Dalla Lettera di san Giovanni Paolo II agli artisti

Nella Chiesa risuona spesso l’invocazione allo Spirito Santo: Veni, Creator Spiritus . . . – « Vieni, o Spirito creatore, visita le nostre menti, riempi della tua grazia i cuori che hai creato ».

Lo Spirito Santo, « il Soffio » (ruah), è Colui a cui fa cenno già il Libro della Genesi: « La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque » (1,2). Quanta affinità esiste tra le parole « soffio – spirazione » e « ispirazione »! Lo Spirito è il misterioso artista dell’universo. Nella prospettiva del terzo millennio, vorrei augurare a tutti gli artisti di poter ricevere in abbondanza il dono di quelle ispirazioni creative da cui prende inizio ogni autentica opera d’arte.

Cari artisti, voi ben lo sapete, molti sono gli stimoli, interiori ed esteriori, che possono ispirare il vostro talento. Ogni autentica ispirazione, tuttavia, racchiude in sé qualche fremito di quel « soffio » con cui lo Spirito creatore pervadeva sin dall’inizio l’opera della creazione. Presiedendo alle misteriose leggi che governano l’universo, il divino soffio dello Spirito creatore s’incontra con il genio dell’uomo e ne stimola la capacità creativa. Lo raggiunge con una sorta di illuminazione interiore, che unisce insieme l’indicazione del bene e del bello, e risveglia in lui le energie della mente e del cuore rendendolo atto a concepire l’idea e a darle forma nell’opera d’arte. Si parla allora giustamente, se pure analogicamente, di « momenti di grazia », perché l’essere umano ha la possibilità di fare una qualche esperienza dell’Assoluto che lo trascende.

Sulla soglia ormai del terzo millennio, auguro a tutti voi, artisti carissimi, di essere raggiunti da queste ispirazioni creative con intensità particolare. La bellezza che trasmetterete alle generazioni di domani sia tale da destare in esse lo stupore! Di fronte alla sacralità della vita e dell’essere umano, di fronte alle meraviglie dell’universo, l’unico atteggiamento adeguato è quello dello stupore.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Ultimamente Biella è stata la protagonista di un altro primato: dopo essere stata dichiarata provincia più noiosa d’Italia, nuove statistiche hanno stabilito che in essa il tenore di vita è il migliore in assoluto. Insomma, non succede un tubo, ma cavolo se si sta bene!
Un mio caro amico, nonché prezioso avversario in numerosi dibattiti, mi ha accusato di essere uno a cui piace andare controcorrente per il puro piacete di farlo. Ebbene, ora avrà sicuramente l’occasione di ripetermelo per l’ennesima volta, siccome io fatico ad accettare questo tipo di analisi, siano esse positive o negative.
Rifuggo statistiche e grafici a prescindere da quel che affermano, fosse anche l’assoluta irresistibilità della mia persona.
Nello specifico, non credo proprio che Biella sia noiosa, in alcun modo. E non perché in essa vi sia chi pratica scambi di coppia e sesso con animali (che sono cose datate e banali, rintracciabili in qualunque mito o racconto antico). Biella non è noiosa perché è, semplicemente. La città esiste, e già questo dovrebbe bastare a renderla interessante; perché ogni cosa che è potrebbe non essere, e nessuno ci garantisce che non avrebbe potuto essere altrimenti.
Biella, con le sue montagne e i suoi condomini e le sue fabbriche, è sospesa sul nulla, come fosse a testa in giù, e persino un ragazzetto che casca dalla bicicletta dovrebbe destare stupore, dal momento che non capita tutti i giorni di vedere un giovincello staccarsi all’improvviso dalla sua due ruote e finire incollato ad una volta di catrame.
La verità è che non esistono cose, eventi o persone noiose, ma soltanto persone annoiate, come diceva un mio amico di carta e inchiostro.
Quelli che hanno bisogno di sentir parlare di omicidi, stupri e rapine per essere scossi hanno semplicemente perso un certo sguardo sulla realtà, cioè quello sguardo che accoglie come un miracolo ogni cosa che gli passi davanti, si tratti di un maniaco omicida o di un maldestro fanciullo in bicicletta. Il problema non sta nella realtà, ma bensì in come noi la guardiamo.
Se provassimo a metterci a testa in giù, percepiremmo tutta la vertigine nei confronti di quel qualcosa o qualcuno, che regge case e alberi sull’abisso del cielo, e saremmo grati e meravigliati d’avere i piedi incollati alla terra.

 

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

La vostra casalinga è tornata. E viene a parlarvi, con la sua anima tutta rosa e uno sguardo volutamente e sentitamente da Pollyanna, di quanto secondo lei sia importante ricercare, esprimere la bellezza in ogni piccola cosa, anche attraverso tanti piccoli dettagli che a molti possono apparire insignificanti o superflui o solo elementi formali.

Avete sentito dire che la forma è sostanza? Io sì, da una persona per me molto importante, che ha contribuito notevolmente alla mia formazione, che mi ha educata, e ho sempre sentito che questo fosse vero.
Ho una forte antipatia per la sciatteria, per la bruttezza. E ce ne è tanta in giro. Non sembra anche a voi? Capita anche che ne siamo così circondati e abituati che ci ritroviamo assuefatti.

Spesso scambiata erroneamente per semplicità, altre volte perché rispecchia malessere interiore, con varie gradazioni si va dalla sciatteria alla rozzezza. E questo in ogni aspetto, dal modo di presentarsi esteticamente al modo di esprimersi e nello svolgere anche le più banali azioni quotidiane.

Non voglio assolutamente fare un elogio del bon ton pieno di regole vuote di significato e di fredde norme di galateo che non esprimono altro se non un formalismo che risulta pure inutile e inaridisce. Certo queste regole hanno in sé un tentativo di cercare la bellezza ma lo inchiodano dentro schemi che si fermano solo ad un livello di apparenza, perciò restano in superficie e non appagano nel profondo.

Le ho sempre preferite però ai modi e agli atteggiamenti più grezzi, confusi, arruffati e fin dall’età in cui mettevo da sola un tè nella tazza o il gelato nella coppetta ho voluto che, appunto, il tè andasse messo nella apposita tazza da tè o in una mug, possibilmente carina (che ho un amore sviscerato per le porcellane ve l’avevo detto, al punto che contemplare piatti e tazzine ha un potere proprio rasserenante su di me) e il gelato nella coppetta e non nella tazza o peggio nel bicchiere. Un piccolissimo esempio, da casalinga forse, per dire che anche dettagli come questi, che ad alcuni sembrano solo forma (perché la sostanza sarebbe il fatto di bere il tè o mangiare il gelato senza l’importanza di dove si trovino), fanno la differenza perché trasmettono un’attenzione verso il bello che rende anche il gesto più gradevole, con un gusto più pieno.

Parlo di piccoli dettagli come sono gli oggetti di uso comune, e quindi l’attenzione all’atmosfera in cui si vive, ma si potrebbe parlare a lungo del modo di presentarsi, di esprimersi verbalmente e non.

Sono esagerata? Questi sono solo fronzoli e che anzi, distolgono dalle cose serie e dalla semplicità a cui invece dovremmo guardare? Ma la semplicità, intesa come espressione di ciò che è vero e buono non è eliminazione della forma. Perché la forma è sostanza. La riveste, la manifesta, la comunica, la porta, la esprime, a se stessi e agli altri. Una forma raffinata esprime un atteggiamento per me più pianamente umano. Una forma rozza mi fa pensare istantaneamente al “nascer non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” di dantesca memoria.

E la semplicità non vuol dire neanche spontaneismo, per cui va bene tutto ciò che non è prima pensato.

Da tempi passati di eccessivo formalismo siamo arrivati ad uno spontaneismo, riflesso probabilmente (io azzarderei a dire quasi sicuramente) di quell’esaltazione dell’emotività che viene dall’idolatria dell’Io di cui è permeata la nostra epoca.
Fatto sta che ne risulta sciatteria e rozzezza diffusi.

Mio marito scherzando mi dice che io vorrei fare la paladina di un movimento contro il “rozzismo” ed eliminare tutto ciò che c’è di rozzo dalla terra. In effetti è vero, è il mio sogno impossibile! Le cosiddette “buone maniere” mi hanno sempre affascinato perché ci intravedo almeno un germe del bello a cui tendo, anelo. Anche in quelle che mascherano ipocrisia. L’animo non devo giudicarlo io, ma la forma delle “buone maniere” mi lascia comunque una buona sostanza e tendo a preferirla.

Tutto questo per dire: volgiamoci a cercare e a portare la bellezza anche nelle piccolissime cose, anche negli aspetti più superficiali, lasciamo emergere l’anelito che c’è in ogni persona verso il Bello, il Vero, il Buono.

 

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

A volte, nelle ore più improbabili della notte, vengo assalito da idee, pensieri, dilemmi. Durante le veglie notturne mi ritrovo a pensare ad ambigui problemi di fisica, a strane teorie filosofiche o alla trama del mio romanzo. Forse l’antico detto “la notte porta consiglio” è stato pensato proprio durante una di queste veglie…

E così mi ritrovo a scrivere di “bellezza” alle prime luci dell’alba, nel completo silenzio che accompagna i primi raggi del sole. Forse non a caso, perché proprio agli albori del creato la bellezza si è riflessa come non mai nella natura e nell’uomo vergini e incorrotti. Poi sono subentrati il male, la corruzione, il peccato e la bellezza ha perso i caratteri che la contraddistinguevano.

“Bellezza”: un termine che oggi si direbbe relativo, ma quanto è relativo un pezzo di musica classica, un valzer viennese, un sontuoso vestito dell’800, i palazzi e l’arte del secolo scorso. Il senso del bello, del buon gusto, del bene, fanno parte di quel seme di natura vergine e incorrotta, radicato in ogni essere umano. E mi domando, per quale motivo se il mondo progredisce verso il “bene”, verso i “diritti”, improvvisamente sembra aver perso il senso del bello?

Forse in pochi si svegliano ad ammirare i primi chiarori dell’aurora e i primi bagliori dell’alba; poche sono le coppie di fidanzati che si scambiano il primo bacio durante l’ultimo bacio del sole al tramonto; pochi sono i giovani che preferiscono le lunghe passeggiate al chiaro di luna a una notte di sballo in discoteca. La nostra è una generazione che magari detesta la città ma poi non riesce a fare a meno delle sue comodità.

“Comodità”, sì, forse è questa la risposta alla mia domanda. Da quando l’uomo vive nella comodità, ha perso la bussola del bello. Se prima l’artista per creare una statua ci lavorava per mesi, ora la tecnologia permette di raggiungere risultati apparentemente anche migliori in molto meno tempo. E così capita anche con le abitudini, le mode. Tutte cose prestampate. Va di moda vestirsi di stracci, andare tutti in discoteca a ballare lo stesso ballo come gli zombie di “Walking dead”, cambiare partner così come cambieremmo il telefonino, cibarci della salutare cucina dei fast food… E tra una moda e l’altra siamo finiti a contemplare un barattolo di feci in un museo di arte contemporanea o a respirare l’aria di un centro commerciale e dilapidare il nostro tempo di fronte a scatole contenenti le nostre stesse insicurezze.

Recuperare il senso del bello, significherebbe rivoltare il mondo come un calzino per cercare ancora qualche moneta che luccica. Ma allora siamo veramente condannati verso un mondo freddo e incolore? O c’è ancora speranza?

Se il sole continua a sorgere e tramontare, se le stagioni si ostinano a susseguirsi, la natura a germogliare, l’acqua a scorrere nei torrenti, gli uccelli a cantare nel cielo e l’uomo a lodare il creato… Sì, c’è ancora speranza. La speranza di vedere una coppia di giovani innamorati baciarsi al tramonto, un bambino che nasce da un papà e una mamma, una nonna seduta sulla sedia a dondolo mentre ricama una sciarpa per il suo nipotino, un bambino che gioca con il suo papà, la famiglia unita a tavola, un ragazzo che si perde tra i dipinti della Cappella Sistina o che applaude a un pezzo di Chopin…

Potrei essere tacciato di essere conservatore, tradizionalista, probabilmente pazzo o “fuori commercio”. Ma se il prezzo da pagare per conservare la bellezza è diventare un pezzo d’antiquariato, spero che Dio sia un abile collezionista.

Una volta il bello era buono; il deforme, il rovinato, l’oscuro significavano “cattivo”. A quei tempi i confini dell’arte erano piuttosto chiari, e nessuno si smarriva nei corridoi ricurvi dei musei. Quando ho mostrato ad Abdul, marocchino ex abitante della stazione di Lambrate, il nostro sipario ricavato dal telo che copriva la legna (con decorazioni di sporco originale), lui mi ha detto, costernato: “Possibile che non ne riesci a trovare uno nuovo?”

Vagli a spiegare il fascino del materiale compromesso, del tessuto con dietro una storia, del legno tarlato come presagio della nostra inevitabile fine, a uno che ha dormito sul cartone. I suoi parametri estetici, parallelamente ai bisogni, sono in sosta da sempre allo stadio primario, e non è detto che questo sia un male. Abdul sulle poltrone di un teatro, ascoltato, imporrebbe un esame di coscienza ai registi col lupetto nero. O forse verrebbe fatto alzare, perché insudicia il velluto.

Abdul non apprezza le vetrine shabby chic dove cassette delle frutta sono elette a preziosi contenitori, travi di ponteggio fanno da mensole originali; Abdul, per la casa che non ha, gradirebbe i controsoffitti, troverebbe sconcio svelare le architetture di travi grezze. Figuriamoci le sue rimostranze di fronte all’arte informale. Che facciamo? Lo carichiamo con l’inganno sul vaporetto che ferma alla Biennale? Gli incolliamo sul naso gli occhiali con la montatura spessa e nera, così che legga l’evoluzione recente del gusto? Oppure facciamo un applauso all’immediatezza del suo occhio puro?

Abdul ci attrae come ci attraggono i bambini, i cui sorrisi sono spiegazioni. Ma l’annessione alla sfera del bello di ciò che fino a ieri era considerato semplicemente da buttare, è una questione che non può non appassionare i cristiani: il primo a proporci di non sottovalutare l’immondizia, di investire in chi vorremmo scacciare, è stato l’Uomo che preferiamo. E senza la Sua rivoluzione pure il povero Abdul starebbe ancora su una panchina.

 

(Emanuele Fant – testo uscito sul settimanale Credere e su costanzamiriano.com)

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Se avete letto i precedenti articoli avrete inteso che qualcosa di molto bello è accaduto nella mia vita: il mio dolce Amore mi ha lasciato. Bello? State sicuramente pensando che mostro di ragazza avrò avuto per definire “bello” il fatto che mi ha lasciato. Invece no, lei è fantastica, solo che non sa di esserlo. Pensate che se sto scrivendo in questo istante è esclusivamente grazie a lei (e ovviamente di Dio – non togliamo i meriti al “Boss”). Ma questo è solamente l’ultimo e il più evidente dei meriti (ai vostri occhi) del suo amore. Se non l’avessi incontrata non sarei diventato un uomo, se non mi avesse lasciato non sarei diventato un Uomo con la “U” maiuscola. La mia vita, come la vita di tutti, è un susseguirsi di imprevisti. La capacità di superarli sta nell’affidarsi (e nel grado di affidamento) a Dio. Più ci abbandoniamo alla Sua volontà, sopprimendo la nostra, e più quell’imprevisto acquista in bellezza. Da grandi imprevisti possono scaturire grandi miracoli.

Vi sto praticamente dicendo: più grande è la “disgrazia” più grande è la “Grazia”, se ci si affida a Dio. Altrimenti, se un imprevisto non viene colto nel verso giusto, non riusciamo a cavarci nulla di buono. Non sto dicendo che il 5 maggio, quando sono stato lasciato, ho fatto i salti di gioia… Macché, ho rivolto mille domande a Dio. Volevo ritornare subito a casa dai miei, è stata una tortura camminare in quei luoghi dove ero stato felice con lei. Un’agonia che si è prolungata il giorno dopo perché dovevo finire di lavorare e non potevo assolutamente lasciare le bambine che accudivo (in quel periodo facevo il babysitter). Avevo interiorizzato che la separazione era volontà di Dio, ma gli ho dato del sadico torturatore perché non capivo come mai mi avesse lasciato ancora un giorno a Roma. Nel tratto di strada che ho fatto da casa mia alla scuola delle bambine, mi è sembrato di rivivere il calvario di Gesù. Tra le lacrime che volevano venir fuori ho detto: “O Signore, se questa sofferenza è la Tua volontà, la offro a Te, per lei”. È stata la giornata più intensa della mia vita, non avevo mai amato così tanto Dio e il mio Amore. Non sono qui a pontificare sui dolori e le sofferenze delle persone, non ho idea di cosa possa significare perdere un genitore o un fratello, non ho idea di cosa possano essere le sofferenze fisiche (Dio non mi ha ancora messo di fronte a questo “imprevisto”), ma posso parlarvi del mio dolore.

Arrabbiatevi con tutti voi stessi, date del sadico a Dio, ma poi abbandonatevi nelle Sue braccia e in quelle di Maria: nessuna cosa al mondo può eguagliare l’amore infinito di quell’abbraccio. Non ascoltate la gente che vuole farvi superare il dolore di un abbandono odiando o provando indifferenza, oppure facendovi distrarre dalle cose di questo mondo. Così non lo supererete, quel dolore, soffocherete solo la ferita e perderete l’occasione di fare l’esperienza del più bell’Amore di questo mondo: quello del Padre verso di voi e quello vostro verso il Padre e la persona che vi ha lasciato. Se proverete questa particolare strada, capirete affondo tutta la bellezza che si nasconde dietro l’imprevisto. Ringrazio Dio perché mi ha permesso di passare questi giorni nella più completa solitudine e preghiera: senza amici e distrazioni, ma solamente con la presenza di Dio e della Mamma celeste.