Serena Di è una ragazza italiana che al momento si trova a Boston con il marito e una piccola e vivace bimba, ma per oltre dieci anni si è divisa tra studi televisivi e radiofonici, redazioni di quotidiani e riviste, agenzie pubblicitarie, set cinematografici, sottoscala, salotti, open space, brainstorming e interminabili file agli aperisushi. È appena uscito nella collana UOMOVIVO il suo “Confessioni di una Radical Chic pentita”, un resoconto dettagliato e tragicomico di quegli anni, ma anche una storia d’amore e di speranza, un viaggio che parte con la ricerca delle luci della ribalta e arriva fino all’incontro con Dio. Oppure, per dirla con Costanza Miriano nella prefazione: “un concentrato di intuizioni fulminanti sulla questione femminile e sulla ancora più importante questione centrale, la ritenzione idrica”.

Ti definisci una “Radical Chic pentita” (su Instagram: @radicalchicpentita) e poi c’è questo Serena Di, un po’ corto come cognome… a cosa è dovuta questa scelta?
Non sono la cugina di Melissa P., se è questo che intendi. Serena è il mio vero nome, Di è l’iniziale del mio cognome e di quello di mio marito. Quando ho iniziato a scrivere delle mie esperienze, della me del passato e di una certa spocchia che mi portavo dietro, del pentimento e del ritorno alla fede, ho avvertito la necessità di rappresentarmi come una persona diversa, che non vuol dire perfetta, ma nuova, perché alla fine l’incontro con Dio chiede questo alle nostre vite, di trasformarsi. Il nome vuole simboleggiare questa rinascita e gioca un po’ sul doppio senso di appartenenza. Sussurriamo spesso con sospetto “figlio di”, “parente di”, e così via, ma in questo “Di” c’è anche un desiderio di appartenenza a Dio. Nessuno pseudonimo o bisogno di anonimato, quindi, piuttosto una dichiarazione di intenti.

Una parte del libro descrive alla perfezione chi sono i Radical Chic, ma soprattutto spiega che bisogna volergli bene.
Certo, ed è il messaggio a cui tengo di più. Viviamo in un’epoca di divisioni, i media e i social media sono intrisi di parole d’odio e l’ultima cosa che volevo era rappresentare l’umanità attraverso fazioni opposte. Non sono un censore, il libro non è un pamphlet contro qualcuno, né l’ho scritto per giudicare qualcuno. Non ho la pretesa di semplificare la complessità della vita in credenti buoni e non-credenti cattivi, come ai tempi era stato insegnato a me: credenti stupidi e ignoranti, non-credenti intelligenti e colti. Al di là delle ironie (e non sarcasmo) ho rispolverato l’antica, e ormai banale, etichetta coniata dallo scrittore Tom Wolfe, per descrivere il mio atteggiamento nei confronti della fede, allo scopo di promuovere un invito alla fraternità e ricordare al lettore che chi ama Dio non ha nemici.

A proposito di quello che ti è stato insegnato, le scuole che hai frequentato – ed è un’esperienza comune a molti – sembra che ti abbiano in qualche modo “indottrinata”.
L’indottrinamento è una pratica odiosa e triste, a sentire la parola pensiamo subito a quello religioso che quando viene messo in atto è il peggiore di tutti. Nessuno di noi vorrebbe essere amato a forza, perché vorrebbe esserlo Dio? Ma c’è un altro tipo di indottrinamento, più sottile e come hai detto molto comune, che vuole far passare il messaggio che la fede sia un rimedio per gente senza speranza, una pratica idiota, utile al massimo per combattere ansia e depressione, una panacea per stressati, un oppio dei popoli e i fedeli un ammasso di ebeti, di sfigati, di retrogradi quando va bene. Questo è il tipo di indottrinamento che ho subito, in principio da una professoressa delle scuole medie che ci ripeteva continuamente che la cultura era solo di sinistra e la religione una consuetudine oscurantista. Nonostante fossi cresciuta in una famiglia di insegnati con idee di sinistra i miei genitori non si erano mai sognati di esprimersi in quel modo, né con me né con i loro alunni, e questo mi ha turbata. Ma intendiamoci, non è a lei che voglio dare la colpa per il mio allontanamento dalla fede, non è stata che una goccia nel mare e alla fine Dio ci lascia liberi di seguire la strada che più ci piace, anche quella che va nella direzione opposta alla sua.

Hai detto che questa professoressa non è stata che una goccia nel mare. Hai incontrato molti altri che la pensavano come lei?
Basta leggere i giornali, guardare la tv, fare un giro sui social, controllare pagine satiriche da milioni di follower e seguire i personaggi “giusti” per rendersi conto che c’è un enorme problema di comunicazione e di percezione della fede. Io poi che ho lavorato per anni nel mondo dello spettacolo e dello showbiz posso confermare che c’è un diffuso pregiudizio verso i credenti che fanno parte di questo ambiente. Da giovane studentessa di cinema e fotografia ho incontrato, tra i tanti, il compianto fotografo di moda Giovanni Gastel, e mi sono da subito innamorata dei suoi lavori. Non sapevo fosse credente ma penso che se lo avessi saputo all’epoca, ideologizzata com’ero, probabilmente avrei apprezzato meno le sue opere. Ho letto recentemente una vecchia intervista che ha rilasciato alla Stampa qualche anno fa dove senza imbarazzi, parlando di una grazia ricevuta da Padre Pio, ha affermato: «L’intellighenzia, fra cui ho tanti amici, considera una ingenuità l’essere religiosi, dimenticando montagne di pensiero cristiano cattolico». Le sue parole riassumono tutto.

E anche tu consideravi la fede un’ingenuità, fin quando non hai incontrato il principe azzurro, o meglio il “prince charming” perché è americano.
Ebbene sì, non aveva il cavallo ma una Toyota e non distingueva la differenza tra un radicchio e un cavolo rosso. Questo ragazzo, che come me lavorava nel mondo dello showbiz, ma dall’altra parte dell’oceano, e non si vergognava della propria fede ma sopportava e sorrideva alle fatiche della vita con la decina al polso, ha messo per primo scompiglio nelle mie certezze, pian piano, esclusivamente con il suo esempio, senza mai indottrinarmi o forzarmi a pregare o andare a Messa.

Oltre alla storia d’amore (e di verdure…) con tuo marito, emerge un po’ alla volta la storia d’amore con Dio, dal rosario che ti aveva regalato la nonna alla conversione. Ci anticipi qualcosina?
Scrivendo mi sono resa conto che la storia del mio rapporto con la fede era anche e soprattutto una storia familiare, iniziata con mia nonna Elvira che mi aveva insegnato la preghiera all’angelo custode e mi aveva regalato il primo rosario. Per anni non mi sono mai sognata di pregarlo. Volevo essere libera eppure ero ingabbiata in un solido dogmatismo, fortemente ideologizzato, avevo tutto ma nulla era mai abbastanza, ero focalizzata sulla celebrazione continua del sé, ossessionata dalla competizione smodata, dai primi posti ma a fine giornata rimavo da sola con il mio senso di vuoto. In un mondo che crea fenomeni nuovi ogni giorno e dove il genio del mercoledì diventa il cretino del venerdì, come diceva anche Gastel, chi si convince che il gioco è la vita ne finisce stritolato.

Ci dici qualcosa di te oggi?
Non sono certo diventata una santa. Sono una donna, una ragazza come tante, una moglie, una madre che lavora, che coltiva i suoi sogni e cerca di far stare tutto insieme a fine giornata, spesso non riuscendoci. Come il resto del mondo in questo momento soffro per la pandemia e a giudicare dalla mia ricrescita anche per la chiusura dei parrucchieri, ma nonostante dei giorni sia difficile rivolgersi a Dio continuo a cercare il suo volto.

Cos’è davvero Radical oggi?
Avere fede in un mondo che l’ha completamente smarrita. Se ci pensi è un pensiero rivoluzionario, ci vuole una buona dose di follia per essere credenti oggi, e aggiungerei anche uno spirito da bambini, bisogna farsi piccoli in un mondo che ci vuole sempre grandi e arroganti.

Trovate “Confessioni di una Radical Chic pentita” in formato cartaceo e ebook sul sito di Berica Editrice, Amazon (i tempi di consegna sono molto più brevi di quelli indicati) e nei principali store online, oppure ordinandolo in libreria.

by Serena Di (@radicalchicpentita), la nostra inviata da Boston/Sanremo (di cui è imminente l’uscita del suo primo libro “Confessioni di una Radical Chic pentita”)

La vita non è un disco rotto, malgrado a qualcuno piaccia pensarla così. Ma chi la vuole davvero una vita così? Un eterno ritorno nicciano, una colonna sonora di cui conosci già tutte le tracce? Sono riflessioni da venerdì di quaresima, con la pandemia, la pioggia (almeno qui da me a Boston) e un Sanremo bruttino da guardare e ascoltare, che però mi tiene comunque incollata al divano tutto il pomeriggio (sia benedetta la mondovisione). 

Sarà l’euforia nel preparare il guacamole alle quattro di pomeriggio, il gruppo d’ascolto WhatsApp da cinquanta partecipanti che è impossibile abbandonare, il marito che fa la ola per Orietta Berti e che canta da due giorni «sono una figlia di Loredana», ma io a Sanremo quest’anno non posso proprio rinunciare. 

Anzi, ve lo dico, almeno una volta nella vita tutti dovrebbero provare l’ebrezza di guardare il Festival da oltreoceano, si è più nostalgici e belli lucidi, forse troppo per quattro ore di diretta, ma le orecchie sono ben sintonizzate sulla linea d’ascolto. E quando si è ben sintonizzati si riescono a percepire quelle meravigliose e inaspettate variazioni che rompono la monotonia (per gli scettici: dai, ragazzi, anche Spotify ha la riproduzione Shuffle, qualche sorpresa possiamo aspettarcela ogni tanto!). 

In quegli istanti ti accorgi che la vita non è un disco rotto e neanche Sanremo lo è. Quando meno te lo aspetti la musica cambia e parte la cover di una canzone che ho canticchiato più di vent’anni fa senza mai capirne il senso: Non è per sempre degli Afterhours, che ieri sera è stata cantata (ed egregiamente eseguita) da Lo Stato Sociale. Più di vent’anni fa a scuola facevo l’analisi del testo, in questo caso basta semplicemente leggerlo (ma quanto ci piace complicarcela questa vita a volte?):

Dici che i tuoi fiori
Si sono rovinati
Non hai abilità
Questa nazione è brutta
Ti fa sentire asciutta
Senza volontà
E gioca a fare Dio
Manipolando il tuo DNA
Così se vuoi cambiare
Invece resti uguale
Per l’eternità
Ma non c’è niente
Che sia per sempre
Perciò se è da un po’
Che stai così male
Il tuo diploma in fallimento
È una laurea per reagire
[…]
Tutto è efficacia
E razionalità
Niente può stupire
E non è certo il tempo
Quello che ti invecchia
E ti fa morire
Ma tu rifiuti di ascoltare
Ogni segnale che ti può cambiare
Perché ti fa paura
Quello che succederà
Se poi ti senti uguale

Chiaro, no? Sarà che io ho avuto un piccolo aiuto da casa e mi sembra tutto così semplice. L’aiuto è un libro che si chiama Niente di ciò che soffri andrà perduto, di Costanza Miriano. Anche quello, come Sanremo, non riesco a smettere di leggerlo. Questa la descrizione: “Arrivi a un punto della vita in cui ti sembra che i giochi siano fatti, che nulla possa più migliorare, che tutto sia andato storto, che non sia ciò che avevi sognato. Quello è il tuo matrimonio, quello è il tuo lavoro, quelli i tuoi figli, quella, insomma, è la tua realtà, e vorresti solo scappare via. E invece no. È proprio nel momento del dolore e della delusione più nera che avviene l’incontro più bello… proprio quando sembra di avere toccato il fondo, nasce l’occasione per conciliarsi con il proprio destino e amare senza condizioni”.

Non è un po’ quello che gli Afterhours e il bravo e bel Manuel Agnelli cantavano nel 1999? Tranquilli, non si tratta di un plagio. Come direbbero a Sanremo: “Nonostante alcune analogie nel ritornello, i consulenti hanno stabilito che non c’è plagio armonico, melodico e strutturale”. Il consulente ovviamente sono io e, sebbene siano su frequenze diverse trovo che la canzone e il libro abbiano gli stessi intenti. Ci ricordano entrambi quanto sia difficile rimanere se stessi in un mondo che scambia l’Io con Dio, in una società che vuole monopolizzare e manipolare i nostri pensieri e di come la vita (fortuna delle fortune) abbia una mortalità del 100%. E perciò proprio perché non è per sempre, chi la vuole tutta razionale e priva di stupore? La Miriano però fa una cosa in più, ci dà la soluzione e ci ricorda anche che c’è sempre la Pasqua dopo la Quaresima, c’è sempre la speranza oltre il buio della monotonia, c’è sempre Dio che ci aspetta e che non gioca con il nostro DNA, perciò non rifiutiamoci di ascoltare ogni segnale che ci può cambiare, meglio reagire finché siamo ancora in tempo.

(Oh, non è vero che dovevano prendere Costanza Miriano come giudice a X-Factor?!)

Per il compleanno di Paola Belletti (AUGURI PAOLA!!!), ricondividiamo la prefazione che la sua grande amica Costanza Miriano aveva scritto per “Osservazioni di una mamma qualunque”, il primo libro della collana UOMOVIVO “curata” dallo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif.

Mando l’sms a Paola intorno alle due di notte, ho sonno, poco tempo e non aggiungo spiegazioni. Tanto so che lei è una delle due o tre persone al mondo che capiscono sempre tutto senza bisogno di traduzione. «Prefo», è ovvio, è la prima persona singolare indicativo del verbo «adesso se non mi addormento ti scrivo la prefazione al tuo libro, anche se tu credi che a qualcuno verrà voglia di leggerlo perché lo consiglio io, invece questo è un libro che tutti leggeranno perché si innamoreranno di te, amica mia meravigliosa». Tutto questo vuol dire «ti prefo», e Paola lo sa, infatti risponde solo «grazie» con molti punti esclamativi perché è una femmina e sa che una parola secca verrebbe interpretata male da un essere della sua stessa specie. Paola, dicevo, sa sempre tutto come quando la chiamo e le racconto di me. Non devo mai spiegarle niente di come mi sento perché lei capisce, come la mamma che torni da scuola e già sa che voto hai preso, non perché abbia messo su una piccola attività di spionaggio industriale e abbia piazzato degli agenti in classe o nel gabbiotto della bidella, ma perché legge le pieghe della bocca, lo sguardo e ascolta la minima inflessione della tua voce. Se una mamma ha queste doti divinatorie con i figli è normale, se ce l’ha un’amica, è speciale. La mia amica in effetti è molto speciale, e io ne approfitto vigliaccamente per raccontarle i lati più abietti e oscuri di me: non solo lei mi vuole bene lo stesso, ma non fa un plissé quando le parlo, come se fossi normale.

Quello che ho capito è che quando hai frequentato il dolore – lei è stata colpita in modo eccezionale dalle malattie dei suoi figli – hai educato il tuo cuore a starci, hai accolto le tue ferite senza nascondertele, senza scappare, ma facendoci i conti, hai dato voce a tutte le tue domande, hai visto tutti i tuoi lati oscuri oltre a quelli più presentabili, hai visto come poco si sa fingere quando si sta male, allora non hai più paura di vedere niente, né di tuo né degli amici. Perché davanti al dolore puoi anche incattivirti, ribellarti, chiuderti, peggiorare, oppure puoi lasciartene scolpire da uno scalpello che rivela la bellezza chiusa dentro la tua pietra. Lo puoi fare solo se credi, tenacemente e ostinatamente, che a tenere in mano lo scalpello c’è un Padre buono, e ci credi nonostante tutto, nonostante la tentazione di dire «perché mi fai questo?», e di discutere e arrabbiarti con questo Dio che sembra accanito con te.

Paola, come scoprirete, è molto provata dal dolore e dalla fatica di essere mamma – e qui rivelo il mio conflitto di interessi: sono madrina di battesimo del suo piccolo Ludovico – e ci fa i conti tutto il giorno, perché per far la mamma al meglio ha lasciato il lavoro, almeno finora (questo è un annuncio subliminale di ricerca di un lavoro) ed è mamma in modo speciale. Una cosa che mi dà molto fastidio di noi cristiani, è quando interpretiamo Dio, e diamo sentenze sul suo modo di agire: tipo «eh, sì, Lui ti manda la croce ma poi…» e scioriniamo giudizi e spiegazioni e previsioni sulle varie tipologie di condotta di Dio, prevediamo che attuerà a breve il protocollo due barra sette, come se l’Onnipotente, l’Infinito, avesse delle procedure standard.

Io credo che ci sia invece un profondo mistero nel dolore, nel dolore innocente in specie, e in certi casi non si può che stendere le braccia sulla croce e cercare di resistere. C’è qualcuno che viene inspiegabilmente risparmiato dal dolore (ma poi magari la vita se la rovina da solo, perché «nella prosperità – dice la Bibbia – l’uomo non comprende»), c’è chi è provato in modo speciale, e può diventare un segno per gli altri. Penso a Chiara Corbella Petrillo, al suo eroismo fatto di obbedienza mite, che le è stato chiesto di spendere in un tempo relativamente breve, tutto, fino all’ultima goccia (se non avete la fortuna di conoscere la sua storia cercate i libri che la raccontano, Siamo nati e non moriremo più e Piccoli passi possibili, o almeno gugolatela). E poi penso a Paola, a cui invece viene chiesto di vivere eroicamente, ma non tutto insieme, non con un finale drammatico e i fuochi di artificio, bensì nel martirio dell’obbedienza quotidiana. La penso tanto, spesso, e non so dire perché. Sono certa però che quando alla fine dei tempi vedremo tutto chiaramente, scopriremo come lei e gli altri che accolgono nell’obbedienza grandi prove stanno mandando segretamente avanti il mondo, per questo mistero del dolore innocente che è la croce di Cristo che ha salvato l’umanità.

Questo, evidentemente, rende possibile perdonare a Paola tutti i doni che ha ricevuto in misura esagerata: bellezza stratosferica, gambe prive di ritenzione idrica e seno che io manco quando allattavo le gemelle, intelligenza raffinata e senso dell’umorismo acutissimo e pronto, oltre che una sensibilità ai limiti del patologico, una scrittura audace e mai banale, una simpatia, nel senso etimologico di capacità di sentire insieme, unica. Questo è uno di quei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti. Questo è il preferito dei preferiti (sì, sono di parte).

Nota tecnica del redattore, destinata all’autrice del libro, e comprensibile solo a lettori femmina tra i venti e i sessantacinque anni: tengo a precisare che la taglia elevata di reggiseno non corrisponde in alcun modo, nel caso dell’autrice del libro, ad adiposità diffusa né localizzata, essendo che «allora mi vedi grassa!» è la risposta standard che noi femmine instabili psichicamente rivolgiamo a ogni complimento anche del tutto non attinente al tema magrezza/obesità. (Esempio: se tuo marito ti fa i complimenti per il cappotto ti convinci che certo te li stia facendo perché il capo copre le tue forme troppo abbondanti, e non perché ti stia bene, e questo a volte non allieta le giornate dei mariti, che lì per lì erano già tutti fieri di essersi accorti che avevi messo il cappotto).

“Osservazioni di una mamma qualunque” è disponibile in formato cartaceo e digitale su Amazon, nella libreria online di Berica Editrice e nei principali store digitali.

La data delle nozze è sempre più vicina, per il nostro DentoTeologo Giovanni Biolo, e allora gli facciamo un pre-regalino e pubblichiamo la prefazione che Costanza Miriano (sì, proprio lei!!! scoprirete leggendo che il matrimonio è colpa sua…) ha scritto per il suo DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede. Ma fategli (e fatevi) anche voi un pre-regalino acquistandolo!!!

Sono le 3.19, ovviamente di notte, non sia mai che riesca a impossessarmi di una tastiera e di un tavolo non occupato dai figli prima di mezzanotte. Devo scrivere questa prefazione da un pezzo, ma, sapete, le cavallette, le inondazioni eccetera (solo che questa volta è vero, c’è davvero una pandemia e i figli sempre a casa e le tesine di terza media e un libro da scrivere). Insomma, nessuna sorpresa se mi trovo qui nel cuore della notte. Il problema è che ogni tanto rido da sola, e faccio rumore, e poi mi sgridano (il paragone della grazia col camper delle Micro Machines è geniale!). Ma soprattutto il problema è che io volevo solo dare una scorsa veloce a queste pagine (che per ora sono in pdf), per poi leggerle per bene e con calma trasformate in carta – sono della generazione libro, non pergamena ma quasi. “Un’oretta e mi metto a scrivere, così magari qualche minuto dormo, questa notte”, mi sono detta. E invece niente, son qui che non riesco a smettere di leggere, perché Giovanni è troppo simpatico e troppo fenomenale, una pagina tira l’altra.

Questo libro ha il merito di fare quello che dovremmo provare tutti: cerca un linguaggio nuovo per parlare di Dio, per cercare di acchiappare tutti i cuori. Dobbiamo essere una generazione creativa, che svecchia il linguaggio da sacrestia, che non ha complessi di inferiorità né si sente in soggezione verso nessuno, perché siamo noi i veri ribelli, i veri trasgressivi, siamo noi la vera novità. Non perché siamo bravi noi, ma perché cerchiamo di seguire colui che fa nuove tutte le cose. Il mondo con la sua finta trasgressione è noioso, essere cristiani è molto più rock, è la vera unica rivoluzione.

Infatti, gli amanti dei Mienmiuaif andranno in brodo di giuggiole, è lui, l’autore, “il vero radicale, che va alla messa infrasettimanale” di cui parla Canzone per mollare un radical chic che è la hit del mio cuore, e ovviamente dovrebbe vincere 8 Grammy Award e 15 Festival di Sanremo.

Il DentoTeologo sotto anestesia

Insomma, un dentista che scrive di Dio. Niente di strano, perché Dio c’entra con tutto, con quello che beviamo, pensiamo, respiriamo, studiamo. Dio c’entra con il vedere un film, cambiare un pannolino, chiamare un’amica o una zia, con il litigare e con il cucinare. C’entra anche con il lavarsi i denti, mi dicevo sempre. Ecco, adesso che è nata questa branca della teologia, la dentoteologia, la cosa è ormai confermata! A parte gli scherzi, qui dentro troverete delle piccole perle, alcune trovate profondissime, altre geniali.

Non voglio tediarvi oltre, ma devo dire una cosa di cui sono troppo orgogliosa. Se mai dovessi arrivare alle porte del Paradiso, quando considereranno il mio curriculum scarsino, se vedrò san Pietro scuotere la testa, mi giocherò l’asso. Gli dirò che io c’entro qualcosa con il matrimonio dell’autore, Giovanni e della sua bellissima sposa, Federica Maria. Anche avessi fatto solo questo di buono nella vita, qualche punto lo vale all’esame finale (giusto, dentoteologo?). Quando l’ho conosciuto mi sono detta: questo è un tipo fantastico, non posso farmelo scappare, deve andare a una bella ragazza come si deve, e così quando ho conosciuto la bionda esplosiva in questione, ho subito fatto due più due, anzi uno più uno, e attivando la mia rete di intelligence… insomma, non posso svelare tutto, ma ecco, san Pietro, mi raccomando, ricordatelo!

COSTANZA MIRIANO

 

Potete acquistare DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede in formato cartaceo e ebook su Amazon, sul sito di Berica Editrice e sui principali store digitali, oppure ordinandolo in libreria.

dal blog di Costanza Miriano

Il femminismo è iniziato come una giusta richiesta delle donne, che volevano essere finalmente viste, ed essere libere, ma si è trasformato in una grande trappola per noi donne, perché ha preteso di trasformarci in uomini, inducendoci ad adottare stili di vita e orari e tempi maschili, finendo per aumentare la sofferenza che pretendeva di alleviare. E, ancora più a fondo, ha dimenticato che la donna si realizza dandosi, si realizza sempre in una relazione, in un modo più totalizzante rispetto all’uomo. La relazione è quello che ci definisce, e il punto centrale della nostra vita è proprio decidere “a chi voglio piacere, io?”.

A Dio, al mio uomo, a tutti? Se una donna si riscopre figlia, sposa, madre – non necessariamente in senso biologico – se mette in moto una vita spirituale seria, se entra veramente nella sola relazione che dà pienezza e compimento, può offrire il suo cuore, così intimo alla sofferenza, per la salvezza di tutti coloro che le sono affidati.

Di questo parla Il mistero della donna, e di questo e molto altro (per esempio di quanto sia centrale la questione, e del perché la battaglia intorno al ruolo della donna sia così accesa) parleremo a Vicenza giovedì alle 20.30. Ingresso e contestazione liberi.

(Tutte le info: giovedì 14 novembre ore 20.30 presso Sala Accademica del Seminario Vescovile, borgo Santa Lucia 43, entrata da viale Ridolfi 2, Vicenza. Evento organizzato da Berica Editrice e Ufficio di Pastorale del Matrimonio e della Famiglia)

Non vi siete ancora iscritti al Monastero WiFi del 19 ottobre a Roma nella Basilica di San Paolo fuori le mura??? Vi linkiamo qui sotto l’ultimo articolo della nostra amica Costanza Miriano in cui spiega tutto… ma soprattutto iscrivetevi a questa email: monasterowifi@gmail.com !!!

LINK ALL’ARTICOLO DI COSTANZA MIRIANO

Noi avremo l’onore di guidare le Lodi mattutine alle 9.15 (Anita le canterà, lo pseudo chitarrista più che altro le farà da supporto morale), prima dell’inizio delle super catechesi sulla Parola di Dio che ci aspettano, con sacerdoti meravigliosi come padre Maurizio Botta, don Vincent Nagle, don Fabio Rosini, padre Antonio Sicari, don Pierangelo Pedretti, don Antonello Iapicca e la fantastica suor Fulvia Sieni 😍😎

Non pensateci neppure di mancare!!!

 

Condividiamo la mega galattica prefazione di Costanza Miriano (troppo buona!!! ma visto che si parla di torte…) al nostro “Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare”)

Certo, non so quanto sia obiettiva, perché io li amo, io li adoro questi due. Quando ho deciso di fare una festa per il mio compleanno, per la prima volta una festa importante invitando amici da tutta Italia, in una villa che un’altra amica mi offriva, e fuochi e champagne e maiali squartati e dolci guarniti di glassa leopardata e body di piume e glitter come se piovesse, ho deciso che non poteva mancare la band dei miei sogni. Che non è la Dave Matthews Band, e neppure gli U2 o i Pearl Jam o gli Smiths, che pure fra tutti se la cavano abbastanza con la musica.

No, ho deciso di puntare più in alto, cioè proprio altissimo, al Paradiso, e ho chiesto ai Mienmiuaif di venire a cantare per me. E ho gridato (il verbo «cantare» nel mio caso è un po’ un azzardo) a squarciagola «e trovati un tipo trascendentale, un vero radicale, che va alla Messa infrasettimanale» (Canzone per mollare un radical chic) per mesi, dopo quella festa che rimane condensata nel mio cuore come una goccia di allegria e bellezza alla quale attingere quando tutti quegli amici mi mancano.

Questi due mi fanno ridere, commuovere, mi costringono a pensare e mi fanno venire voglia di essere una persona migliore, mi fanno una specie di effetto Photoshop: li vedo e mi sento che potrei essere una persona più bella, non so, sarà la pelle di porcellana di Anita, sarà l’umorismo serissimo di Giuseppe. Secondo me è l’effetto che fanno i santi, cioè le persone consegnate al Signore.

Ecco, questo per dire quanto posso essere obiettiva con loro. Dovevo dirlo per onestà, e adesso forse la mia prefazione potrebbe non suonarvi affidabilissima, però è l’amore che ci fa conoscere davvero, dice sant’Agostino, quindi anche se li amo posso dire qualcosa di credibile su questo libro. Ecco, io dico che è un prezioso condensato di estetica – cioè la teoria dell’arte -, filosofia, teologia, umorismo, e soprattutto fede. È una specie di mappa per collocarsi nel mondo, c’è dentro tutto, c’è il senso della sofferenza e Netflix e i gatti, i libri e la musica, la Panda e la cheesecake, c’è Alfie e un matrimonio salvato da un’aspirina, le pentole bruciate nascoste e la Messa con le vecchiette, ci sono tecniche di preghiera da combattimento e cotolette e Radio Maria e Radio Deejay, c’è uno che non parla inglese e quasi finisce per confessarsi da un sacerdote americano, e non porta i meggins perché guida la Panda, c’è una che ha una voce d’angelo e fa morire dal ridere e piange molto. Ed è anche una storia bellissima, una storia d’amore, quindi le femmine dovrebbero assolutamente comprarlo tutte, se non altro per quel meraviglioso capitolo. E poi c’è l’Ingrediente principale, che non posso svelarvi, e c’è una playlist stupenda, con alcuni brani che neanche io conoscevo.

Io amo questo libro, non è uscito ma già lo devo regalare a decine di amici, perché è la prova scientifica, empirica, che i cattolici sono fantastici, sono intelligenti e creativi, sono belli e colti, hanno scelto Dio perché è oltre il cool, perché hanno letto Teresina e vogliono rubare il Paradiso. I cattolici sono quelli che funzionano, sono il contrario degli sfigati che il mondo vuol far credere, sono i soli veri felici. Ecco, questo libro è tutto ciò e molto di più, anzi io non ho capito bene cos’è, so solo che non è un libro di ricette, ed è bellissimo, e lo devo regalare a tutti.

 

Il libro che non ti insegna a cucinare su Amazon a questo link

Condividiamo il post uscito sul sito di Berica Editrice, emozionatissimi per questa prima avventura editoriale scritta insieme 😎😍💪🙏

L’ultima uscita della collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, di Berica Editrice, si chiama Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare ed è la prima produzione letteraria scritta in coppia da Anita Baldisserotto e Giuseppe Signorin, la marito-moglie band dal nome impronunciabile “Mienmiuaif”, una storpiatura dell’inglese “Me and my wife”.

Il libro anticipa il disco omonimo che uscirà a distanza di pochi mesi e raccoglie una serie di testi relativi agli argomenti più cari al duo: la conversione e la religione cattolica in generale, la musica, l’arte, l’umorismo, il matrimonio.

Giocando con la metafora vita/torta, gli autori sostengono che è pieno di libri di ricette che vogliono insegnare a cucinare (e quindi a vivere), ma nessuno usa l’Ingrediente principale: Dio. Mienmiuaif Cake è invece un libro-torta che non vuole insegnare alcuna ricetta, ma mostrare l’esperienza concreta di come l’Ingrediente principale, una volta inserito nella propria vita, sia in grado di cambiarla radicalmente. E in meglio.

“È un prezioso condensato di estetica – cioè la teoria dell’arte -, filosofia, teologia, umorismo, e soprattutto fede. È una specie di mappa per collocarsi nel mondo, c’è dentro tutto, c’è il senso della sofferenza e Netflix e i gatti, i libri e la musica, la Panda e la cheesecake, c’è Alfie e un matrimonio salvato da un’aspirina, le pentole bruciate nascoste e la Messa con le vecchiette, ci sono tecniche di preghiera da combattimento e cotolette e Radio Maria e Radio Deejay, c’è uno che non parla inglese e quasi finisce per confessarsi da un sacerdote americano, e non porta i meggins perché guida la Panda, c’è una che ha una voce d’angelo e fa morire dal ridere e piange molto. Ed è anche una storia bellissima, una storia d’amore, quindi le femmine dovrebbero assolutamente comprarlo tutte, se non altro per quel meraviglioso capitolo”.

dalla prefazione di Costanza Miriano

 

“Mienmiuaif Cake. Il libro che non ti insegna a cucinare” è disponibile in formato cartaceo e ebook su Amazon, nel sito di Berica Editrice e nelle principali librerie digitali

Qui di seguito l’articolo di Costanza Miriano uscito sul suo blog in cui parla del bellissimo evento di sabato 19 gennaio a Roma!!! Noi ci saremo, iscrivetevi anche voi!!!

Il mondo contemporaneo complotta per farci dimenticare di Dio, per distrarci, intrattenerci, dare il nome sbagliato alla nostra sofferenza, o meglio, per farci soffrire inutilmente. Per convincerci che Dio è irrilevante, e comunque, se c’è, non è Padre; che il tempo che passiamo con lui è perso, non un guadagno, non l’unica via alla felicità. Per il mondo è inconcepibile credere che è la preghiera la forza che cambia le cose, è la più importante delle nostre azioni, perché, come dice papa Francesco, la preghiera o cambia le situazioni, o cambia il nostro cuore in modo che noi agiamo per cambiare. Ecco, c’è un popolo che si fida di queste parole, che non ascolta la voce del mondo, e continua a cercare Dio, nonostante le miserie, i peccati e le fragilità, nelle pieghe delle giornate, tentando caparbiamente di rimanere attaccato al Signore facendo tutto il resto, desiderando di conservare un cuore unitario, consegnato a Lui qualunque cosa si faccia.

Una piccolissima parte di questo popolo, che è molto, molto grande, anche se non fa rumore, si ritroverà sabato 19 gennaio a Roma nella chiesa che è madre di tutte le chiese della città di Roma e del mondo, cioè a san Giovanni in Laterano, e trovo questo fatto di una bellezza da far venire le lacrime agli occhi, infatti quando l’ho saputo, dopo giorni che non dormivamo e digiunavamo e pregavamo chiedendo a Dio un posto dove mettere tutta la gente, ho pianto di gioia!

Ci sono tante vie da percorrere in questa ricerca di Dio che accende i nostri cuori, e la Chiesa, che è cattolica, è davvero madre per tutti i suoi figli; offre a chi cerca, a tante diverse sensibilità, un cammino verso Dio, che vada bene per ciascuno. E sono felice che questo incontro cada nella settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, perché l’unità è quello che desideriamo, il segno che il Signore è in mezzo a noi.

Il senso del capitolo generale del monastero wi-fi – come abbiamo per scherzo chiamato l’incontro di sabato 19 gennaio a Roma, ma poi alla fine il nome è rimasto! – è quello di far incontrare tanti cercatori di Dio, ognuno proveniente dal suo cammino. Non vuole fondare niente, già c’è tutto nella fedeltà alla Chiesa e al Papa, non vuole inventare niente. Desideriamo solo incoraggiarci e aiutarci a non mollare la presa – cercare Dio – abbracciarci, e poi tornare alla nostra vita quotidiana, e alla nostra appartenenza ecclesiale, con una carica di roba buona, una scorta da farci bastare per un po’.

Con le amiche che insistevano per vederci, infatti, mi è sembrato naturale più che fare un incontro in cui io parlassi (tutte le cose che so le ho copiate, e comunque le ho già scritte), piuttosto condividere le cose buone che ho ricevuto dalla Chiesa, e così se Dio vuole sabato realizzerò il sogno di permettere a tanti amici (1200 al momento, ma in continuo aumento) di ascoltare alcune delle persone più importanti per me, alcune tra quelle che mi hanno arricchito nella fede, cioè, in ordine cronologico della giornata, padre Maurizio Botta, suor Fulvia Sieni, don Fabio Rosini, padre Emidio Alessandrini, don Pierangelo Pedretti.

Ci saranno catechesi e momenti di preghiera (messa, adorazione, e per chi vuole rosario in una parte della pausa pranzo), perché più che parlare di preghiera noi volevamo pregare; ma ci sarà anche un momento per gli abbracci e i saluti (all’inizio, alla fine, e al momento del pranzo).

Anche se alcuni di quelli che si sono iscritti, probabilmente, erano anche al Family Day, anche se io purtroppo mio malgrado vengo spesso apparentata a certe visioni politiche della fede, nonostante mi sia dimessa dal Comitato il giorno dopo (perché ho sempre detto che la politica partitica non fa per me), anche se c’è chi si affretta a mettere etichette divisive a destra e a manca, o a dare patenti di fedeltà al magistero e al Papa, sabato ci sarà un popolo molto, molto variegato, unito però dal desiderio di Dio e dalla fedeltà assoluta alla Chiesa. E come diceva Paolo VI, se sei fedele alla Chiesa, lei lo è a te. E infatti, dopo qualche fatica organizzativa – dovevamo essere qualche decina, siamo oltre mille – la Chiesa ci è stata madre nel modo più esagerato e abbondante possibile, andando oltre ogni nostro più sfrenato desiderio, offrendoci ospitalità nella Basilica di san Giovanni in Laterano.

L’incontro è aperto a tutti e gratuito, per il momento abbiamo coperto le spese con una colletta fra amiche, e con i soldi arrivati in più da donatori anonimi abbiamo potuto pagare qualche viaggio a qualcuno che avrebbe voluto venire, ma era impensierito dal costo del viaggio. Se riusciremo a raccogliere altro, potremo fare delle offerte a chi ci ha ospitato (e comunque tutto sarà rendicontato e pubblicato qui sul blog, al centesimo), e se ce ne sarà ancora, andrà ai poveri. Chi si iscriverà alla mail monasterowifi2019@libero.itriceverà per mail anche il programma, il libretto della messa e dell’adorazione, e il badge da stampare e da inserire in una cosa di plastica (portabadge? Cosino? Che bisogna dire in cartoleria?). Il badge servirà a riconoscerci e ci sarà scritta anche la città di provenienza, in modo da provare, chissà, poi, a mantenere i contatti fra noi nelle nostre città. Non sappiamo ancora cosa nascerà da questa giornata, di sicuro tanta grazia.

Nella mail ci saranno anche le indicazioni per chi proprio non potesse fare a meno di portare i bambini, anche se noi purtroppo siamo costretti a scoraggiarne la presenza perché, visto il numero, non siamo più dove pensavamo all’inizio, e diciamo che la sistemazione per loro sarà un po’ “accroccata” come si dice a Roma (rimediata), in luoghi non attrezzati a questo.

Il pranzo sarà da portare da casa, non sappiamo se riusciremo in extremis a trovare un posto per mangiare al chiuso (di certo non in basilica), ci stiamo lavorando, quindi si suggerisce abbigliamento caldo e comodo (mio marito trova i miei tronchetti tacco 12 comprati per l’occasione non esattamente appropriati, credo che mi metterò in borsa delle ciabatte piumate). Si prevedono 7 gradi e pioggerellina, anche se per quella cercheremo di convincere il Capo a essere clemente. Intorno, comunque, ci sono bar e ristoranti, e se riusciremo a convincere un forno a procurare qualcosa per tutti, tipo due km quadrati di pizza, ve lo faremo sapere. I bagni ci sono, ma non tantissimi, io ho deciso che berrò molto venerdì, e poi sabato sera, perché le catechesi con l’urgenza di andare in bagno sono meno belle, secondo me.

I sacerdoti che desiderassero concelebrare devono portare con sé i paramenti (mi dicono che non ci sono leopardati, quindi vanno bene normali), o comunicare alla nostra mail l’intento. Gli altri potrebbero rendersi disponibili per le confessioni!

Vista la capienza della Basilica ci si può aggiungere anche all’ultimo, e anche senza iscrizione, ma ci sarebbe utile saperlo (basta mandare nome e indirizzo mail), e voi ricevereste per mail tutto il materiale. Inoltre, mia figlia sta confezionando bigliettini con la Parola di Dio, per cui vorremmo farne a sufficienza (siamo a 800 bigliettini, che verranno retribuiti con bonus utilizzo telefono, per evitare denunce di sfruttamento del lavoro minorile).

Ricapitolando:

dopo un saluto del Vescovo, mons Gianrico Ruzza alle 9.45,

uomini e donne si divideranno alle 10:00, perché anche nella spiritualità siamo diversi: le donne ascolteranno una catechesi di Suor Fulvia Sieni, gli uomini una di padre Maurizio Botta.

Il tempo di ricompattarci, e alle 11.30 ci sarà la messa, celebrata da don Fabio Rosini.

Poi il pranzo – sapremo dirvi dove, comunque portato da casa – e alle 15:00 la catechesi di padre Emidio in basilica.

Alle 16:00 mi prenderò qualche minuto per un saluto, e poi ci sposteremo per l’adorazione, che verrà guidata da don Pierangelo Pedretti, nella cappella del Seminario.

Non sappiamo ancora se gli interventi, essendo una basilica, potranno essere registrati e diffusi in seguito, o in streaming, dobbiamo ancora capirlo, ma prometto che come minimo racconterò qui sul blog tutto quello che ascolterò (sono una prenditrice di appunti velocissima, riesco quasi nella trascrizione letterale), perché sappiamo che c’è un popolo che vorrebbe esserci, ma che non può, per tanti motivi. A loro siamo uniti con tutto il cuore, e sappiamo di avere la responsabilità di non tenere solo per noi quello che quel giorno riceveremo.

Niente, mi sembra di avere detto tutto, mi manca solo di ringraziare tutti quelli che ci hanno aiutato, Sua Eminenza il Cardinal Angelo De Donatis, che ci è stato padre in modo commovente, il Vescovo, monsignor Gianrico Ruzza, il rettore del seminario don Gabriele Faraghini, e le eroiche amiche che stanno lavorando come muli per organizzare tutto, prima fra tutte Monica Marini, la mia sorella bionda (ma lei naturale), che credo abbia smesso di vivere e anche di dormire per rispondere a tutti e risolvere tutte le grane, e poi Giuseppina Ardoino, Laura Daretti, Maria Teresa Silvestri e Federica Manzi. Grazie anche a tutti quelli che partiranno, lasciando la propria terra come Abramo, alla ricerca di Lui, che non si lascerà certo superare in generosità. Partire è il primo segno che abbiamo voglia di scomodarci, che stiamo facendo sul serio. So benissimo, infine, che tanta altra gente farà sul serio rimanendo a casa, fedele alla propria famiglia, alla propria vocazione, alle difficoltà organizzative ed economiche, e quindi grazie anche a chi vorrebbe davvero esserci.

 

Link all’articolo originale tratto dal blog di Costanza Miriano

 

di Giuseppe Signorin, curatore della collana UOMOVIVO e pseudo chitarrista dei Mienmiuaif

Ha fatto scalpore la Preghiera di Camillo Langone sul Foglio, “Più Jo Croissant e meno femministe”. Langone, da esperto polemista, ha tratto da Il mistero della donna, oggetto del suo testo, le righe maggiormente in sintonia col suo stile: «La sottomissione della donna è redentrice; è con la mancata sottomissione che la donna ha trascinato l’umanità nell’infelicità». Chi volesse leggere il libro di Jo Croissant nella sua interezza, ne capirebbe senz’altro il senso all’interno del contesto. Chi volesse approfondire ulteriormente, la nostra amica Costanza Miriano ha scritto il suo geniale e spassosissimo Sposati e sii sottomessa sullo stesso argomento.

Subito mi colpisce che siano due donne, Jo Croissant e Costanza Miriano, a riprendere il termine utilizzato in origine da san Paolo, «sottomissione», e parlarne nelle proprie opere, non intendendo però nulla di sessuale (in realtà in campo sessuale la sottomissione è sdoganata, lì bisogna essere più “liberi” possibile), né di violento. Non ha nulla a che vedere con costrizioni o soprusi o mancanza di libertà, cosa facilmente intuibile conoscendo la vita delle due autrici, che non sono affatto donne “fallite” o relegate in una stanza, ma donne “di successo”, che scrivono libri e girano il mondo. La sottomissione a cui alludono non ha nulla di mortificante. Il Vangelo, inteso in maniera corretta, non toglie nulla. «Non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto» (Benedetto XVI).

Un altro aspetto interessante, entrando nel vivo della questione, riguarda la Lettera agli Efesini, in cui san Paolo utilizza il termine “incriminato”. Sorpresa: non si parla solo di donne, anche agli uomini viene chiesto di essere sottomessi… L’apostolo premette al suo discorso rivolto ai coniugi la seguente frase: «Siate sottomessi gli uni agli altri nel timore di Cristo». Elemento sine qua non di tutto il discorso che Jo Croissant e Costanza Miriano stanno portando avanti con coraggio, è l’assoluta pari dignità fra uomo e donna. Uomo e donna, agli occhi di Dio, hanno lo stesso identico valore. Sono sacri entrambi. Ogni persona, per il Cristianesimo, è sacra e uguale a tutte le altre. Non ci sono persone di serie A e persone di serie B. Questo è fuori discussione.

Quello che san Paolo scrive, con un linguaggio legato al suo tempo, si riferisce ai diversi ruoli e modi in cui mariti e mogli devono interpretare la “sottomissione reciproca”, essendo diversi (per esempio le donne partecipano al miracolo dei miracoli, la nascita di una vita, in maniera ben più attiva). Ai mariti viene chiesto di amare la propria moglie come Cristo ha amato la Chiesa, di dare quindi la vita, tutto quello che hanno e possono (e non è poco…). Ma amare come Cristo, morto per noi, non significa uccidersi, così come essere sottomessi, in un’ottica cristiana, non significa diventare schiavi ciechi e succubi di un despota. Se la sottomissione del marito sta nel dare la vita per la propria moglie, nel fare tutto ciò che può per la sua santificazione, la sua felicità, la sua piena realizzazione, mettersi al suo servizio, insomma, la sottomissione della moglie sta innanzitutto nell’assumere un atteggiamento di fiducia nei confronti di un marito che cerca di dare tutto per lei, riconoscendogli un ruolo di guida, di responsabilità, nella coppia.

E si tratta di scelte libere: sia quella della moglie, di essere guidata dal marito, sia quella non meno difficile del marito, di assumersi responsabilità spesso difficili e di guidare la propria sposa nel migliore dei modi, di “morire” a sé stesso e vivere per lei. Di essere appunto come Cristo: quindi mite, umile, al servizio della moglie, non certo despota.

Non dico sia semplice, e proprio per questo Papa Francesco ha sottolineato spesso l’importanza di prepararsi bene al matrimonio: non è un gioco da ragazzi, sposarsi in Cristo. Serve Cristo. E serve tutta la buona volontà di cui si dispone. Ma, secondo me e secondo molti che ne hanno dato e ne danno testimonianza, è la scelta migliore e più felice.