io mi chiedo sempre: ma come è possibile che nella mente dell’uomo si oscurino delle evidenze così originarie, come è possibile? E la risposta alla quale sono arrivato è la seguente: tutto questo è opera diabolica. In senso stretto. È l’ultima sfida che il satana lancia a Dio creatore, dicendogli: “Io ti faccio vedere che costruisco una creazione alternativa alla tua e vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così. Tu gli prometti libertà, io gli propongo la licenza. Tu gli doni l’amore, io gli offro emozioni. Tu vuoi la giustizia, io l’uguaglianza perfetta che annulla ogni differenza”».

«Apro una parentesi. Perché dico “creazione alternativa”? Perché se noi ritorniamo, come Gesù ci chiede, al Principio, al disegno originario, a come Dio ha pensato alla creazione, noi vediamo che questo grande edificio che è il creato, si regge su due colonne: il rapporto uomo-donna – la coppia – e il lavoro umano. Noi stiamo parlando adesso della prima colonna, ma anche la seconda si sta distruggendo. Vediamo, per esempio, con quanta difficoltà oggi si possa ancora parlare del primato del lavoro nei sistemi economici. Ma qui mi fermo perché non è il tema della nostra conversazione. Siamo dunque di fronte al tentativo diabolico di edificare una creazione alternativa, sfidando Dio nel senso che l’uomo finirà col pensare che si sta meglio in questa creazione alternativa. Si ricorda la Leggenda del Grande Inquisitore?».

«Fino a quando Signore?»


«Il terzo pensiero mi è venuto in forma di domanda: “Fino a quando Signore?”. E allora risuona sempre nel mio cuore la risposta che dà il Signore nell’Apocalisse. Nel libro si narra che ai piedi dell’altare celeste ci sono gli uccisi per la giustizia, i martiri, che dicono continuamente “fino a quando Signore non vendicherai il nostro sangue?” (cfr. Ap 6, 9-10). E così, mi viene da dire: fino a quando Signore non difenderai la tua creazione? Ed ancora la risposta dell’Apocalisse risuona dentro di me: “Fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni”. Che grande mistero è la pazienza di Dio! Penso alla ferita del Suo cuore, diventata visibile, storica, quando un soldato ha aperto il costato a Cristo. Perché di ogni cosa e creatura creata la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”. Infine, al culmine della creazione, dopo quella dell’uomo e della donna, “e Dio vide che tutto era molto buono”. La gioia del grande artista! Adesso questa grande opera d’arte è totalmente sfigurata. E lui è paziente e misericordioso. E dice, a chi gli domanda “fino a quando?”, di aspettare. “Fino a quando il numero degli eletti non è compiuto”».

La forza del Redentore

«Ed ecco l’ultimo pensiero. Un giorno, quando ero arcivescovo a Ferrara, mi trovavo in uno dei paesini più sperduti, nel delta del Po. Un posto che sembra la fine della Terra, in mezzo a una di quelle gincane che fa il grande fiume, che va un po’ dove vuole prima di andare in mare. Vi incontrai per motivo di catechesi un gruppo di pescatori, gente che letteralmente passa la maggior parte della sua vita in mare. Uno di loro mi fece questa domanda: “Lei pensi al mondo come a uno di quei vasi cilindrici in cui noi mettiamo i pesci appena pescati, ecco il mondo è questa specie di barile e noi siamo come pesci appena pescati. La domanda è: il fondo di questo barile come si chiama, che nome ha?”. Pensi, un pescatore che pone la domanda che è all’inizio di tutta la filosofia: come si chiama il fondo di tutte le cose? E allora io, molto colpito da questa domanda, gli risposi : “Non si chiama caso, il fondo; si chiama gratuità e tenerezza di uno che ci tiene tutti abbracciati”. In questi giorni ho ripensato alla domanda e alla risposta che diedi a quel vecchio pescatore perché mi chiedo: tutto questo tentativo di sfigurare e distruggere la creazione, ha una tale forza che alla fine vincerà? No. Io penso che c’è una forza più potente che è l’atto redentivo di Cristo, Redemptor Hominis Christus, Cristo redentore degli uomini».

Il compito dei pastori e degli sposi

«Ma faccio un’altra riflessione, suscitata proprio dai pensieri di questi giorni. Ma io, come pastore, come faccio ad aiutare la mia gente, il mio popolo, a custodire nella mente e nella coscienza morale, la visione originaria? Come faccio a impedire l’oscuramento dei cuori? Penso ai giovani, a chi ha ancora il coraggio di sposarsi, ai bambini. E allora penso a cosa si fa normalmente nel mondo comune quando si deve affrontare una pandemia. Gli organismi pubblici responsabili della salute dei cittadini cosa fanno? Agiscono sempre secondo due direttrici. La prima: intanto curano chi è malato e cercano di salvarlo. Seconda, non meno importante e, anzi, decisiva, cercano di capire perché e quali siano le cause della pandemia, in modo da elaborare una strategia di vittoria. Così adesso la pandemia è qui. E come pastore ho la responsabilità di guarire e di impedire che le persone si ammalino. Ma nello stesso tempo ho il grave dovere di avviare un processo, cioè un’azione di intervento che esigerà pazienza, impegno, tempo. E la lotta sarà sempre più dura. Tanto è vero che dico a volte ai miei sacerdoti: io sono sicuro che morirò nel mio letto. Sono meno sicuro per il mio successore. Probabilmente morirà alla Dozza (carcere di Bologna, ndr). Dunque, stiamo parlando di un processo lungo e che ci vedrà impegnati in un combattimento duro. Ma insomma, siamo chiamati a fare entrambe le cose: pronto intervento e lotta di lunga durata, una strategia d’urgenza e un lungo processo educativo».

«Ma chi sono gli attori di quest’ultimo, cioè di un’impresa per la quale occorrerà tempo e capacità di sacrificio? Sono fondamentalmente due, a mio avviso: i pastori della Chiesa, più precisamente i vescovi. E gli sposi cristiani. Per me questi saranno coloro che ricostruiranno le evidenze originarie nel cuore degli uomini».

«I pastori della Chiesa: perché loro esistono per questo. Hanno ricevuto una consacrazione finalizzata a questo, la potenza di Cristo è in loro. “Sono duemila anni che in Europa il vescovo costituisce uno dei gangli vitali, non soltanto della vita eterna, ma della civiltà” (G. De Luca). E una civiltà è anche l’umile, magnifica vita quotidiana del popolo generato dal Vangelo che il vescovo predica. E poi gli sposi. Perché il discorso razionale viene dopo la percezione di una bellezza, di un bene che tu vedi davanti agli occhi, il matrimonio cristiano».

E riguardo all’intervento di urgenza?


«Debbo confessare che io stesso mi trovo in difficoltà. E questo perché non raramente mi viene a mancare l’alleato che è il cuore umano. Penso alla situazione tra i giovani. Vengono e mi chiedono: “Perché dobbiamo impegnarci definitivamente, quando non si è neppure sicuri di arrivare a volersi bene fino a sera?”. Ora, di fronte a questa domanda io ho solo una risposta: raccogliti in te stesso e pensa a che esperienza hai fatto quando tu hai detto a una ragazza o a un ragazzo “ti voglio bene, ti voglio veramente bene”. Hai forse pensato nel tuo cuore: “Dono tutto me stesso a un’altra, ma solo per un quarto d’ora o al massimo fino a sera”? Questo non è nell’esperienza di un amore, che è dono. Questo è nella natura di un prestito, che è calcolo».

«Ora se riesci ancora a guidare la persona a questo ascolto interiore (Agostino), tu l’hai salvata. Perché il cuore non inganna. La grande tesi dogmatica della Chiesa cattolica: il peccato non ha corrotto radicalmente l’uomo. Questo la Chiesa l’ha sempre insegnato. L’uomo ha fatto dei disastri enormi, però l’immagine di Dio è rimasta. Io vedo oggi che i giovani sono sempre meno capaci di questo ritorno in se stessi. Lo stesso dramma di Agostino quando aveva la loro età. In fondo Agostino da che cosa fu commosso alla fine? Il vedere un vescovo, Ambrogio; il vedere una comunità che cantava con il cuore più che con le labbra la bellezza della creazione, Deus creator omnium, l’inno bellissimo di Ambrogio».

«Oggi questo è molto difficile con i ragazzi, però secondo me questo è l’intervento d’urgenza. Non ce n’è un altro. Se perdiamo questo alleato, che è il cuore umano – il cuore umano è l’alleato del Vangelo, perché il cuore umano è stato creato in Cristo in corrispondenza a Cristo –, se perdiamo dicevo questo alleato, io non vedo più strade».

 

Condividiamo un bellissimo articolo tratto dal blog 5pani 2pesci

La vocazione è il luogo che il Signore ha per incontrarti e per donarti pienamente il suo amore. Infatti il punto non è sposarsi o non sposarsi, ma entrare in quel progetto unico che il Signore ha pensato per te.

È scoppiata in lacrime, così all’improvviso. Un fiume di emozioni aveva finalmente rotto le cataratte del cuore. Si sente fallita perché pur cercando il Signore con tutto il cuore, a 42 anni la sua vita non ha ancora una direzione chiara. Mi ha detto: “il mio sogno è fare una famiglia come la vostra, anche io la voglio così!”.
Ascoltandola, mi sono ricordato di quando io ed Ale eravamo ancora fidanzati in cammino, pieni di dubbi ed incertezze. Frequentavamo bellissime coppie come Marusca e Lorenzo, come Mimmo e Cinzia. Storie eccezionali, veri uomini e vere donne che avevano aperto il loro cuore e la loro vita completamente al Signore e agli altri, (af)fidandosi pienamente alla Provvidenza, adottando figli, accogliendo situazioni veramente incredibili. Io ed Alessandra ci guardavamo, dicendoci con tutto il cuore: Anche noi vogliamo fare una famiglia così!

Da sposati la realtà è stata molto diversa. Le nostre energie erano completamente esaurite nell’affrontare le fatiche quotidiane del lavoro, del vivere all’estero e tutte le difficoltà di relazione tra di noi. I fatti della vita sembravano ci portassero completamente da un’altra parte rispetto a quei sogni di fidanzati. Ci siamo persi e ritrovati innumerevoli volte, ma solo quando abbiamo smesso di voler realizzare il prototipo “perfetto” (santo e bellissimo ma non il nostro) la vita ha incominciato a fiorire. Ci siamo rimboccati le maniche, accettando i nostri innumerevoli limiti ed inadeguatezze. Ci siamo fatti aiutare da un punto di vista spirituale e da un punto di vista umano. Lentamente abbiamo ricominciato a camminare e ad ascoltare cosa il Signore esattamente volesse da noi.

Solo allora le cose sono incominciate a cambiare.

È stato l’ascolto e non i progetti il vero cambiamento. Non esiste una storia uguale all’altra, non esiste una famiglia uguale all’altra, non esiste una situazione uguale all’altra. Ci sono persone che solo tu puoi amare! Questo vuol dire che siamo stati pensati fin dal principio, fin dall’inizio dei tempi, da sempre, per un progetto che veramente solo tu puoi portare alla luce. La nostra vita è un progetto di collaborazione col Signore. Dio ha scelto che tu sia le sue braccia, le sue gambe, le sue mani.

La verità è che senza di te non si può fare.

La verità è che senza quello che tu sei, senza le tue ferite, le tue difficoltà, i tuoi fallimenti, la tua storia tutta, le tue debolezze, senza tutto questo non si può fare. Guardando la storia della Chiesa ti rendi conto che non c’è un santo uguale ad un altro: c’è chi ha lasciato tutto per vivere in povertà come San Francesco e Santa Chiara e chi invece è diventato santo governando nazioni, avendo ricchezze, avendo castelli. Il punto per te oggi è capire cosa il Signore vuole da te e non realizzare un pacchetto preconfezionato che hai visto da qualcun altro.
A te il Signore chiede una cosa diversa da quella che chiede a me, da quello che chiede a Marusca o a Mimmo. Dio ci ha fatto unici e fichissimi, tu sei unico e solo tu puoi (se vuoi) scoprire cosa il Signore vuole da te.

Quando abbiamo iniziato 5pani2pesci tutto sembrava assurdo, tutto sembrava fuori schema, tutto sembrava passare per una strada senza senso, ma soltanto nella fiducia e nell’ascolto abbiamo potuto trovare il coraggio per incominciare a camminare dove lui ci voleva portare. La posta in gioco è alta: la tua felicità!

Negli anni abbiamo visto altre coppie prendere decisioni importanti e spendere completamente la propria vita, ma seguendo il pacchetto preconfenzionato, seguendo un progetto che non era stato affidato a loro, ma una copia di altre famiglie che stimavano. Progetti bellissimi di per sè, ma che semplicemente non erano i loro. Il risultato è stato semplicemente infelicità, non gioia. La gioia e la pienezza che sperimenta un uomo seguendo la propria vocazione è straordinaria, ma vivere cercando di seguire la vocazione ed il progetto di qualcun altro è deludente.

Nella Genesi c’è quel passo dove Dio crea la terra ed il cielo e tutto il resto. Infine crea l’uomo e la donna e vede che è cosa molto buona. Lo sfigato non l’ha creato. Dio le cose così non le fa, Dio fa le cose in grande, se ha pensato a te, ha pensato a qualcosa di grande e se tu pensi di essere sfigato, di vivere una storia sfigata, di non essere pronto, di non avere le occasioni adatte, di avere un un fardello troppo pesante per poter realizzare queste cose, è un giudizio tutto tuo. Dio non la pensa così su di te. Vuole fare un lavoro con quelle ferite, con quella storia, si gioca la vita con te! È la radice della tua santità.

La tua storia di salvezza personale inizia proprio lì dove sei adesso: proprio con quella faccia, con quel naso, con quelle gambe, con quella storia, con quella ferita, con tutto quello che sei. Dove sei va bene, vai bene per iniziare, non devi essere pronto! Ma devi prendere il coraggio di lasciarti amare fino in fondo (e non è facile fare questo passo). Il punto non è sforzarsi, ma incominciare a lasciarsi amare proprio dove tu ti fai più schifo. Vuol dire incominciare a prendere in mano la tua vita credendo al progetto unico che c’è su di te.

Coraggio! Questo vuol dire anche mettere da parte i propri progetti, lo schemino perfetto che ci siamo fatti, e decidere di prendere decisioni assurde (seguendo il Signore). Pensare di partire, farsi 600km semplicemente per parlare con un padre spirituale. Vuol dire mettere mano a quelle ferite a cui non hai mai avuto il coraggio di mettere mano attraverso un cammino terapeutico. Vuol dire perdonare quella situazione della tua vita che pensavi fosse impossibile perdonare. Ognuno ha la sua storia e non esiste un prontuario preconfezionato, non ci sono formule magiche.

Però è sicuramente necessario uscire dallo schema del progetto santissimo che hai in testa, per incominciare ad entrare nell’ignoto della storia unica che il Signore vuole realizzare con te. Ma questo viaggio, quest’avventura meravigliosa non si intraprende da soli. È necessaria una guida. È fondamentale incominciare un cammino con un padre spirituale che ti sappia aiutare. Seguire i 10 comandamenti è utile, ma non è un cammino! Seguire i corsi di Assisi è utile, ma non è un cammino. Lo stesso per gli scout e l’impegno in parrocchia, non sono un cammino! Neanche la preghiera settimanale in un movimento è un cammino. Senza un padre spirituale non hai messo mano in profondità nella tua storia. Questo lavoro si può fare solo attraverso un percorso con una guida esperta.

Inoltre è necessario farsi aiutare da un punto di vista spirituale con un padre spirituale ed eventualmente anche da un punto di vista umano attraverso uno psicologo. La vocazione passa attraverso la carne, attraverso la propria storia e attraverso i fallimenti. È un percorso di crescita ed un’esperienza di risurrezione, ci deve mettere le mani Dio! E questa cosa appunto non si fa da soli.

La vocazione è il luogo che il Signore ha per incontrarti e per donarti pienamente il suo amore. Infatti il punto non è sposarsi o non sposarsi, ma entrare in quel progetto unico che il Signore ha pensato per te. Incontrare il Signore, il vivente, è sperimentare la pace e la gioia. Quando questo accade la vita fiorisce ed è gioia piena per te e per chi ti sta accanto.

Buon cammino

Seconda punto: come legittimare la famiglia data dalla sessualità? La prima constatazione che bisogna fare è ciò che distrugge la famiglia nel suo dato naturale: ed è la morale dei valori. Tutti, al giorno d’oggi, valorizzano la famiglia: i cristiani ma anche i non cristiani, anche quelli che chiamiamo omosessuali. In effetti, non amo questo nome, «omosessualità» è un termine recente del XIX secolo. In altri tempi non si diceva così. Per gli antichi greci, la pederastia era il contrario della sessualità, era un modo di sfuggire alla sessualità, che era vista come animale. Nel XVIII secolo, Casanova utilizza il termine «anti-fisico», ed è un termine giusto, perché è un certo modo di andare contro la natura sessuale, senza per questo porre un giudizio di valore: giusto una descrizione della cosa. Quando voi cominciate a dire «omosessuale» inventate qualcosa, soprattutto una seconda cosa che è peggiore: l’eterosessuale. Se mi domandano sei omosessuale? Sei omo (in francese omosessuale, in latino uomo)?, rispondo “è proprio così”. Se mi domandano se sono eterosessuale, dico «no sono “sessuale”». Ora l’eterosessualità è interamente dominata dal paradigma tecno-economico, perché si pensa che l’essenziale sia stare con delle femmine, se siete un uomo, ma non si pensa al modo di essere con queste donne: può essere un modo totalmente consumista. Sono eterosessuale, consumo delle femmine e funziona, questo il vero problema! Con questo termine si manca l’essenza della sessualità e si è già sotto il dominio del paradigma consumista. Allora i valori sono nichilisti, perché i valori sono una concezione del bene separata dall’essere. Si può impiegare il termine «valori» in un modo giusto, in un modo non nichilista (lo dico perché nel magistero spesso si utilizza la parola valori), ma, al giorno d’oggi, nella maggior parte dei casi l’utilizzo dei termine «valori» è un utilizzo nichilista. Se voi valorizzate la vita vuol dire che la vita in se stessa non ha valore; e se valorizzate la famiglia vuol dire che la famiglia in se stessa non ha valore. Se dite che la famiglia è il luogo dell’amore, dell’educazione e della libertà, valorizzate la famiglia a partire da tre valori che sono esterni alla famiglia, e, quando definite la famiglia in questo modo, avete definito un buon orfanotrofio, perché in un buon orfanotrofio si amano i bambini, probabilmente li si educano meglio di come farebbero dei genitori. In un orfanotrofio ci sono tutti gli esperti possibili: lo psicologo, il pedagogo, l’ insegnate di sport e il professore di informatica, evidentemente. E se dite che è il luogo della libertà, un orfanotrofio lo è ancora di più, è evidente: tutti i rapporti sono sotto contratto.
Dunque, vedete, i cristiani stessi hanno voluto valorizzare la famiglia a partire dai valori ‒ l’amore, l’educazione, la libertà ‒ ma hanno contribuito in questo modo a dissolvere la famiglia. In modo generale è perché ci si è messi a cercare il bene del bambino che si è distrutta la famiglia: si è ricercato il bene del bambino contro l’essere del bambino. L’essere del bambino è nascere da una padre e una madre, ma il bene del bambino qual é? Se cominciate a considerare il bene del bambino, dimenticando l’essere del bambino, direte che è meglio che non ci siano un padre e una madre, è meglio per lui essere fabbricato senza difetti in un laboratorio di esperti. È meglio che abbia un pedagogo uno psicologo, ecc. piuttosto che un padre e una madre.
Vedete il nichilismo dei valori, dei valori separati dall’essere, il nichilismo della valorizzazione della famiglia. Bisogna dunque pensare la famiglia nel suo essere, senza cercare soluzioni. È possibile che qualcuno di voi sia venuto per sentire delle soluzioni: soluzioni tecniche. Ma se cercate delle soluzioni, una ricetta per la buona famiglia cristiana, siete già sotto il dominio della tecnica. Non c’è una ricetta per la famiglia, non ci sono soluzioni. Non ci sono soluzioni per la vita perché la vita non è un problema: se cercate una soluzione per la vita è perché la vita è un problema; se cercate una soluzione per la famiglia è perché la famiglia è un problema e perché, in fin dei conti, si rifiuta la famiglia come luogo di vita. Un luogo di vita è sempre un luogo di dramma, ed è un luogo di dramma perché un luogo di dono. Ciò che è donato è ciò che non abbiamo costruito, e ciò che non abbiamo costruito è qualcosa che sfugge ai nostri progetti e ha sempre una dimensione drammatica. La famiglia è il luogo di un dono che ci sfugge. La vita, che è donata attraverso noi genitori e non è costruita, ci sfugge, non ne capiamo nulla: è per questo che siamo maldestri con i figli. Anche per questo siamo talvolta brutali con i nostri figli; però siamo brutali con loro perché gli abbiamo fatto il dono grezzo della vita. Ora guardate bene come si giocano le cose all’interno della famiglia, dalle radici della generazione. La prima cosa è che la madre accoglie la vita secondo un processo oscuro che per giunta deforma il suo corpo. Non è la stessa cosa che fabbricare un prodotto. Quando fabbricate un prodotto, lo fabbricate al di fuori di voi, non lo accogliete in voi stessi, e il prodotto viene fabbricato secondo un piano e una proiezione trasparenti. Si è in una logica di controllo per fare un prodotto senza difetti. Una madre, invece, non è in una logica di controllo, sta in una logica di fiducia: una fiducia senza controllo che sta al cuore della maternità, una fiducia così profonda che accetta la deformazione del corpo. Fiducia senza controllo. Dal lato del padre: il padre non ha competenza, non è un pedagogo, non è un esperto, uno specialista dell’educazione e, nonostante ciò, è padre: essere padre è la radice dell’autorità. Autorità viene da augeo, che non vuol dire soltanto «far crescere», ma anche «essere all’origine di». Il padre ha l’autorità, ma è un’autorità senza competenza. Allora la madre è «fiducia senza controllo» e il padre «autorità senza competenza». Partendo da qui, non ci possono essere che disastri, fallimenti, divisioni. Si potrebbe allora dire: perché non razionalizzare mediante la tecnica tutte queste relazioni? Perché in questo caso ciò che sarebbe dato non sarebbe più la vita, ma un «programma di vita». La madre, tramite la sua fiducia senza controllo, e il padre, tramite la sua autorità senza competenza, trasmettono la vita, non trasmettono però la loro comprensione della vita. Trasmettono una vita più grande che la loro comprensione ed è per questo che il figlio non è un prodotto che dominano, ma un altro che gli sta di fronte. E la divisione, il dramma che necessariamente ci sarà nella famiglia è senza soluzioni ed è questo che fa della famiglia il luogo della misericordia. Bisogna bene che ci sia della miseria perché ci possa essere della misericordia. Nell’ultimo discorso dopo il Sinodo, il Papa ha parlato del legame della famiglia e della misericordia. Se sono padre, sto in un’autorità che non ha competenza, dunque sbaglierò, e mi metterò a urlare per dire a mio figlio che non deve urlare; comincerò a scuotere mio figlio per dirgli di smettere di essere violento, gli dirò di non giocare con i videogiochi mentre ho tra le mani il mio telefonino. Sempre si è in questo tipo di contraddizioni quando si è padre, perché non ci sono ricette per la vita, non ci sono soluzioni; la vita non è un problema, è un dramma e un mistero.
Allora cosa può fare un padre che l’esperto pedagogo non può fare? Che cosa può fare il padre che uno che ha il controllo non potrà fare? Domandare perdono, perché il compito del padre non è quello di essere il principio assoluto, non è quello di essere il padre perfetto, perché non è il padre perfetto. Il padre perfetto è il Padre da cui tutte le paternità provengono. Attraverso il suo fallimento, attraverso la sua autorità senza competenza, il padre può volgere suo figlio con lui verso il Padre Eterno. Ed è così che non soffoca il figlio, che non lo intrappola nei suoi progetti, nelle sue valorizzazioni; è così che dà veramente la vita, una vita che lo attraversa, che lo supera, che supera sia lui che suo figlio Ed è così che può stabilire una relazione viva e profonda con suo figlio. Ecco cose sulle quali dobbiamo riflettere al giorno d’oggi, perché la tecnica ci spinge a porre nuove domande. E anche per questo, la nostra epoca è un’epoca meravigliosa per il pensiero, perché fino adesso tutti abbiamo avuto tendenza a cercare soluzioni – la mentalità tecnica e disincarnata ci ha contaminato tutti -, perché ci si rende conto che anche la filosofia ha completamente mancato questa cosa, e anche la teologia. La filosofia ha sempre parlato dell’uomo, dimenticando che c’erano uomini e donne, ha parlato del soggetto autonomo e cosciente di se stesso dimenticando che questo soggetto era prima di tutto un figlio; non si parlava della filialità né in Cartesio né in Kant. E per la teologia è stato necessario attendere molto tempo per il riconoscimento che la famiglia è il luogo della manifestazione dell’immagine di Dio. Questo è scritto nei primi versetti della Genesi e nello stesso tempo è qualcosa che i Padri della Chiesa hanno raramente affermato: è stato necessario attendere Giovanni Paolo II, perché ciò si affermasse con molta forza. Queste nuove questioni chiamano a un rinnovamento del pensiero; ed è per questo che il mistero dell’Incarnazione, il mistero della Trinità, il mistero della Santa Famiglia non sono mai stati più attuali di oggi. Grazie.

 

(Il filosofo francese Fabrice Hadjadj durante l’incontro “Famiglia, alle radici della generazione. Prospettive dopo il Sinodo” che si è tenuto a Milano lunedì 26 ottobre 2015)

Grazie. Buonasera: è la prima parola del Papa! Effettivamente, oggi siamo il giorno dopo la chiusura del Sinodo sulla famiglia. C’è qualcosa che possiamo rimproverare a questo Sinodo. Dico meglio, forse non c’è nulla da rimproverare. Ma se possiamo rimproverare qualcosa, è di essersi qualche volta focalizzato su questioni antiche, o antiquate: questioni molto vecchie come se fossero nuove. Per esempio, ciò che chiamiamo divorziati, risposati. Si tratta di una questione molto vecchia, una questione antica, che si pone già nei Vangeli. Perché nei Vangeli gli Apostoli dicono che se le cose stanno così, è meglio per l’uomo non sposarsi. Abbordando la questione, si vorrebbe pretendere che sia una questione nuova e ci si sbaglia. L’altra questione molto antica è la questione di quelli che chiamiamo «omosessuali». Ci sono sempre stati gli omosessuali, anche se nel passato non venivano chiamati così. E questo modo di essere «invertiti» è esistito anche all’interno della Chiesa, fino ai vertici alti della Chiesa. Non è una novità, è una questione molto antica. Dunque l’errore che possiamo subito denunciare è di aver creduto che si trattasse di questioni nuove. Allora, qual è la questione nuova che pone l’urgenza di queste domande sulla famiglia? Prima di abbordare queste questioni, vorrei fare delle osservazioni preliminari; ci sono, infatti, cose che possiamo rimproverare a noi stessi, e non al Sinodo. Una cosa che possiamo rimproverare a noi stessi è l’aver creduto che eravamo ancora in una lotta ideologica e, per proteggere la famiglia, era necessario combattere delle idee. Per esempio, l’ideologia del relativismo, oppure l’ideologia del gender. È un errore. Non siamo più all’epoca delle ideologie. E credere che si tratti di denunciare l’ideologia del gender è sbagliare. Un’altra cosa che possiamo rimproverarci è di aver pensato che fosse giusto adottare un’ atteggiamento moralizzatore. È l’atteggiamento peggiore di tutti, quello del moralismo compassionevole. Bisogna aver coscienza che oggi, in nome del moralismo compassionevole, si diventa assassini. Bisogna anche ammettere, al giorno d’oggi, che la compassione, a prima vista, non è più dalla parte dei cristiani e che la vera carità appare sotto un aspetto di crudeltà. Noi siamo crudeli, sembreremmo crudeli; bisogna accettarlo. Cosa è successo? Dove siamo giunti? A che epoca siamo? Qual è la vera questione nuova? Possiamo ritornare sulle due conclusioni principali del Sinodo; innanzitutto il richiamo al discernimento. E ciò che dobbiamo fare è tentare di discernere in una situazione nuova, una situazione senza precedenti. E la seconda conclusione del Sinodo è che bisogna ritornare all’Humanae Vitae, perché l’enciclica Humanae Vitae era un’enciclica profetica. Cosa diceva Paolo VI nella Humanae Vitae? Quando Paolo VI evoca gli aspetti nuovi del problema, menziona il problema principale, e dice: «Infine, e soprattutto, l’uomo ha compiuto progressi stupendi nel dominio e nell’organizzazione razionale delle forze della natura, così che si sforza di estendere questo dominio al suo stesso essere globale; al corpo, alla vita psichica, alla vita sociale e perfino alle leggi che regolano la trasmissione della vita». Ciò che attacca al giorno d’oggi le radici del generare è l’innovazione tecnologica; siamo in un’ epoca tecnologica e non ideologica. Il relativismo non è un’ ideologia; il relativismo antico dei greci era una dottrina, ma il relativismo di oggi è una conseguenza del dispositivo tecnologico. Andate alla televisione; bisogna che il vostro discorso sia corto, breve e spettacolare. Un discorso tipo slogan pubblicitario … e bisogna essere polemici. Questa è la distruzione del pensiero e questo impone una forma di relativismo.
Dunque, non è un relativismo dottrinale, è un relativismo che è una conseguenza della tecnologia. Le teorie del gender sono anch’esse un effetto del dispositivo tecnologico, perché questo dispositivo ci fa porre delle questioni, delle domande assolutamente nuove. Ciò che era una necessità per gli antichi diventa una scelta per noi: per esempio, «Volete invecchiare oppure no? Volete essere immortali? O volete piuttosto morire in un meraviglioso orgasmo. Volete avere dei bambini per via sessuale, che è una via un po’ casuale, o piuttosto avere dei figli sani o selezionati in un laboratorio? Volete ancora rimanere nel vostro corpo di carne, o piuttosto moltiplicare i vostri alter ego, o avatar virtuali? Volete ancora stare nel “locale”, mentre potete stare nel “mondiale”»? Volete rimanere nelle relazioni in cui c’è ancora un vicino e un lontano, o entrare nel nuovo tipo di relazioni misteriose, in cui non c’è né vicino né lontano?». Le relazioni informatiche, le relazioni della rete, sono questioni assolutamente nuove. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare la morte, anzi dovevano far fronte al fatto che l’uomo doveva morire. I filosofi non hanno mai dovuto legittimare che un uomo nasceva da un uomo e una donna; era un fatto naturale che non richiedeva nessuna legittimazione. Al giorno d’oggi, dobbiamo legittimare ciò che in altri tempi era un’evidenza. Questo vuol dire, per esempio, legittimare la morte, vuol dire legittimare la sofferenza. Perché se un bambino nasce da un uomo e una donna per via sessuale può essere handicappato, può soffrire; comunque, dal momento che è nato dai suoi genitori, è necessariamente di fronte a persone che sono incompetenti, perché sono diventati suoi genitori soltanto per l’atto sessuale e non perché hanno avuto un titolo di studio, di competenza pedagogica. Dunque soffrirà e i suoi genitori soffriranno ancora di più. Come rendere legittimo tutto questo? È una domanda assolutamente nuova. E uno che cerca di legittimare la morte, la vecchiaia e la sofferenza sembra crudele. E siccome la Chiesa tenta di legittimare tutto ciò sembra il luogo della crudeltà e non più il luogo della compassione. La compassione sembra che sia dalla parte della tecnologia. Perché – vi si dirà – il bambino che è stato selezionato per via tecnologica potrà meglio adattarsi alla società. E perché si pretenderà di abolire la sofferenza e la morte per via tecnologica. E dunque i cristiani sono ormai i più crudeli. Voi avete già fatto quest’esperienza a casa vostra: per esempio, siete genitori e non permettete a vostro figlio di avere un tablet elettronico. Vostro figlio è persuaso che voi siate un mostro e piangerà. Siccome voi credete di essere dal lato della compassione, alla fine glielo darete. Ma se siete cristiani, dovreste restare dal lato della crudeltà. Se voi avete un figlio, non diciamo handicappato ma che abbia qualche difetto, il figlio potrà rimproverarvi il fatto che non l’abbiate fatto nascere in provetta. Poteva essere Superman e purtroppo è soltanto lui, un adolescente con dei genitori incapaci. Allora piangerà e voi sarete persone crudeli. Il tablet e la provetta sono i due dispositivi tecnologici che distruggono la famiglia. Il tablet distrugge la tavola famigliare: ciascuno sta davanti al suo schermo e non c’è più un luogo dove si tesse la vita famigliare, non c’è più un luogo di convergenza per la famiglia. Ma se voi dite che la tavola è meglio del tablet sembrate reazionari e crudeli. La contraccezione, la procreazione assistita dai medici, la fecondazione in vitro per tutti propone di fare dei figli perfettamente adattati e rende obsoleta la generazione sessuale. La contraccezione – che era la questione dell’Humanae Vitae – era già un dispositivo compassionevole, tecnologico e compassionevole. Compassione nei confronti della donna che non deve essere una donna che porta molti figli, che ha bisogno di essere liberata per diventare un proletario come qualsiasi uomo. E poi mancanza di compassione nei confronti del bambino, perché il bambino non è stato scelto, non è stato concepito all’interno di un progetto genitoriale responsabile. Dunque, si comincia a capire qual è la questione nuova. È l’asservimento della natura al paradigma tecno-economico. È questo il paradigma tecno-economico che assoggetta tutta la natura, compresa la natura umana e specialmente la famiglia come il luogo di comparsa naturale, della natura umana. Per questo, il più grande documento del Sinodo è stato dato prima del Sinodo. È l’enciclica Laudato si’. Questa enciclica opera una critica radicale al paradigma tecno-economico e spiega che non siamo semplicemente né in un combattimento ideologico, né in una questione di moralismo individuale, ma in un cambiamento di epoca, al quale non potremmo resistere se non cambiando il modo di vivere.

 

(Il filosofo francese Fabrice Hadjadj durante l’incontro “Famiglia, alle radici della generazione. Prospettive dopo il Sinodo” che si è tenuto a Milano lunedì 26 ottobre 2015)

Alcuni amici ci hanno chiesto di scrivere una canzoncina delle nostre per il Family Day, quindi veramente una canzoncina ina ina, ma che grazie a un giro impressionante di condivisioni ha avuto tantissime visualizzazioni negli ultimi giorni. Inevitabilmente, però, sono arrivati anche insulti, prese per i fornelli, bestemmie (che abbiamo tolto dov’era possibile), dai civilissimi contestatori del Family Day. Ora, nella canzoncina diciamo semplicemente “Family Day, perché un bimbo nasce da un lui e una lei”, affermazione lapalissiana del livello di “l’acqua è bagnata” o “l’aria si respira”. Ma evidentemente questo basta per insultare. Uno ha simpaticamente ironizzato sul ritornello, definendolo “evoluto, come il raffinato pensiero che rappresenta.” Per renderlo evoluto come il raffinato pensiero che rappresenta la sua idea di famiglia, forse il ritornello avrebbe dovuto essere: “Family Gay, perché un bimbo si può comprare anche su eBay”. O all’Ikea, stando agli ultimi avvenimenti.

Perché il punto è proprio questo: secondo l’opinione di molti, pilotata in maniera viscida dai principali organi di informazione, “noi” del Family Day vogliamo negare il diritto a due persone dello stesso sesso di avere dei figli. Ma non è così: non siamo “noi” a volerlo negare, è la legge naturale che lo nega – e la legge naturale non è religiosa (altra tristissima e ripetuta obiezione secondo cui “noi” vorremmo obbligare tutti a comportarsi secondo i nostri codici religiosi, come se per il desiderio della roba o della donna altrui qualche cattolico avesse mai pensato di proporre la galera: non tutti quelli che definiamo “peccati” sono “reati”), e se si vuole andare oltre la legge naturale allora tutto il pensabile è possibile. Sono invece i sostenitori dei diritti “civili” a voler negare il diritto a un bambino di essere cresciuto con un padre e una madre, per un desiderio che si vuole trasformare in diritto e legge. I media stravolgono questa cosa e così facendo alimentano un odio inaudito.

E non si possono scindere matrimonio gay o diritti “civili” dall’adozione e purtroppo neanche dalla mostruosa pratica dell’utero in affitto, perché ovunque, nel mondo, quando si è intrapresa questa strada, è lì che si è arrivati o si sta tentando di arrivare. È quello il punto chiave. La cosa che davvero discrimina gli omosessuali, secondo loro, è l’impossibilità di avere dei figli. Ma questa impossibilità è un dato di fatto, non è una discriminazione di un gruppo di persone che ce l’hanno con loro. La loro unione è legittima ovunque in Italia, qualsiasi coppia omosessuale può amarsi e vivere insieme senza che nessuno dica niente, ma non è un matrimonio (da “mater”, non casualmente), perché manca un fattore fondamentale, la possibilità di procreare, e questo non è un elemento da poco, trascurabile: è il motivo per cui uno Stato ha l’interesse a farne un istituto unico, perché unisce due persone che potenzialmente possono dare la vita a nuovi cittadini. A nuovi essere umani. E se si toglie questa unicità, ritenendola di poco conto, allora ogni unione basata sull’affetto reciproco diventa famiglia (ma anche singoli individui), e se tutto diventa famiglia, famiglia finisce col non voler dire più niente, ne viene decostruito e distrutto il significato e quindi anche la realtà che questo significato rappresenta.

La disuguaglianza vera sarebbe legiferare nello stesso modo o in modo pressoché identico per due realtà diverse, non il contrario, perché questo vorrebbe dire aprire le porte alla possibilità che un bimbo cresca senza una figura materna e una figura paterna. Non ha il diritto un bambino di crescere con entrambe le figure? Per far credere che questo diritto non esiste, si vuol far passare il concetto che siccome alcune persone sono cresciute senza una delle due figure e stanno bene, la cosa sarebbe accettabile: ma ci sono anche persone cresciute senza una gamba che stanno bene, questo vuol dire che alcuni per legge dovrebbero crescere senza una gamba? E una mamma o un papà sono ben più di una gamba. La mancanza di una mamma o di un papà può avvenire per una disgrazia – una morte, un abbandono, ecc. -, come la perdita di una gamba, non per legge: questo sarebbe disumano.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Se qualcuno vi sta parlando, sentire le voci non è sintomo di pazzia. Eppure quando Pompelmo Rosa rimane più di qualche minuto ad ascoltare il suo papà, gli pare sempre di uscire un po’ di testa.

L’ultima creatura sfornata dal cervello del suo papà è la “teoria del genero”. O almeno così l’ha chiamata Pompelmo Rosa, perché il suo papà, pur avendogliela esposta, nega decisamente l’esistenza di tale teoria.

Pompelmo Rosa ama moltissimo la sua famiglia. Sia quella di origine che quella da poco composta con il fico di Pompelmo Fico. In generale ama moltissimo l’idea di famiglia. Anche se la famiglia, a dire il vero, non è un’idea. La famiglia viene prima di qualsiasi idea. Non è qualcosa che si pensa e non è neppure qualcosa che si sceglie.

Pompelmo Rosa ama moltissimo questa cosa, che in famiglia la maggior parte delle cose importanti non si scelgono: la mamma, il papà, i fratelli (qualcuno potrebbe mai scegliersi un fratello come l’Uomo che non si ricorda mai dove ha parcheggiato, di cui abbiamo parlato qualche episodio fa?), i nonni, il colore della pelle, il paese in cui si nasce, la casa in cui si cresce, il sesso, il timbro di voce, il vaccino, la religione, l’asilo, la marca di pannolini, la lingua madre, l’altezza, etc.

Pompelmo Rosa ama moltissimo tutta questa faccenda. Al suo papà invece fa imbestialire. Lui odia che qualcun altro scelga al posto suo. Le cose stanno come dice lui, e basta.

Per esempio si è convinto che il fico di Pompelmo Fico non sia il suo genero. Tecnicamente, sì, Pompelmo Fico è il suo genero, questo è fuor di dubbio. Ma lui non lo sente come tale. Per il papà di Pompelmo Rosa, Pompelmo Rosa è il suo genero. Pompelmo Rosa è sia la figlia che il genero. Per lui le cose stanno così, sente questa cosa qui, che Pompelmo Rosa è sia la figlia che il genero, e per lui quello che sente è più vero di quello che è.

Allora Pompelmo Rosa ha iniziato a dire in giro che il suo papà si è inventato questa “teoria del genero”. Ma lui nega. Non esiste nessuna “teoria del genero”, le cose stanno così come ha detto lui, e cioè che il genero è colui che si percepisce come tale e non colui che è tale. Ma non c’è nessuna “teoria del genero”.

In ogni caso, anche se a volte non sono proprio facili i rapporti famigliari, Pompelmo Rosa continua ad amare moltissimo la sua famiglia, sia quella di origine che quella da poco composta con il fico di Pompelmo Fico, per qualcuno formata addirittura da due generi.