Condividiamo alcuni pensieri, tratti da un articolo di Luigi Amicone su Tempi, del card. Carlo Caffarra, grande sostenitore e difensore della famiglia, nato al Cielo mercoledì 6 settembre 2017

Il tramonto di una civiltà


«Io ho fatto diversi pensieri a partire da quella mozione votata al Parlamento europeo. Il primo pensiero è questo: siamo alla fine. L’Europa sta morendo. E forse non ha neanche più voglia di vivere. Poiché non c’è stata civiltà che sia sopravvissuta alla nobilitazione dell’omosessualità. Non dico all’esercizio dell’omosessualità. Dico: alla nobilitazione della omosessualità. Faccio un inciso: qualcuno potrebbe osservare che nessuna civiltà si è mai spinta ad affermare il matrimonio tra persone dello stesso sesso. E invece bisogna ricordare che la nobilitazione è stata qualcosa di più del matrimonio. Presso vari popoli l’omosessualità era un atto sacro. Infatti l’aggettivo usato dal Levitico per giudicare la nobilitazione della omosessualità attraverso il rito sacro è: “abominevole”. Rivestiva carattere sacrale presso i templi e i riti pagani».

«Tanto è vero che le uniche due realtà civili, chiamiamole così, gli unici due popoli che hanno resistito lungo millenni – e in questo momento penso innanzitutto al popolo ebreo – sono stati quei due popoli che soli hanno condannato l’omosessualità: il popolo ebreo e il cristianesimo. Dove sono oggi gli assiri? Dove sono oggi i babilonesi? E il popolo ebreo era una tribù, sembrava una nullità al confronto di altre realtà politico-religiose. Ma la regolamentazione dell’esercizio della sessualità quale ad esempio noi troviamo nel libro del Levitico, è divenuta un fattore altissimo di civiltà. Questo è stato il mio primo pensiero. Siamo alla fine».

Satana contro le evidenze

«Secondo pensiero, di carattere prettamente di fede. Davanti a fatti di questo genere io mi chiedo sempre: ma come è possibile che nella mente dell’uomo si oscurino delle evidenze così originarie, come è possibile? E la risposta alla quale sono arrivato è la seguente: tutto questo è opera diabolica. In senso stretto. È l’ultima sfida che il satana lancia a Dio creatore, dicendogli: “Io ti faccio vedere che costruisco una creazione alternativa alla tua e vedrai che gli uomini diranno: si sta meglio così. Tu gli prometti libertà, io gli propongo la licenza. Tu gli doni l’amore, io gli offro emozioni. Tu vuoi la giustizia, io l’uguaglianza perfetta che annulla ogni differenza”».

«Apro una parentesi. Perché dico “creazione alternativa”? Perché se noi ritorniamo, come Gesù ci chiede, al Principio, al disegno originario, a come Dio ha pensato alla creazione, noi vediamo che questo grande edificio che è il creato, si regge su due colonne: il rapporto uomo-donna – la coppia – e il lavoro umano. Noi stiamo parlando adesso della prima colonna, ma anche la seconda si sta distruggendo. Vediamo, per esempio, con quanta difficoltà oggi si possa ancora parlare del primato del lavoro nei sistemi economici. Ma qui mi fermo perché non è il tema della nostra conversazione. Siamo dunque di fronte al tentativo diabolico di edificare una creazione alternativa, sfidando Dio nel senso che l’uomo finirà col pensare che si sta meglio in questa creazione alternativa. Si ricorda la Leggenda del Grande Inquisitore?».

«Fino a quando Signore?»


«Il terzo pensiero mi è venuto in forma di domanda: “Fino a quando Signore?”. E allora risuona sempre nel mio cuore la risposta che dà il Signore nell’Apocalisse. Nel libro si narra che ai piedi dell’altare celeste ci sono gli uccisi per la giustizia, i martiri, che dicono continuamente “fino a quando Signore non vendicherai il nostro sangue?” (cfr. Ap 6, 9-10). E così, mi viene da dire: fino a quando Signore non difenderai la tua creazione? Ed ancora la risposta dell’Apocalisse risuona dentro di me: “Fu detto loro di pazientare ancora un poco, finché fosse completo il numero dei loro compagni”. Che grande mistero è la pazienza di Dio! Penso alla ferita del Suo cuore, diventata visibile, storica, quando un soldato ha aperto il costato a Cristo. Perché di ogni cosa e creatura creata la Bibbia dice “e Dio vide che era cosa buona”. Infine, al culmine della creazione, dopo quella dell’uomo e della donna, “e Dio vide che tutto era molto buono”. La gioia del grande artista! Adesso questa grande opera d’arte è totalmente sfigurata. E lui è paziente e misericordioso. E dice, a chi gli domanda “fino a quando?”, di aspettare. “Fino a quando il numero degli eletti non è compiuto”».

La forza del Redentore

«Ed ecco l’ultimo pensiero. Un giorno, quando ero arcivescovo a Ferrara, mi trovavo in uno dei paesini più sperduti, nel delta del Po. Un posto che sembra la fine della Terra, in mezzo a una di quelle gincane che fa il grande fiume, che va un po’ dove vuole prima di andare in mare. Vi incontrai per motivo di catechesi un gruppo di pescatori, gente che letteralmente passa la maggior parte della sua vita in mare. Uno di loro mi fece questa domanda: “Lei pensi al mondo come a uno di quei vasi cilindrici in cui noi mettiamo i pesci appena pescati, ecco il mondo è questa specie di barile e noi siamo come pesci appena pescati. La domanda è: il fondo di questo barile come si chiama, che nome ha?”. Pensi, un pescatore che pone la domanda che è all’inizio di tutta la filosofia: come si chiama il fondo di tutte le cose? E allora io, molto colpito da questa domanda, gli risposi : “Non si chiama caso, il fondo; si chiama gratuità e tenerezza di uno che ci tiene tutti abbracciati”. In questi giorni ho ripensato alla domanda e alla risposta che diedi a quel vecchio pescatore perché mi chiedo: tutto questo tentativo di sfigurare e distruggere la creazione, ha una tale forza che alla fine vincerà? No. Io penso che c’è una forza più potente che è l’atto redentivo di Cristo, Redemptor Hominis Christus, Cristo redentore degli uomini».

Il compito dei pastori e degli sposi

«Ma faccio un’altra riflessione, suscitata proprio dai pensieri di questi giorni. Ma io, come pastore, come faccio ad aiutare la mia gente, il mio popolo, a custodire nella mente e nella coscienza morale, la visione originaria? Come faccio a impedire l’oscuramento dei cuori? Penso ai giovani, a chi ha ancora il coraggio di sposarsi, ai bambini. E allora penso a cosa si fa normalmente nel mondo comune quando si deve affrontare una pandemia. Gli organismi pubblici responsabili della salute dei cittadini cosa fanno? Agiscono sempre secondo due direttrici. La prima: intanto curano chi è malato e cercano di salvarlo. Seconda, non meno importante e, anzi, decisiva, cercano di capire perché e quali siano le cause della pandemia, in modo da elaborare una strategia di vittoria. Così adesso la pandemia è qui. E come pastore ho la responsabilità di guarire e di impedire che le persone si ammalino. Ma nello stesso tempo ho il grave dovere di avviare un processo, cioè un’azione di intervento che esigerà pazienza, impegno, tempo. E la lotta sarà sempre più dura. Tanto è vero che dico a volte ai miei sacerdoti: io sono sicuro che morirò nel mio letto. Sono meno sicuro per il mio successore. Probabilmente morirà alla Dozza (carcere di Bologna, ndr). Dunque, stiamo parlando di un processo lungo e che ci vedrà impegnati in un combattimento duro. Ma insomma, siamo chiamati a fare entrambe le cose: pronto intervento e lotta di lunga durata, una strategia d’urgenza e un lungo processo educativo».

«Ma chi sono gli attori di quest’ultimo, cioè di un’impresa per la quale occorrerà tempo e capacità di sacrificio? Sono fondamentalmente due, a mio avviso: i pastori della Chiesa, più precisamente i vescovi. E gli sposi cristiani. Per me questi saranno coloro che ricostruiranno le evidenze originarie nel cuore degli uomini».

«I pastori della Chiesa: perché loro esistono per questo. Hanno ricevuto una consacrazione finalizzata a questo, la potenza di Cristo è in loro. “Sono duemila anni che in Europa il vescovo costituisce uno dei gangli vitali, non soltanto della vita eterna, ma della civiltà” (G. De Luca). E una civiltà è anche l’umile, magnifica vita quotidiana del popolo generato dal Vangelo che il vescovo predica. E poi gli sposi. Perché il discorso razionale viene dopo la percezione di una bellezza, di un bene che tu vedi davanti agli occhi, il matrimonio cristiano».

E riguardo all’intervento di urgenza?


«Debbo confessare che io stesso mi trovo in difficoltà. E questo perché non raramente mi viene a mancare l’alleato che è il cuore umano. Penso alla situazione tra i giovani. Vengono e mi chiedono: “Perché dobbiamo impegnarci definitivamente, quando non si è neppure sicuri di arrivare a volersi bene fino a sera?”. Ora, di fronte a questa domanda io ho solo una risposta: raccogliti in te stesso e pensa a che esperienza hai fatto quando tu hai detto a una ragazza o a un ragazzo “ti voglio bene, ti voglio veramente bene”. Hai forse pensato nel tuo cuore: “Dono tutto me stesso a un’altra, ma solo per un quarto d’ora o al massimo fino a sera”? Questo non è nell’esperienza di un amore, che è dono. Questo è nella natura di un prestito, che è calcolo».

«Ora se riesci ancora a guidare la persona a questo ascolto interiore (Agostino), tu l’hai salvata. Perché il cuore non inganna. La grande tesi dogmatica della Chiesa cattolica: il peccato non ha corrotto radicalmente l’uomo. Questo la Chiesa l’ha sempre insegnato. L’uomo ha fatto dei disastri enormi, però l’immagine di Dio è rimasta. Io vedo oggi che i giovani sono sempre meno capaci di questo ritorno in se stessi. Lo stesso dramma di Agostino quando aveva la loro età. In fondo Agostino da che cosa fu commosso alla fine? Il vedere un vescovo, Ambrogio; il vedere una comunità che cantava con il cuore più che con le labbra la bellezza della creazione, Deus creator omnium, l’inno bellissimo di Ambrogio».

«Oggi questo è molto difficile con i ragazzi, però secondo me questo è l’intervento d’urgenza. Non ce n’è un altro. Se perdiamo questo alleato, che è il cuore umano – il cuore umano è l’alleato del Vangelo, perché il cuore umano è stato creato in Cristo in corrispondenza a Cristo –, se perdiamo dicevo questo alleato, io non vedo più strade».

 

Articolo di Costanza Miriano uscito sul suo blog

Prima di conoscerlo l’ho citato tante volte, il cardinal Carlo Caffarra. Ripetevo quello che raccontava lui, di quando il Papa, Giovanni Paolo II, che lo teneva come suo più fidato consigliere sui temi della famiglia e dell’antropologia, lo interrogò e gli chiese quante volte al giorno leggesse il racconto della Genesi, il passaggio in cui si dice che Dio crea l’uomo a sua immagine, maschio e femmina. Diceva il Papa che proprio lì si nascondeva il segreto dell’uomo. Mi faceva un sacco ridere che il Papa interrogasse Caffarra, e che lui dovesse ammettere che non è che proprio lo stesse a leggere dalla mattina alla sera, quel passo. La cosa me lo faceva sentire più vicino. Poi ho avuto il privilegio di incontrarlo, e ho scoperto che, nonostante una cultura sterminata e una sapienza praticamente omnicomprensiva, vicino lo era davvero, uno di quegli uomini pieni di umanità e dotati di sofisticati strumenti radar, quelli che permettono a qualcuno di farti i raggi a vista (di solito ce li hanno alcune suore molto mistiche, alcune mamme, raramente gli uomini, e solo quelli che pregano molto). Infine qualche giorno fa ho avuto il privilegio di trascorrere un’ora con lui, e sebbene mi sia dimenticata i tre quarti delle cose che avrei voluto chiedergli sul tema maschio femmina, la domanda più importante sono riuscita a fargliela.
Qual è il disegno che sta dietro questa offensiva planetaria contro i principi del maschile e del femminile? Era a questo che si riferiva suor Lucia di Fatima quando gli diceva che la battaglia finale sarebbe stata sulla famiglia? E, perché si sappia subito, non abbiamo parlato di dubia (solo, sul tema il Cardinale mi ha ricordato che negli stati monarchici l’opposizione si chiama “leale opposizione a sua maestà”).
Il fatto che venga messa in discussione con tanta insistenza e pervicacia la creazione dell’uomo maschio e femmina, creatura che riceve un’identità donata, vuole sovvertire i fondamenti stessi della creazione. È un rifiuto di essere figli del Padre: è come se Satana tentasse una nuova creazione, nella quale l’uomo è sempre più simile a un animale. Siamo animali quando non abbiamo più il senso religioso, cioè non ci facciamo la domanda su Dio e sulla morte, siamo animali quando rifiutiamo la somiglianza con Dio.
Quando gli ho chiesto perché l’omoeresia abbia tanti appoggi anche dentro la Chiesa – lo ha detto Benedetto XVI – il caro padre mi ha invitata a non avere paura, perché Dio ama combattere con un piccolo esercito. Mi ha citato due episodi della Bibbia che, confesso, non saprei citare a mia volta, perché, tutta intenta come ero ad ascoltare, ho dimenticato di tirare fuori il quaderno degli appunti che porto sempre con me. Inoltre, ha detto, Dio le cose importanti le fa nel segreto, e nel silenzio, infatti anche al concepimento di Gesù non fu presente neppure l’angelo, che “si partì da lei”.
Va bene, che parte del mondo usi la leva omosessualista per rifiutare dio mi è molto chiaro, e non mi scandalizza (anche se non deve essere permessa la propaganda sui bambini). Ma quello che mi chiedo, e qui la riflessione diventa la mia, è perché parte della Chiesa, che non dovrebbe aderire alla lobby omosessualista, si affretti a seguirne i diktat. Gli episodi sono infiniti. Il più macroscopico da noi è stata la mancata opposizione da gran parte delle gerarchie ecclesiastiche alle unioni civili tra persone dello stesso sesso. Ma la fila è lunghissima. Amici che hanno figli in scuole cattoliche inglesi mi raccontano di presidi che fanno discorsi ai ragazzi, invitandoli a esplorare il proprio orientamento sessuale, e a non esitare a esprimere dubbi sulla corrispondenza tra il loro sesso biologico e il loro orientamento. Sempre in scuole cattoliche dai bagni scompaiono i simboli maschio e femmina, compare il cartello gender free. Spiegano i presidi “cattolici” – le virgolette sono d’obbligo – che hanno ricevuto direttive precise dalla conferenza episcopale inglese: tutti vanno accolti, nessuno va discriminato. Ribadisco la mia proposta di tassare la parola accoglienza. Accoglienza vuol dire volere il vero bene di una persona, non assecondare le sue ferite, se ci sono. Tanto meno provocarle (dire a dei dodicenni che possono decidere se essere maschio e femmina può creare un problema di confusione in un’età tanto delicata, quando è normale non essere né carne né pesce, e magari finisce che la ragazzina piena di ammirazione per la compagna più elegante e carina di tutte si convince di esserne innamorata). Accoglienza vuol dire amare nella verità, non obbedire alle bugie di mondi interiori sballati, né alle bugie del maligno.
Se è per questo ci sono anche teologi o storici di cui avevo sentito dire che si professassero cattolici, come Alberto Melloni, che in un delirante pezzo su Repubblica a proposito della bambina cristiana affidata a una coppia di musulmani, non solo depreca “il ghetto delle culture” (e qui ci sarebbe da aprire un altro lungo capitolo) ma parla di “orientamenti sessuali che hanno tutti bisogno di essere accolti”. Punto primo: non esistono tutti gli orientamenti sessuali, per chi accoglie l’antropologia cattolica (se invece si è melloniani o appartenenti a qualche altra fede di nuova fondazione, uno la può pensare come vuole). Si può essere o maschio o femmina. Punto secondo: in questo caso l’orientamento sessuale non c’entrava niente, ma proprio niente. Perché tirarlo fuori a sproposito? Perché questa fretta, la stessa per esempio dai colleghi di Avvenire che si chiedono se lo scout che si civilunisce con un maschio è in linea con la proposta cristiana sulla famiglia, di adeguarsi a un’antropologia che non ha nessun fondamento nella Verità annunciata da Cristo e dalla sua tanto infedele sposa, la Chiesa?
C’è un progetto, dietro? Questa lobby omosessualista ha esteso così tanto e così sfacciatamente la sua longa manus? O c’è semplicemente il solito complesso di inferiorità della Chiesa che per sembrare moderna, per paura di essere considerata ottusa e oscurantista arriva come sempre a saldi finiti, e pur di essere alla moda rinuncia alla Verità? Rinuncia a dire che l’omosessualità non è il vero bene della persona? Nel 1997 il cardinal Ratzinger scriveva “La Chiesa non può non preoccuparsi di tutto questo e pertanto mantiene ferma la sua posizione al riguardo – la pratica dell’omosessualità sta minacciando seriamente la vita e il benessere di un gran numero di persone – posizione che non può essere modificata sotto la pressione della legislazione civile o della moda del momento”.
Il rapporto col mondo, alla fine, è il problema di fondo anche nella questione famiglia (gender, indissolubilità, e tutte le questioni connesse). Il mondo ha bisogno di Cristo per essere salvato, sennò la croce a cosa sarebbe servita? Non è certo il benessere delle persone il criterio ultimo, come sembrano suggerire tutti i cattolici che si affrettano a stare simpatici al mondo, perché loro no, non costruiscono muri. Se non fosse necessaria la croce Cristo sarebbe uno a cui effettivamente è andata un po’ male. Se non ci fosse questa necessità anche per noi la morte sarebbe un’enorme contraddizione, e la fine di tutto. La sofferenza sarebbe una sfiga, e a questo punto allora meglio evitarla con tutte le forze. Allora va bene uccidere i bambini malati, logico ammazzarsi in Svizzera quando le cose si mettono male. Invece il cristianesimo è la storia di Dio che si è fatto uomo ed è venuto a offrirci la salvezza per mezzo della croce. La croce è necessaria perché l’uomo ha bisogno di redenzione. Nessuna visione pacificatrice che prescinda dalla salvezza di Cristo, dal mistero della sofferenza e della morte, dal mistero oscuro del peccato, quello originale e quello che compiamo con la nostra iniziativa, quello che è presente dentro e fuori di noi, è cristiana. I cristiani possono vantarsi solo della croce. Non sarà certo la nostra bellezza a convincere nessuno, perché noi non siamo affatto belli, solo Cristo è bello, e i santi, quelli che lo lasciano agire in loro, ne possono acchiappare qualche molecola di bellezza.

Leggi l’articolo intervista al card. Caffarra di cui riportiamo qui sotto un breve estratto su Aleteia

Come sapete, per avere qualsiasi contatto con Suor Lucia, anche per lettera, bisognava passare per il suo vescovo. Così ho inviato la lettera al vescovo, che l’ha consegnata a Suor Lucia.

Con mia gran sorpresa, dopo non più di due o tre settimane, ho ricevuto una risposta. Era una lunga lettera scritta a mano. Era il 1983, o il 1984. La lettera finiva così: “Padre, verrà un momento in cui la battaglia decisiva tra il regno di Cristo e Satana sarà sul matrimonio e sulla famiglia. E coloro che lavoreranno per il bene della famiglia sperimenteranno la persecuzione e la tribolazione. Ma non bisogna aver paura, perché la Madonna gli ha già schiacciato la testa”.

Questo è rimasto inciso nel mio cuore, e tra tutte le difficoltà che abbiamo incontrato – e ce ne sono state così tante – queste parole mi hanno sempre dato una grande forza.

Quando ha letto le parole di Suor Lucia, ha pensato che lei stesse parlando di quel momento storico?

Qualche anno fa ho cominciato a pensare, dopo quasi trent’anni: “Le parole di Suor Lucia si stanno adempiendo”. Questa battaglia decisiva sarà il tema del mio discorso di oggi. Satana sta costruendo un’anti-creazione.

Un’anti-creazione?

Leggendo il secondo capitolo della Genesi vediamo che l’edificio della creazione si fonda su due pilastri. In primo luogo, l’uomo non è qualcosa; è qualcuno, e per questo merita un rispetto assoluto. Il secondo pilastro è il rapporto tra uomo e donna, che è sacro. Tra l’uomo e la donna. Perché la creazione trova la sua completezza quando Dio crea la donna. Al punto che, dopo aver creato la donna, la Bibbia dice che Dio si è riposato.

Cosa vediamo oggi? Due eventi terribili. In primo luogo, la legittimazione dell’aborto. Cioè, l’aborto è diventato un diritto soggettivo della donna. Il “diritto soggettivo” è una categoria etica, e quindi siamo nell’ambito del bene e del male; si sta dicendo che l’aborto è un bene, che è un diritto. La seconda cosa che vediamo è il tentativo di equiparare i rapporti omosessuali e il matrimonio. Satana sta tentando di minacciare e distruggere i due pilastri, in modo da poter forgiare un’altra creazione. Come se stesse provocando il Signore, dicendo a Lui: “Farò un’altra creazione, e l’uomo e la donna diranno: qui ci piace molto di più”.

Riprendiamo da La nuova Bussola Quotidiana la terza parte e la conclusione dell’intervento che il cardinale Carlo Caffarra, arcivescovo emerito di Bologna, ha tenuto ieri, per una conferenza organizzata dal Centro culturale Piergiorgio Frassati di Correggio (RE) alla presenza del vescovo reggiano Massimo Camisasca e intitolata “Perché tanto interesse della Chiesa per la famiglia?”.

3. Madre e Maestra: come la Chiesa si interessa al matrimonio e alla famiglia

Prima di rispondere a questa domanda, devo fare due premesse.

La prima. La Chiesa ritiene che la condizione in cui oggi in Occidente versano matrimonio e famiglia debba essere riportata, per usare una parola evangelica, AL PRINCIPIO. I due beni relazionali messi in questione sono troppo importanti per la vera felicità dell’uomo per essere dilapidati.

La seconda. La Chiesa si interessa della salvezza dell’uomo mediante tre attività: il Magistero, la Santificazione, la Guida. Ora dirò qualcosa su ciascuna di queste tre attività.

3,1. Mediante la Divina Rivelazione Dio ci ha donato la luce della Verità; ci ha indicato la via della vita vera e buona. S. Agostino ha scritto: «nessuno può essere amico dell’uomo se non è innanzi tutto amico della verità»[Lett.155, 1].

L’amicizia dell’uomo che alberga nel cuore della Chiesa, implica in primo luogo il suo desiderio, la sua volontà di dire all’uomo la Verità. Non una qualsiasi verità, ma solo la Verità che è via di salvezza, la verità rivelata da Dio stesso in Gesù. La Chiesa compie questo basilare atto di amore, la carità della Verità, mediante il Magistero dei Papi, dei Concili, dei Vescovi. La Chiesa anche oggi si interessa del matrimonio e della famiglia dicendo la Verità su matrimonio e la famiglia.

3,2. Parto da testo mirabile del b. J. H. Newman. «La chiesa però sa ed insegna anche che la reintegrazione della natura umana cui essa mira deve essere attuata non soltanto per mezzo di iniziative esterne quali la predicazione e l’insegnamento, anche se questi sono suoi campi specifici, ma attraverso l’intima forza spirituale della grazia che scende direttamente dall’alto, e della quale essa è il canale. Essa si incarica di salvare la natura umana dalla sua miseria, ma a questo scopo non s’accontenta di riportarla al grado che le spetta: la innalza ad un grado molto superiore» [Apologia pro vita sua, cap. V; in Opere, Utet, Torino 1988, pag.368].

Quanto il grande cardinale inglese dice in generale, vale anche in particolare per il matrimonio. E’ mediante il sacramento del matrimonio, che il medesimo matrimonio è salvato e guarito dalla miseria in cui è caduto, a causa della durezza del cuore dell’uomo e della donna. Ma il sacramento non è solo una medicina che guarisce. E’ un atto di Cristo che unisce i due sposi, elevando il loro amore coniugale a simbolo reale dell’amore che lega Cristo alla Chiesa. Reale: l’amore coniugale non è una metafora più o meno pallida, è la partecipazione reale al vincolo che stringe Cristo alla Chiesa. Il dono che Cristo fa di se stesso alla Chiesa sulla Croce, eucaristicamente sempre presente, dimora nell’amore coniugale; e l’amore coniugale è innestato, come tralcio nella vite, nel rapporto Cristo-Chiesa.

3,3. La terza modalità in cui si esprime e realizza l’interesse che la Chiesa ha per il matrimonio e la famiglia, è la guida pastorale sia di chi intende sposarsi sia di chi è già sposato sia di chi vive un “fallimento matrimoniale”. Il tempo che ho a disposizione mi obbliga a brevi e schematiche riflessioni. Faccio due premesse.

La prima. E’ uno dei carismi fondamentali del servizio pastorale del S. Padre Francesco aver richiamato la Chiesa, e con gesti luminosamente evangelici e con le parole, a porsi accanto alle persone. La guida pastorale deve assumere la cifra dell’accompagnamento. Se non assumessimo questa attitudine spirituale, dilapideremmo la grazia di questo pontificato.

La seconda. Come ho mostrato nel secondo punto, il mainstream del nostro tempo non solo non vede più l’intrinseca bontà dello sposarsi e del dono della vita. Ha anche equiparato matrimonio e famiglia ad ogni aggregazione sociale, costituita solamente da legami emotivi-affettivi. L’accompagnamento della Chiesa deve acquisire anche la dimensione medicinale; deve saper curare. E’ la famosa metafora dell’ospedale da campo.

Fatte queste due premesse, mi sembra che il problema centrale che la Chiesa nel suo accompagnamento deve affrontare, sia la ricostruzione del soggetto umano. Che cosa intendo dire?

L’Es. Ap. Amoris laetitia dice: “Credere che siamo buoni- solo perché proviamo dei sentimenti è un tremendo inganno” [145]. La soggettività umana -la capacità di capire, di volere, di compiere scelte, l’esperienza del dovere morale nella sua regale maestà, l’integrazione delle varie dimensioni di cui siamo fatti – è stata ridotta all’emotività. “mi sento; non mi sento di … “. Si rompe il matrimonio perché non si sente più amore.

Ben a ragione, il S. Padre Francesco dice che a queste persone ripetere semplicemente la dottrina e/o leggi morali, è inefficace. E’ necessario, come dice Gesù a Nicodemo, rinascere. La Chiesa ha già affrontato questo problema: far rinascere una persona umana. Fu quando il Vangelo si scontrò col paganesimo greco-romano. Ha risolto il problema inventando il catecumenato. Oggi, come ha detto Francesco recentemente, inaugurando l’anno giudiziale della Rota, è necessario un “catecumenato al matrimonio”.

4. Conclusione

Esistono ancora sposi che vivono il loro matrimonio radicati e fondati NEL PRINCIPIO, ricchi del dono del vino nuovo che Cristo mediante il sacramento continua a donare loro, vigilati da Maria che avverte subito il suo divino Figlio se comincia a scarseggiare. Sposi che non vivono il matrimonio ideale: il matrimonio ideale non esiste; è una invenzione ottocentesca. Ma che vivono la verità del matrimonio in modo attraente e bello.

Sono essi il seme spesso nascosto, che, dopo questi giorni tristi, faranno rifiorire quella che S. Giovanni Paolo Il chiamava la civiltà della verità e dell’amore. Nello splendore del loro non raramente faticoso quotidiano risplende la potenza dell’amore eterno di Dio. L’aurora di un nuovo assetto sociale fu, un tempo, il monastero benedettino. Ora sono gli sposi che vivono il dono sacramentale del loro matrimonio.

 

(a cura di Lorenzo Bertocchi)