“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Nella vita ci vuole un po’ di follia, sento sempre ripetere, come fosse un mantra; solo la follia ci mantiene sani di mente, recita una preghiera moderna. Io sono assolutamente d’accordo, ça va sans dire: la mia rubrica s’intitola “Ordinarie follie” e Dio solo sa quanto io tenga a questo concetto, a questa idea.
C’è però un però: è la follia moderna la stessa follia che intendo io? Chi usa l’hashtag #follia a corredo delle foto dello scorso sabato sera, ha in mente la stessa follia che ho in mente io? La risposta è scontata, o io non starei qui a parlarne: no, non si tratta della stessa follia. Certo, io non mi tiro indietro di fronte a una serata all’insegna del vino e del divertimento e i miei amici potranno ampiamente testimoniarlo. Ma mi guardo bene dal definire una di queste serate come il momento di massima follia nella mia vita, o comunque come quella follia che mi salva dalla monotonia del quotidiano. È tra le mie attività preferite ricordare le mie e altrui imprese dopo aver reso onore ad un paio di bottiglie di vino, ma questo fa parte di quella che per me è una vita del tutto ordinaria; non c’è nulla di veramente folle nel fare bisboccia una volta ogni tanto. È un antidoto alla noia bere con gli amici, ma non è la cura della serietà, o meglio della seriosità.
La cura della seriosità è quella follia che è davvero folle; quella follia che non si riduce a saltare e ballare in discoteca o farsi un piercing o imboccare una stradina collinare ai 100 all’ora. La follia di cui parlo io è prendere decisioni ardite, fare scelte pericolose, scelte che abbattano le piccole pareti di un sabato sera. La follia a cui io tengo tanto è uno slancio, un salto nel vuoto, non un banale salto sulla pista da ballo. È ardire, coraggio e persino incoscienza. Follia è perdonare un torto che nessuno perdonerebbe, accogliere qualcuno che nessuno accoglierebbe, giurare eterna fedeltà contro ogni istinto e contro ogni logica mondana. Follia è fare scelte letteralmente sconvenienti, cioè prive di qualunque tipo di apparente convenienza (in special modo economica, dato il tempo in cui viviamo). La follia vera è quella che spaventa i fanatici del sabato sera e dell’hashtag #follia su Instagram, coloro i quali credono di trovare la libertà in una notte di bagordi, ma guai a spostare di una virgola i loro impegni quotidiani, gli appuntamenti, le tasse, le ferie ad agosto, il vestirsi alla moda. Anzi, se possibile essi vedono con astio o quantomeno con diffidenza chi compie scelte veramente folli, decisioni davvero coraggiose. E allora ecco che partono sermoni che nemmeno mio nonno, che ha 84 anni, potrebbe sognarsi di fare.
Forse perché in fondo in fondo si rendono conto che il loro è un puntare al ribasso, che a loro piace “vincere facile”. Forse sanno d’essere dei miseri “borghesi che vogliono fare la loro vita borghese con le loro avventure borghesi progettate in agenzia di viaggio”, per citare il mio amico Samuele. Capiscono che la loro vita è un susseguirsi di scelte comode; magari pure faticose, ma pur sempre comode, esenti da rischi, prive di ogni tipo di emozione che vada al di là dell’ebbrezza dell’alcol o dell’adrenalina sprigionata sulle montagne russe.
Quale meraviglia andrebbe loro incontro se solo accettassero il rischio, se solo si lanciassero senza curarsi del poi! Che grande vita sarebbe la loro se per una volta fossero folli sul serio! Che miracolo avverrebbe se per un istante soltanto decidessero di infischiarsene di moda, schemi e conseguenze e uscissero dalla strada che han sempre percorso zitti e muti! Allora sarebbero in grado, come dice Chesterton, di “trasformare ogni secondo di vita nel paese delle meraviglie, semplicemente facendo un passo fuori dal sentiero battuto”.

 

 

 

Se vi piace come scrive Edoardo Dantonia leggete anche  “Rivolta alla Locanda”, il suo western metafisico e chestertoniano uscito nella collana UOMOVIVO! È disponibile nella libreria online di Berica Editrice o su Amazon

Alle superiori ascoltavo i Velvet Underground di Lou Reed, quelli dell’album con la banana di Andy Warhol e le canzoni sulla droga e i travestiti. Tutto un immaginario ai limiti, sovraffollato di persone emarginate, e sognavo di fare qualcosa del genere da grande. Ora che sono grande e mi sono sposato, ho realizzato il sogno. Sto girando con la mia mogliettina Anita e gli amici della band, Enoch e Nicolò, quando possono, nei teatri parrocchiali, negli oratori, nelle feste di matrimonio, nelle case vacanza per famiglie, luoghi un tempo pieni di gente per bene e oggi di pochi ma inarrestabili reduci. Quelli che ci credono davvero, insomma, che non lo fanno perché lo fanno tutti. Ecco, anche se al me stesso di una decina di anni fa potrebbe sembrare strano, sto calcando questi palchi qui. Siamo una band della Madonna – quella originale – e vediamo in santa Teresina di Lisieux la nostra “Lady Day” (canzone che Lou Reed ha scritto per Billie Holiday). Ci muoviamo spesso in gruppo, magari con gli autori e le famiglie degli autori UOMOVIVO, la collana di libri nata nello stesso contesto. Paola, Emiliano, Edoardo, Annalisa. Nessuno ci guadagna niente, al massimo ci rimettiamo (per ora: ma se riuscissimo a guadagnarci qualcosa non sarebbe poi tanto male e cercheremmo di usare bene i soldi… per esempio è da tanto che vorrei comprarmi il completino ufficiale dell’Inter). Semplicemente crediamo in questa cosa qui, anche se non sappiamo esattamente cosa sia. È pure sorto un Mienmiuaif Fight Club, gruppo esclusivissimo di amici/volontari/santi con alcune regole precise che ruotano attorno al concetto di “preghiera”. Insomma: pregano per noi. Il Presidente del Fight Club, votato all’unanimità, è donna, ma non è la Clinton: si chiama infatti Giulia. Il nostro Andy Warhol è lo scrittore e regista teatrale Emanuele Fant, che c’ha pure trovato un videomaker pluripremiato per il primo videoclip, non appena saremo riusciti a registrare, speriamo prestissimo, un singolo inedito pronto nel cassetto: “Quando saremo piccoli”. La nostra musa ispiratrice è Costanza Miriano, i cui libri hanno stravolto mia moglie (e me). Fra le nostre letture (nel senso che ho costretto mia moglie a condividerle con me, ma ora è lei la fanatica): Hadjadj, Chesterton e Guareschi. A vegliare su tutto, il santo più grande: san Giuseppe, a cui tocca starmi dietro grazie al nome che mi hanno affibbiato i miei genitori. Abbiamo pure fatto il primo Mienmiuaif Day in un agriturismo dedicato a lui. Siamo presenti in tanti video sgangherati su YouTube, prevalentemente in formato duo – ci si sposa ancora in due – ma grazie o meglio per colpa di questi bei filmati registrati e montati da Alessio Bussolari durante l’ultimo concerto organizzato da Gigi Veronesi e family a San Matteo della Decima (San Giovanni in Persiceto – BO – ma anche boh), potete farvi un’idea di quello che stiamo combinando.

Sicuri che il Capo ci assiste, magari ogni tanto chiudendo un occhio,

Giuseppe

 

(foto sopra di Lara Tamp, se la vedete sgranata è colpa mia ma tanto il progetto è low-fi e quindi sgranato, tutto nella norma insomma)

ps: grazie alle tantissime persone che ci stanno seguendo e aiutando, a partire da Carlo e Costanza che ci hanno “scoperti” e poi tutti gli altri che non nomino se no faccio gaffe anche se tanto questo sarebbe un progetto punk e quindi fare gaffe potrebbe rientrare nella norma… vediamo dai, tanto il post si può modificare