(articolo di Giulia Tanel uscito su Libertà e Persona)

“Per la prima volta in vita mia ogni sillaba pronunciata da lui aveva sapore. Anzi, non solo aveva sapore in sé, ma dava sapore ai miei giorni
“. Scrive così Annalisa Teggi nell’introduzione a Siamo tutti fuori – Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton (Berica Editrice, 2016), un agile ma denso libro di ‘appunti’ su diverse opere del celebre scrittore inglese. Infatti, precisa l’Autrice, “non è un saggio letterario su Gilbert Keith Chesterton. Non è esauriente dal punto di vista biografico. Non è metodico, non è sistematico. Sono i quaderni dei miei primi otto anni di scuola elementare“.

Chesterton, dal canto suo, non si definiva uno scrittore bensì un giornalista, “perché anche un poeta o un romanziere può essere, in fondo, nient’altro che un giornalista se a tema dei suoi contenuti c’è uno sguardo attuale sull’umanità. Anche l’uomo comune è un giornalista, se abita con meraviglia e senso critico i fatti di ogni suo giorno” (p. 91). Un senso critico che ha portato questo grande autore a essere quasi un profeta del nostro tempo, tanto complesso quanto incompreso.

Chesterton aveva a cuore l’uomo, che “non è – nota la Teggi – una scimmia evoluta; è un’anima immortale dentro un corpo che deperisce. È un unicuum, che va protetto abbracciando la sua carnalità imperfetta con la fortezza dei suoi bisogni eterni“. Siamo uomini finiti che aspirano all’infinito, anche se spesso ci illudiamo (e lo facciamo tutti!) di poter riempire da sé il vuoto che si sente dentro nel vivere senza il Creatore, finendo per cadere sotto la tirannia delle mode e del pensiero unico.

Un totalitarismo delle idee travestito da democrazia, una schiavitù realizzata nel nome della libertà, in un contesto dove, “come le onde del mare, sono visibili (e tollerabili) solo delle opposizioni superficiali e insignificanti, purché l’acqua sottostante resti placida. Tutto ciò è segno di una dittatura subdola cui fa comodo che esista una democrazia formale per ingannare la vista. A quanto pare le «pecore» umane non sono così sveglie da chiedersi come mai, se siamo così liberi, andiamo tutti in giro con la medesima pelliccia bianca” (p.105).

Spesso siamo uomini vivi solo fisicamente, ma morti dentro, nichilisti fin nell’intimo, come nota Chesterton in Uomovivo.

Di fronte all’analisi (effettivamente impietosa) che Chesterton dà della società, si potrebbe essere presi dallo sconforto: non c’è più speranza, l’umanità si è oramai persa e non è possibile ritrovare la bussola. Invece non è affatto così, come nota la Teggi: “A partire da questa pars destruens, Chesterton edifica la speranza, come ragionevole presenza. Se tutto il mondo è solo un caotico ammasso che tende al nulla, perché ne è parte una creatura che per natura contraddice il caos e il nulla, essendo capace di generare legami con l’esistente? Se il nulla e il caos sono la cifra dell’universo, perché dell’universo fa parte anche una sentinella?” (p. 30).

A tutte queste domande Chesterton una risposta l’ha data, e il libro “Siamo tutti fuori – Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton” di Annalisa Teggi ne fornisce uno spaccato ampio e originale, con quel tocco di leggerezza che fa tanto del bene alla letteratura, nella nostra mentalità ‘scolarizzata’ così spesso rivestita di una pesante patina di noia.

 

“Siamo tutti fuori” è disponibile in formato cartaceo e digitale presso lo shop online di Berica Editrice, Amazon e altre librerie digitali.

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(intervista di Davide Vairani uscita su La Croce – Quotidiano)

Jeux de mots e poker per definire il proprio mestiere, paradossi e arguzie sparse sul contatto coi bambini. È Annalisa Teggi, traduttrice italiana di Chesterton e apprezzata firma su più testate di “varia umanità”. Con Berica ha pubblicato una rassegna chestertoniana divulgativa dal titolo “Siamo tutti fuori”, e con lei abbiamo parlato di quest’ultimo lavoro, della passione per la lettura e di quella per la scrittura. E di come ci si imbatte nel suo amico Gilbert

“Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita”.

Non si tratta di una eterna ripetente senza voglia di studiare. Annalisa Teggi, una bacheca piena di diplomi e lauree, si racconta fin dall’introduzione nella maniera tanto amata da Gilbert Keit Chesterton: il paradosso. Annalisa ha appena sfornato – non a caso – un libro dal titolo “Siamo tutti fuori”. Sottotitolo: Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton. Ultima uscita della collana di Berica Editrice “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”. La stesa collana – per intenderci – che ha pubblicato tra gli altri sia “Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti che “Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri.

Nel suo blog Capriole Cosmiche (nato dopo la pubblicazione dell’omonimo libro), la Teggi ci accompagna passo passo fra i libri a cui ha lavorato. Di se se stessa scrive: “Non c’è un nome per il mestiere che faccio, e quindi gliel’ho dato io: letterante. Ante è una parola che dice molto di me. Innanzitutto è formata dalle sillabe iniziali del mio nome e cognome. In latino ante significa ‘prima’ e anche ‘davanti’. Non sono una che ama stare davanti o in prima fila, ma mi muovo sempre in anticipo. Questo è sia un pregio sia un difetto. Sono solerte, ma talvolta fin troppo apprensiva. Nel poker l’ante è una puntata che tutti i giocatori fanno prima di sapere che carte hanno in mano, per creare un piccolo ammontare per cui ‘valga la pena giocare’. Scommetto molto sul fatto che vale la pena giocare con le carte che mi trovo in mano di giorno in giorno.
Poi, ante è quel suffisso un po’ dispregiativo, che si usa in parole come ‘teatrante’ per indicare uno che bazzica nell’ambiente del teatro, ma fuori da qualsiasi categoria ufficiale. A me ricorda il dilettante, qualcuno che – tendenzialmente – si diletta di ciò che fa. Lo stesso vale per me, vivo di letteratura in modo vario ed eterogeneo: sono traduttrice letteraria, docente a contratto, blogger, sceneggiatrice teatrale”.

Il libro di Annalisa Teggi è uno di quei doni da prendere in mano, riprendere, rileggere, meditare. Non solo perché Chesterton è uno dei pochissimi autori capace di sorprendere e meravigliare ad ogni parola scritta, ma perché qui c’è di più. Leggendolo, si respira anzitutto una compagnia, una frequentazione intima che Annalisa fa trasudare navigando tra le parole dell’autore inglese.

Compagnia mi sembra una cifra che possa rendere bene lo spirito del tuo libro.

“Direi che Chesterton per tutta la sua vita ha sempre avuto a cuore chi non ha una compagnia. Chi non è cristiano può trovare nei suoi libri un amo, un gancio che lo prende e lo porta fuori dalla solitudine; chi è cristiano ne trova conferma del fatto che in fondo da soli non ci si salva. Il vero pericolo dell’uomo è la solitudine, è il pensare che tutto il mondo sia costruito su un senso negativo delle cose. Lo ha vissuto anche Chesterton durante la sua adolescenza. La solitudine – diceva – è il regno del diavolo”.

Annalisa è schiva nel parlare di sé e lo fa quasi in punta di piedi. Ma le sue parole sono davvero potentemente vive.

Nell’introduzione scrivi: “mi occorreva imparare da capo un metodo e uno sguardo per vedere l’essenziale presente in tutto e, perciò, perennemente invisibile. Dovevo tornare alla scuola elementare”. E il maestro di questa scuola per te è stato ed è ancora oggi Chesterton. Come ti sei imbattuta in lui?

“Imbattuta è la parola giusta. Non l’ho cercato, è davvero lui che mi è arrivato. In un momento della mia vita davvero negativo. Da poco sposata, con in mano una laurea in lettere e da pochissimo un dottorato in letteratura comparata. Nessuno sbocco lavorativo. Ho provato a fare di tutto. Poi un giorno un editore mi chiese di lavorare su Dante. Mi ci sono buttata a capofitto (adoro Dante) e a un certo punto alt. Lo stesso editore mi chiede di lavorare ad una traduzione del ‘Cavallo Bianco’ di questo G.K. Chesterton. Mai sentito nominare. E da lì, un po’ riluttante, ho scoperto un compagno di vita dal quale imparo ogni giorno come essere una donna viva”.

Spesso quando si legge un libro ce se esce con questa frase: “Mi ha cambiato la vita”. E’ un modo di dire esagerato o cosa? Ci puoi fare un esempio?

“No no. Per me la frequentazione di Chesterton davvero ha cambiato la vita. Molto della mia famiglia sta in piedi grazie a Chesterton. Stavo traducendo ‘L’uomo che fu Giovedì” composto nel 1908. L’impresa che nella trama Gabriel Syme deve compiere, è quella di confrontarsi con un nemico spietato, che sparge terrore e disordine nel mondo: l’anarchia. La sua discesa agli inferi assume, innanzitutto, la forma della discesa nel covo di una congregazione di anarchici, la cui sede sotterranea è stipata di fucili, rivoltelle e bombe. Il paradosso che prende corpo in tutta la produzione di GKC è che l’uomo si accorge davvero della luce (vita) solo mettendola a fuoco sullo sfondo del buio (morte). La mente dell’uomo può essere una bomba distruttiva – quando rivolge eccessivamente gli occhi verso l’interno – ma essa può anche generare un’esplosione benefica, se rivolge lo sguardo alla sua relazione con il mondo esterno e vivente. Si tratta, attraverso un percorso audace, di mettere a fuoco questa risorsa buona che giace nel profondo di ogni uomo. E, come insegnava la fotografia di un tempo, affinché in un’istantanea emergano i colori, si deve passare dalla camera oscura. Ecco. In quel periodo mio marito se ne va a lavorare all’estero per un lungo periodo. Intanto io rimanevo a casa con i nostri figli piccoli. Bhè, più leggevo le avventure di Gabriel Syme e più capivo che la bellezza del nostro rapporto matrimoniale passava anche da quell’allontanamento, da quel sprofondare in un apparente buio. Guardarsi da lontano ogni tanto aiuta a riconoscersi, vieni provocato, e quindi il viaggio all’estero di mio marito è stata una opportunità per ritrovarci ancora più coscientemente innamorati”.

Ne “L’uomo che fu Giovedì” c’è un aforisma che tu riporti: “Il male è così malvagio da farci pensare che il bene sia solo un caso; ma il bene è così buono da darci la certezza che dev’esserci una spiegazione per il male”.

“Chesterton è il maestro dei ma. Un uomo che dentro la Grazia dell’Incontro con Cristo si converte al cattolicesimo e sa usare la ragione fino in fondo. Don Giussani, grande appassionato di Chesterton, scriveva: ‘Che cosa succede quando mi accade l’avvenimento cristiano? La fioritura dell’umano. Il cristianesimo è un avvenimento in cui l’io si imbatte e che scopre essergli ‘consanguineo’, è un fatto che rivela l’io a se stesso’ (L. Giussani, All’origine della pretesa cristiana). Quando ho incontrato Cristo mi sono scoperto uomo. Questa frase dal sapore chestertoniano esprime bene quel che avviene quando la fede è un’esperienza reale. In questa esaltazione dell’umano risiede tutta la ragionevolezza della fede cristiana. L’avvenimento di Cristo riconosciuto fa vivere tutto in modo diverso. E proprio questa modalità nuova, ‘sovversiva e sorprendente’ di vivere il quotidiano che diventa la verifica della verità dell’incontro fatto: Cristo esalta la ragione, Cristo esalta l’affezione, Cristo esalta la libertà! ‘Qual è la ragione che ha la fede? La ragione che ha la fede è che essa realizza la mia umanità con le sue esigenze, muta in meglio, fa camminare la mia umanità’, esalta tutto il mio umano. E chi non desidererebbe per sé una simile esaltazione? Ecco in Chesterton tutto ma proprio tutto è all’insegna dell’esaltazione della ragione”.

Chesterton è anche un autore che spiazza spesso. A te Annalisa è successo quando ti sei messa a “litigare” con un avverbio: badly. Ci puoi raccontare questa cosa, che mi sembra davvero interessante?

“In ‘Cosa c’è di sbagliato nel mondo’ scritto nel 1910 c’è un celebre aforisma che in inglese recita: ‘if a thing is whort doing, it is worth doing badly’, che di solito viene tradotto così: ‘quando c’è qualcosa che vale la pena fare, vale la pena farla male’. Pensai fosse un errore di stampa. E’ un passo in cui Chesterton parla del compito educativo delle madri e mi pareva assurdo affermare che le mamme fanno male i loro doveri. In quel periodo stavo vivendo una forte depressione post-parto dopo la nascita del mio secondogenito. Ero incapace di guardarmi, pensavo di non essere capace di fare nulla, che stessi sbagliando tutto. Insomma, ero davvero uno straccio. Ma rimuginai su quello strano significato della frase. In effetti, il primo periodo della maternità è un momento delicato in cui la donna è molto provata. Sebbene se ne parli poco, la depressione post-parto esiste. E’ stato grazie a quel badly che sono riuscita a recuperare una visione positiva della mia depressione: Chesterton intendeva dire che le madri fanno male le cose che vale la pena di fare, cioè sono prostrate, eppure sono in grado di adempiere un compito gigantesco. Ci sono, anche se deboli, A volte sbagliano clamorosamente, ma (salvo casi patologici), tirano su dei figli sani, fisicamente e mentalmente”.

E qui – a mio avviso – tocchiamo uno dei punti nodali del pensiero di Chesterton. Che posiamo riassumere così: un ideale è ciò che massimamente sostiene l’uomo nella sua vita privata e sociale, ed è perciò la cosa più pratica che esista. La famiglia è l’unica istituzione che custodisce un ideale sano e pienamente umano.

“Verissimo. Sempre in ‘Cosa c’è di sbagliato nel mondo’, Chesterton scrive: ‘Un ideale chiaro è di gran lunga la necessità più urgente e pratica per l’attuale problema inglese, più di qualsiasi piano immediato o proposta. Perché il caos attuale è dovuto a una generale dimenticanza di tutto ciò a cui originariamente gli uomini aspiravano. Nessun uomo domanda più che desidera, ogni uomo chiede quello che si figura di poter ottenere. C’è solo una cosa nuova che si può fare sotto il sole ed è guardare il sole. Se ci si prova in un’azzurra giornata di giugno, si capirà perché gli uomini non guardano in faccia gli ideali. C’è solo una cosa davvero sorprendente che può essere fatta con un ideale ed è realizzarlo. Affrontarlo nella sua ardente logica e con le sue spaventose conseguenze’. Nulla di più attuale. Siamo stati persuasi che un uomo felice non è una presenza di valore in sé e per sé, ma lo è solo se produce quei frutti che i criteri economici, civili, psicologici giudicano adeguati. Lo stress è la malattia della modernità, un’ansia di prestazione che invade ogni cellula del nostro corpo e della mente. Chesterton lo diceva un secolo prima di Bauman. E’ accaduto un rovesciamento malefico che ha ribaltato la prospettiva attraverso cui giudicare i fatti umani e Chesterton ne segnalò le conseguenze nella crisi di tre grandi pilastri della società: la politica, la famiglia e l’educazione. Chesterton parlava già della fragilità dei rapporti usando l’immagine delle bolle di sapone per descrivere la facilità con cui stava diffondendo l’idolo dell’amore libero: ‘Se tutti galleggiassimo in aria come bolle, liberi di andare qua e là in ogni momento, il risultato sarebbe che nessuno avrebbe il coraggio di cominciare una conversazione. Sarebbe così imbarazzante cominciare sussurrando una frase e poi dover urlare per finirla perché l’interlocutore è svolazzato altrove, nell’etere inconsistente e vasto. Due persone devono stare attaccate per essere giuste l’una verso l’altra’”.

Per Chesterton la madre è e deve rimanere un “irresponsabile”, nel senso letterale del termine: il suo compito la rende una creatura che non risponde a nessuno. Il suo impegno è così totalizzante da non tollerare vincoli di sorta. La casa è il luogo che difende questa sua libertà eccedente e sacrosanta, laddove ogni istituzione esterna del mondo le proporrebbe solo anguste gabbie, travestite da civiltà, buon senso, salute. La madre è custode di quel criterio umano che non si limita al “valore produttivo” o al “contributo civile” di un essere umano, ma tutela la presenza stessa di ogni essere umano come un bene immenso.

“Io sostengo che dobbiamo immediatamente cominciare tutto da capo, e cominciare dalla parte opposta. Comincio con i capelli della bimba. Che sono in ogni caso una cosa bella. Qualsiasi altra cosa può essere cattiva, ma l’orgoglio di una brava madre per la bellezza della propria figlia è una cosa buona. Questa è una di quelle tenerezze purissime che sono le pietre angolari di ogni epoca e razza. Se ci sono altre cose che si oppongono a ciò, queste altre cose devono sparire. Se i grandi padroni, le leggi e le scienze si oppongono a ciò, i grandi padroni, le leggi e le scienze devono sparire”.

Insomma, il libro di Annalisa Teggi va comprato, regalato, usato fino a farlo scolorire. Perché è un toccasana per la mente e il cuore dell’uomo, di ogni donna e uomo che non si rassegnano al pensiero dominante del “love is love”, dell’uomo come merce e prodotto da acquistare e vendere, della libertà intesa come fare ciò che si sente dentro. Dentro questo libro si attraversa la memoria sempre viva di cosa significa essere persone: in modo ironico, pungente e umile.

(Recensione di “Siamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton” di Annalisa Teggi, scritta da Rosalba Scrima e uscita sul blog di Costanza Miriano)

Come spesso accade, il sottotitolo di un’opera è sempre rivelatore del suo profondo contenuto. Così anche in questo testo, pubblicato per Berica Editrice, all’interno della collana UOMOVIVO, l’autrice, Annalisa Teggi, saggista e traduttrice di svariati testi di Chesterton, ci accompagna alla scoperta della “meraviglia” contenuta negli scritti dell’autore inglese. Di che tipo di meraviglia si tratta? Su cosa Chesterton ci costringe a riflettere, operando un costante ribaltamento di prospettiva del pensiero e dell’esperienza del mondo moderno? Sulla vita ad esempio, e sulla sua positività, nel suo significato etimologico di positum, cioè dato. Afferma infatti in Cosa c’è di sbagliato nel mondo: “Io sono molto più sicuro del fatto che le cose sono buone in principio, piuttosto che andranno bene alla fine.
Questo mosaico di cose, questa carne, queste pietre sono cose buone; di tutto ciò sono più sicuro di quello che sono capace di esprimere… Noi dobbiamo considerare la vita come un’incursione o come una grande avventura; quindi deve essere giudicata non dalle calamità che incontra per via, ma dalla bandiera che segue o dal grande paese che attacca. La cosa più pericolosa del mondo è che è vivo; si è sempre in pericolo di vita. Ma chiunque si ritira, tradisce il grande schema ed esperimento dell’essere”. A questo punto viene da chiedersi come sia possibile un tale capovolgimento. Quale meccanismo sia necessario innescare. O quale faticoso percorso intraprendere. Anche per la nostra scrittrice non è stato subito chiaro, nonostante abbia tutte le competenze, molti titoli certificati dalle pergamene affisse nello studio di casa. In perfetto stile chestertoniano ci spiazza, svelandoci che “alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare, …e  la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita”.

Perché? Perché “mi occorreva imparare da capo un metodo e uno sguardo per vedere l’essenziale presente in tutto e, perciò, perennemente invisibile”. È così che si comprende il filo conduttore di questo volume in uscita oggi. Non un saggio o una biografia su uno dei più importanti autori inglesi, ma una raccolta di riflessioni che Annalisa Teggi è stata indotta a fare proprio dai testi tradotti, il coinvolgimento di quelle parole con la sua vita, i ribaltamenti operati sia nelle vicende quotidiana, sia sui temi di attualità. Ci vengono raccontati episodi anche personali, in cui il “male di vivere” a volte prende il sopravvento. Quel male su cui la maggior parte della produzione letteraria del novecento si è soffermata, quel cuore di tenebra, “carta d’identità dell’uomo moderno”, che Chesterton, ancora una volta andando controcorrente, ribalta, sottolineando che “il tratto distintivo ed essenziale della nostra idea umana è che un uomo buono e felice è un fine in se stesso, è che ogni anima vale”, perché l’uomo è un unicuum, che va protetto abbracciando la sua carnalità imperfetta con la fortezza dei suoi bisogni eterni.
Allora l’intuizione nebulosa della letteratura come energia per affrontare la vita in tutte le sue declinazioni torna a splendere.

Aveva ragione Testori quando diceva: “Non sbaglierà, nonostante tutti gli errori, chi avrà voluto bene alla realtà, ossia alla creazione. Amando la realtà, ci sei dentro, ci vivi già dentro e abbracci il tuo tema, la vita, senza bisogno di astrazioni. Basta amare la realtà, sempre, in tutti i modi, anche nel modo precipitoso e approssimativo che è stato il mio. Ma amarla. Per il resto non ci sono precetti”.

(articolo di Silvia Lucchetti uscito su Aleteia)

A Gilbert Keith Chesterton è dedicato il nuovo libro della collana Uomovivo, ispirata allo scrittore inglese: “Siamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G. K. Chesterton” di Annalisa Teggi (Berica editrice). Il libro è un vero e proprio omaggio che la traduttrice dei suoi testi – in veste di autrice – rivolge al maestro della meraviglia e del paradosso attraverso un “viaggio” nelle sue opere.
Annalisa Teggi racconta nel suo blog come è nata la sua “storia” con Chesterton che, come spesso capita con i grandi amori, non è cominciata con un colpo di fulmine, ma…
«Mi ricordo bene quel giorno, era il 26 Dicembre del 2008 e rientravamo a casa da Milano, dopo aver festeggiato il Natale a casa coi nonni. (…)e io ricevetti quella benedetta telefonata. Il lungimirante e paterno editore Walter Raffaelli mi chiamava per chiedermi una cosa che mi fece molto arrabbiare; mi aveva promesso di pubblicare un libro su Dante (promessa poi ampiamente mantenuta), ma voleva che io mettessi da parte il progetto per dedicarmi ad altro: tradurre un’opera di G. K. Chesterton. Conoscevo solo di nome Chesterton e dopo quella telefonata mi diventò molto antipatico, perché giungeva all’improvviso a dare un calcio nel sedere al mio amato Dante».

DOPO L’ANTIPATIA… VIENE LA PASSIONE

Dal 2008 l’autrice ha tradotto 11 libri di Chesterton, e come scrive nell’introduzione… «Alla tenera età di 32 anni ho cominciato la scuola elementare. Sono trascorsi otto anni da allora e la sto ancora frequentando, se Dio vuole spero di rimanerci fino all’ultimo istante di vita».

Nel libro la Teggi ci prende per mano e ci accompagna alla scoperta delle opere di Chesterton raccontandoci di letteratura e di vita, compresa la sua, ricca di nuovo sapore da quando si è immersa nelle parole del maestro inglese.

«È corretto dire, come afferma il proverbio su Maometto e sulla montagna, che non sono stata io ad andare a scuola, ma è stato il maestro elementare a venire da me. Ho cominciato a tradurre le opere di Gilbert Keith Chesterton senza sapere nulla su di lui. Mi sono tuffata a capofitto nei suoi libri in modo discontinuo, disordinato, bulimico, affannoso. L’entusiasmo è andato di pari passo allo stordimento, perché per la prima volta in vita mia ogni sillaba pronunciata da lui aveva sapore. Anzi, non solo aveva sapore in sé, ma dava sapore ai miei giorni».

LE MADRI FANNO MALE LE COSE CHE VALE LA PENA FARE

Annalisa Teggi racconta che nell’affrontare l’opera “Cosa c’è di sbagliato nel mondo”, e soffermandosi in particolare su un aforisma che non sapeva bene come tradurre, riuscì invece a centrare il senso del saggio che stava affrontando. Il detto recitava: «if a thing is worth doing, it is worth doing badly», tradotto di solito: “quando c’è qualcosa che vale la pena fare, vale la pena farla male”. Non conoscendo ancora l’anima del suo autore le venne di tradurre quel “badly” con “di brutto”, nel senso di “per davvero”, era una frase relativa al compito educativo delle madri e l’autrice aveva da poco avuto il suo secondo figlio. Quando si accorse di “combattere” con un aforisma celebre, decise di attenersi alle traduzioni ufficiali, e rese il termine con “male” pur continuando a rimuginare sul senso della frase. “Poi, col passare del tempo, mi sono convinta che quell’errore, in fondo, non fosse tale”.

L’autrice prova a spiegare il perché attraverso la sua esperienza personale di madre, che aveva appena partorito il suo secondogenito.

«In effetti, il primo periodo della maternità è un momento delicato in cui la donna è molto provata. Sebbene se ne parli poco, la depressione post-parto esiste. Io mi accorgevo che, in un momento così cruciale per un neonato, il mio stato d’animo era fragilissimo e la mia energia fisica scarsissima. È stato grazie a quel «badly» che sono riuscita a recuperare una visione positiva della mia depressione: Chesterton intendeva dire che le madri fanno male le cose che vale la pena fare, cioè sono prostrate, eppure sono in grado di adempiere un compito gigantesco. Ci sono, anche se deboli. A volte sbagliano clamorosamente, ma (escludendo i casi patologici) tirano su dei figli sani, fisicamente e mentalmente».

LA FAMIGLIA CUSTODE DELL’IDEALE

Questa consapevolezza fece toccare alla traduttrice il senso profondo dell’opera con cui si stava cimentando, che si può sintetizzare in due aspetti: “1) un ideale è ciò che massimamente sostiene l’uomo nella sua vita privata e sociale, ed è perciò la cosa più pratica che esista; 2) la famiglia è l’unica istituzione che custodisce un ideale sano e pienamente umano”.

L’ideale essenziale su cui si concentra Chesterton è agli antipodi del culto per la meritocrazia, l’eccellenza e l’efficienza che pervade la nostra società, e il cui unico antidoto è rappresentato dalla famiglia. Ne è chiara dimostrazione, come mostra la diretta esperienza dell’autrice, ogni madre che, seppur perennemente stanca, è comunque capace di prendersi cura dei propri figli.

«Il mondo non sta in piedi perché ci sono uomini che sono sempre al massimo delle proprie capacità, ma più semplicemente perché la gente è all’opera tutti i giorni liberamente, coi suoi alti e bassi».

LA METAFORA DEL PRIMATO DELLA GALLINA SULL’UOVO

Chesterton, “giocando” sul dilemma della primogenitura tra l’uovo e la gallina per sostenere ciò che gli stava fortemente a cuore, si schiera apertamente con la gallina in netta contrapposizione con una società che idolatrava ai suoi tempi, e continua ad idolatrare ancora adesso l’uovo.

«Lasciando da parte le complesse questioni relative alla colazione dell’uomo, a livello elementare l’uovo esiste solo per produrre la gallina. Ma la gallina non esiste solo per produrre un altro uovo. Esiste anche per divertirsi, per lodare Dio, perfino per suggerire idee ad un drammaturgo francese. Essendo una forma di vita cosciente, essa è, o sarà, di valore in se stessa. Ebbene, tra i nostri politici moderni domina una fastidiosa dimenticanza; essi dimenticano che la creazione di questa forma di vita felice e cosciente è, dopo tutto, lo scopo di tutte le difficoltà e di tutti i compromessi. Non si parla d’altro che di uomini capaci e di istituzioni efficienti, e questo equivale a dire che noi siamo in grado di pensare alla gallina solo come a quella cosa che produrrà un altro uovo».

Siamo persuasi o meglio ci hanno persuaso, come sottolinea l’autrice, che essere felici non ha valore in quanto tale, ma soltanto se genera effetti favorevoli secondo i canoni economici, civili e psicologici attualmente dominanti.
Incredibilmente manca “(…) l’essenziale, che è invisibile agli occhi – dice Saint-Exupéry. È invisibile perché è fin troppo visibile. L’essenziale è così presente in ogni circostanza, evento e frammento di realtà, che non riusciamo più a vederlo”.

Chesterton con l’ironia e il paradosso ci restituisce, come è avvenuto per l’autrice, la visione e il gusto di ciò che è veramente fondamentale per la nostra vita.

 

Gilbert Keith Chesterton, poliedrico scrittore inglese celebre fra le altre cose per le avventure del prete detective padre Brown, è l’autore del libro che dà il nome alla collana di Berica Editrice “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”.

L’ultima uscita del progetto editoriale, “Siamo tutti fuori. Viaggio nel paese delle meraviglie di G.K. Chesterton”, è proprio un omaggio al maestro del paradosso e della meraviglia, un viaggio nella sua opera con gli occhi di chi da anni vive un corpo a corpo costante con la sua scrittura traducendone i testi, Annalisa Teggi.

Attiva nel web col blog Capriole Cosmiche  (nato dopo la pubblicazione dell’omonimo libro), attraverso cui raccoglie impressioni di vita e commenta la cronaca, la Teggi ci accompagna passo passo fra i libri a cui ha lavorato, mostrandoci però come sia possibile, alla scuola di Chesterton, trasformare la critica letteraria in vita, in quotidianità, perché la buona letteratura non ha senso se non ha un contatto con il reale.

Un uomo potrebbe davvero imparare molto sullo spirito speciale di Chaucer guardando le margherite, piuttosto che leggendo molte ineccepibili annotazioni di docenti e dottori di letteratura”, scriveva Chesterton, ed è questo l’approccio della Teggi, novella Alice nel paese delle meraviglie, come recita il sottotitolo, di un autore che ha fatto dello stupore una delle missioni della propria vita.

Il mondo non morirà mai di fame per la mancanza di meraviglie, quanto per la mancanza di meraviglia.

C.K. Chesterton

È corretto dire, come afferma il proverbio su Maometto e sulla montagna, che non sono stata io ad andare a scuola, ma è stato il maestro elementare a venire da me. Ho cominciato a tradurre le opere di Gilbert Keith Chesterton senza sapere nulla su di lui. Mi sono tuffata a capofitto nei suoi libri in modo discontinuo, disordinato, bulimico, affannoso. L’entusiasmo è andato di pari passo allo stordimento, perché per la prima volta in vita mia ogni sillaba pronunciata da lui aveva sapore. Anzi, non solo aveva sapore in sé, ma dava sapore ai miei giorni.

Dall’introduzione di Annalisa Teggi

 

Dal 29 novembre “Siamo tutti fuori” è disponibile in formato cartaceo e digitale presso lo shop online di Berica Editrice, Amazon e altre librerie digitali.