“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Esattamente cinque mesi fa, precisamente il 4 agosto 2016, in un caldo pomeriggio d’estate, ho detto sì a mio marito di fronte a Dio e alla mia mia famiglia. Finalmente! Dopo due anni tra burocrazia, documenti smarriti e altre difficoltà, ce l’abbiamo fatta. Comunque, se ancora non ho scritto niente c’è un motivo, e mi scuso per la mia assenza dal blog. È successo qualcosa che mi ha cambiato la vita e non è stato per niente facile da accettare, ma alla fine ho trovato il coraggio di scrivere.

Facciamo un passo indietro, torniamo a quel caldo pomeriggio d’estate. Il giorno che aspettavamo tanto alla fine è arrivato. Ricordo benissimo ogni singolo dettaglio, dalla vestizione al trucco. I miei genitori erano più emozionati di me, tant’è vero che mia mamma ha fatto tutte le foto con un rotolo di stagnola in mano… (devo ancora capire perché se lo portava sempre dietro…).

Io e mio marito facevamo quelli forti, quelli che “ma sì tanto siamo già sposati in Comune… siamo abituai” e invece appena sono entrata in chiesa non ho retto per l’emozione e qualche lacrimuccia è scesa. Eravamo talmente felici che abbiamo sbagliato tutti i momenti liturgici ovvero quando dovevamo stare in piedi ci sedevamo e quando dovevamo stare seduti ci alzavamo, e visto che eravamo totalmente imbranati ad un certo punto la perpetua si è messa alle spalle del prete e ci ha suggerito cosa fare e non. E dire che noi andiamo a Messa tutte le domeniche, ma quel giorno era speciale, era nostro e non eravamo soli. Di fronte a noi la presenza di Dio ad unire la nostra vita, insieme alle nostre famiglie come testimoni di un atto di amore, fratellanza e un impegno che durerà per tutta vita. Ed è stato il momento in cui ho visto lui, mio marito che mi ha fatto tremare le gambe ed emozionarmi come mai mi era successo prima. Ho letto nei suoi occhi la gioia, l’amore e la commozione che solo uno sposo perdutamente innamorato può avere.

Dopo questa bellissima esperienza, la nostra giornata si è conclusa allegramente in compagnia dei nostri cari. La nostra vacanza è durata quasi un mese. Erano due anni che non vedevo i miei affetti più cari e con la scusa del matrimonio ne abbiamo approfittato per passare la maggior parte del tempo a disposizione con loro.

A fine agosto è arrivato il momento di salutare tutti e rientrare in Canada. Beh, non è stato semplice, erano due anni che non vedevo i miei genitori e salutarsi in aeroporto è stata dura.
Al nostro rientro in Canada, abbiamo avuto una piacevolissima sorpresa ovvero un test di gravidanza positivo. Eravamo così felici, saremmo diventati genitori! Anche se ero di sole quattro settimane abbiamo deciso di dirlo alle nostre rispettive famiglie. Ovviamente abbiamo iniziato a progettare un futuro a tre, per esempio una casa un po’ più grande per accogliere il nostro piccolino, una macchina perché ancora non ne avevamo una e tante altre cose. Beh, sì, abbiamo corso un po’ troppo anche perché alla quinta settimana il nostro sogno si è spento insieme al nostro piccolino che è volato in cielo da Gesù. Il dolore è stato tanto e anche l’amarezza. Per un periodo mi sono arrabbiata molto con mio marito senza un motivo. Come se volessi colpevolizzarlo per la nostra perdita.

Non lo so perché ho agito così. Di sicuro c’era qualcuno che ci voleva contro, ma alla fine mi sono detta: ”comportandomi così avrò il mio bimbo di nuovo? NO”. Così mi sono risvegliata da quello stato catatonico in cui ero caduta e ho cercato di farmi forza e supportare mio marito, che anche se non lo dava a vedere, potevo leggere la sofferenza nei suoi occhi e nel suo cuore.
Da una parte devo anche ringraziare i preti della nostra chiesa che ci sono stati vicini nella preghiera e ci hanno aiutato moralmente a superare questa tragica perdita. Abbiamo deciso di far dire una Messa in suffragio alla sua anima. Non sapevamo se era maschio o femmina, era appena grande quanto un semino di papavero. Ma quel semino ci aveva riempito il cuore di una gioia infinita. Siamo stati genitori terreni per cinque settimane ma lo saremo per l’eternità, perché sono sicura che quando arriverà il giorno in cui saremo di fronte a Dio, il nostro piccolo angelo sarà con noi.

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“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Da quando sono ritornata a far parte della Chiesa e quindi a seguire le parole di Gesù, ho scoperto un “mondo nuovo” fatto di critiche e pregiudizi nei confronti dei cristiani. Per carità, non sono una santa! Anzi… e poi la pensavo allo stesso modo pure io. Quindi per evitare di finire nei guai manterrò sia l’anonimato delle persone che dei luoghi dove le seguenti scene sono accadute… In pratica, i protagonisti saranno tanti Caio, Tizio e Sempronio nei luoghi X, Y e Z.

Racconto 1

Era una bella giornata di primavera, ricordo perfettamente il sole tiepido che accarezzava la mia pelle, gli uccellini che svolazzavano nel cielo, la città affollata di turisti e Tizio che passeggiava al mio fianco nel luogo X. Insomma, una giornata perfetta, fino a quando Tizio se ne esce dal nulla con una frase che mi ha lasciato a dir poco senza parole.

Tizio: “Per me tutti i cristiani sono un branco di pecore!”

Io: “No! Non è vero”

Tizio: “Perché?”

Io: “Perché siamo tutti figli di Dio, non siamo pecore”

Non è che voglio chiudere qui la conversazione, ma sinceramente non ricordo proprio come si sia conclusa la scena. Abbiamo litigato? Abbiamo fatto la pace? Ci siamo insultati a vicenda? Non ricordo nulla, ho come il cervello avvolto nella nebbia. L’unica cosa che mi ricordo con certezza è che anche io la pensavo come Tizio.

Racconto 2

In una calda, caldissima sera d’estate, sono a cena con i miei amici Caio, Tizio e Sempronio nel luogo Y, uno dei miei preferiti. Tra una chiacchiera e l’altra si finisce di parlare come al solito di Dio, religione e tutto quello che ne segue, per esempio se satana esiste o non esiste… La conversazione è andata più o meno in questo modo:

Caio: “Sto leggendo un libro che racconta di come l’uomo abbia inventato la storia del demonio, giusto per spaventare i creduloni”

Un brivido lungo la schiena… In quel momento ho pensato e sperato che quello che stavo ascoltando fosse frutto della mia immaginazione.

Io: “Ma va! Che dici, il demonio esiste!”

Caio: “È stato tutto inventato dall’uomo per sottomettere le masse. Affinché una società possa funzionare a dovere l’uomo deve essere posto al centro, perché in fondo l’uomo è come Dio”

Io: “No, aspetta! Adesso stai esagerando. L’uomo non è come Dio, ma a Sua immagine e somiglianza. Infatti, in ognuno di noi c’è una scintilla divina proprio perché somigliamo a Lui ma non siamo come Lui”

Caio: “Sarò contento il giorno in cui tutte le persone diventeranno atee”

Io: “Molto bene! E se quel giorno arriverà preferisco morire piuttosto che rinnegare Dio” (sì lo so anche san Pietro ha detto la stessa cosa e poi ha rinnegato Gesù tre volte)

E niente! Visto che la conversazione si stava riscaldando un po’ troppo è intervenuto Sempronio, che con le sue abili doti di negoziatore ha messo tutti a tacere, me compresa.

Racconto 3

La terza e ultima storia è ambientata in una casa nel luogo Z. Sì, io ero sempre con i miei amici Tizio, Caio e Sempronio… Il tutto è avvenuto durante il periodo prenatalizio, tra abbuffate e sensi di colpa… Ero a casa di questi miei amici, la tavola era imbandita con ogni ben di Dio. Abbiamo riso, mangiato come se non ci fosse un domani e cantato qualche canzoncina alla chitarra in perfetto stile Mienmiuaif. Se non che questa bellissima serata ha preso una piega più spirituale… Non ho ancora ben capito il motivo per cui tutti vogliono parlare di religione con me… Non ricordo bene la conversazione, però spremendo le meningi qualche parola riaffiora.

Sempronio (che non è lo stesso del secondo racconto): “Ma tu credi in Dio?”

A questa domanda rispondo a brucia pelo.

Io: “Certo che credo in Dio!”

Sempronio: “Perché?”

Io: “Perché Dio mi ha cambiato la vita e senza di Lui la mia vita non ha senso!”

Sempronio: “Sei troppo buona per essere cristiana”

Anche in questo caso ho sorriso e annuito, non perché non avevo capito ma per il semplice motivo che non sapevo cosa dire… Troppo buona per essere cristiana?

Mi fermo qui! Potrei andare avanti e scrivere decine e decine di pagine, ma ho deciso di raccontarvi solo gli episodi che mi hanno fatto più riflettere.

Il titolo di questo post? È perché prima ero una di “loro”… Non mi vergogno ad ammetterlo e come recita una famosissima canzone “sono una donna non sono una santa”. Forse questo post mi è servito per fare un mea culpa o semplicemente mi è sceso il velo che avevo davanti agli occhi. Ma di sicuro ogni qual volta mi vengono fatte delle domande scomode o provocatorie, anche se avrei voglia di prendere a schiaffi qualcuno con la Bibbia e gridargli dietro “leggete ignoranti!”, mi volto indietro e vedo la vecchia me con gli stessi pregiudizi; così mi calmo, faccio un bel respiro profondo e non giudico.

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Oggi la tecnologia ci semplifica la vita. Sembra una frase fatta, ma non lo è. Grazie a social, email e tante altre belle cosucce il mondo è diventato piccolo, anzi piccolissimo… Possiamo messaggiarci con amici che stanno dall’altra parte del mondo, pubblicizzare le nostre attività commerciali e perché no, possiamo anche fare un colloquio di lavoro via Skype.

Anche in amore la tecnologia sta facendo passi da gigante… no, non sto parlando degli incontri online ma di come siano migliorate le traduzioni di Google. La domanda è legittima: “Che c’entra Google Traduttore con l’amore?” Vi rispondo subito. Quando ho deciso di venire in Canada il mio inglese era a livello scolastico (delle elementari, però…), per non dire che era proprio limitato. Da incosciente quale sono ho deciso di vivere quest’avventura senza nessuna aspettativa di trovare l’amore, anche se quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia Vita pregavo sempre fiduciosa di farmi incontrare un marito che fosse degno di essere chiamato tale.

Bene, le mie preghiere sono state subito esaudite perché ho conosciuto quello che sarebbe diventato mio marito nel giro di sei giorni. A dire la verità il tutto è iniziato in aereo mentre stavo andando in quel di Toronto. Ero seduta vicino a una signora italocanadese e dieci ore di volo sono tante, così tra una chiacchiera e l’altra le ho detto che stavo cercando lavoro e lei mi ha messo in contatto con un suo cugino, manager supervisor di tre ristoranti. Nell’arco di tre giorni ho trovato lavoro e ricordo ancora quel venerdì quando sono entrata nel locale e mi è stato presentato il manager. Dentro di me la prima cosa che ho pensato è stata:: “È lui!” Poi sono rientrata in me stessa e mi sono detta: “Aurelia scordatelo! È il tuo capo”.

Così sono passati tre mesi e tra un “buongiorno” e un “ci vediamo domani” non è che ci siamo calcolati più di tanto. Dopo le vacanze di Natale, che ho trascorso in Canada lontano dalla mia famiglia, ho deciso di parlare con lui e dirgli ufficialmente che quando il mio visto sarebbe scaduto me ne sarei tornata in Italia. Lui mi ha risposto con una frase alquanto sibillina del tipo: “Ti prego, dammi un’opportunità, prendiamoci un caffé insieme, ti posso spiegare tutto!” Io l’ho guardato stupita, anche perché di tutta la frase ho capito solo caffè… ma alla fine ho accettato.

Il fatidico giorno è arrivato, siamo andati in un bel ristorante/caffetteria in centro. Sinceramente non avevo ancora capito che opportunità dovevo dargli… in certe cose sono un po’ lenta e neanche Google traduttore potrebbe aiutarmi…

Comunque, più o meno le cose sono andate in questo modo: finito di lavorare ci siamo recati insieme al ristorante/caffetteria. Lui super agitato sapendo che non aveva molto tempo a disposizione (anche perché sarei rimasta altri tre mesi e poi chi si è visto si è visto e me ne sarei tornata in Italia) e doveva farmi una dichiarazione d’amore e chiedermi di iniziare una relazione con lui, il tutto nell’arco di una sera… Io ero nell’ingenuità più totale, con il mio inglese da quinta elementare passeggiavo nelle vie del centro ignorando beatamente tutto quello che mi sarebbe accaduto di lì a pochi minuti, figuracce comprese… Proseguendo nel racconto, abbiamo ordinato due caffè, io ho avuto il coraggio di ordinare un espresso (credetemi ordinare un espresso in un bar canadese non è cosa da tutti…), lui un cappuccino o come lo chiamano qui un latte. E poi niente, lui ha iniziato a parlare e parlare e non la finiva più, e io lo guardavo e non capivo molto di quello che stava dicendo… l’unica cosa che mi sono detta era: “Sorridi e annuisci, sorridi e annuisci! Tanto non lo capirà mai che non sto capendo niente!” Le ultime parole famose! A un certo punto si è bloccato, mi ha guardata e con fare sospetto di uno che aveva capito che stava parlando con un pinguino di Madagascar mi ha chiesto: “Ma hai capito quello che ti sto dicendo?” Bene, io sono entrata nel panico e ho detto a me stessa: “Stai calma, allora se dici ‘no’ sembra che l’hai ignorato tutto il tempo. Se dici ‘sì’ magari ti fa qualche domanda e non sai rispondere, quindi stai calma e…“

Volete sapere cosa ho fatto? Ho sorriso e annuito e sono scappata in bagno con una scusa del tipo “mi scappa la pipì”. A un certo punto non sapevo se fossi più imbarazzata perché non avevo capito nulla o perché gli avevo detto che mi scappava la pipì. Sono uscita dal bagno, convinta di dovermi scusare perché, diciamoci la verità, non è stato proprio bello quello che avevo fatto. Sono ritornata al nostro tavolo e lui mi ha passato il suo cellulare. Proprio in quell’istante Google Traduttore ha salvato il nostro rapporto!

Lui ha iniziato a leggere in italiano… beh, era un po’ tradotto alla meno peggio ma a grandi linee ho capito quello che stava cercando di dirmi da tutta la sera. Si era già capito fin dall’inizio che la nostra sarebbe stata una relazione a tre: io, lui e Google Traduttore! Adesso lo usiamo sempre meno o quasi per niente anche perché il mio inglese è leggermente migliorato e non ne ho più bisogno. Devo comunque ringraziare chi lo ha inventato, perché senza di lui avrei continuato a sorridere e annuire.

 

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Questa rubrica nasce per raccontarvi cose allegre che succedono dall’altra parte dell’oceano, le mie figuracce quando parlo in inglese e altre storie… Ma questa volta voglio dedicare il post a una persona che non c’è più. Anche se fa male – cavolo se fa male – ma ho bisogno di scrivere e farvi conoscere un autentico Gentle Giant (Gigante Buono).

Ricordo perfettamente quel 22 aprile. Io ero felice perché i “Mienmiuaif” mi avevano appena proposto di scrivere la rubrica sul Canada. Quanta gioia, mi ero subito messa sotto per altri post quando all’improvviso mio marito entra in casa dicendomi che dovevamo correre in ospedale perché non stavi bene. Io come una stupida ho pensato che non fosse nulla di grave e invece quando mio marito ha aggiunto che non rispondevi al massaggio cardiaco un brutto pensiero mi ha attraversato la mente. Sì! Ho pensato che eri morto, la prima cosa che ho pensato è stata proprio quella. La gioia che avevo tre secondi prima è svanita nel nulla. Ricordo solo la corsa che abbiamo fatto per andare in ospedale… “Corsa” si fa per dire. Siamo rimasti bloccati nel traffico per un bel po’ o era solo la mia percezione distorta del tempo. Ricordo quando siamo arrivati con il cuore in gola, sperando che fosse tutto okay e invece no. Ho visto i tuoi fratelli e il tuo capo con le lacrime agli occhi e ho capito che quel terribile pensiero che avevo avuto qualche istante prima non era solo un pensiero ma stava diventando realtà. Ricordo le urla strazianti di tua mamma che continuava a chiamarti e tu lì fermo immobile che non rispondevi. Forse è stata una delle scene più brutte che abbia mai visto in vita mia e che non auguro a nessuno.

È sempre difficile dire “addio”, specialmente alle persone a cui vuoi bene. E dire addio soprattutto a una persona come te fa male al cuore, fa male davvero. Ho cercato di far finta di niente, ti ho ignorato per un paio di giorni e invece tu sei sempre qui con me nella mia testa. Purtroppo la “casetta in Canadà” ha perso il suo Gentle Giant (Gigante Buono), così ti chiamavamo perché eri un Gigante, un bel ragazzone ma dal cuore tenero sempre presente per la tua famiglia. Un giorno di primavera hai deciso di andartene senza dirci ciao. Te ne sei andato, e se devo dirti la verità sono arrabbiata! Sì, lo sono, perché avrei voluto averti accanto a me, accanto alla tua famiglia.

Non ho nessun pensiero o ricordo negativo, per questo mio caro Cognato voglio solo ringraziarti per tutte le volte che hai riso alle mie battute pur non capendole, anche perché il mio inglese era incomprensibile, ma tu non volevi offendermi e ridevi lo stesso. Ti voglio ringraziare per tutte le volte che abbiamo parlato di film e abbiamo giocato al gioco dei mimi, anche quando perdevi e ti chiedevo di fare le flessioni come punizione. Ti voglio ringraziare per tutte le volte che ci hai accompagnato a casa perché non avendo la macchina tu eri diventato il nostro autista ufficiale. Sì anche quella volta che in settecento metri ti ho dato sette volte di fila indicazioni sbagliate e non hai perso la pazienza. Ti voglio ringraziare per quella volta che mi hai lasciato le tue alette di pollo, avevamo entrambi fame e io come ringraziamento ti stavo impiantando la forchetta nella mano. Tu sapevi come stuzzicarmi, mi dicevi sempre che la pizza canadese è la migliore, e per un’italiana sentirsi dire queste cose è quasi una bestemmia; ricordo come facevo finta di essere arrabbiata con te e tu che correvi a chiedermi scusa, e io che ti rispondevo con una sonora risata perché mi piaceva prenderti in giro. Ho solo una cosa che mi rammarica, non averti detto tutte queste cose quando eri vivo, ma soprattutto non ti ho mai detto ti voglio bene.

Questa tragedia mi ha fatto riflettere tanto e voglio chiudere questo post con una riflessione: dite più spesso alle persone care, parenti, amici o semplicemente alla vostra famiglia che gli volete bene e che siete grati della loro presenza nella vostra vita, e se avete dai malintesi, un litigio o semplicemente mandate qualcuno al diavolo fate la pace, perché dopo sarà troppo tardi per dire ti voglio bene.

“Una casetta in Canadà” di Aurelia Massara

Quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia vita ero nel caos più totale. Mi sentivo sola e dissi a me stessa: “Ok Aurelia! Calmati e rifletti. La vita non gira come vorresti. Non hai un lavoro decente, non hai una vita sentimentale stabile – a dir la verità hai appena chiuso l’ennesima storia andata male – non sei felice e vivi in uno stato d’inquietudine. Mi sa tanto che dobbiamo chiedere consiglio a Dio e affidarci totalmente a lui.”
Così, quell’estate del 2012 precisamente il sedici agosto 2012 andai a Messa con la coda tra le gambe e tanta paura. Sì, avevo PAURA di essere rifiutata da Dio. Quello che mi immaginavo era Dio veramente arrabbiato con me che mi diceva: “Aurelia ne hai combinata una in più di Bertoldo! Vai via non ti voglio vedere!” Con il cuore pieno di ansia e con una faccia di bronzo mi presentai in chiesa lo stesso e dissi a me stessa: ”Va beh o la va o la spacca! Se mi accoglie di nuovo bene, se mi dice di no va bene lo stesso. ”Si lo so! La parabola del Figliol Prodigo, che avevo beatamente dimenticato. Solo dopo ho capito che Dio non mi avrebbe mai chiuso la porta in faccia. Infatti, quel giorno quando andai a Messa sentii una forza, un energia, un bentornata che a stento riuscii a trattenere le lacrime. Perché Dio mi stava aspettando e chissà da quanto tempo! Mi sentii perdonata, capita e rincuorata. Tutte le mie paure svanirono nel nulla. Così, in un lampo mi ricordai le sue parole: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto.”

La prima cosa che chiesi fu un Marito con la M maiuscola. Ero stanca delle storie sbagliate o storielle, come vogliamo chiamarle. Iniziai a pregare con fede, con amore. Ricordo ancora quando stavo guardando un film su San Giuseppe ed esclamai: “Ecco Gesù, così lo voglio, lui sarebbe perfetto per me”, poi ho realizzato che quello che stavo chiedendo era leggermente eccessivo. Comunque Dio mi ha ascoltato!
No mio Marito non è un Santo ma un Marito con la M maiuscola, una persona buona e amorevole. Insieme a lui ho iniziato un cammino di conversione. Un cammino che ancora non abbiamo finito, anzi siamo solo all’inizio, ma che ci ha portati sempre più vicini a Dio e complici nel realizzare i suoi progetti per noi. Certo, non è semplice, a volte vediamo solo montagne, ma quando questo accade noi ci rivolgiamo a Lui e confidiamo in lui e come per magia quelle montagne diventano pianure.

La cosa più bella che mi ha detto mio Marito recentemente e stato quando ha fatto la Prima Comunione e la Cresima. Uscimmo dalla chiesa mano nella mano, io ero tutta gasata perché ero stata la sua madrina per la Cresima, lui mi guardò e disse: ”Grazie perché sei stata uno strumento di Dio, attraverso te ho ritrovato Gesù”. Rimasi senza parole, sorrisi e ci abbracciamo.
Quando ho chiesto a Dio di entrare nella mia Vita ero sola nel mio cammino, ma ora non lo sono più. Ogni giorno mi riempie la Vita di cose meravigliose! Quindi, se non lo avete ancora fatto, fatelo. Chiedete a Dio di entrare nella vostra Vita, perché’ camminare da soli è brutto, ma camminare con Dio è tutta un’altra storia!