Nuovo video della cantante dei Mienmiuaif sul suo canale YouTube! Lo trovate a questo link 🙂

Come ho capito la mia vocazione? É una domanda che mi ha fatto suor Claudia dal Messico, una suora che è stata in Italia molti anni e mi ha chiesto di farne un video: lei stessa mi tradurrà in spagnolo alle ragazze del suo corso di discernimento. Per rispondere a questa domanda ho raccontato la mia conversione, perché è quando ho scoperto che Dio esisteva, mi ha pensata e amata da sempre che gli ho chiesto qual era il suo progetto per la mia vita. Preghiera, sacramenti e castità hanno fatto luce così ho sentito che Dio mi chiamava al matrimonio con Giuseppe. La mia scelta felice!

Anita

di Elena Biondi

Molti cristiani della mia generazione appartengono alla categoria dei convertiti, persone cioè che per un periodo abbastanza lungo, parliamo spesso di decenni, hanno abbandonato la fede. Perché sono tornati a credere? Ad un certo punto nella loro testa è squillato una specie di campanello. Quando questo? A trenta, quaranta, cinquant’anni… certo la paura della vecchiaia e la scoperta dei propri limiti sono una medicina efficacissima nelle Sue mani, anche se molto amara!

Ma una volta salvato, cosa rischia il convertito entusiasta? Di peccare d’orgoglio e di vantarsi della sua passata infedeltà. È tentato – ahimè – di voltarsi indietro e così, come la moglie di Lot, essere trasformato in statua di sale. Il suo atteggiamento ricorda un uomo felicemente sposato che però non può fare a meno, perfino davanti alla moglie, di decantare con orgoglio le avventure che ha avuto prima di lei. Spesso sono la stessa persona. “Eppure – dice a se stesso e agli altri – quel periodo mi ha dato qualcosa di buono, mi ha fatto crescere”. Certamente, perché il Signore riesce a tirar fuori anche dai nostri errori delle benedizioni, a condizione però che li riconosciamo per quello che sono, cioè degli errori, appunto. E poi, quante ferite, quante idolatrie ci ha fatto contrarre la lontananza da Dio, abitudini di cui adesso, pur volendo, duriamo una grande fatica a liberarci?

Oppure: la mia conversione tardiva è segno di indipendenza mentale, prova che sono uno spirito libero e controcorrente. Attenzione! Il mondo ci inganna facendoci credere che scegliamo di non seguire più Gesù perché siamo degli anticonformisti, mentre i bravi cattolici sarebbero tutti dei pecoroni un po’ addormentati. Invece è proprio allora che diventiamo pecore che seguono obbedienti le varie mode (ateismo, new age, spiritualismo, esoterismo…) e così il conformismo si traveste da intelligenza. Inoltre, se questo ragionamento fosse vero, fra i pecoroni stupidi dovremmo mettere tutta una schiera di grandissimi santi, con a capo Maria e Gesù. Vi siete mai chiesti quanto arricchisce spiritualmente e umanamente una fedeltà che dura ininterrottamente per tutta la vita, una carità vissuta senza mai tentennare o dubitare?

Così, il fatto di essersi convertiti dopo essere rimasti lontano dalla fede per tanto tempo può disgraziatamente diventare un motivo di vanteria. Ci sentiamo più uomini vissuti, persone che ragionano con la loro testa, etc. Se il Signore è venuto a recuperarci e a ripescarci dall’immondezzaio dove ci eravamo cacciati, se poi ci ha ripulito e resi di nuovo presentabili, non sporchiamo la veste candida nuova con esibizioni di orgoglio spirituale. Il racconto di quello che eravamo deve solo servire da eventuale testimonianza, non nutrire il nostro amor proprio. Una persona che è rimasta sempre fedele al Signore ha indubbiamente più meriti di una che ha tradito, non fosse per la perseveranza, e nonostante le influenze negative del mondo! Impariamo ad apprezzare quel figlio che è sempre rimasto nella casa del Padre.

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

Solo un po’ alla volta, ascoltandoti raccontare la tua conversione, amore mio, ho capito di essere stato miracolato. Quando ne parli a Radio Maria, o durante i nostri “concerti”, oppure con qualche amico o persona con cui iniziamo a entrare in confidenza. Ormai so la storia a memoria, ma solo gradualmente, essendo io un essere umano di genere maschile, e quindi meno evoluto, ho percepito la portata di quanto ti era successo. E di conseguenza anche a me. Una moglie devota. Di quelle che cercano di salvare le anime. Ma che ho combinato io per meritarmi tanta indicibile follia? Il fatto che dopo il mio cambiamento sia avvenuto il tuo, oggi mi sconvolge. Perché non è per niente facile vedere persone cambiare. Io, quando la mia vita è stata stravolta da Dio, ho dato il tuo radicale mutamento di rotta quasi per scontato. Invece non lo era per niente. Eri davanti alla statua di Cristo risorto, a Medjugorie. Avevi chiesto un segno. Un segno chiaro, perché tu hai un caratterino. Me lo immagino, nostro Signore, di fronte alla tua richiesta. Come dire di no? E Lui, davanti a una statua che lo raffigura risorto, ti ha fatto sentire il Suo amore. Come un abbraccio interiore. Una cosa mistica che neanche riesco bene a capire – ma tanto ho imparato a non capirti, sei una donna, sei pure mistica, meglio non provarci nemmeno a infilarmi nella tua materia grigia (che poi in realtà chissà di che colore è la materia grigia di una femmina, chissà che variazioni cromatiche…). Da quel momento non hai più avuto dubbi. Dio esiste. Cristo è il nostro Salvatore. Addio sincretismi ateismi agnosticismi nichilismi… L’amore che cercavi invano nelle creature, te lo poteva dare solo Lui. E allora era possibile anche sposarsi, perché tanto non dovevo darti io tutto l’amore di cui avevi bisogno. Te lo dava Cristo. Io sono una creatura, maschile per giunta. Davanti a una statua di Cristo risorto hai capito tutto questo. In un istante. E sei partita a 1000. Wow. Certo, la conversione non ha implicato in maniera automatica anche il desiderio di cantare nella marito-moglie band dal nome più incomprensibile del pianeta, però piano piano il Signore mi ha fatto anche questa grazia, di avere a disposizione una cantante capace di rendere ascoltabili le canzoni che scrivo. Miracoli su miracoli. Il Signore è esagerato. L’altro giorno mi è capitato come santo patrono dell’anno Leopoldo Mandic, un gigante di santità alto un metro e quaranta. Probabilmente uno dei santi più piccoli – di statura – della storia. Un messaggio neanche troppo criptato dall’Alto? Forse la “piccola via” della nostra Teresina è appena all’inizio, almeno per me? Forse qualcuno mi suggerisce di non dimenticarmi che l’obiettivo è farsi piccoli, minuscoli? Diminuire? Certo, per me è una mission impossible, ma nulla è impossible a Dio, e infatti ha dovuto stravolgere anche la tua vita pur di far rigare dritto il sottoscritto. Se non fossi stato pluri-miracolato ora non sarei sposato, questo è certo. Se Gesù non ti avesse fatto sperimentare in un istante il Suo amore e la Sua verità le nostre canzoni non avrebbero la cosa più preziosa: la tua voce. Tu non potresti santificarti con quest’enorme opera di carità nei miei confronti. La tua voce non starebbe per registrare il pezzo più domestico della storia: “Ogni settimana mia moglie mi manda a fare la spesa mensile”, il nuovo mirabolante singolo dei Mienmiuaif, il primo duetto della nostra demenziale epopea coniugal-musicale, che speriamo di riuscire a sfornare nel giro di un mesetto. Che Dio guardi ininterrottamente nella nostra direzione e non ci faccia mai dimenticare che la conversione è il miracolo più grande – e san Leopoldo Mandic non ce le mandi(c) a dire, se necessario. Ok, questa potevo risparmiarmela. Ti amo.

 

Se vi sentite particolarmente buoni e volete dare una mano ai Mienmiuaif, cliccate qui 😎

Condividiamo questo racconto dell’amico Salvatore sui suoi 40 giorni in Tanzania che gli hanno cambiato la vista… e il cuore!

Eccomi a giocare con le parole, c’ho messo un po’! Le ho cercate nella mia testa, ma poi le ho trovate nella sfera della mia biro, e mi sono trovato a rincorrere lettere e sillabe su un foglio bianco. Queste parole non parlano di viaggi né di avventure, parlano di un nuovo modo di vedere le cose.

Il mio primo viaggio per la Tanzania è iniziato all’aeroporto di Fiumicino il 10 luglio 2012, con l’ultimo cappuccino italiano D.O.C. versato in uno di quei bicchieri take away, con su scritto “un sorriso lungo un viaggio”. Sono partito bianco tra i neri e sono tornato nero tra i bianchi. Ho nuotato nell’oceano indiano, ho attraversato la Tanzania in fuoristrada sino ad arrivare al suo centro e ancora più in là. Ho sentito il peso del suo cielo stellato e mi sono perduto e ritrovato sotto la croce del sud. Non avevo niente ma avevo tutto, ho perso tutto eppure ero ricco. Ho imparato a parlare lo swahili; ho imparato a vivere senza attesa; ho imparato a mangiare con le mani in un piatto unico; ho imparato a pregare, ho allenato lo spirito e il corpo. Ho corso al tramonto di Itigi a 1300m di altitudine, e all’alba di Dar es Salaam sulla spiaggia davanti all’oceano indiano; ho imparato ad amare, ad apprezzare e ad accettare le persone per quello che sono; ho imparato cosa significa sentirsi al posto giusto al momento giusto. Ho imparato cosa significa sentirsi utile davvero; sono stato prima Farmacista nell’OPD dell’ospedale di Itigi, poi maestro di asilo e operaio e contadino. C’erano manguste e iene al posto di cani e gatti (anche se qualche esemplare si vedeva in giro); c’erano corvi al posto delle rondini; c’erano mango, papaya, e avocado al posto di mele e pere. Ho visto elefanti, giraffe e zebre, facoceri e impala, ippopotami e coccodrilli; ho rischiato di essere attaccato da un leone, ho dato da mangiare ai lemuri; ho conosciuto seminaristi, uomini e donne di Chiesa, medici e semplici volontari, tutte persone diverse ma ugualmente speciali. Ho giocato e cantato con bambini orfani; ho parlato e stretto la mano e abbracciato i lebbrosi; ho dato tutto me stesso, sono partito con uno zaino che pesava 15kg e sono tornato come un sacco vuoto che è stato riempito. Ed è così che Dio è entrato nella mia vita. Lui non parla, si rivela. Mi ha preso per mano sull’aereo tramite i seminaristi C.pp.s. e mi ha accompagnato nella mia Africa per 40 giorni, ancora oggi mi è vicino. Ho percepito la Sua grandezza e di come noi uomini siamo solo barche a vela spinte dalla Sua mano, nessun progetto dell’uomo è paragonabile a quello di Dio. Queste parole parlano di momenti ancora vivi. Ho vissuto tra gli africani e ho visto di cosa hanno bisogno loro: di cure, di rifugi a volte più sicuri, di cibo e di abiti. Condividendo con loro queste esigenze e perdendo la sicurezza delle cose superflue del mio paese, ho capito invece di cosa abbiamo bisogno noi “occidentali”. Noi abbiamo bisogno di medicine per l’anima, cioè di ritrovare quel senso di solidarietà, quel credo cristiano che ormai abbiamo perso e sepolto sotto i nostri “vorrei”, senso che, invece, è molto vivo in loro.

Condividiamo la bellissima storia della nostra amica Elena Biondi!

Da tanto tempo desidero scrivere ma qualcosa mi ha sempre bloccata. Un giorno – merito del Fiani! – ho conosciuto i Mienmiuaif di persona e, dopo una bella chiacchierata davanti a un piatto di tortelli emiliani, mi sono decisa a buttarmi.

Perché tanto desiderio di scrivere? Perché è un atto dovuto, per ringraziare Dio di tutte le meraviglie che ha fatto nella mia vita a partire dalla conversione, dall’incontro con Lui vivo e vero dopo anni e anni di ateismo militante e di snobismo verso i credenti.

Perché tanti blocchi per scrivere? Perché gli impegni nella vita sono tanti. Perché mi toccherà andare a rimestare nella mia vita, nei ricordi, belli ma anche no. Perché una vocina in fondo in fondo mi dice che non interesserà a nessuno e non porterà nulla di nuovo. Perché anche se sei abituato a scrivere nella vita quotidiana, quando si tratta di te stesso la materia può essere incandescente e magari non si lascia plasmare tanto facilmente… Eppure un’altra voce, più profonda, dice che per Lui bisogna spendersi fino in fondo e donare tutto quello che si possiede, per riaverlo indietro centuplicato insieme alla vita eterna. Per questo motivo, scusandomi in anticipo per gli eventuali svarioni e le mancanze di stile, inizio l’avventura.

La vite e i tralci

Da dove cominciare se non da Lui, cioè da quando l’ho incontrato?

Sono cresciuta in una famiglia cattolica ma mi sono allontanata molto presto dalla fede, più o meno a dodici anni, per vari contrasti con i miei genitori, che la mia immaginazione di adolescente ingrandiva a dismisura. Identificavo i difetti dei miei genitori con i limiti della religione in cui mi avevano cresciuta, commettendo così – mi sono accorta dopo – un errore davvero grossolano, ma che non ero la sola a fare!

Al mio allontanamento dalla Chiesa hanno fortemente contribuito le amicizie di quell’epoca ma anche gli insegnanti. Alle medie e alle superiori infatti i professori più influenti e più preparati, quelli che accendevano il mio desiderio di sapere, erano tutti atei. Nonostante la loro bravura, non perdevano occasione per denigrare il cristianesimo e farlo passare per una credenza da sempliciotti ignoranti. Ricordo l’insegnante di religione delle medie: una brava donna, certo, ma che si limitava alle due o tre cosette del programma, e poi la vedevamo solo un’ora a settimana…

Crescendo, dall’ostilità verso la religione sono passata ad un’educata indifferenza, venata di disprezzo. Più tardi, il desiderio di allontanarmi dalla Chiesa cattolica è stato anche la molla che mi ha spinta a trasferirmi in Francia, approfittando di una borsa di studio all’università. Perché scelsi proprio quel Paese? Perché mi sembrava un luogo dove sarei stata finalmente libera da quello che percepivo come il potere oppressivo della Chiesa, una Chiesa che in Italia voleva imporre i suoi principi dappertutto, rendendoci tutti schiavi.

Ebbene, sono stati proprio i sette anni vissuti all’estero che mi hanno fatto cambiare idea. Ho visto con i miei occhi e ho provato sulla mia pelle che chi non crede non è assolutamente più libero o felice, anzi! Alla fine ho dovuto riconoscere che la vera libertà l’avevo conosciuta in quella famiglia che mi aveva dato la tanto disprezzata educazione cattolica e non altrove, perché gli altri in fin dei conti cercano solo di manipolarti. Bisogna dire che è stato un percorso lungo e doloroso, che mi ha obbligato a rimettere in discussione certezze acquisite e ben consolidate. In alcuni momenti avevo proprio l’impressione che Dio mi stesse rivoltando come un calzino e non sempre è stato piacevole, ma, certo, in questo modo Lui mi ha salvata. Se Dio non fosse intervenuto nella mia vita, a quest’ora, come tante donne della mia età, mi sarei data all’astrologia, al buddhismo, alla new age o forse peggio, per colmare quell’immenso vuoto interiore che niente e nessuno può davvero riempire, se non Lui.

Ritrovare Dio è stato come uscire da un tunnel buio e rivedere un caro amico d’infanzia, che in realtà non se ne era mai andato ma aveva atteso pazientemente che ritornassi da Lui. Mai come durante la mia conversione mi sono resa conto che l’ateismo, se spinto fino alle sue estreme conseguenze, uccide perché dissecca la sorgente del nostro io, ci rende aridi e vulnerabilissimi. La religiosità è un elemento fondamentale del nostro essere perché ha a che fare con l’istinto di sopravvivenza: se ci stacchiamo da Lui siamo davvero come tralci separati dalla vite, cioè morti.

Ed eccomi, dopo tante peripezie, tornata in Italia e divenuta io stessa un’insegnante… Oggi nel mio piccolo ho sempre il desiderio di aiutare le persone che mi circondano – i miei studenti ma non solo – a “fare frutto”. In particolare mi sento attratta proprio dagli atei – nell’ambiente della scuola ce ne sono molti – forse perché capisco molto bene come ragionano. Perché tutti, ma proprio tutti, possano essere dei tralci fecondi.

E.

 

di Giulia Bovassi

C’è una straordinaria particolarità propria della nostalgia che ti colpisce appena metti in moto la macchina per tornare verso casa. Partire, ospiti in un Paese che non è il tuo, ma allo stesso tempo è di tutto il mondo, sentirsi a casa propria; tornare, tra visi conosciuti, e posti che sanno tutto di noi, sentirsi estranei. La vedo come una catarsi, non perché il fatto di andare lì ti renda migliori, né santi, ti rende solo più peccatore e allievo dell’arte del perdono, dell’amore, della comprensione, dell’unione, della fede.

L’origine di questi sei giorni non si modifica mai: sulle spalle mi schiaccia il peso della solitudine che, in quanto cristiana, mi trovo a vivere tra le persone che frequento quotidianamente; il timore delle scelte; l’inquietudine delle vicende che accadono; la materialità offerta, accolta, assunta; le battaglie che abbiamo scelto, l’esclusione per un pensiero; la durezza dei sentimenti; l’ignoranza del perdono. Il percorso dal primo giorno all’ultimo, ti mette di fronte ad ognuno di questi aspetti.

Molti mi hanno risposto “io vorrei venire a Medjugorje, ma non ho il coraggio perché mi chiederebbe di cambiare”. È vero, stare qui innesca un meccanismo tale per cui alle tue spalle vengono messe le ali: impari che guardarsi allo specchio dovrebbe essere fatto senza specchio e qui avviene, tramite la voce e gli occhi degli altri, le testimonianze di vita. Impari che il perdono è preceduto dall’amore, che non esiste amore senza sacrificio, che il sacrificio è sofferenza e solo mediante il dono gratuito si può amare, si può soffrire, si può perdonare. Impari che le sventure, portate da casa, forse hanno una luce diversa, un risvolto maggiore. Ti accorgi che nessun male viene dato a chi non è in grado di portarlo, che esso ha una causa, un effetto, un evolversi e che saper scegliere, ottenere una lucidità nella benevolenza delle proprie intenzioni, è il nostro ruolo e Dio in questo ti aiuta, ma non può supportare chi pretende di alzarsi da solo.

Impari che non esiste l’accidente, nemmeno la fortuna, ma gli eventi, i più inaspettati, il caso, non sono altro che la firma di Dio quando decide di restare anonimo. Ti rendi conto che l’umiltà è un mistero eclissato nel mondo in cui viviamo, e ciò, a volte, costruisce, tra il problema e la soluzione, il muro dell’egoismo. Impari che la vita è un dono, il primo dono, l’ultimo dono. Impari che affidarsi è la prova più difficile, ma mai superflua. Impari che nessuno è così povero da non aver nulla da donare e nessuno è così ricco da non aver qualcosa da ricevere.

Al Festival, in particolare, il fiato rimane sospeso perché i giovani da tutto il mondo hanno risposto alla stessa chiamata, cantano, ballano, dialogano, pregano in lingue diverse ma allo stesso modo. Al Festival (e temo accada solo qui) un mare di persone diventano una sola persona, e tu con loro. Un mare di persone non ti fa percepire la solitudine, ti fa goccia. Al Festival respiri un sentimento che ti riempie il cuore e se tu sei lì sei responsabile della sua sopravvivenza. Al Festival, parlare, è cambiare: dalla domanda più complessa, “ciao, come stai?” si scatena la tempesta che ti porti dentro, di frequente le risposte si ottengono così e il silenzio non è poi così silenzioso, se siamo disposti ad ascoltarlo. Sta tutto qui il cambiamento, il più grande miracolo di questa Terra: la conversione del cuore.

 

(scritto di ritorno dal Festival dei Giovani “Mladifest” di Medjugorje lo scorso anno. Quest’anno si terrà dall’1 all’8 agosto)

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Da quando sono ritornata a far parte della Chiesa e quindi a seguire le parole di Gesù, ho scoperto un “mondo nuovo” fatto di critiche e pregiudizi nei confronti dei cristiani. Per carità, non sono una santa! Anzi… e poi la pensavo allo stesso modo pure io. Quindi per evitare di finire nei guai manterrò sia l’anonimato delle persone che dei luoghi dove le seguenti scene sono accadute… In pratica, i protagonisti saranno tanti Caio, Tizio e Sempronio nei luoghi X, Y e Z.

Racconto 1

Era una bella giornata di primavera, ricordo perfettamente il sole tiepido che accarezzava la mia pelle, gli uccellini che svolazzavano nel cielo, la città affollata di turisti e Tizio che passeggiava al mio fianco nel luogo X. Insomma, una giornata perfetta, fino a quando Tizio se ne esce dal nulla con una frase che mi ha lasciato a dir poco senza parole.

Tizio: “Per me tutti i cristiani sono un branco di pecore!”

Io: “No! Non è vero”

Tizio: “Perché?”

Io: “Perché siamo tutti figli di Dio, non siamo pecore”

Non è che voglio chiudere qui la conversazione, ma sinceramente non ricordo proprio come si sia conclusa la scena. Abbiamo litigato? Abbiamo fatto la pace? Ci siamo insultati a vicenda? Non ricordo nulla, ho come il cervello avvolto nella nebbia. L’unica cosa che mi ricordo con certezza è che anche io la pensavo come Tizio.

Racconto 2

In una calda, caldissima sera d’estate, sono a cena con i miei amici Caio, Tizio e Sempronio nel luogo Y, uno dei miei preferiti. Tra una chiacchiera e l’altra si finisce di parlare come al solito di Dio, religione e tutto quello che ne segue, per esempio se satana esiste o non esiste… La conversazione è andata più o meno in questo modo:

Caio: “Sto leggendo un libro che racconta di come l’uomo abbia inventato la storia del demonio, giusto per spaventare i creduloni”

Un brivido lungo la schiena… In quel momento ho pensato e sperato che quello che stavo ascoltando fosse frutto della mia immaginazione.

Io: “Ma va! Che dici, il demonio esiste!”

Caio: “È stato tutto inventato dall’uomo per sottomettere le masse. Affinché una società possa funzionare a dovere l’uomo deve essere posto al centro, perché in fondo l’uomo è come Dio”

Io: “No, aspetta! Adesso stai esagerando. L’uomo non è come Dio, ma a Sua immagine e somiglianza. Infatti, in ognuno di noi c’è una scintilla divina proprio perché somigliamo a Lui ma non siamo come Lui”

Caio: “Sarò contento il giorno in cui tutte le persone diventeranno atee”

Io: “Molto bene! E se quel giorno arriverà preferisco morire piuttosto che rinnegare Dio” (sì lo so anche san Pietro ha detto la stessa cosa e poi ha rinnegato Gesù tre volte)

E niente! Visto che la conversazione si stava riscaldando un po’ troppo è intervenuto Sempronio, che con le sue abili doti di negoziatore ha messo tutti a tacere, me compresa.

Racconto 3

La terza e ultima storia è ambientata in una casa nel luogo Z. Sì, io ero sempre con i miei amici Tizio, Caio e Sempronio… Il tutto è avvenuto durante il periodo prenatalizio, tra abbuffate e sensi di colpa… Ero a casa di questi miei amici, la tavola era imbandita con ogni ben di Dio. Abbiamo riso, mangiato come se non ci fosse un domani e cantato qualche canzoncina alla chitarra in perfetto stile Mienmiuaif. Se non che questa bellissima serata ha preso una piega più spirituale… Non ho ancora ben capito il motivo per cui tutti vogliono parlare di religione con me… Non ricordo bene la conversazione, però spremendo le meningi qualche parola riaffiora.

Sempronio (che non è lo stesso del secondo racconto): “Ma tu credi in Dio?”

A questa domanda rispondo a brucia pelo.

Io: “Certo che credo in Dio!”

Sempronio: “Perché?”

Io: “Perché Dio mi ha cambiato la vita e senza di Lui la mia vita non ha senso!”

Sempronio: “Sei troppo buona per essere cristiana”

Anche in questo caso ho sorriso e annuito, non perché non avevo capito ma per il semplice motivo che non sapevo cosa dire… Troppo buona per essere cristiana?

Mi fermo qui! Potrei andare avanti e scrivere decine e decine di pagine, ma ho deciso di raccontarvi solo gli episodi che mi hanno fatto più riflettere.

Il titolo di questo post? È perché prima ero una di “loro”… Non mi vergogno ad ammetterlo e come recita una famosissima canzone “sono una donna non sono una santa”. Forse questo post mi è servito per fare un mea culpa o semplicemente mi è sceso il velo che avevo davanti agli occhi. Ma di sicuro ogni qual volta mi vengono fatte delle domande scomode o provocatorie, anche se avrei voglia di prendere a schiaffi qualcuno con la Bibbia e gridargli dietro “leggete ignoranti!”, mi volto indietro e vedo la vecchia me con gli stessi pregiudizi; così mi calmo, faccio un bel respiro profondo e non giudico.

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia vita ero nel caos più totale. Mi sentivo sola e dissi a me stessa: “Ok Aurelia! Calmati e rifletti. La vita non gira come vorresti. Non hai un lavoro decente, non hai una vita sentimentale stabile – a dir la verità hai appena chiuso l’ennesima storia andata male – non sei felice e vivi in uno stato d’inquietudine. Mi sa tanto che dobbiamo chiedere consiglio a Dio e affidarci totalmente a lui.”
Così, quell’estate del 2012 precisamente il sedici agosto 2012 andai a Messa con la coda tra le gambe e tanta paura. Sì, avevo PAURA di essere rifiutata da Dio. Quello che mi immaginavo era Dio veramente arrabbiato con me che mi diceva: “Aurelia ne hai combinata una in più di Bertoldo! Vai via non ti voglio vedere!” Con il cuore pieno di ansia e con una faccia di bronzo mi presentai in chiesa lo stesso e dissi a me stessa: ”Va beh o la va o la spacca! Se mi accoglie di nuovo bene, se mi dice di no va bene lo stesso. ”Si lo so! La parabola del Figliol Prodigo, che avevo beatamente dimenticato. Solo dopo ho capito che Dio non mi avrebbe mai chiuso la porta in faccia. Infatti, quel giorno quando andai a Messa sentii una forza, un energia, un bentornata che a stento riuscii a trattenere le lacrime. Perché Dio mi stava aspettando e chissà da quanto tempo! Mi sentii perdonata, capita e rincuorata. Tutte le mie paure svanirono nel nulla. Così, in un lampo mi ricordai le sue parole: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.”

La prima cosa che chiesi fu un Marito con la M maiuscola. Ero stanca delle storie sbagliate o storielle, come vogliamo chiamarle. Iniziai a pregare con fede, con amore. Ricordo ancora quando stavo guardando un film su San Giuseppe ed esclamai: “Ecco Gesù, così lo voglio, lui sarebbe perfetto per me”, poi ho realizzato che quello che stavo chiedendo era leggermente eccessivo. Comunque Dio mi ha ascoltato!
No mio Marito non è un Santo ma un Marito con la M maiuscola, una persona buona e amorevole. Insieme a lui ho iniziato un cammino di conversione. Un cammino che ancora non abbiamo finito, anzi siamo solo all’inizio, ma che ci ha portati sempre più vicini a Dio e complici nel realizzare i suoi progetti per noi. Certo, non è semplice, a volte vediamo solo montagne, ma quando questo accade noi ci rivolgiamo a Lui e confidiamo in lui e come per magia quelle montagne diventano pianure.

La cosa più bella che mi ha detto mio Marito recentemente e stato quando ha fatto la Prima Comunione e la Cresima. Uscimmo dalla chiesa mano nella mano, io ero tutta gasata perché ero stata la sua madrina per la Cresima, lui mi guardò e disse: ”Grazie perché sei stata uno strumento di Dio, attraverso te ho ritrovato Gesù”. Rimasi senza parole, sorrisi e ci abbracciamo.
Quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia Vita ero sola nel mio cammino, ma ora non lo sono più. Ogni giorno mi riempie la Vita di cose meravigliose! Quindi, se non lo avete ancora fatto, fatelo. Chiedete a Dio di entrare nella vostra Vita, perché’ camminare da soli è brutto, ma camminare con Dio è tutta un’altra storia!

 

“Il giocoliere di Dio” racconta la conversione di Paul Ponce, giocoliere argentino famoso in tutto il mondo, una storia sconosciuta che descrive l’attualità del matrimonio cristiano e comunica la pace generata da un’esistenza spesa tutta accanto a Dio. Il documentario, tradotto e doppiato in italiano da Infinito+1, in uscita in dvd il prossimo 19 marzo, fa parte della serie “Può toccare anche a te”, del regista spagnolo Juan Manuel Cotelo, autore di “L’ultima cima” (il documentario più visto nella storia del cinema spagnolo), “Terra di Maria” e di “Dio esce allo scoperto”.

 

 

FINO A BUCKINGHAM PALACE
Ponce nasce 44 anni fa da due artisti circensi e fin da piccolo apprende dal padre i trucchi del mestiere che lo porterà alla ribalta mediatica già all’età di 7 anni: “Il giocoliere più giovane del mondo”, titolano tutti i giornali, e solo due anni più tardi c’è chi lo definisce addirittura “il migliore del mondo”. Il ragazzino comincia così a girare tutti i continenti, richiestissimo dai teatri e dai salotti più in voga, arrivando ad esibirsi persino per la Bbc e a Buckingham Palace. Ponce ottiene tutto quello che desidera, soprattutto accumula fidanzate sparse per le capitali del pianeta. Eppure percepisce dentro di sé una grande mancanza.

LA MISSIONE
Un giorno, quasi per caso, entrato in una chiesa, decide di ricevere la Cresima. È un gesto senza particolari ragioni, se non una minima simpatia verso la comunità cattolica: Ponce compie quel passo «solo per non sentirmi escluso» da essa. Da quel momento, però, tutto cambia per il giovane divo, fino a spingerlo, all’apice del successo, ad abbandonare la scena per andare un anno in missione. È lì che scoprirà il segreto per ottenere quello che gli era sempre mancato: «Fare la volontà di Dio». Il giocoliere smette persino di collezionare fidanzate e decide di consacrare a Dio la sua futura sposa, la donna che ancora non conosce e che attende pregando il Signore senza stancarsi. La troverà ben dieci anni dopo.

UNA STRANA STIMA
Con quella giovane brasiliana Ponce vive un fidanzamento che suscita l’incredulità dei suoi colleghi (lui la porta con sé in tournée ma chiede due stanze separate). E la stima dell’ambiente verso di lui cresce, sebbene Ponce non nasconda mai la sua fede, anzi: ne parla sempre con tutti. Nel documentario di Cotelo sono proprio i colleghi a spiegare in prima persona i motivi di tanta ammirazione. Fra i protagonisti c’è anche un’altra coppia sposata da 35 anni, la cui vicenda mostra chiaramente come un matrimonio cristiano non sia affatto un rapporto fra angeli. I due hanno storie e caratteri radicalmente diversi e sono stati sul punto di separarsi, ed è solo – letteralmente – grazie a Dio se nella loro vita l’umanamente impensabile (un uomo e una donna capaci di amarsi per sempre) è divenuto possibile.

 

(testo di Benedetta Frigerio tratto da http://www.tempi.it)