di Marcella Manghi, autrice di “Mamma Mongolfiera …perché i figli crescono nonostante i genitori”

Il rumore del citofono è qualcosa di paralizzante, tipo allarme antitaccheggio all’Autogrill. Non per tutti, ma per molti. Quando suona il citofono, mio marito – anziché correre a rispondere – resta immobile. Con la sola roteazione oculare, ruba il mio sguardo e mi fissa come se io sapessi già-e-sempre chi è. Siccome io non mi scompongo, con una sfumatura d’ansia, passa a chiedere “Chi è?”. Lo fa con voce sicura, certa di trovare risposta, un po’ come un bambino che chiede alla mamma “che giorno è oggi?”. Non so cosa gli passi per la testa. Forse crede che nasconda piani segreti di visite, o perlomeno abbia fornito permessi precisi a chi può avvicinarsi all’abitazione, tipo frequentatori della Casa Bianca. Un mattino del fine settimana siamo in casa; lui, io, due figli, mentre un terzo è via fino a sera. Suona il citofono. Il collo gli scatta di novanta gradi verso la sedia che occupo. “Chi è?”. E qui non so cosa si aspetti, ma secondo me vede troppi film di spionaggio. Allora io rispondo “Oggi? È sabato”. Lui resta in silenzio, cerca di decifrare un significato in codice, mentre io aggiungo “È per me”. Ecco, oltre al mistero, la gelosia. Ignoro chi sia, ma afferro le chiavi e scendo. Torno un minuto dopo con una pesante rivista con non si sarebbe mai strizzata nella cassetta della posta. Lui riprende a respirare, rizza la schiena, alla fine tutto gli torna come nei migliori gialli alla Poirot. E lì si fa chiaro anche a me. In un mondo dove gli uomini programmano quando suonerà il telefono per la call, la sveglia al mattino, il timer del microonde…, quel rumoraccio freddo del vecchio aggeggio a muro rappresenta la sirena dell’incertezza. Non vogliono sapere chi è, vogliono sapere che noi abbiamo tutto sotto controllo. Come i valori del suo colesterolo, la cottura della pizza, i giorni del ciclo. Quando mio marito non risponde al citofono non è pigrizia, è celebrazione della mia importanza nel gestire lo spazio tra lui e il mondo. “Chi è?” è il nuovo “Ti amo!”.

 

Articolo uscito su Italians (Corriere.it)

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

C’è che ci propinano mille tecniche al giorno per il buon funzionamento della coppia, eppure le separazioni continuano ad aumentare e i figli nati a diminuire, amore mio. Il punk di tuo marito, nonostante sia appunto un punk, è un amante della tecnica, soprattutto quella sopraffina che sfoggiava nei campi da calcio quando ancora li calcava. Il punk di tuo marito è un punk anche fra i punk, se ne frega di quello che pensano i punk della tecnica. Deteneva addirittura il record di palleggi nella via in cui è cresciuto. Non ti dico il numero per evitare un eccesso di vanità. Però tutte queste regole, linguaggi, consigli per vivere bene la vita a due… Non ti viene l’ansia, tu che già sei donna? Per carità, molte indicazione sono utili, ma mi pare che dare troppo retta a questo genere di cose rischi di innescare meccanismi un po’ perversi. Come se dipendesse da quanto siamo abili. Ok, a te è andata bene avendo trovato un marito come il sottoscritto, passo diverse notti al mese a contemplare la grazia che ti è capitata, tu potresti non avere bisogno di un sermoncino coniugale come questo, però ci sono tante altre coppie che faticano, che magari sono sempre un filino insoddisfatte, e allora studiano tutte queste tecniche che si trovano ormai ovunque e più studiano queste tecniche più pretendono da loro stesse e più pretendono da loro stesse più sono insoddisfatte. Ma accontentarsi un minimo? Parlo di situazioni ordinarie, dove gli ingredienti base ci sono. Capisco in caso di problemi gravi, ma il più delle volte si tratta di tante piccole insoddisfazioni che spesso dipendono da aspettative immotivate. Un po’ come con le pubblicità: a forza di vederle ti viene voglia di avere il prodotto. Quando in realtà hai già più dell’essenziale per vivere bene. E a molti l’essenziale non manca. E allora accontentiamoci! Ripeto: facile dirlo a te, amore mio, di cosa vuoi lamentarti? Però in generale: accontentiamoci, perdindirindina. Ringraziamo di quanto abbiamo. Non pretendiamo sempre di più, che frustrazione! Ok, tu ora starai pensando che la mia è solo pigrizia perché non voglio leggere quel libro sui linguaggi dell’amore. Hai assolutamente (e dogmaticamente, in quanto moglie) ragione. Ma in compenso mi sono appena sparato le cinque regole d’oro per un amore felice proposte da “Donna Moderna”: coltivare l’autostima, trovare una vera sintonia (?), avere poca memoria per i conflitti (in gergo cristiano “perdonare”), apprezzare il piacere della solitudine (?), alternare i ruoli in modo flessibile (???). È vero che ho messo i punti di domanda fra parentesi e invece su Donna Moderna i concetti vengono spiegati, ma è anche vero che i concetti come li ha spiegati Donna Moderna mi sono risultati ancora più incomprensibili, e quindi i punti di domanda stanno bene lì dove sono. Che Dio ci preservi dal diventare una coppia moderna e ci aiuti ad accontentarci di essere una coppia eterna. Ti amo.

 

Se vi sentite particolarmente buoni e volete dare una mano ai Mienmiuaif, cliccate qui 😎

Bellissimo articolo di Costanza Miriano uscito sul suo blog

Ci sarebbero tante tantissime cose da dire sulla giornata antiomofobia. Per esempio che picchiare minacciare denigrare calunniare qualcuno è già adesso reato nel nostro codice, per qualsiasi motivo lo si faccia. Per esempio che già oggi la legge prevede le aggravanti per motivi abietti, come sarebbe se qualcuno venisse picchiato per il suo orientamento sessuale. Per esempio che i bambini ciccioni vengono discriminati senza nessuna giornata mondiale contro la cicciofobia, o la sfigatofobia. Per esempio che l’Italia secondo l’Oscad e il Pew Institute è uno dei paesi in cui si registra minore ostilità al mondo verso le persone omosessuali, perché noi siamo un paese di grande cultura, grazie a Dio, e non siamo bifolchi come quelli dell’Onu che vengono a farci le prediche. Per esempio che mentre già oggi ci sono psichiatri che considerano la fede religiosa un fatto patologico, d’altra parte se uno psichiatra si offre di curare una persona che non viva serenamente il proprio orientamento sessuale viene messo sotto procedimento disciplinare. Per esempio che invece c’è un’epidemia di eterofobia tanto che un terapeuta titolato e stimato come Ricci viene messo sotto procedimento disciplinare se dice che i bambini hanno bisogno di un padre e una madre (idem la De Mari se osa parlare delle conseguenze fisiche della penetrazione anale).

Ci sarebbero tante cose da dire ma non ho avuto tempo di scriverle, oggi. E allora ne vorrei dire una che mi sta molto a cuore, prima che finisca la giornata. Io credo che l’omofobia non esista: è una parola inventata per dire una cosa che non c’è. Nessuno ha paura degli omosessuali. Probabilmente ci sono molte persone che non li capiscono, questo sì. Ma chi vuole veramente il loro bene? Chi cerca di capirli davvero, di amarli, di accompagnare le persone che provano attrazione verso lo stesso sesso, e si rifiuta invece di “accompagnare” la loro attrazione, come fa chi organizza dark rooms e glory holes e robe simili? Chi li guarda come persone e basta? Di certo non chi li ha usati e li sta usando per cercare di innescare un cambiamento culturale, un tana libera tutti in cui la sessualità diventa una palude al servizio dell’istinto e dell’emotività, senza un giudizio, senza una ragione, senza un discernimento che aiuti a capire le ferite che hanno segnato una persona. Di certo non chi li ha usati, chi li sta usando per farli diventare bandiere di una liberazione sessuale i cui frutti di solitudine infecondità sofferenza stanno sotto gli occhi di tutti.

Io penso che voglia il loro bene prima di tutto chi non li riduce alla loro inclinazione o alle loro azioni, ma chi guarda loro come persone. Amare una persona è non giudicarla mai, ma aiutarla a guardare la sua sofferenza, se c’è. Giudicare dunque le sue azioni, non la persona. Ricordare che, come scrive Harvey nel suo meraviglioso, delicatissimo libro, “Accompagnare la persona”, Edizioni Studio domenicano,

“gli atti omosessuali sono per loro natura fonte di frustrazione e molti di coloro che li praticano sentono che non li porteranno da nessuna parte. Vi è di solito la sensazione che si cerchi nell’altro quello che manca a se stessi . La relazione fra due persone con la stessa ferita non è duratura, proprio perché ognuno cerca nell’altro una caratteristica di cui manca, ma che l’altro non potrà mai dargli. Tale mancanza consiste nella non identificazione con il proprio sesso, derivante dalla famiglia di origine”.

Se un tuo amico vive questa frustrazione, questa mancanza, tu fai il suo bene se gli dici che è fantastico vivere così, o se gli dici che lui è più grande della sua ferita, e che è possibile vivere diversamente? “La cura pastorale, dice Sean Kilkawley, esperto nella pastorale delle persone con dipendenza sessuale, non comincia con il giudizio morale degli atti commessi ma con il discernimento delle ferite presenti nella storia personale di ciascuno. Questo non significa che respingiamo la verità dell’insegnamento della Chiesa sulla persona umana e sulla sessualità umana. Come dice Amoris Laetitia 293 «nel discernimento pastorale conviene identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale». Questo spesso significa discernere le bugie che derivano dalle ferite subite nell’infanzia. Come ad esempio “non sono amabile”, “se le persone sapessero chi sono in realtà mi rifiuterebbero”, “Dio ha commesso un errore quando mi ha creato”. Queste sono bugie sull’identità che sono antiche come il peccato originale. L’accompagnamento pastorale prevede di dire la verità dell’amore di Gesù difronte a queste menzogne – l’accompagnamento pastorale deve essere accompagnamento kerygmatico a partire dalla prima proclamazione dell’amore salvifico di Cristo e dalla chiamata alla conversione”.
Ecco, a me sembra che la vera omofobia, o meglio, la vera cattiveria verso le persone con attrazione verso lo stesso sesso sia tacere loro la possibilità di guardare a sé in un modo diverso, e di cercare un modo diverso di vivere. Questa è la vera cattiveria: inchiodare qualcuno alla sua sessualità.
Dentro la Chiesa, praticamente l’unica a non essere caduta nella trappola della propaganda omosessualista, ci sono tante realtà in cui si accompagna la persona con carità e verità, come Courage, una proposta di vita spirituale e di santità che tanti vescovi, come monsignor Marciante a Roma, appoggiano e promuovono. Nessuno è escluso dalla chiamata alla santità, nessuno. Il Cardinale Ratzinger scriveva nel 1986 che “un programma pastorale autentico aiuterà le persone omosessuali a tutti i livelli della loro vita spirituale, mediante i sacramenti e in particolare la frequente e sincera confessione sacramentale, mediante la preghiera, la testimonianza, il consiglio e l’aiuto individuale. In tal modo, l’intera comunità cristiana può giungere a riconoscere la sua vocazione ad assistere questi suoi fratelli e queste sue sorelle, evitando loro sia la delusione sia l’isolamento”. Certo, non a tutte le persone interessa la proposta cristiana, ma non si può proprio dire che queste siano parole omofobe.
Quindi, per favore, cari colleghi, basta titolare “la Chiesa di Francesco apre ai gay”. Tre errori in sette parole è un bel record. Uno. Gay è una parola propagandistica che la Chiesa rifiuta. Due. La Chiesa non è di Francesco ma ha una tradizione bimillenaria, e il suo giudizio sugli atti omosessuali non è cambiato da san Paolo a oggi. Tre. La Chiesa non ha aperto, è aperta da duemila anni, da quando Cristo è morto in croce, non per dirci che peccare è figo e poi alla fine si va tutti in paradiso, ma per dirci che una vita molto più bella, quella eterna, è possibile per tutti.

“Yeah. Anti-metodo per sedurre la propria femmina dopo averla sposata” di Giuseppe Signorin

Le parole sono utili ma non sono tutto. Le mogli hanno bisogno di gesti che dimostrino l’amore che proviamo nei loro confronti. Anche e forse soprattutto in cucina.

Ci sono due modi per dimostrare il nostro amore per loro in cucina: 1. dando una mano, sia mettendosi ai fornelli che lavando i piatti e sistemando; 2. lasciando le ante spalancate. Io propendo per il secondo modo.

Può darsi che tu sappia cucinare particolarmente bene. Per carità, anche questo ha il suo fascino e può sortire un buon effetto, ma non sono qui a dirti cose che possono sortire un buon effetto e che puoi trovare in qualsiasi canale tv. Non perdo il mio tempo per dirti che prenderla per la gola è un ottimo modo di sedurla. Perdo il mio tempo per dirti che ci sono gesti capaci di lasciare il segno e gesti invece che sortiscono solo un buon effetto. Lasciare le ante della cucina spalancate lascia il segno.

Ovviamente dille che è bellissima, quando ti guarderà male perché per l’ennesima volta hai lasciato le ante spalancate, ma poi spiegale che non è una semplice dimenticanza, la tua. Spiegale che senza di lei non sei completo e ogni tua azione vuole essere un modo di dimostrarglielo. Che senza di lei neppure le ante della cucina sarebbero a posto. Che solo lei può completare le tue azioni. Che lei è la tua parte mancante.

Oppure giocati la carta “cuore”. Una volta una spiegazione, una volta l’altra. Sarebbe il top.

Le ante spalancate sono metafora del tuo cuore spalancato per lei. Niente scheletri negli armadietti della cucina, fra di voi.

Certo, spalancare le ante della cucina comporta dei rischi. Inizierà a dirti che uno dei due potrebbe sbatterci inavvertitamente contro. Perché, l’amore indissolubile che vi siete promessi che cos’è, una passeggiata?

Non cedere. Anche quando andrà su tutte le furie. Perché capiterà. Ma tu non cedere. Fidati. Se ti venisse in mente di chiuderle, o peggio ancora socchiuderle – gestaccio tiepido che fa venire biblicamente il vomito -, non farlo. Spalancale e basta. Lasciale spalancate.

Certo, munisciti di un buon assortimento di cerotti. Si sa mai.

Ok?

Yeah.

 

 

Se ritenete che l’attività di cotanto seduttore vada sostenuta, acquistate il capolavoro epistolare “Lettere a una moglie. Ovvero la genesi del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif”, ottimo anche per far volume in libreria o come regalo per chi non vi sta troppo simpatico. Lo trovate qui o qui.

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Quando vado a caccia di tempeste mi accade sovente di finire la caccia senza averne ripresa neanche una. A volte può anche capitate l’unica occasione giusta per fare la diretta, ma tac… la linea wifi in quel momento non ne vuole sapere. “Siamo in Italia, mica in America!”. Ma nonostante le mille delusioni, ancora oggi continuo ad andare a caccia di tempeste, e non c’è nessuno e nessuna cosa al mondo che potrà convincermi del contrario.

Allo stesso modo nella vita di un cristiano non contano le delusioni, le amarezze, le persecuzioni, perché se veramente abbiamo conosciuto Gesù, lui ci attrarrà al suo cuore ogni volta che ci allontaniamo, ogni volta che cadiamo, ogni volta che ce ne dimentichiamo. Dobbiamo fare tutto per Amore! Le dicerie, le calunnie, le persecuzioni, dobbiamo sopportarle con amore. Se sopportassimo tutto con amore, anche il male che viene fatto verrebbe redento, e da esso potrebbero nascere nuovi frutti di bene.

Se pensiamo alla passione di Cristo e ci soffermiamo sul termine “Passione”, possiamo capire molte cose. Cristo ha subito tutto: dalle persecuzioni alle prese in giro, dai tradimenti ai rinnegamenti, dal flagello alla Croce, ma in tutto ci ha messo “Passione”. Il termine deriva dal greco “Pathos” e significa soffrire, ma con una tale forza emotiva in grado di trasformare quella sofferenza in qualcosa di più. Cristo in tutto quello che faceva ci ha messo passione, perché ci ha messo tutto se stesso, il suo cuore di Padre e di Figlio.

Nella nostra vita quotidiana ci dobbiamo mettere passione, anche nelle cose più piccole e insignificanti. E dobbiamo metterci passione anche quando le cose non vanno per il verso giusto, quando tutto ci sembra crollare, quando tutti ci remano contro, quando ogni cosa che facciamo non riesce. Perché la passione è in grado di trasformare tutto, è in grado di farci vedere il bene nel male, l’amore nell’odio, la gioia nella sofferenza, la luce nel buio, la resurrezione nella morte. Nella nostra “Vita di Coppia”, anche quando il tempo è nero, e all’orizzonte si affacciano nuvoloni di pioggia, mettiamoci ancora più “Pathos”, ancora più vigore.

Non subiamo gli eventi in modo passivo, deprimendoci, chiudendoci in noi stessi, quasi non ci fosse più un domani. Ma guardiamo lo spiraglio di luce che si cela dietro le nubi, raccogliamo la pioggia per poter irrigare il campo del nostro amore nei tempi di siccità, sfruttiamo i venti per gonfiare le nostre vele, per giungere in porto… alla fine di tutto.

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Se penso all’Amore non posso non pensare alla Fisica. La chiamerete deviazione professionale? Potrebbe essere, ma cercherò di convincervi del contrario… Il primo principio della Termodinamica afferma che l’energia “non si crea, né si distrugge, ma si trasforma”, e non si potrebbe dire allo stesso modo dell’Amore? L’Amore non si crea, né si distrugge, ma si trasforma. Non si crea perché nulla è dell’Uomo se non la sua stessa miseria. L’Amore è un dono e come dono lo possiamo solamente ridonare. L’Amore non distrugge, perché nulla al mondo è in grado di riuscirci, neanche la morte ci riesce. L’Amore si trasforma, è in continua evoluzione, non possiamo racchiuderlo in uno schema, perché la sua fonte, Dio, è illimitata e infinita.

L’Amore è Dio, e Dio non lo si crea. Non decidiamo di amare da un giorno all’altro, di creare l’Amore per l’altro. Quando mi sono innamorato, non l’ho deciso: “Oggi esco di casa e mi innamoro”, e tac mi appare una bella principessa che mi rapisce nel suo castello. Quale uomo potrà dire lo stesso? Ah certo potremmo decidere di scambiare l’Amore per il solo desiderio sessuale e uscire di casa come lupi famelici in ricerca di piacere, ma non riusciremo mai ad innamorarci così come si decide di comprarsi le patatine.

L’Amore è Dio, e un Dio non si distrugge. Non possiamo distruggere ciò che non abbiamo creato, non possiamo decidere da un giorno all’altro che “l’Amore non esiste”. Certo ci sono tante persone che pensano di farlo, che per tante ferite pensano che l’Amore non esiste e che l’odio rende di più. Ma l’odio stesso non è l’assenza dell’Amore, ma un desiderio maggiore di Amore non corrisposto o che ciecamente non siamo riusciti a vedere. Possiamo affermare di non Amare, ma non possiamo dire che l’Amore non esiste.

L’Amore è Dio, e un Dio si trasforma. Dio è un trasformista, lo troviamo ovunque, lo troviamo nell’amore puro e semplice dei bambini, nell’amore di due amici, nell’amore di due giovani fidanzati, nell’amore consapevole di due giovani sposi, nell’amore di una mamma e di una papà per il proprio bambino, nel totale affidamento del figlio verso i genitori, nell’incredibile certezza di due vecchi sposi, nel dono totale di un missionario, nell’infinita bellezza del Creato. Tutto è Amore, anche quel momento in cui con la mia lei litighiamo e, passata la bufera (Attenzione rischio grandine), ci abbracciamo in segno di alleanza. È amore la sofferenza, il dolore, la morte… è amore la gioia, la felicità, la resurrezione.

L’Amore è un mistero, perché Dio è un mistero. Un mistero che si cela nella Croce, in quell’Amore così infinito che arriva a inchiodarsi e dall’alto di quel supplizio gridando ad alta voce ci svela la sua essenza “Perdona loro, perché non sanno quello che fanno”. Io sono qui a scrivere di Amore, ma cosa ne so io dell’Amore, se non un infinitesima parte del suo mistero? Posso solamente dire questo: viviamo l’Amore di coppia, sotto l’ombra di quella Croce. Una Croce che non è simbolo di supplizio, di sofferenza e di dolore, potrete pure confonderlo per questo, e in certi momenti farà bene pure pensarlo, ma la Croce è simbolo di risurrezione, di gioia, di felicità infinita… è un simbolo di un Amore Vero.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

“Ho letto che uno dei dolori più forti è quando si lascia la persona che si ama o che si ha amato”, dice il fico di Pompelmo Fico rincorrendo Pompelmo Rosa in giro per la casa, mentre si trucca, si veste, stende i panni, guarda il cellulare e tiene sotto controllo l’acqua che bolle ma ormai è evaporata.

“Pensa a quanto sta male la gente oggi. I ragazzini si mettono insieme sapendo già che si lasceranno”

“La smetti di lamentarti!? Sembri un vecchio. È sempre stato così, i vecchi si lamentano dei giovani…”

“È sempre stato così un paio di pompelmi! Come ci si può mettere insieme per lasciarsi???”

“Ho capito, Pompelmo Fico, ma cosa ci posso fare?”

“Quando mi chiami per nome e cognome significa che ce l’hai con me”

“Ti pare il momento?”

“Ti aiuto”

Pompelmo Fico si mette a stendere i panni.

“Non puoi metterli così!!!”

Pompelmo Fico si rimette a parlare.

“Non so se sia più diseducativa la tv o la scuola. Ma la tv puoi spegnerla o gettarla in un’isola ecologica, la scuola? E poi cos’è sto Pokemon, tu che sei giovane?”

“È un gioco che utilizza la realtà aumentata…”

“Realtà aumentata un paio di pompelmi! Che realtà aumentata è girare per strada guardando il cellulare in cerca di fantasmi???”

“La vuoi smettere o ne hai altre? Non vedi che sono impegnata?”

La scena nel frattempo si è trasferita in camera da letto. Uno strano odore di bruciato proviene dalla cucina.

“Ne avrei molte altre, cara mia. La gente è completamente impazzita. Sarà bene che ci diamo tutti una bella calmata e iniziamo a fare i conti con noi stessi, a tirare fuori un po’ di scheletri dall’armadio invece di andare a caccia di fantasmi col cellulare”, conclude solennemente il fico di Pompelmo Fico, mentre un piccolo Pokemon nascosto in mezzo allo scomparto dedicato all’abbigliamento professionale da footgolf se ne esce mogio mogio grazie all’abitudine del maschio di casa di lasciare le ante aperte…

In quel momento Pompelmo Rosa esplode colorando col suo bellissimo succo rosa ogni singolo elemento presente in un raggio di tre/quattro metri compreso il marito e il piccolo Pokemon in fuga.

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Oggi la tecnologia ci semplifica la vita. Sembra una frase fatta, ma non lo è. Grazie a social, email e tante altre belle cosucce il mondo è diventato piccolo, anzi piccolissimo… Possiamo messaggiarci con amici che stanno dall’altra parte del mondo, pubblicizzare le nostre attività commerciali e perché no, possiamo anche fare un colloquio di lavoro via Skype.

Anche in amore la tecnologia sta facendo passi da gigante… no, non sto parlando degli incontri online ma di come siano migliorate le traduzioni di Google. La domanda è legittima: “Che c’entra Google Traduttore con l’amore?” Vi rispondo subito. Quando ho deciso di venire in Canada il mio inglese era a livello scolastico (delle elementari, però…), per non dire che era proprio limitato. Da incosciente quale sono ho deciso di vivere quest’avventura senza nessuna aspettativa di trovare l’amore, anche se quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia Vita pregavo sempre fiduciosa di farmi incontrare un marito che fosse degno di essere chiamato tale.

Bene, le mie preghiere sono state subito esaudite perché ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito nel giro di sei giorni. A dire la verità il tutto è iniziato in aereo mentre stavo andando in quel di Toronto. Ero seduta vicino a una signora italocanadese e dieci ore di volo sono tante, così tra una chiacchiera e l’altra le ho detto che stavo cercando lavoro e lei mi ha messo in contatto con un suo cugino, manager supervisor di tre ristoranti. Nell’arco di tre giorni ho trovato lavoro e ricordo ancora quel venerdì quando sono entrata nel locale e mi è stato presentato il manager. Dentro di me la prima cosa che ho pensato è stata:: “È lui!” Poi sono rientrata in me stessa e mi sono detta: “Aurelia scordatelo! È il tuo capo”.

Così sono passati tre mesi e tra un “buongiorno” e un “ci vediamo domani” non è che ci siamo calcolati più di tanto. Dopo le vacanze di Natale, che ho trascorso in Canada lontano dalla mia famiglia, ho deciso di parlare con lui e dirgli ufficialmente che quando il mio visto sarebbe scaduto me ne sarei tornata in Italia. Lui mi ha risposto con una frase alquanto sibillina del tipo: “Ti prego, dammi un’opportunità, prendiamoci un caffé insieme, ti posso spiegare tutto!” Io l’ho guardato stupita, anche perché di tutta la frase ho capito solo caffè… ma alla fine ho accettato.

Il fatidico giorno è arrivato, siamo andati in un bel ristorante/caffetteria in centro. Sinceramente non avevo ancora capito che opportunità dovevo dargli… in certe cose sono un po’ lenta e neanche Google traduttore potrebbe aiutarmi…

Comunque, più o meno le cose sono andate in questo modo: finito di lavorare ci siamo recati insieme al ristorante/caffetteria. Lui super agitato sapendo che non aveva molto tempo a disposizione (anche perché sarei rimasta altri tre mesi e poi chi si è visto si è visto e me ne sarei tornata in Italia) e doveva farmi una dichiarazione d’amore e chiedermi di iniziare una relazione con lui, il tutto nell’arco di una sera… Io ero nell’ingenuità più totale, con il mio inglese da quinta elementare passeggiavo nelle vie del centro ignorando beatamente tutto quello che mi sarebbe accaduto di lì a pochi minuti, figuracce comprese… Proseguendo nel racconto, abbiamo ordinato due caffè, io ho avuto il coraggio di ordinare un espresso (credetemi ordinare un espresso in un bar canadese non è cosa da tutti…), lui un cappuccino o come lo chiamano qui un latte. E poi niente, lui ha iniziato a parlare e parlare e non la finiva più, e io lo guardavo e non capivo molto di quello che stava dicendo… l’unica cosa che mi sono detta era: “Sorridi e annuisci, sorridi e annuisci! Tanto non lo capirà mai che non sto capendo niente!” Le ultime parole famose! A un certo punto si è bloccato, mi ha guardata e con fare sospetto di uno che aveva capito che stava parlando con un pinguino di Madagascar mi ha chiesto: “Ma hai capito quello che ti sto dicendo?” Bene, io sono entrata nel panico e ho detto a me stessa: “Stai calma, allora se dici ‘no’ sembra che l’hai ignorato tutto il tempo. Se dici ‘sì’ magari ti fa qualche domanda e non sai rispondere, quindi stai calma e…“

Volete sapere cosa ho fatto? Ho sorriso e annuito e sono scappata in bagno con una scusa del tipo “mi scappa la pipì”. A un certo punto non sapevo se fossi più imbarazzata perché non avevo capito nulla o perché gli avevo detto che mi scappava la pipì. Sono uscita dal bagno, convinta di dovermi scusare perché, diciamoci la verità, non è stato proprio bello quello che avevo fatto. Sono ritornata al nostro tavolo e lui mi ha passato il suo cellulare. Proprio in quell’istante Google Traduttore ha salvato il nostro rapporto!

Lui ha iniziato a leggere in italiano… beh, era un po’ tradotto alla meno peggio ma a grandi linee ho capito quello che stava cercando di dirmi da tutta la sera. Si era già capito fin dall’inizio che la nostra sarebbe stata una relazione a tre: io, lui e Google Traduttore! Adesso lo usiamo sempre meno o quasi per niente anche perché il mio inglese è leggermente migliorato e non ne ho più bisogno. Devo comunque ringraziare chi lo ha inventato, perché senza di lui avrei continuato a sorridere e annuire.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Cara Pompelmo Rosa,

il narratore di queste storielle, insieme ai suoi lettori (anche se a loro insaputa), ha pensato bene che fosse giunto il momento di svelarti il segreto della felicità. Il mondo quaggiù è al contrario, cara Pompelmo Rosa. Non c’è dubbio quindi che per essere davvero felici occorra fregarsene della felicità. La felicità vera passa attraverso la croce. Non c’è vera felicità senza croce come non c’è vero riposo senza fatica. La vita piena su questa terra è possibile solo con gli occhi puntati verso il cielo, sapendo che siamo solo di passaggio. Allora sì che iniziamo a vivere per il verso giusto.

Dopo questa consolante premessa,  è molto importante una cosa: che tu individui bene la tua croce. Quella vera, non quelle a cui ti affezioni ma che magari non servono a niente. Quale può essere la tua croce, Pompelmo Rosa? Qual è il tuo nemico più intimo? Prova a pensarci. Però attenta: le apparenze potrebbero ingannarti e forse ti hanno ingannata fino ad oggi… Perché la croce potrebbe essere in apparenza bellissima e tu potresti confonderla, non accorgerti che è una croce… In certi casi potrebbe addirittura apparire cool, quasi sexy… Molti lettori a questo punto avranno capito… Forse tu no, perché a volte per capire bisogna distanziarsi un attimino dalle cose e tu sei troppo vicina… 

Può una croce avere le sembianze di un fico? A questo punto della tua vita è una domanda che ti devi porre, perché le cose stanno proprio così. La tua croce, il tuo nemico più intimo, non può che essere tuo marito. Il fico di Pompelmo Fico. Finché non vedrai in lui la tua croce, non potrai capire. Non potrai essere felice e quindi non potrai fregartene della tua felicità. Sappiamo tutti che non è semplice vedere una croce in un essere così fascinoso, ma la verità non può che sorprendere. La tua croce, Pompelmo Rosa, è il fico di Pompelmo Fico.  E tu sei la sua croce.

Lo so, è un mistero, ma è meglio che tu lo digerisca in fretta. Non ci sono scorciatoie per diventare un frutto solo.

 

 

 

“Meteo di coppia” di Daniele Chierico

Ho parlato di imperfezione, di fragilità, di umana miseria, ma sono anche convintissimo che ognuno di noi è perfetto così com’è stato creato. Sembra un paradosso, ma com’è possibile essere Esseri perfetti nonostante le nostre tante imperfezioni e fragilità? È l’Amore che ci trasforma, è l’essere amati e l’amare che ci rende creature divine. L’Amore è come la pioggia nel deserto, riesce a trasformare un arido manto in un rigoglioso giardino. Insieme alla sabbia, nel deserto ci sono migliaia di semi, uno diverso dall’altro, ma la mancanza di precipitazioni non permette che sboccino, che portino frutto.

Noi siamo come il deserto, abbiamo tanti doni, che però rimangono nascosti finché non decidiamo di farci amare. Decidere di farsi amare… Quale Uomo sarebbe così pazzo da rifiutare un Amore gratuito? Eppure siamo un popolo di folli, siamo folli a rifiutare ciò che ci viene donato gratuitamente. Siamo folli ogni volta che dubitiamo dell’esistenza di un Amore in grado di far germogliare anche il più arido deserto.

Trasformati nel Suo Amore. È possibile? È soggezione? È plagio? È solamente una credenza come tante altre? Oppure c’è realmente qualcosa che ci cambia, che rende rigogliosa la nostra aridità.

L’Uomo nasce con dei doni, e per libero arbitrio può decidere di usarli oppure sotterrarli sotto tonnellate di inutile sabbia. È incredibile, siamo liberi di essere felici o infelici, a nostra scelta. È un Amore che va oltre i confini della mentalità umana. Un Amore che permette al deserto di decidere di rimanere tale, arido e infruttuoso, oppure di trasformarsi nel più bel giardino di questo mondo.

L’amore umano vuole la felicità dell’altra persona, l’amore divino il consenso a questa felicità. Non siamo obbligati a essere felici, è qui che si gioca l’infinito mistero di questo Amore.

Se comprendiamo di non comprendere l’infinito mistero dell’Amore, impareremo ad amare. È così che la nostra vita di coppia si trasforma da deserto di sentimenti e sensazioni, in un giardino di infinita letizia. Capiamo che al nostro fianco abbiamo un Essere già infinitamente amato, e che possiamo solamente imparare ad amare, così come Lui lo ama. Non possiamo competere con un Amore più grande, ma imparare ad amare da esso. Non potremo capire le fragilità e le imperfezioni di lui/lei se prima non comprendiamo quanto Lui ama le nostre fragilità e imperfezioni. Non potremo comprendere l’unicità dell’Essere che ci sta affianco, se prima non comprendiamo l’unicità di essere Suoi figli.

In matematica 1+1=2, in Amore 1+1=1. L’unione di due Esseri unici, rende unica la coppia. L’unione di due metà rende incompleta la coppia. Ma per arrivare al concetto di unicità degli Esseri e dell’unicità della coppia, dobbiamo prima fare un percorso interiore di conoscimento, di comprensione di noi stessi. Non esiste l’unione, senza la singolarità degli Esseri.

La verità che l’Uomo e la Donna si completano in un 50% e 50%, come fossero componenti di una torta, è la più grande bugia che l’umanità si sia mai raccontata. Noi siamo più di una metà, noi siamo unici. È nell’unità che si cela il mistero della differenza tra Uomo e Donna. Prendere metà da uno e metà dall’altro significa fare un minestrone di dubbia digeribilità. È qualcosa che porta a snaturare il significato di Uomo e di Donna, a razionalizzare ciò che invece è già perfettamente integro e indissolubile. Non potremo mai desiderare di essere realmente noi stessi ogni qualvolta decidiamo di essere qualcos’altro. Noi siamo quello che siamo, perché Lui è stato, è e sarà fino alla fine dei tempi, e in Lui si cela la Verità dell’Amore, in Lui possiamo capire chi siamo e soprattutto essere felici per quello che siamo: figli di Dio!