(articolo di Emiliano Fumaneri uscito su La Croce Quotidiano)

Nel mondo pagano con «dies natalis» si intendeva la venuta al mondo, cioè la nascita. Fu la fede cristiana a cambiare significato a questa espressione: da allora in poi il giorno della nascita sarebbe stato quella della morte, perché per un cristiano entrare nella morte è entrare nella vita eterna. È un paradosso supremo che non possiamo certo mettere tra parentesi mentre ci accingiamo, con timore e tremore, a onorare il «dies natalis» del maestro indiscusso dei paradossi: Gilbert Keith Chesterton, il grande scrittore londinese morto esattamente ottanta anni fa, il 14 giugno del 1936.

Quasi impossibile tracciare in poche righe un profilo che possa rendere la benché minima giustizia a un gigante (nel senso letterale della parola) come Chesterton. A lungo nel nostro paese GKC (come era chiamato) è stato noto solo per essere l’inventore di Padre Brown, il prete-detective capace di sbrogliare i casi più contorti con un mix di buon senso, fede e intuizione.

Nato il 29 maggio 1874 a Londra in una famiglia della borghesia anglicana (poi passata alla Chiesa Unitaria), Chesterton fu pittore nella giovinezza, poi giallista, romanziere, umorista, critico letterario, apologeta della fede cristiana.
I racconti chestertoniani, confezionati da una pirotecnica fantasia capace di produrre atmosfere imprevedibili, abbondano di un umorismo brillante e arguto. Jorge Luis Borges una volta osservò: «La letteratura è una delle forme della felicità; forse nessuno scrittore mi ha dato tante ore felici come Chesterton».

Nello spazio qui a disposizione cercheremo, più che di tracciarne un profilo, di far assaporare alcune delle più acute intuizioni della filosofia chestertoniana. GKC in verità non reputava di averne una propria. Come ebbe a chiarire in una occasione: «Non la chiamerò la mia filosofia, perché non l’ho fatta io: l’hanno fatta Dio e l’umanità; ed è questa filosofia che ha fatto me».
La maniera più chestertoniana per parlare dello stile di Chesterton è forse partire dal fatto della sua nascita, con le parole che egli stesso usa per descriverla: «Piegandomi con cieca incredulità, come sono solito fare, alla mera autorità e alla tradizione dei miei maggiori, ingoiando superstiziosamente una storia che non mi fu possibile controllare a suo tempo con l’esperienza personale, io sono d’opinione certissima d’essere nato il 29 maggio 1874, a Campden Hill, Kensigton».

Così comincia la sua “Autobiografia”. Qui c’è già tutto Chesterton: il suo realismo, il suo senso della tradizione, il suo stile paradossale e polemico, al limite della provocazione. E, fatto non trascurabile, anche la sua data di nascita, «la cosa più importante che possa capitare a un uomo», perché «la vera avventura nella vita non è sposarsi, ma nascere».

Nulla è più reale della nascita: che siamo nati lo prova il fatto che siamo qui a ricordarlo. Ma è altrettanto vero che nulla è più paradossale di un evento che ci ha visti protagonisti a un tempo assoluti e passivi. Noi eravamo lì, indubbiamente, eppure non ricordiamo nulla del nostro esordio sulla scena del mondo. Per saperne qualcosa dobbiamo giocoforza affidarci a testimoni degni della nostra fiducia, e ciò inevitabilmente richiede di doversi collocare all’interno di una tradizione.

Questa ragione aperta, grande come un cuore traboccante d’amore, spiega la considerazione che Chesterton aveva della tradizione. Il suo realismo non poteva fare a meno della testimonianza personale di esseri in carne ed ossa.

Nella vita di ognuno di noi, come in quella di ogni società umana, c’è un testimone insostituibile. È questa l’autentica tradizione, che GKC chiama anche la «democrazia dei morti». Non un retaggio astratto di «valori», ma una trasmissione di certezze comprovabili dall’esperienza e perciò autentica fonte di conoscenza: «Quando vostro padre passeggiando per il giardino vi diceva che le api pungono o che le rose hanno un dolce profumo, voi non parlavate di prendere il meglio della sua filosofia.

Quando le api vi hanno pizzicato non avete detto che era una divertente coincidenza… No, voi avete creduto a vostro padre perché vi è sembrato uno che fosse una viva sorgente di fatti, uno che realmente ne sapeva più di voi, uno che vi avrebbe detto la verità domani come ve l’aveva detta oggi».

Chesterton fu quindi nemico giurato di ogni ragione raziocinante, autoreferenziale, svincolata dalla realtà. In uno dei capitoli iniziali di “Ortodossia” (1908), forse il suo capolavoro filosofico, tratteggia in maniera mirabile una sorta di “fenomenologia della pazzia”. Il folle, scrive, non è colui che ha perso la ragione. Al contrario, egli è «un ragionatore, spesso un ottimo ragionatore» le cui spiegazioni «sono sempre complete e spesso, un senso puramente razionale, esaurienti, o, per essere precisi, la spiegazione del pazzo, se non è conclusiva, per lo meno è tale che non ammette replica». Eppure sarebbe un errore dar credito a simili vaneggiamenti, poiché «la sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande; ma pur essendo egualmente infinito, non è egualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto». Pertanto pazzo «non è già l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Disputare con lui è improduttivo, anzi è assai probabile avere le peggio in una simile discussione, visto che «il suo cervello cercherà tutte le strade per non essere trattenuto da argomenti che lo condurrebbero ad un retto giudizio. Egli non è trattenuto dal senso del ridicolo o dal sentimento della carità o dalle mute certezze dell’esperienza».

La chiave della conoscenza per GKC non sta tanto in una serie di deduzioni logico-matematiche, ma procede piuttosto per somma di esperienze giudicate vere dalla ragione. Si tratta cioè di fatti, di semplici fatti che corrispondono al bisogno di verità dell’uomo. Il mondo per lo scrittore britannico non è un insieme caotico e senza senso. Al contrario, è pieno di indizi, di segnali, di segni che convergono in una direzione. Qual è questa direzione univoca? Un punto a noi invisibile, verso il quale tutti quegli indizi tendono, e la cui presenza rappresenta la sola spiegazione ragionevole della nostra esistenza.

La realtà, in altri termini, implica il mistero perché tutto in essa continua a indicarlo. «Tutto il segreto del misticismo è questo: l’uomo può capire tutto con l’aiuto di quello che non capisce».

L’alternativa a questo misticismo diffuso dove tutto è segno del mistero è il nulla. Chesterton conosceva bene gli abissi della disperazione. In gioventù, appena ventenne, era stato colpito da una forte forma di depressione per via dell’insuccesso universitario e dell’allontanamento dai vecchi amici di scuola. L’insorgere di domande esistenziali infine lo aveva fatto precipitare nello scetticismo, spingendolo fino ad accostarsi allo spiritismo.

Per sfuggire a questo cupo pessimismo, scrive sempre nella sua autobiografia, si inventò allora «una teoria mistica rudimentale e minacciosa» il cui caposaldo si riduceva sostanzialmente a questo: «anche la sola esistenza, ridotta nei suoi limiti più semplici, è tanto straordinaria da essere stimolante. Tutto era magnifico, paragonato al nulla».

Ben prima di diventare cattolico (si convertirà al cattolicesimo romano solo nel 1922) Chesterton diventò realista. Giunse alla conclusione che l’esistente aveva valore in sé: il solo fatto di essere al mondo è cosa buona e giusta.

I mali del nostro mondo per GKC si spiegano proprio con una drammatica scissione tra pensiero e realtà. È da questa frattura tra spirito e vita che è derivato un mondo sradicato, che ancora si muove nel solco del cristianesimo (non potendone fare a meno) senza tuttavia più sostenersi in esso: «Il fatto è questo: il mondo moderno coi suoi moderni movimenti vive sul capitale cattolico che possiede. Esso usa e abusa delle verità che gli rimangono dell’antico tesoro del Cristianesimo, comprese naturalmente molte verità già note all’antichità pagana ma che nel Cristianesimo si sono solidificate. Non è vero che stia suscitando certi suoi nuovi entusiasmi. La novità è soltanto questione di nomi e di etichette, come nei moderni annunci pubblicitari, e sotto ogni altro aspetto si tratta di novità puramente negativa. Non si ha l’inizio di cose nuove che si possano portare bene avanti nell’avvenire. Al contrario si stanno raccattando vecchie cose che non sarà affatto possibile portare avanti.

Poiché sono queste le due caratteristiche degli ideali della morale moderna: primo, che essi sono stati presi a prestito o strappati dalle mani dell’antichità o del Medio Evo; secondo, che in mano ai moderni essi rapidamente avvizziscono».

Per questo il pensiero moderno appariva a Chesterton come una serie di verità «impazzite» che, separate dal corpo in cui sono nate e dal quale possono rinascere, si muovono come allo sbando. «Il mondo moderno è pieno di antiche virtù cristiane che sembrano come folli: sono divenute folli perché sono scisse una dall’altra e vagano senza meta». A nessuno oggi sfugge il valore profetico di queste parole, in un mondo dove lo «scarto» degli esseri umani più deboli e indifesi è giudicato dall’intellettualità mainstream come un atto di «carità», dove dare la morte è stimato come un gesto di estrema «pietà».

Una simile follia ha una sua logica, ma per l’appunto è una logica folle. Come uscirne? Chesterton proponeva l’apparente follia del paradosso. Il paradosso è il suo principale strumento argomentativo. Con la sua apparente assurdità (grazie anche all’abilità letteraria di Chesterton) il paradosso scuote l’ascoltatore, risvegliandolo dalla sonnolenza in cui cade una mente abituata al torpore dei luoghi comuni.

GKC è consapevole che il paradosso è al cuore della fede cristiana. Sicuramente folle doveva apparire ai suoi contemporanei san Francesco d’Assisi (al quale ha dedicato una straordinaria biografia, come a quel grande realista che è stato san Tommaso d’Aquino). Per chiarire ai suoi lettori lo spirito di Francesco, Chesterton evoca la leggenda medievale intitolata “Il giocoliere di Nostra Signora”. La leggenda racconta di un acrobata diventato poi monaco il quale, non avendo altro da offrire alla Vergine, le avrebbe offerto l’unica cosa che sapeva fare: le sue acrobazie. Si mise perciò a pregare a testa in giù sorreggendosi con le mani.

San Francesco, il “giullare di Dio”, condivideva questo spirito: vedere il mondo sottosopra ti porta a vederlo nella sua originaria dipendenza da Dio. Visti al rovescio, gli alberi appaiono letteralmente aggrappati alla terra, cioè dipendenti dal Creatore di tutte le cose.

Per questo i grandi santi sanno guardare alla realtà con un sguardo più lieve, meno serioso del disperato per il quale tutto si gioca qui, in questa realtà. I santi, sapendosi dipendenti da Dio, sono capaci di abbandono fiducioso. Per questo umiltà e umorismo sono virtù sorelle, entrambe rimandando all’«humus», alla terra. «La serietà non è una virtù», afferma il Nostro. «La solennità discende dagli uomini naturalmente; il riso è uno slancio. È facile esser pesanti, difficile esser leggeri. Satana è caduto per la forza di gravità».

In questa eredità, fatta di speranza, gioia e realismo, sta forse il patrimonio più prezioso consegnatoci da G. K. Chesterton.

 

Annalisa Teggi è dottore di ricerca in letteratura comparata e saggista. È traduttrice di prosa e poesia di lingua inglese, in particolare delle opere di Gilbert Keith Chesterton. Attualmente cura un blog intitolato «Capriole cosmiche».

Annalisa, tu ormai in Italia sei considerata una delle massime esperte e traduttrici di Chesterton. Come lo hai conosciuto?

C’è una cosa di cui mi vanto molto: gli eventi davvero significativi per la mia vita non sono mai stati frutto di una mia capacità o volontà. Chesterton non fa eccezione. Lo ritengo un padre, ma se fosse dipeso da me non mi sarei mai messa a leggerlo. In un momento lavorativamente cupo, in cui non avevo alcuna prospettiva di occupazione in vista, l’amico Marco Antonellini mi “costrinse” a tradurre La ballata del cavallo bianco di Chesterton. C’è da ringraziare molto gli amici che “costringono”! Avevo molte obiezioni sulla mia scarsa conoscenza dell’opera e dell’autore, ma Marco insistette finché non mi misi al lavoro. Da allora in poi Chesterton ha fatto il resto … è come un virus (benigno) che si diffonde nel cuore e nella mente, e da cui non sono più guarita. Non uso la parola virus solo in senso ironico, perché in effetti le parole di GKC hanno la capacità di rivoluzionare alla radice l’umanità di una persona, di cambiarla radicalmente. È un rovesciamento fruttuoso che ti permette di rivedere da capo quel che hai sempre avuto sotto gli occhi. Non c’è niente di nuovo sotto il sole, eppure tutto si fa nuovo sotto il sole se guardato con la ragionevolezza di Chesterton. Ecco perché, quando ho raccontato in un libro il mio incontro con gli autori a cui sono più affezionata, ho scelto di intitolarlo Capriole cosmiche: mi sono accorta che anche Dante, in fondo, fa il viaggio nell’aldilà per ribaltare il suo punto di vista, che nella selva era arrivato a un punto morto. Deve sprofondare fin nelle viscere della terra e uscire dalla parte opposta del globo per recuperare la luce. Questo capovolgimento è un esercizio costante in Chesterton, quasi assillante, ma ha un senso: le nostre verità possono stare davvero in piedi solo se tollerano di essere messe sottosopra (cioè sono solide solo se possono essere osservate da punti di vista inconsueti senza alterarsi). Altrimenti, sono un castello di carte che si regge sull’equilibrio precario di un’ideologia e non della realtà.

Qual è stato secondo te il suo ruolo – oserei dire la sua missione – nella società inglese (ed europea) di inizio ‘900?

Nonostante il suo nome sia quasi sparito da tutti i manuali di letteratura in circolazione, Chesterton fu un personaggio celeberrimo mentre era in vita. Scriveva con regolarità sui giornali inglesi, grandi filosofi come Bertrand Russell volevano confrontarsi con lui nei dibattiti pubblici, un autore come Charles Dickens è stato rivalutato e apprezzato grazie ai saggi di Chesterton. Però, non ha senso fare polemica letteraria sull’attuale incomprensibile eclissi della sua opera negli ambienti letterari ufficiali.
Voglio invece sottolineare il campo su cui GKC ha seminato con più fervore e in cui tuttora raccoglie frutti: la vita dell’uomo comune. Un esempio. Negli ultimi anni di vita Chesterton fece un programma radiofonico per la BBC e così la sua voce entrò concretamente nelle case degli inglesi. Quando poi morì, un barbiere dichiarò: «Mai letto una riga di quello che ha scritto, ma lo ascoltavo sempre per radio. Sembrava che fosse seduto accanto a me nella stanza». Il posto che GKC reclama tuttora per sé non è nei circoli intellettuali o al centro dei dibattiti letterari, bensì accanto all’uomo comune. Questa è la premura sotterranea e radicale che si coglie in ogni suo scritto: affiancare l’uomo nella battaglia della vita, offrendogli le armi vincenti del senso comune e della ragione, che poi trovano il loro naturale e compiuto traguardo nella fede cattolica.
C’è un altro contesto in cui Chesterton rimane un riferimento imprescindibile: la narrativa poliziesca. È riconosciuto come uno dei migliori giallisti al mondo. Sono tantissimi gli investigatori usciti dalla penna di GKC, oltre al celebre Padre Brown. Tutti hanno un tratto comune: sono personaggi simpatici e umili, che indagano i misteri della vita (e morte) umana attraverso l’immedesimazione, vale a dire tentando di comprendere le ragioni che possono spingere un essere umano a commettere un atto malvagio. L’osservazione va a braccetto con la compassione, anzi la compassione muove e nutre l’osservazione. Il racconto giallo era per Chesterton uno specchio della vita, che è un mistero, ma un mistero che può essere risolto. È la grande verità – e in questo caso si può proprio parlare di missione – che Chesterton non si è stancato di dire all’uomo del ‘900 in balia del nichilismo. Al secolo del «cuore di tenebra» GKC ha proposto il coraggio di una conversione del cuore, suggerendo con chiarezza e tenacia ciò che fu anche la conquista più grande della sua vita: il lieto fine del mistero umano ha un volto incarnato, quello del Dio fatto Uomo che venne ad abitare in mezzo a noi.

Chesterton può essere definito un classico? Se sì, perché?

Parlando di uno degli autori più classici della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer, Chesterton disse che i grandi poeti non sono quelli che danno al lettore un paio d’occhiali per vedere l’erba blu, ma sono proprio quelli che permettono a tutti di scoprire che l’erba è verde. Questa è la miglior definizione possibile di cosa sia un «classico» e rispetto a ciò l’opera di Chesterton appartiene di merito alla categoria.
È pur vero che, di solito, il «classico» è un libro datato che gli studenti sono costretti a leggere a scuola, per poi detestarlo e dimenticarlo. E, da questo punto di vista, la sfida che si può proporre al mondo letterario è: Chesterton è un classico che può aiutarci a capire perché certi libri sono dei classici da sempre. E qui torniamo all’erba che è verde. L’uomo non ha bisogno della letteratura per fuggire dalla realtà, ma per scoprirla. Abbiamo bisogno di canti e di effetti speciali per vedere come è prezioso e vertiginoso ciò che abbiamo per le mani. Uno dei romanzi più entusiasmanti di Chesterton, Uomovivo, mette in scena questa titanica impresa: parla di un tipo talmente pazzo da fare ogni sorta di follia pur di scoprire da capo ogni giorno il luogo in cui vive (entra in casa sua in tutti i modi, tranne che dalla porta; fa il giro del mondo per sentire la nostalgia di casa; tenta di uccidere un nichilista pur di fargli notare che non è realmente nichilista).
Se pensiamo a una storia ultra-classica come quella di Renzo e Lucia possiamo accorgerci che, in fondo, il messaggio umano è il medesimo: bisogna lasciare, anche dolorosamente, la propria casa per poterla ritrovare (e soprattutto per capire il senso complessivo di cosa si costruisce dentro quella casa). Dunque non sono i «libri classici» ad essere noiosi, siamo noi gli annoiati che hanno finito per avere una vista miope e una mente rattrappita di fronte alle cose. Abbiamo bisogno di fare le acrobazie per vedere ciò che c’è già, il classico è quel genere di libro che ci permette di fare questa ginnastica. In base a questo criterio molti bestseller di successo finiscono direttamente nella spazzatura, mentre quei libri vecchi e impolverati che abbiamo sugli scaffali si dimostrano amici leali ed eternamente giovani.

Come mamma lavoratrice, cosa pensi delle varie antropologie femminili del lavoro (fra gli estremi femminista in carriera e cattolica a casa coi figli)?

In tanti mi dissero che era una scelta azzardata sposarsi mentre ancora studiavo, io l’ho fatto senza fare troppi calcoli. Sono rimasta incinta del mio primo figlio quando ero al secondo anno del dottorato di ricerca. Ad un certo punto ne diedi notizia ai miei compagni di corso, molti dei quali mi risposero: «Mi dispiace…». Non erano né ironici né cattivi, ma semplicemente onesti. Era evidente anche a me che la novità nel mio grembo era incompatibile con le logiche brutali del mondo della ricerca universitaria, che richiede una dedizione assoluta – per non dire disumana. In quel caso fu mio marito a darmi la dritta giusta e lo fece a modo suo, cioè da ingegnere. Mi disse: «In matematica sommando un positivo con un altro positivo non si arriva mai a un risultato negativo». Questa era la sfida sul tavolo: l’arrivo di un bambino era un positivo e la mia passione per la letteratura era un positivo, dunque non erano elementi da guardare in modo oppositivo, bensì costruttivo.
Da allora in poi non è stato facile trovare una strada, perché l’attrito circostante è forte: avere una famiglia da curare viene tuttora considerato un ostacolo per una madre lavoratrice. E anche in questo contesto Chesterton si è rivelato un compagno di strada indispensabile: mi ha insegnato che per osservare adeguatamente una circostanza importante o grave occorre sempre partire dalla teoria, cioè occorre avere un ideale solido (lo scrive in Cosa c’è di sbagliato nel mondo). Solo a partire da un ideale si generano soluzioni pratiche efficaci. L’ideale che Chesterton mi ha aiutato a mettere a fuoco è la famiglia, quel nucleo affettivo che contiene e sostiene una visione umana «sana»: ogni altra cosa che incontriamo fuori dalla porta di casa è parziale, cioè è interessata a una sola parte della nostra persona (sul lavoro sono richieste le nostre competenze migliori, lo stato ci vuole cittadini onesti, il ristorante ci accoglie come clienti educati). In famiglia, invece, vale tutto di noi … vale anche il nostro peggio, perché a volte – ad esempio – a un marito è chiesto di sistemare un rubinetto anche se non ne è proprio capace e i figli ti sorridono anche quando mangiano una ciambella sbruciacchiata. Ci si prova, perché la famiglia è il luogo degli esperimenti e della libertà.
Forte di questa evidenza, affronto di giorno in giorno le sfide che mi si pongono. L’esperienza mi ha permesso di verificare che, tutte le volte in cui ho tenuto come punto fermo la famiglia (le priorità che mi si chiedevano come madre), ne sono seguite scelte lavorative positive. È un po’ come il compasso: se c’è un braccio fisso, l’altro può muoversi senza mai perdersi. Ovviamente non è tutto rose e fiori, anzi mi ritrovo spesso a constatare che tutti i miei progetti sono saltati e intraprendo lavori che mai avrei pensato di fare. La precarietà mi è compagna, ma anche certe soddisfazioni inaspettate. Insomma, è un’avventura … un mare burrascoso che fortifica i muscoli di chi ci nuota.

Sappiamo che sei in dolce attesa (congratulazioni e auguri!). Volevo chiederti se la maternità possa considerarsi una capriola cosmica 😀

Eccome! La maternità è proprio un’acrobazia tosta. Io e mio marito abbiamo accolto i figli che sono venuti senza pianificarli; abbiamo anche accolto la dolorosa esperienza di perderne uno prima che nascesse. E partirei proprio da qui. So che spesso la gravidanza viene presentata alle future mamme come un momento in cui sperimenteranno una forza e una sicurezza personali incredibili. Per me non è mai stato così, rimanendo incinta mi sono sempre sentita come lo sceriffo di provincia che vede il suo ufficio invaso dagli agenti dell’FBI, i quali lo mettono all’angolo con la frase: «Ora qui comandiamo noi!».
La gravidanza è un momento in cui la donna è attrice, ma non regista. Il corpo ospita un evento grandioso che alla madre è chiesto di sostenere, senza esserne padrona. Questo mi è stato brutalmente evidente con l’esperienza dell’aborto spontaneo, ma è altrettanto evidente con le gravidanze che portano a una nascita: la madre partecipa a qualcosa che non comanda; è l’evento più clamoroso di cui possa fare esperienza, eppure non lo guida. Perciò è proprio una capriola, perché ti «costringe» a essere una protagonista umile. Una volta di più c’è da ringraziare del fatto che in certe circostanze «si è costretti»!
Banalmente, io mi porto le nausee fino in sala parto e la mia emotività diventa ingestibile per nove mesi: sono proprio pessima e insopportabile quando sono incinta. E – a posteriori – ne rido, perché mi dico: «Ma guarda, è proprio stupefacente: l’impresa più meravigliosa della tua vita l’hai condotta in condizioni pietose!». Questa apparente contraddizione mi aiuta a guardare con più onestà i miei figli, perché senz’altro il valore e la dignità della loro persona non dipendono da una mia bravura.

 

(Intervista a cura di Alessio Calò uscita nel blog Campari & de Maistre)

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Tante volte sono costretto a citare o parafrasare il buon vecchio G.K.Chesterton, il mio migliore amico. Egli è un amico non in carne ed ossa, bensì in carta e penna, ma non per questo meno vicino o meno importante. Il motivo che giustifica un tale abuso dei suoi scritti, comunque, è la sua immensa grazia nell’esprimersi, una grazia che io non potrò mai eguagliare. Ecco perché anche in questo caso devo affidarmi a lui, per parlare di alcuni recenti fatti che mi hanno rattristato e fatto riflettere al tempo stesso. Chesterton diceva che ogni deriva, ogni storpiatura proviene comunque dalla fonte principale; vale a dire che praticamente ogni cosa, per quanto brutta, per quanto sbagliata, è molto spesso la deriva di qualcosa di bello, di qualcosa di buono. Il Natale cosiddetto “consumistico” non è altro che la deriva del Natale cristiano, per cui sarà pur vero che dello spirito originario ben poco è rimasto, ma è altrettanto vero che possiamo ancora trovare famiglie riunite attorno a una tavola imbandita, alberi addobbati e circondati da regali da scartare, bambini che non vedono l’ora di ricevere i loro doni. Se vedessimo famiglie disunite, case spoglie da ogni decorazione e una totale assenza di doni, faremmo bene a disperarci. Ma così non è. Babbo Natale, tanto per fare un altro chiaro esempio, è pur sempre una caricatura di San Nicola, nonostante Coca-Cola e compagnia danzante si ostinino a deformarlo. “Non tutto è perduto”, come si suol dire. Questa filosofia è semplicemente la filosofia del lato positivo, la quale consiste nel vedere sempre il buono in ogni cosa, per quanto a fondo si debba scavare. È la filosofia che ci fa sorridere di fronte a un crocifisso rovesciato perché simbolo del martirio di San Pietro, nonostante quei buontemponi dei satanisti lo ostentino orgogliosi. È la filosofia che, alla vista di una ragazza più svestita che vestita che entra in chiesa, invece di farmi indignare per il suo abbigliamento, mi fa gioire per il fatto che sia nella Casa del Signore e non in una discoteca a farsi palpare da qualche giovanotto. Questa, però, non è la mia filosofia personale, e nemmeno è la filosofia personale di Chesterton, sebbene egli batta molto su questo chiodo, ma è bensì la filosofia della Chiesa, la filosofia cioè che dovrebbe seguire ogni cristiano. Eppure sempre più seguaci del Verbo fanno gli schizzinosi, s’indignano più che stupirsi, rifiutano ogni cosa che non rechi una croce sopra, come in un laicismo al contrario. È il caso, se ancora non fosse chiaro il tema di questo scritto, della proiezione di animali su San Pietro, evento che ha suscitato un’ondata di lamenti e recriminazioni tra molti cattolici. Lì per lì, lo ammetto, anche io ero perplesso. Ma applicando quella peculiare capacità che è esclusiva dell’uomo vivo, e cioè riflettendo, mi sono reso conto che se un evento del genere ha meravigliato così tanta gente, credente o non credente che sia, tanto male non dev’essere. Se così tanti occhi sono rimasti incollati alla bellezza del Creato, per quanto le intenzioni dietro all’evento possano essere lontani dalla lode verso la Creazione, tanto brutto non dev’essere. Aggiungo poi che è compito nostro, semmai, riportare l’attenzione sulla fonte di questa meraviglia, cioè su Chi ha reso possibile non solo che esistessero scimmie e leoni, ma anche che noi potessimo meravigliarcene. I cristiani che, invece di prendere a braccetto l’ateo meravigliato, sono rimasti soli a borbottare contro il cattivo gusto dello spettacolo, o contro la sporcizia di chi lo ha sponsorizzato, sono i nuovi farisei. Essi sono in niente dissimili da quegli uomini per bene che s’indignavano quando Cristo mangiava con pubblicani e peccatori. Sono come quelli che, di fronte alla indubbiamente sciocca moda di ostentare le proprie letture, invece di riportare l’attenzione sul reale valore dei libri, getterebbero tutto quanto nell’immondizia, moda e lettura insieme. Sponsor indegni? Sicuramente. Cattivo gusto? Forse (anche se le cattedrali medievali sono popolate da gargolle e capitelli d’ogni tipo, alcuni persino rappresentanti demoni, ma non per questo considerati parte di templi satanici). Il punto è che l’imitazione di Cristo non può essere oggetto di sconti, perciò come Egli fa della Salvazione il fulcro del suo Amore, così noi dobbiamo applicarci nel salvare più che nel condannare, di qualunque bruttura si tratti. Nell’imitare Nostro Signore, cioè, dobbiamo rendere concreto quel famoso detto popolare, secondo cui bisogna “salvare il salvabile”.

 

“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Autorevoli opinionisti, o sedicenti tali, invocano da tempo una placeless society dove avremmo una placeless family e, neanche a dirlo, un placeless job. Tutto sembra congiurare contro il legame tra le più basilari attività umane e un luogo fisico. L’imperativo è dematerializzare, ridurre ogni cosa a forma astratta, omologare tutto ad anonimo non-luogo. La nuova parola d’ordine è: non più persone, ma funzioni.

È così che, sempre secondo le deliranti fantasie di questi ideologi, le figure genitoriali per come le abbiamo conosciute, il padre e la madre con un volto, un nome, una storia, un corpo sessuato, saranno surrogate da una astratta funzione di “genitorialità”. E il lavoro sarà sempre più virtuale, mobile, sempre meno vincolato a un posto localizzato nello spazio e nel tempo.

Ma che significa assegnare alle relazioni umane un carattere sempre più astratto, indistinto e intercambiabile se non dare una formidabile opportunità alla loro possibile conversione in valore-denaro?

Tutto ciò che ha natura quantitativa e impersonale, tutto ciò che si presta ad assumere qualsiasi forma si avvicina alla forma astratta tipica del denaro. Come ha mostrato Georg Simmel, il denaro come unità di misura universale non è altro che una sorta di “equivalente funzionale” che livella ogni differenza qualitativa, la quale viene quantificata per essere resa scambiabile sul mercato.

Terra, casa e lavoro. Le tre “t” (tierra, techo y trabajo) che papa Francesco ha chiamato “diritti sacri” sembrano destinate a scomparire assieme alla famiglia nella “società senza luogo” prossima ventura.

Sembra proprio, come aveva profetizzato negli anni ’30 il chiaroveggente Chesterton, che un unico spirito maligno voglia distruggere le due grandi forze che sempre sono state legate da quando l’umanità è stata umana: l’amore per la terra e l’amore per la donna.

Due amori che fecero un’unica danza, innalzando un unico inno alla fecondità della creazione. Era così, attraverso l’amore per la terra e per la famiglia, che l’uomo cooperava al grandioso processo della creazione. Ebbene, questi due amori che in passato si strinsero in un unico abbraccio oggi non solo devono essere separati, dicono i teorici della placeless society. Di più: devono anche essere snaturati.

L’amore per la donna deve lasciare spazio alla venerazione del sesso, non più alla venerazione della vita. E l’amore della terra deve lasciare spazio alla venerazione del denaro, non più alla venerazione della proprietà.

Al bando l’amore fecondo, al suo posto deve insediarsi uno sterile piacere. La stessa innaturale separazione tra sesso e fecondità che avrebbe scandalizzato pure il vecchio mondo pagano deve colpire anche l’amore per terra.

In entrambi i casi, osserva GKC, è sempre operante lo stesso falso ragionamento di base. Evocare la “proprietà” è diventato quasi blasfemo per i nostri contemporanei, perché la “proprietà” è intesa esclusivamente nel senso di “denaro”, nel senso di “salario”, cioè come qualcosa di cui godere, da consumare e da spendere all”istante (omnia illico, “tutto subito”, è il motto che ben si attaglia a una tale mentalità). Qualche cosa cioè che offre un piacere momentaneo, destinato a sparire immediatamente.

Ora tutto torna: la visione che riduce la proprietà a mero godimento venale è la stessa che assimila l’amore a mero godimento sessuale. «In entrambi i casi», scrive GKC, «accade che un piacere casuale, solitario, servile e persino segreto si sostituisce alla partecipazione a un grande processo creativo, persino all’eterna Creazione del mondo».

Partecipare alla creazione, cioè prendere la propria parte in essa, sembra non bastare più. L’uomo contemporaneo si nutre di progetti assai più ambiziosi. Sogna di abdicare alla propria condizione di creatura per diventare creatore di se stesso e di altri uomini.

Gli Antichi avevano un nome per una simile pretesa: hýbris, cioè “sfrenatezza”, “eccesso”. L’essere umano, per chi persegue simili sogni della sragione, non deve avere a disposizione qualche tipo di riserva. Avere una famiglia o una terra potrebbe dargli la forza di resistere alle forze che vogliono plasmarlo a proprio piacimento. Gli schiavi, dicevano i filosofi dell’Antichità, non devono appartenere alla stessa famiglia né avere beni di proprietà. Avere qualcosa da parte potrebbe consentirgli di acquistare la propria libertà.

Perciò bisogna aver cura che il sesso e la terra siano per lo schiavo sempre e solo un piacere, mai un potere. Egli non deve mai essere un possessore, ma solo un consumatore. L’esistenza della famiglia va osteggiata, secondo questo punto di vista. Sapere di avere un’origine (la famiglia) potrebbe ricordare allo schiavo che a differenza delle cose egli ha anche un fine e una dignità superiori.

Per scongiurare la hýbris il grande vescovo francese Dominique Rey punta ad un ritorno all’humus, alla terra (da cui deriva humilitas che designa l’attaccamento alla realtà, condizione di tutte le virtù).

Ritornare alla terra, cioè al reale, deve essere anche la parola d’ordine degli uomini vivi. Un’ecologia a misura d’uomo – come quella dell’enciclica Laudato si’ – si riconoscerà da questo segno: che chiederà di conservare ad ogni costo i due amori. Altrimenti alle prime luci dell’alba, svanita l’ebbrezza dei bagordi, i due amori avranno lasciato spazio alle due schiavitù della venalità e dell’erotismo. E ci si ritroverà tramutati in asini come nel Paese dei Balocchi.

Il progetto dei Mienmiuaif riguarda anche una collana di libri di cui lo pseudo chitarrista è il curatore. Si chiama “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio” ed è edita da Berica Editrice (sotto il patrocinio di San Giuseppe🙏💪).

Il nome è un omaggio all’omonimo capolavoro di Gilbert Keith Chesterton (in foto qui sopra), in cui sono presenti in dosi massicce tutti gli elementi della collana: l’umorismo, la vita di coppia e Dio.

Missione: puntare “una pistola alle tempie dell’uomo moderno. Non per ucciderlo, ma per riportalo alla vita!” (GKC)

Per l’occasione abbiamo composto ed eseguito in mezzo a un albero di cachi carico di frutti il singolo “UOMOVIVO (omaggio a GKC)”.

 

I libri sono acquistabili in formato cartaceo o ebook nella libreria online di Berica Editrice, su Amazon oppure ordinandoli nelle librerie.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Questo episodio, se così si può definire, è dedicato a un tema per me delicato. Voglio infatti approfittare di questo spazio per fare coming out, o outing, insomma per uscire allo scoperto. Si tratta di una pratica che ho tenuto nascosta per lunghi anni, preoccupato di come avrebbero reagito amici e parenti, ma ora sono stufo. Sono stufo di fingere, di mostrarmi per ciò che non sono. Il mio amico Marco Sermarini mi ha dato il coraggio di balzare all’aria aperta e tornare a respirare, e lo ha fatto con un breve articoletto su Chesterton e i suoi soldatini. Ebbene sì, il tema della mia confessione è proprio questo: talvolta io gioco ancora coi pupazzi dei supereroi, e non me ne vergogno. A dire la verità, dovrei vergognarmi per due fatti: la grande quantità di soldi spesa, quando li comprai via internet, e il fatto che sono tutte figures da collezione, per cui inadatte al gioco. Per il resto, trovo disdicevole che un uomo adulto non possa dilettarsi con giocattoli e costruzioni, come se mattoncini LEGO e soldatini di plastica fossero esclusiva dei bambini. Nella migliore delle ipotesi, questa credenza deriva da astruse teorie secondo cui certi giochi sono funzionali esclusivamente alla crescita del bambino, convinzione che pretende di racchiudere la spontaneità del gioco in una logica cognitivista, in uno schema cioè che di fanciullesco non ha neanche una virgola, calato com’è dall’alto di qualche cattedra di psicologia. Nella peggiore delle ipotesi, invece, si pensa ai bambini come a dei deficienti intenti a dilettarsi con inutili sciocchezze, le quali verranno lasciate perdere non appena i piccoli guadagneranno un po’ di senno. Io penso che una cosa vale la pena di farla da bambini come da adulti, altrimenti non vale la pena di farla mai. Lewis diceva (vado a memoria) che un libro vale la pena di leggerlo a dieci anni se vale la pena di leggerlo a cinquanta. Non ha senso permettere ai propri figli di leggere fiabe e costruire case sugli alberi se noi stessi riteniamo queste cose una perdita di tempo. Possiamo decidere di non farlo perché la cosa non ci diverte, come non ci divertirebbe passeggiare lungo un fiume o leggere saggi di economia. Ma non possiamo rifiutare giochi e nascondini come idiozie passeggere di un’età incantata, altrimenti dovremmo avere, quantomeno, l’onestà di rivelare ai nostri piccoli che stanno perdendo il loro tempo in futili attività, con tutto ciò che ne consegue. George Bernard Shaw, un puritano ben più austero di Chesterton, ma sulla cui genialità non può esservi alcun dubbio, disse a tal proposito: “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare”.
Ecco, quindi, perché oggi io ho deciso di rivelare questa mia pratica, considerata innaturale per un uomo adulto, nella speranza che altri escano allo scoperto e celebrino con orgoglio la propria infantilità.

P.S.: L’articolo in questione (che potete leggere qui —> http://uomovivo.blogspot.it/2015/11/i-soldatini-e-i-pupazzetti-di-gilbert.html) riporta come l’autore inglese non avesse alcun problema ad ammettere che, sebbene adulto, amava dilettarsi con soldatini e pupazzetti.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Mio nonno non è esattamente la persona più affabile di questo mondo. A volte mi sovviene il pensiero che il modo di dire che suona più o meno così: “Faresti ammattire anche un santo”, sia stato coniato apposta per lui. Ma sarei ingiusto se lo condannassi per questo, più che altro perché la gran parte delle volte i suoi modi di fare che considero sbagliati mi servono, per contrasto, a comportarmi bene in prima persona. E d’altronde, lui viene da tutta una serie di esperienze che, per quanto spesso io perda la pazienza, mi impediscono di giudicarlo troppo malamente.
In ogni caso a volte mi capita di ravvisare anche in lui qualche buona filosofia, nonostante tutto. Qualche giorno fa, ad esempio, mi ha telefonato preoccupato per aver perso un mazzo di chiavi. Io so già che sicuramente le avrà appoggiate su qualche tavolo o riposte in qualche tasca di cui non ricorda nemmeno l’esistenza.
“Hai provato a guardare in auto?”
“Sì, certo”
“E nelle tasche dei pantaloni?”
“Anche”
“Pure nel borsello?”
“Sì sì, pure lì”
“Allora non so che dirti, riprova a guardare negli stessi posti. Fai mente locale sui luoghi in cui sei stato”
“Eh ok, ora guardo ancora”
Riaggancio. Dopo pochi minuti squilla di nuovo il telefono e io, sbuffando, pigio il tastino verde.
“Dimmi”
“Niente, volevo dirti che le ho trovate, le chiavi”
“Ah… Ok, bene”
“Allora ci vediamo domani, ciao, buonanotte”
“Notte”
Riaggancio nuovamente.
Lì per lì la cosa mi è sembrata a dir poco assurda: perché richiamarmi soltanto per dirmi che ha ritrovato le chiavi? Poteva attendere domani. Poco dopo, però, mi è giunta una vera e propria illuminazione, una presa di coscienza che qualcuno potrebbe attribuire ad un vero e proprio intervento divino: perché una persona sana di mente dovrebbe fare una telefonata per annunciare una cosa brutta (come perdere le chiavi) e non farne una per annunciare una cosa bella (come ritrovare le chiavi)? Questa è la pessima filosofia che sta dietro al giornalismo di cronaca, il quale tanto si spende ad elencare disgrazie e brutture quanto rimane muto su fatti che invece meriterebbero d’essere sbandierati come proclami imperiali. Il giornalista medio infatti non si sognerebbe mai di sostituire l’articolo in cui racconta di un brutale omicidio con uno in cui parla di come, nello stesso istante, non siano avvenuto centinaia di potenziali altri omicidi. Eppure quest’ultimo è un caso di gran lunga più mirabile e degno di essere trattato. Ma, come disse Chesterton, non si può pretendere molto altro dal giornalismo: è nella sua natura rimanere in silenzio di fronte alla bellezza e urlare riguardo alla bruttezza. Allora è sacrosanto che almeno noi uomini comuni, noi che siamo salvi dai doveri di cronaca, conduciamo una ribellione nei confronti di questa cattiva filosofia, annunciando più che possiamo che ancora viviamo e che ancora il mondo gira con noi, proclamando con solennità di aver messo un piede dietro l’altro senza intoppi fino alla nostra dimora, incidendo su ogni muro di aver ritrovato le chiavi di casa che avevamo perso. Insomma, è necessario, in questa epoca di pessimismo, contrapporre alla filosofia della cronaca la filosofia della buona novella.

 

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Se avessi dovuto usare un sinonimo di “ordinarie”, per titolare la mia rubrica, avrei usato senz’altro “comuni”. È questo infatti un aggettivo che mi suscita sensazioni eccitanti e vertiginose al solo pensarlo, come se mi trovassi sulle montagne russe (anche se questa è una pura supposizione, visto che il massimo dell’adrenalina è stato per me il bruco-mela ai tempi delle elementari). Il motivo di tanta emozione è tutta la serie di sostantivi che si legano a “comune”: senso comune, luogo comune, uomo comune. La maggioranza delle persone considera queste cose un male (anche se vi si affidano più di quanto vogliono far credere). Il senso comune è per loro un modo di pensare non indipendente, non libero; un luogo comune è uno squallido pregiudizio nei confronti di qualcuno o qualcosa; l’uomo comune è una persona senza particolari qualità, insipida. Io invece do a queste cose un’accezione positiva, e anzi mi viene l’istinto di comporre inni e lodi per esse. Considero infatti il senso comune quell’insieme di regole non dette che ognuno assimila fin da bambino e che gli consegna nelle mani un linguaggio universale che non ha bisogno di traduzioni o spiegazioni (altro che la matematica). Per esempio, è buona norma quando si è sull’autobus far sedere al proprio posto vecchie signore e donne incinte, e questo vale in Italia, come in Inghilterra, come in Bolivia; basta uno sguardo e un cenno della mano, non serve alcuna interpretazione. Un luogo comune, buono o cattivo che sia, è per l’appunto un luogo, un luogo in cui più persone possono trovare un punto d’accordo. Un luogo comune è un posto dove un avvocato, un muratore e un poliziotto possono per un istante fare parte dello stesso mondo, pontificando sull’inaffidabilità delle previsioni meteo o sulla lentezza dei lavori stradali. L’uomo comune, infine, è l’uomo che riassume in sé tutto questo. L’uomo comune è l’uomo che si affida al senso comune per vivere ogni giorno e trova nei luoghi comuni la vicinanza col resto del popolo. L’uomo comune è l’uomo che riflette davvero, poiché sa nel suo intimo che esiste un modo di pensare libero, ma che in alcuni momenti è meglio metterlo da parte per questioni più importanti (come far sedere celermente una donna anziana che non si regge in piedi sul bus). L’uomo comune è l’uomo che pur di abbattere le barriere che la società ci impone è disposto a mettere da parte il pensiero critico e a gettarsi nel flusso dei pregiudizi da osteria, annuendo a frasi come: “Tutti i politici sono corrotti”, o: “Ai miei tempi c’era più rispetto per gli anziani”, non perché vi sia necessariamente della verità in esse, ma perché più importante di una banale verità come quella che in tutti i tempi i giovani mancano di rispetto agli anziani è la comunanza con gli altri esseri umani. Più importante di affermare tante verità è affermare l’unica verità che davvero conta, e cioè che siamo tutti sulla stessa barca. O come direbbe il mio amico GKC: “Non solo siamo tutti sulla stessa barca, ma soffriamo tutti il mal di mare”.

 

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Parliamo di relatività e subito spunta la faccia stereotipata di quel burlone di Einstein. Il tempo per lui è relativo ed è relativo in considerazione dell’evento: rallenta o accelera in base alla velocità e alla forza di gravità. Ma non sono qui a parlarvi di fisica, per quanto interessante possa essere l’argomento trattato; voglio introdurre invece un mistero ancora più profondo della stessa relatività di Einstein.

Il tempo in Amore cambia in base all’evento considerato, come diceva don Tonino Bello per la nascita di un bambino: “prima un atto d’amore, dolcissimo e breve, poi nove mesi”. In quell’istante di passione, di desiderio e di completo abbandono l’Uomo e la Donna si donano per l’eternità. Quell’eternità che è scandita dallo scorrere del tempo. È il tempo che poi formerà il bambino, l’adolescente e l’adulto.

L’atto di amore è un soffio di vita, impercettibile, discreto e fragile come un seme di quercia, ma solamente il tempo potrà formare l’imponente pianta. La nostra vita è scandita dallo scorrere del tempo. Nel dolore il tempo rallenta, ci sembra che si fermi; la gioia invece dura sempre troppo poco. La gioia è straripante, il dolore è silenzioso; della gioia facciamo partecipi gli altri, il dolore tendiamo a rinchiuderlo nel nostro cuore. Vorremmo scappare dalla sofferenza, vorremmo che quel tempo passasse velocemente. Ecco la velocità!

Nella relatività ristretta di Einstein più acceleriamo, e quindi aumentiamo la velocità dei corpi, più il tempo rallenta. Che ossimoro, che contraddizione. Eppure è quello che accade. Le leggi fisiche-matematiche sono le leggi naturali (attenzione, non della natura – le cui leggi sono l’istinto e il sentimento) e le leggi naturali sono le leggi dell’umano. La relatività è parte di noi e noi siamo parte della relatività. Così come nella relatività lo spazio è legato al tempo, così anche la vita dell’uomo risulta legata. Quante volte vorremmo dilatare e accorciare il tempo a nostro piacere? Due fidanzati vorrebbero dilatare il tempo dell’incontro e accorciare il tempo del distacco.

Ma la velocità dei loro cuori li tradisce, tanto più velocemente batteranno l’uno per l’altro tanto più il tempo passato insieme sembrerà un istante. Un sacerdote un giorno mi disse: “Se sembra che il tempo ti sfugga dalle mani e hai fretta di creare qualcosa, come fosse l’ultimo dei tuoi giorni sulla terra, vuol dire che stai percorrendo la strada nel verso giusto; se invece il tempo ti sembra eterno e vivi la quotidianità nella noia e nel lassismo, fermati, stai andando controsenso” . Chesterton diceva: “Noia e abitudine sono i nemici mortali dell’uomo moderno”.

Una coppia di fidanzati o di sposi che vive la quotidianità dei rapporti, come può non essere raggiunta dalla noia dell’abitudinarietà? Nell’opera di Pirandello “L’uomo dal fiore in bocca”, il Nobel italiano contrappone la vita anemica di un avventore, stressato dalle mille faccende del quotidiano, a quella di un malato terminale. L’uomo dal fiore in bocca costretto a guardare in faccia la morte, riesce a trovare senso e bellezza anche nelle cose più piccole della quotidianità come “la legatura di un pacco” o “la sedia di uno studio medico”. Ogni giorno fa suo un nuovo dettaglio, un qualcosa che il giorno prima gli era sfuggito.

Ecco il senso della quotidianità nella vita di coppia: cercare quel dettaglio, quel tratto nascosto della vostra dolce metà che ancora non avete conosciuto. Cercare l’eccezionale nell’ordinario. Ogni giorno fate questo esercizio, non abbandonatevi all’ovvietà delle cose, non permettete che la vostra vita diventi come una fredda fabbrica, ma siate come il carpentiere che leviga, pialla e batte il legno, e ogni pezzo creato conserva la sua unicità e freschezza, perché la sua mano levigherà, piallerà e batterà il legno in modo diverso rispetto al giorno precedente.

Ogni giorno passato con il mio amore, il mio sguardo per lei non è mai stato lo stesso, ogni uscita (cinema, pub, passeggiata…) li vivevo con la freschezza del primo giorno. Che scoperta, che mistero si celava in ogni attimo passato insieme. È triste vedere tanti fidanzati girare per strada mano per la mano, ma nei gesti sembrano mummie imbalsamate; vederli a cena in un ristorante ma con la morte negli occhi. Dicono che hanno bisogno di cercare nuove emozioni, divertimenti?? Ma quale emozione potrà mai superare un solo sguardo, un solo istante con la persona che più ami al mondo?

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Un mio amico una volta mi ha detto, parlando di una serie d’incontri sulla “Commedia” di Dante a cui partecipavamo: “Una o due volte non significano niente, ma tre volte è tradizione. Anche se non dovessimo continuare oltre”. Dopo la terza volta, come se la sua fosse una profezia, io non riuscii più a partecipare. Il mio profetico amico mi ha dato comunque lo spunto per scrivere la terza puntata della rubrica “Ordinarie follie”. Questa, infatti, è la terza volta che le mie sciocche parole appaiono su un blog invece piuttosto serio (non serioso), e siccome credo fermamente che tre volte segnino davvero una tradizione, mi sento in dovere di giustificare il titolo della rubrica stessa. Cosa sono, infatti, le ordinarie follie? I più, ripensando al film “Un Giorno di Ordinaria Follia”, potranno portare alla mente eventi assurdi calati nella quotidianità. Io parlo invece di eventi quotidiani calati nell’assurdità. Un anziano prete che cammina, passetto dopo passetto, verso casa non è quello che chiunque definirebbe un evento folle. Sarebbe folle, per la maggior parte della gente, se quel prete si mettesse all’improvviso a far capriole in aria. Io invece trovo assai più interessante il suo lento ma continuo incedere, nonostante l’età; la sua grinta nel parlare pane al pane e vino al vino; la sua inesauribile energia, cosa piuttosto rara persino nei miei coetanei. Il fatto che molte persone trovino banale quello che passa sotto i loro occhi ogni giorno non significa che le cose quotidiane siano effettivamente banali. È molto più probabile che siano queste persone a banalizzare il mondo. Chesterton diceva che “non esistono cose poco interessanti, ma solo persone poco interessate”. Vale a dire che la colpa, se di colpa si può parlare, non è del mondo che ci circonda, ma bensì della gente che lo popola e non si accorge della meraviglia che sta in esso. Un trucco piuttosto riuscito e divertente è quello che usava proprio l’autore inglese. Egli immaginava di essere scampato ad un naufragio, come Robinson Crusoe, e che gli oggetti intorno a lui fossero i resti della nave riportati a riva dalla marea. Così un tavolino di legno, o un opuscolo di qualche supermercato, o una maglia di cattivo gusto diventavano un tesoro preziosissimo. Il fatto ancora più sconcertante e folle, però, è che questo non è un semplice esercizio di immaginazione, ma piuttosto un esercizio di onestà. Tutti noi infatti siamo come tanti naufraghi scampati al mare del nulla. Forse sarebbe meglio dire che siamo tratti dal nulla, in effetti. In ogni caso ognuno di noi avrebbe potuto tranquillamente non esistere (chi ci garantisce il contrario?). E invece siamo qui, esistiamo, e il mondo esiste intorno a noi. Così il tavolino di legno si tramuta in un altare a cui rendere grazie, l’opuscolo del supermercato in un libro di inni e quella brutta maglia in una sgargiante veste sacra. Così un evento apparentemente ordinario e insignificante, se visto con gli occhi di un naufrago, si fa carico di una regalità inaspettata. Così una persona normalissima diviene, in quell’istante, il centro della nostra vita. Nel magnifico “Interstellar”, Matt Damon nei panni del Dottor Mann, una specie di naufrago spaziale (questa volta però volontario), scoppia in lacrime alla vista degli esploratori che lo ritrovano dopo dieci anni di solitudine. Se solo noi pensassimo alla precarietà della vita, dell’esistenza stessa, che come un quadro capovolto sta sospesa sull’abisso del nulla, anche noi scoppieremmo in lacrime alla vista del curvo panettiere che inforna il pane la mattina presto, o anche soltanto osservando l’incredibile mistero che sta dietro ad un prato verde, domandandoci di quale altro colore avrebbe potuto essere e meravigliandoci al pensiero che invece è proprio verde. Per cui è proprio questo che io voglio raccontare nelle mie ordinarie follie: fatti quotidiani, eventi assolutamente banali in cui sta tutta la straordinarietà di una realtà sospesa sul niente. Questo perché sono assolutamente convinto che, come diceva il mio amico Gilbert, è colpa delle persone annoiate se il mondo risulta noioso. È colpa di chi non è abbastanza onesto da non rendersi conto, quando si stende su un prato a guardare il cielo, di stare appeso per la schiena a tanti sottili fili d’erba.