“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Aforisma

Tentazione dei cattolici d’oggi: esaltare agape (amore che discende) dimenticando che occorre anche purificare eros (amore che ascende). La risultante di una tale omissione è la nuova ideologia del misericordismo: misericordia senza giustizia, amore senza liberazione. Il misericordismo, questo simulacro della misericordia, trionfa in quella bontà solo umana – e dunque impura –  oscillante tra il piagnisteo e la contumelia, i contrassegni dell’invidia e del risentimento.

 

(immagine: uno screenshot del film Carnage, che mostra come sotto la “bontà soltanto umana” possano covare umori malsani come invidia, odio e risentimento).

Annunci

“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Autorevoli opinionisti, o sedicenti tali, invocano da tempo una placeless society dove avremmo una placeless family e, neanche a dirlo, un placeless job. Tutto sembra congiurare contro il legame tra le più basilari attività umane e un luogo fisico. L’imperativo è dematerializzare, ridurre ogni cosa a forma astratta, omologare tutto ad anonimo non-luogo. La nuova parola d’ordine è: non più persone, ma funzioni.

È così che, sempre secondo le deliranti fantasie di questi ideologi, le figure genitoriali per come le abbiamo conosciute, il padre e la madre con un volto, un nome, una storia, un corpo sessuato, saranno surrogate da una astratta funzione di “genitorialità”. E il lavoro sarà sempre più virtuale, mobile, sempre meno vincolato a un posto localizzato nello spazio e nel tempo.

Ma che significa assegnare alle relazioni umane un carattere sempre più astratto, indistinto e intercambiabile se non dare una formidabile opportunità alla loro possibile conversione in valore-denaro?

Tutto ciò che ha natura quantitativa e impersonale, tutto ciò che si presta ad assumere qualsiasi forma si avvicina alla forma astratta tipica del denaro. Come ha mostrato Georg Simmel, il denaro come unità di misura universale non è altro che una sorta di “equivalente funzionale” che livella ogni differenza qualitativa, la quale viene quantificata per essere resa scambiabile sul mercato.

Terra, casa e lavoro. Le tre “t” (tierra, techo y trabajo) che papa Francesco ha chiamato “diritti sacri” sembrano destinate a scomparire assieme alla famiglia nella “società senza luogo” prossima ventura.

Sembra proprio, come aveva profetizzato negli anni ’30 il chiaroveggente Chesterton, che un unico spirito maligno voglia distruggere le due grandi forze che sempre sono state legate da quando l’umanità è stata umana: l’amore per la terra e l’amore per la donna.

Due amori che fecero un’unica danza, innalzando un unico inno alla fecondità della creazione. Era così, attraverso l’amore per la terra e per la famiglia, che l’uomo cooperava al grandioso processo della creazione. Ebbene, questi due amori che in passato si strinsero in un unico abbraccio oggi non solo devono essere separati, dicono i teorici della placeless society. Di più: devono anche essere snaturati.

L’amore per la donna deve lasciare spazio alla venerazione del sesso, non più alla venerazione della vita. E l’amore della terra deve lasciare spazio alla venerazione del denaro, non più alla venerazione della proprietà.

Al bando l’amore fecondo, al suo posto deve insediarsi uno sterile piacere. La stessa innaturale separazione tra sesso e fecondità che avrebbe scandalizzato pure il vecchio mondo pagano deve colpire anche l’amore per terra.

In entrambi i casi, osserva GKC, è sempre operante lo stesso falso ragionamento di base. Evocare la “proprietà” è diventato quasi blasfemo per i nostri contemporanei, perché la “proprietà” è intesa esclusivamente nel senso di “denaro”, nel senso di “salario”, cioè come qualcosa di cui godere, da consumare e da spendere all”istante (omnia illico, “tutto subito”, è il motto che ben si attaglia a una tale mentalità). Qualche cosa cioè che offre un piacere momentaneo, destinato a sparire immediatamente.

Ora tutto torna: la visione che riduce la proprietà a mero godimento venale è la stessa che assimila l’amore a mero godimento sessuale. «In entrambi i casi», scrive GKC, «accade che un piacere casuale, solitario, servile e persino segreto si sostituisce alla partecipazione a un grande processo creativo, persino all’eterna Creazione del mondo».

Partecipare alla creazione, cioè prendere la propria parte in essa, sembra non bastare più. L’uomo contemporaneo si nutre di progetti assai più ambiziosi. Sogna di abdicare alla propria condizione di creatura per diventare creatore di se stesso e di altri uomini.

Gli Antichi avevano un nome per una simile pretesa: hýbris, cioè “sfrenatezza”, “eccesso”. L’essere umano, per chi persegue simili sogni della sragione, non deve avere a disposizione qualche tipo di riserva. Avere una famiglia o una terra potrebbe dargli la forza di resistere alle forze che vogliono plasmarlo a proprio piacimento. Gli schiavi, dicevano i filosofi dell’Antichità, non devono appartenere alla stessa famiglia né avere beni di proprietà. Avere qualcosa da parte potrebbe consentirgli di acquistare la propria libertà.

Perciò bisogna aver cura che il sesso e la terra siano per lo schiavo sempre e solo un piacere, mai un potere. Egli non deve mai essere un possessore, ma solo un consumatore. L’esistenza della famiglia va osteggiata, secondo questo punto di vista. Sapere di avere un’origine (la famiglia) potrebbe ricordare allo schiavo che a differenza delle cose egli ha anche un fine e una dignità superiori.

Per scongiurare la hýbris il grande vescovo francese Dominique Rey punta ad un ritorno all’humus, alla terra (da cui deriva humilitas che designa l’attaccamento alla realtà, condizione di tutte le virtù).

Ritornare alla terra, cioè al reale, deve essere anche la parola d’ordine degli uomini vivi. Un’ecologia a misura d’uomo – come quella dell’enciclica Laudato si’ – si riconoscerà da questo segno: che chiederà di conservare ad ogni costo i due amori. Altrimenti alle prime luci dell’alba, svanita l’ebbrezza dei bagordi, i due amori avranno lasciato spazio alle due schiavitù della venalità e dell’erotismo. E ci si ritroverà tramutati in asini come nel Paese dei Balocchi.

“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Scrive Nicolás Gómez Dávila in uno dei suoi aforismi più profondi che «l’amore è l’atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona». Potremmo dire, all’opposto, che il potere è l’atto che trasforma il suo oggetto da persona in cosa.

Nella sua forma più brutale il potere si tramuta in forza di distruzione. È allora che la forza diviene, come diceva Simone Weil, «ciò che rende chiunque le sia sottomesso una cosa». Dispiegando appieno la propria potenza la forza trasforma l’uomo in un cadavere, mutandolo in cosa di pietra.

Difficile allora immaginare due universi più distanti. Se l’amore si caratterizza per la personalizzazione, il potere si contraddistingue per la pietrificazione. Se amare è umanizzare, dominare è disumanizzare.

Pochi hanno saputo cogliere con la lucidità di Pier Paolo Pasolini l’abisso che divide questi due mondi. Basta pensare al suo ultimo film, Salò. Le centoventi giornate di Sodoma, dove a dominare incontrastata è proprio la pietrificazione.

Poco prima di morire Pasolini confesserà la ragione profonda della sua ultima opera cinematografica: vedere come l’azione del potere, svincolandosi dall’umanità, finisca per trasformare la persona in oggetto.

Il sesso, che nel film occupa uno spazio straripante, non è altro che la metafora del rapporto del potere coi corpi degli uomini soggiogati. Esso è, per dirla con le parole stesse del regista, la rappresentazione della «mercificazione dell’uomo: la riduzione del corpo a cosa» da parte di «quel potere che trasforma gli individui in oggetti».

A dispetto della maniacale esibizione di organi e gesti sessuali, nel film troneggia una glaciale compostezza; ovunque si respira un formalismo privo di calore – il grado zero dell’affettività. Gli individui sono assimilati a cose inanimate, e pertanto pietrificati. È un paesaggio desertificato, dove ogni traccia di umanità si è dissolta dopo aver incrociato lo sguardo del potere.

Nessun potere, perciò, si mostra mai «nudo». La maschera è il suo vero volto, e occorre che sia inguardabile – ovvero imprevedibile – come il volto pietrificatore di Medusa. Il potere si presenta mascherato, e dunque minaccioso. Nuda, sprovvista di misteri e segreti deve essere piuttosto la vita da sottomettere a sé.

L’umanità della persona, per contro, si definisce a partire dal volto. È per questo che ogni svilimento dell’incontro d’amore comincia col nascondere il volto umano. Accostare un corpo umano senza degradarlo allo statuto di oggetto equivale, infatti, a cominciare a percepirlo dal volto. Si incontra veramente qualcuno a partire dal suo sguardo. Lo sguardo personalizzante parte dal volto, percepire uno sguardo è l’incontro con una presenza che parla e invita a entrare in relazione. Il volto dell’altro è una autentica epifania che, come in una finestra aperta sul mistero, introduce al mondo dell’interiorità, immettendo nella dimensione della profondità.

E allora si manifesta tutta l’importanza del mutamento di significato della parola persona (prosopon), che nell’antichità indicava proprio la maschera teatrale. La persona, attesa da un destino d’amore, non può essere maschera. No, la persona è volto che rivela il soggetto e il suo cuore, e che in sé reca l’appello ad essere rispettata.

«Darò loro un cuore nuovo e uno spirito nuovo metterò dentro di loro; toglierò dal loro petto il cuore di pietra e darò loro un cuore di carne» (Ezechiele 11, 19). L’amore cristiano fece l’impresa: mutò la pietra in carne, diede un’anima alla maschera, la trasformò in un volto umano. Da allora l’uomo combatte con la forza dell’amore redentivo il maligno potere che ancora aspira a retrocederlo a cosa di pietra.

 

“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Il clima tossico del nostro tempo ha reso socialmente impresentabile ogni discorso che volesse insistere sull’antitesi tra la logica contraccettiva e la logica dell’amore vero. Eppure è difficile negare che la prima discenda da uno spirito quantitativo mentre la seconda attinge piuttosto a uno spirito qualitativo.

Cerco di spiegarmi: il condom a che porta se non a una amministrazione condom-iniale dei sentimenti? È un atteggiamento che propizia una disposizione a cavillare, a monetizzare, a quantificare: la tipica modalità di chi continua a speculare su numeri, percentuali, cifre. Avere come prima preoccupazione quella di preservare la propria incolumità fisica – non a caso grazie a un “preservativo” – ricorda la condotta senile dell’avaro che, unicamente preoccupato di conservare i propri “averi”, pretende solo “investimenti sicuri”.

Occorre però chiedersi se un simile amore sia ancora un amore umano. L’uomo, per definizione, è quell’essere fatto di carne. E la carne è debole, ancor prima che per il fatto di poter essere tentata dal male, in forza della sua fragilità. Avere un corpo implica la possibilità che la sua carne possa anche essere ferita, venire scalfita, smembrata, fatta a pezzi. La fragilità è il contrassegno della vita: ciò che vive può anche morire. È un tratto umano così essenziale da spingere lo psichiatra Eugenio Borgna a chiedersi «cosa sarebbe della condition humaine stralciata dalla fragilità e dalla sensibilità, dalla debolezza e dalla instabilità, dalla vulnerabilità e dalla finitudine, e insieme dalla nostalgia e dall’ansia di un infinito anelato e mai raggiunto?».

Chiunque impegni la propria carne – letteralmente “mettere in pegno” – si espone perciò al rischio della ferita. Ecco perché amare in profondità una persona, fino ad unire la nostra carne alla sua, è qualcosa di simile a una battaglia campale. È come dirle: “io combatterò al tuo fianco l’ultima battaglia, brucerò i ponti dietro di me in modo da precludermi una vile diserzione”. L’amore è naturalmente apparentato al coraggio della battaglia. Coraggioso è chi, pur sapendo esporsi a rischi anche mortali nel corso della lotta, accetta il rischio della ferita. Al contrario dell’avaro, che continua a chiedersi cosa non fare per conservare la propria incolumità, chi ama si chiede cosa fare per il bene della persona amata. Se l’avaro condom-iniale alza barriere, l’amante appassionato cerca di abbatterle per abbracciare l’amato o l’amata, non accontentandosi di averne una parte sola.

La disposizione condom-iniale si rivela una forma di sterilizzazione esistenziale. Volersi schermare da ogni rischio trasforma – forse gradualmente ma non meno inesorabilmente – in macchine, rende automi capaci solo di “combinarsi” ad “incastro” secondo un piano dove tutto è previsto. Ma è malsano non seguire altro che uno scherma dove tutto è calcolato e quantificato: l’assenza di slancio distrugge l’amore, che si nutre anche di creatività, non solo di gestione e amministrazione – le tipiche virtù dell’«etica delle cose». Nell’ordine delle cose materiali regna infatti un’etica che si esprime nella retta amministrazione: la prudenza è una delle sue virtù caratteristiche, ideale per gestire e conservare l’esistente. La logica di questo ordine di realtà è una sorta di razionalità calcolatrice. Ma l’ordine delle cose non può essere assolutizzato, non è rispetto a questo ordine che tutto può essere giudicato.

Si dimentica anche che la prudenza non esiste senza il rischio. In realtà il rischio è al servizio della prudenza. Pensiamo a un fatto concreto: chiunque deve intraprendere un viaggio sa che questo comporterà naturalmente dei rischi. Dirgli di “essere prudente” può significare: guida con moderazione, scegli la strada meno pericolosa, ecc. In altre parole: corri il minor rischio possibile. Ma in nessun modo questo equivale a dire: non correre alcun rischio. Per non correre alcun rischio occorrerebbe non partire nemmeno. Come accade a quegli amori che sembrano trascinarsi stancamente perché forse, in definitiva, non sono mai davvero cominciati.

 

“Stranizza d’amuri” di Andreas Hofer

Ha scritto Romano Guardini che le forme della sessualità, maschile e femminile, sono vincolate da un rapporto di reciproca polarità. Nessun polo è derivabile dall’altro, ciascuno è caratterizzato in se stesso. D’altro canto nessuno dei due poli è pensabile in contrapposizione e al di fuori della relazione con l’altro, di modo che, come recitano i versi sublimi di Rilke, gli amanti possono vicendevolmente dirsi che «tutto quello che ci tocca, te e me, insieme ci prende come un arco che da due corde un suono solo rende».

Dire polarità non equivale a dire contraddizione. Solo la polarità dà luogo a un legame vivente mentre la contraddizione genera conflitti irriducibili e incessabili dualismi. Uno dei mali più gravi della nostra epoca, prosegue Guardini, sta nell’aver confuso i concetti di contraddizione e polarità.

La polarità presuppone differenza, asimmetria, complementarietà. La differenza da sola però non basta. Occorre anche che tra uomo e donna vi sia similarità, simmetria, supplementarietà. Bisogna che uomo e donna, pur rimanendo essenzialmente differenti, possiedano anche una pari dignità. Se la differenza rende possibile l’attrazione, la parità rende possibile l’incontro.

Eros infatti è amore in tensione: la polarizzazione è necessaria al tendersi della sessualità. Essa esige che uomo e donna siano abbastanza simili per potersi stimare e riconoscersi come pari ma simultaneamente richiede anche che rimangano sufficientemente differenti da poter sperimentare una attrazione reciproca.

Amare è desiderare di formare un’unità, ma anche riconoscere e volere che l’altro esista come altro. In caso contrario avremmo solo una fusione che prevede la distruzione di entrambi. L’aspirazione all’unità è solo una delle componenti dell’amore. Se amo una persona devo pure volere che essa sussista indipendentemente da me. Voglio che si unisca a me, ma anche che rimanga altra da me.

L’amore umano è quel desiderio inesausto che per gli Antichi testimoniava la finitudine dell’essere umano. Eros, figlio di Poros (Espediente) e Penìa (Povertà), non può essere un dio. S’è mai vista una divinità implorante? S’è mai vista una divinità mendicante? Un dio bisognoso non è già più tale: divino è chi deve perlomeno non sentire bisogno, non bramare altro, non tendere all’infuori di sé.

E proprio per questo Cristo non ha distrutto Eros, replica Benedetto XVI a Nietzsche nella Deus Caritas est. L’amore del Creatore è fatto per rispondere all’amore della creatura. La vera natura dell’amore discende dall’incontro di agape (amore che discende) e eros (amore che ascende).