by la nostra inviata da Boston, Radical Chic pentita, Serena Di (di cui è imminente l’uscita del suo primo libro “Confessioni di una Radical Chic pentita”🏂😎)

Ve lo dico subito, io con Sanremo ho una rapporto complicato. 

La prima volta che ci sono andata il co-conduttore insultava i giornalisti e un’agente molto simpatica ha preteso che intervistassi tutti i suoi cantanti, con annessi parrucchieri-star e stylist, alle quattro di mattina. La seconda volta sono stata travolta dai fan di Cat Stevens e i miei colleghi mi hanno rinvenuta accanto alla statua di Mike Bongiorno (altro che l’assalto al forno delle grucce). Capirete perciò che quando l’ennesimo capo mi ha chiesto di tornarci per la terza volta stavo per far partire una denuncia per mobbing. Quest’anno però è diverso, non sono obbligata a essere lì e soprattutto a scrivere cose che non penso. 

Se fossimo su un giornale qualsiasi oggi leggereste un articolo che parla di Fedez, più impaurito del cucciolo di Labrador della carta igienica, di Achille Lauro che va dallo stesso parrucchiere della Bertè, di quanto sia dimagrita Noemi (eh sì nel 2021 stiamo ancora a parlare del peso della gente) e degli applausi finti che insomma ma meglio di niente.

Ma non siamo su un giornale qualsiasi né su una pagina twittarola piena di product placement (e meno male), questo è il blog dei Mienmiuaif, il duo con l’anello che Albano e Romina scansateve proprio, qui è tutto aggratis e dato che non sono pagata da una casa di moda per scrivere di quanto fosse “Wow” il make up di quella cantante che ha pure stonato di brutto, vi voglio parlare dei veri protagonisti della prima serata di Sanremo 2021: Giovanna e Amadeus. Due coniugi che con i nostri beniamini hanno una cosa in comune. La Panda? No, il profilo di coppia.

Lo so, non sono cantanti, e a quanto pare dalle parti di Instagram e Facebook c’è chi storce il naso quando vede due piccioncini avvinghiati nella foto profilo, pare sia disdicevole, terribilmente fuori moda, un po’ ridicolo e agè, quasi quanto il segno della croce che il povero Amadeus si è fatto in apertura, prima di scendere le scale. Ma come Amadeus? Non lo sai che queste cose nel 2021 non si fanno più? Soprattutto in televisione, con i social che sbirciano, con gli haters che non aspettano altro che insultare te e la tua famiglia e darti del retrogrado, del medievale, dell’analfabeta digitale. E che dire di Giovanna che conduce anche bene e ha solo la colpa di stare insieme a te da quasi vent’anni? Se la sono mangiata. Inutile ricordare, come hai fatto tu, che ogni angolo trabocca di amanti, voi avete la fede e questo non perdona. 

Ebbene, dato che so che ovunque sarà così, oggi io voglio celebrare te e Giovanna e dirvi di non cambiare mai, rimanete sempre così e non andate a cercarvi un social media manager da cinquemila euro al mese. Vi photoshopperà gli zigomi e da lì poi sarà un attimo che vi ritrovate a pubblicizzare Fitvia.

di Emanuela Roman, autrice dell’ultimo libro della collana UOMOVIVO, Piuma. Il miracolo di una bambina di pochi grammi

Sono rimasta davvero stupita dall’entusiasmo con cui Piuma è stato accolto. Mi è arrivata una pioggia di messaggi e telefonate inaspettate, donne che hanno sentito il bisogno di ringraziarmi per un libro che è rimasto in un file del desktop a lungo e che non avevo nemmeno pensato di proporre per la pubblicazione. Invece…

Silvia mi ha scritto una domenica di gennaio: “L’ho letto tutto in un fiato! È bellissimo! Che emozione, davvero… pianto e amore! Una scossa la cuore”. Piuma è questo, una scarica elettrica al cuore, una defibrillazione che riporta il nostro animo sopito da una realtà chiusa, ingrigita e spaventata alla luce della speranza e della vita.

Elena, che non ho mai visto né incontrato nella mia vita, mi ha scritto che questo libro dovrebbe essere una pietra miliare in tutti i reparti di ostetricia e di terapia intensiva neonatale degli ospedali italiani… certo, mi piacerebbe molto che questo potesse accadere, perché lo scopo principale per cui Piuma è stato pensato è di farsi strumento di aiuto nelle mani di altre donne.

E poi Daniela: “Ho divorato il tuo libro in poche ore, mi sono tanto commossa, è stupendo perché vero e profondo, complimenti!”, ma anche Martina, pure lei sconosciuta, che mi ha chiamata per raccontarmi di come questo libro l’abbia aiutata in un momento in cui si chiedeva profondamente se concedersi o meno la possibilità di una nuova maternità perché a quella precedente era seguito un periodo di depressione post-partum lungo e faticoso e la paura di ricadere in quelle sofferenze era tanta.

Tante testimonianze e storie di vita che emergono e si smuovono nell’intimo, persone che desiderano raccontarmi la loro storia, simile o diversa dalla mia ma sempre ricca di senso, piena di bellezza in tutti gli angoli, fino ai più spigolosi.

Elisa: “Ho divorato il libro, scritto bene e questo non guasta, argomento tosto e vero perché nessuno ti prepara all’eventualità che possa non andare tutto a buon fine… complimenti per il tuo coraggio per aver condiviso il tuo percorso di mamma anche se al tuo fianco c’è stato il coraggio di un grande marito e papà”. Questo per ricordarmi che i successi non mi appartengono, sono frutto di collaborazioni, il Buon Dio fa il grosso del lavoro e a noi lascia una piccola briciola, ma da Padre amorevole alla fine ci dice: “Sei stato bravissimo!”, attribuendoci fiducia e meriti che sono solo suoi. Ma Lui è fatto così! Ama donare! 

Nicoletta, il primo gennaio, ha inaugurando il nuovo anno con questo messaggio: “…che grande dono ci hai fatto nell’aprire il tuo cuore. Ho appena finito di leggere il tuo miracolo d’amore infinito, ho divorato le pagine del tuo libro, pagine vibranti di ogni possibile sentimento. Il tuo primo incontro con Beatrice è di una potenza stravolgente, è un punto che fa luce sul prima e il dopo. Straordinaria la sensazione di essere lì con voi. Non posso fare altro che ringraziarti!”. Mi hanno lusingato molto gli apprezzamenti stilistici perché la preoccupazione era che non venisse apprezzata la forma.

Per finire, mi piace citare un messaggio che è stato emozionante leggere per la delicatezza che esprime, in armonia con la leggerezza di Piuma: “In Piuma ho ricevuto una carezza a ogni pagina ma anche tanti scossoni, non è solo dolcezza ma anche coraggio, forza e determinazione di chi sa per cosa combattere: per la vita e l’amore. La piccola Piuma ha saputo volare sopra tutte le difficoltà iniziali della vita e continuerà a farlo perché lei è una vera esperta di volo”.

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

La notte scorsa ho fatto un sogno. Uno di quelli strani. Dovevo incontrarmi per un colloquio mensile con il mio padre spirituale, una guida che mi sopporta e del quale ogni povero (in)fedele come me necessita. Un confronto di buoni propositi per poter affrontare al meglio il periodo quaresimale.

Ero appena entrato in chiesa, le luci erano spente e il silenzio totale. Mi sono inginocchiato davanti al tabernacolo e poi ho camminato tra i banchi, quando ho visto il mio padre spirituale seduto in prima fila davanti all’altare. Era col capo abbassato, talmente immerso nella meditazione da non avermi neanche sentito. Pensavo stesse pregando la liturgia delle ore, per cui mi sono avvicinato titubante. Da lontano ho visto dei fili scendergli dalle orecchie e ho scoperto che aveva gli auricolari. Pensavo stesse ascoltando qualche meditazione, magari su padre Pio oppure qualche omelia di don Luigi Epicoco… mi sono avvicinato per scoprirlo. Fra le mani aveva un vecchio iPhone. Non potevo crederci. Ho cercato di guardare meglio. Era su Spotify. Stava ascoltando Viva Forever, le Spice Girls!

“Felt like my savior, my spirit I gave you, we’d only just begun…” (Pensavo fossi il mio salvatore, ti ho dato il mio spirito e avevamo appena cominciato), cantava con fare nostalgico. Si è girato verso di me come Jim Carrey nei panni dell’Enigmista.
“Salvatore, benvenuto nella casa del Signore”. Mi sono ammutolito, ma lui ha continuato: “Sono stato io ad attivare il segno della Croce, lo hai visto in cielo? Così luminoso è il segnale che aspettavi per questo incontro!”. Intanto continuava a fissarmi. Mi ha chiesto: “San Giovanni della Croce, San Paolo della Croce, Santa Teresa Benedetta della Croce… Come può coesistere la vita con la Croce?”.

Già, come? Mi è venuto in mente quando ero sotto la croce bianca del Krizevac e piangevo a dirotto perché non riuscivo a smettere di fumare oppure quando mi vergognavo di leggere il salmo durante la Messa. Ho ripensato a quanto ero disperato nella cappella dell’ospedale e mi è apparsa all’improvviso una nonnina che mi ha appoggiato una mano sulla spalla e mi ha detto: “Dio ha un progetto per ognuno di noi. Se ti lascia soffrire è perché ti vuole davvero bene. Non permetterebbe mai di darti una prova che tu non possa superare”.

Ho rialzato la testa con gli occhi un po’ lucidi e ho visto delle luci di scena sull’altare, come se fossimo in un set cinematografico mentre al mio fianco e in tutta la chiesa una miriade di fedeli cantava a squarciagola Viva Forever, alzando le mani al cielo e muovendole al ritmo della canzone.

Ho iniziato a pregare il Rosario, nonostante tutto, e al mio fianco è spuntato un mio amico che con l’espressione di Benicio del Toro nei panni di Jackie Boy in Sin City mi ha chiesto: “Stai pregando, vero? Nessuno  smette mai sul serio, spunta sempre una coroncina bianca di Medjugorje quando le cose non vanno…”

Mi sono svegliato all’improvviso con in testa la canzone delle Spice. Ho guardato l’orologio: avevo dieci minuti per presentarmi al colloquio col mio padre spirituale! Mi sono lavato e mi sono vestito tipo Flash e sono volato in chiesa. Sono entrato, mi sono inginocchiato davanti al tabernacolo e ho cercato il parroco tra i banchi. Gli sono andato incontro ma non sembrava prestarmi alcuna attenzione. Ho pensato che stesse meditando la liturgia delle ore… “Live forever, ever searching for the One” (Vivi per sempre, sempre alla Sua ricerca).

di Giuseppe Signorin

Finalmente, qualche tempo fa, ho visto Star Wars. Un classicone del cinema americano che mi mancava. Non ho capito tuttissimo perché Anita aveva la necessità di parlare di, con e sul film. Quando ci capita di guardare insieme qualcosa in tv, cerca di farmi un sacco di domande. Ma io non cedo alla tentazione e non le rispondo. Se la trama è complicata, potete capire quanto diventi ancora più complicata. Era il primo episodio della saga, suppongo, considerato il sottotitolo: Il futuro ha inizio.

Nelle prime scene nasce un bambino di nome Jim (James Tiberius Kirk). Il padre, per permettere che venga al mondo, muore a bordo di una navicella spaziale. È tutta fantascienza. Questo Jim cresce nell’Iowa come un piccolo ribelle e si mette spesso nei guai. Nel frattempo viene raccontata la storia di un altro ragazzino, di nome Spock, nato sul pianeta Vulcano da madre umana e padre vulcaniano. (Durante la pubblicità avvisano che presto ci saranno gli altri episodi, sullo stesso canale; io nemmeno mi accorgo perché sbircio il cell, Anita invece intravvede l’attore di Sherlock – la rivisitazione in chiave moderna di Sherlock Holmes – e inizia a urlare).

Spock è l’opposto di Jim: tutto autocontrollo e disciplina. A un certo punto i due si ritrovano sulla stessa navicella della Flotta Stellare, la Enterprise, governata dal Capitano Christopher Pike. Il nemico, che non ci mette molto ad apparire, si chiama Nero e viene dal futuro. Vuole simpaticamente distruggere tutti i paesi della Federazione perché in passato, secondo lui a causa di Spock, è stato disintegrato il suo pianeta. Nero è un romulano.

Qui inizia il delirio: Vulcano viene annientato, Jim e Spock litigano, la ragazza di Spock è quella che all’inizio piaceva a Jim, poi Jim per punizione viene spedito in un posto pieno di ghiaccio e lì incontra Spock da vecchio, Spock da vecchio rimanda Jim sull’astronave, Jim prende il comando… un vortice di emozioni come solo le saghe americane sanno creare, ma alla fine tutto finisce bene e ci si prepara alla prossima battaglia.

(Strano però che non ci fosse quel tizio piccoletto tutto rugoso con le orecchie a punta come Spock, ma verso i lati). 

Alla fine, spiluccando un po’ su internet, ho scoperto che il regista, J.J.Abrams, è un habitué di saghe: oltre a Star Wars, infatti, ha diretto alcuni episodi di Star Trek. Altro classicone che mi manca.

di Giuseppe Signorin

Tutti vi starete chiedendo: come sta andando dirTy?

Come cos’è dirTy? Così lo presentiamo sul profilo Instagram @volevo_dirty: “Dirty” è un disco dei Sonic Youth, significa «sporco» e suona un po’ come «dirti», «dire a te» – poesie lyriche/punk/religiose/post-poesie/blablabla.

Vi basti sapere che fino all’ultimo il presidente Biden è stato indeciso se chiamare noi o Amanda Gorman, nel giorno del giuramento. Poi abbiamo lasciato andare Amanda.

Per aggiornare chi saggiamente non fosse ancora sbarcato nel diabolico social che ruba l’anima, vi mettiamo qui sotto tre “post-poesie” a testa di Emanuele Fant, dell’ineffabile Johnny Soughts e mie. (Qualche info in più a questo link) 

“Ognuno vuole essere bellezza”, Emanuele Fant
“Alba”, Emanuele Fant
“Come l’atomo come il suono”, Johnny Soughts
“Cosa non crolla”, Emanuele Fant
“Intercettazioni #1”, Johnny Soughts
“Mania dell’eterno”, Johnny Soughts

“Teresa”, Giuseppe Signorin
“Gesù Bambino”, Giuseppe Signorin
“La luce è il mezzo”, Giuseppe Signorin

di Giuseppe Signorin (testo scritto per Aleteia)

La prima cosa che Dio dice nella Bibbia: «Sia la luce!».
Perché abbiamo bisogno della luce più che dell’aria, ma siamo puntati come robottini verso direzioni sbagliate.
Pensiamo che la luce giusta sia quella della scienza, ma basta aver guardato i virologi in tv nell’ultimo anno per capire che sì, un po’ di luce c’è, ma assomiglia di più alle lucette stroboscopiche delle discoteche, o delle sagre, quelle più aggressive, con gli anziani che ballano e a un certo punto non sai più che lucetta fissare.
Noi pensiamo che la luce sia quello che proviamo, che sentiamo dentro, ma anche in questo caso si tratta di lucette stroboscopiche, forse addirittura più psicotiche, se possibile, con cui siamo convinti di poter illuminare i nostri passi. Andrà tutto bene.
Viviamo in tempi troppo bui perché possano essere queste, o altre analoghe, le luci che ci servono.
È sempre più pieno di luci e vediamo sempre di meno.
No, la Luce è Cristo e quindi rimane un mistero, come i cinque misteri – chiamati appunto «luminosi» – di san Giovanni Paolo II nella nuova parte del Rosario che ha “inventato” lui stesso qualche decennio fa.
Il primo mistero è il Battesimo nel Giordano. Quindi l’umiltà di Cristo che si mette in fila come noi, ma allargando il significato al Battesimo che riceviamo quando entriamo nella Chiesa, la luce che salva è quella che rischiara le nostre macchie, fin dall’inizio. Le macchie sono zone scure e la luce le rende chiare. La Madonna, senza macchia, è tutta luce. Questa è la luce che ci salva e che quindi ci serve più dell’aria.
Il secondo mistero è quello più alcolico, alle Nozze di Cana, quando Cristo trasforma l’acqua in vino (su “suggerimento” di sua e nostra Madre) e rende manifesta la sua divinità. Luce quindi in grado di cambiare quello che ci circonda: perché Dio può. Noi da soli no, ma Dio può.
Luce del terzo mistero, l’annuncio del regno di Dio e quindi in qualche modo della Parola. Parola che illumina, luce che ci viene donata perché noi a nostra volta la doniamo. Luce come fiamma e spada tagliente, luce che svela i nostri pensieri neri e ci aiuta a “convertirli”, a farli andare per il verso giusto.
Luce del quarto mistero, la Trasfigurazione. Un anticipo di Paradiso, luogo tutto di luce, che qui possiamo intravvedere, percepire, soprattutto con la preghiera. Preghiera che è luce in grado di illuminarci all’interno, ma di agire anche all’esterno. La preghiera cristiana non è solo una tecnica di rilassamento: c’è Dio al nostro interno e Dio è Onnipotente.
E luce soprattutto del quinto mistero, l’Eucarestia, luce delle luci, l’infinitamente grande in un pezzettino di pane. Chi potrebbe vederlo? Quale virologo? E io gli voglio bene, ai virologi, e ai medici in generale, sono importantissimi, ma hanno bisogno anche loro della luce vera.

(Link all’articolo completo su Aleteia)

 

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

La paura per il futuro, il pensiero di essere inadatto alle sfide che il mondo ci presenta… ricordo quella sensazione che avevo da adolescente. Erano i giorni in cui percorrevo le mattonelle dell’oratorio salesiano e il calcio sembrava essere l’unica ragione di vita. Mi vengono in mente gli stratagemmi che utilizzavo con i miei amici per poter fuggire il momento di preghiera. Si trattava solo di cinque minuti eppure detestavamo dover interrompere i palleggi, le corse, le giocate. Quel silenzio e quella calma ci erano insopportabili, così abituati a sfide con avversari sempre nuovi. San Giovanni Bosco era soltanto una figurina appiccicata alla porta d’ingresso e alla maglia da calcio, un perfetto sconosciuto.

Finché un giorno mi sono ritrovato nella cappellina da solo, senza alcun motivo. Avevo paura di partire per un viaggio estivo in Irlanda. Era una cosa piacevole, che avevo tanto desiderato, eppure ho chiesto ad alta voce alla statua di quell’uomo sorridente di aiutarmi a viverlo nel modo più spensierato possibile.

Avevo una specie di malinconia che mi paralizzava e adesso so che era la mancanza di un grande abbraccio, più che di grandi risposte. Un abbraccio che consola e riscalda: la vera cura alle nostre malattie.

Come per Camilla Wilkes, la ragazzina che non riesce a capire l’origine del suo male nel racconto di Ray Bradbury Medicina per la Melancolia. Camilla si trova in un letto di ospedale, intrappolata dalla paura, coi genitori che tentano in tutti i modi di aiutarla, tanto da decidere di sottoporla, come ultima soluzione, alle diagnosi di tutti i passanti incuriositi all’entrata dell’ospedale. 

Tra i tanti pareri, quello di una strana ragazzina sembra attirare l’attenzione di Camilla. Ma, al momento di concludere il discorso, “con un ultimo sguardo di profonda comprensione”, la strana ragazzina la abbandona ai suoi dilemmi e fugge via.

Dopo centinaia di interventi inefficaci Camilla avrà modo di sperimentare finalmente che le lacrime versate non sono rimaste inascoltate. È la vigilia della festa di san Giovanni Bosco, il giorno del miracolo, in cui avviene l'”incontro” con il santo che le cambierà per sempre la vita. Non le sono servite mille parole o mille consigli inutili. “La medicina è questa…”, le dice lui, don Bosco. Un unico e inimitabile “Rimedio Sovrano”: l’amore. E con un abbraccio la guarisce.

Tornando a me, dall’Irlanda non sarei più voluto tornare e ricordo un giorno di aver chiesto all’educatrice se ci sarebbe stata la celebrazione la domenica. “Perché, tu vuoi andare a Messa?”. Alla fine non ci siamo stati e non ci sono stato nemmeno al ritorno, quando ho continuato a vivere come se nulla fosse, alla ricerca di qualcosa o qualcuno che avrebbe potuto darmi sollievo, e a preferire i palliativi alla vera cura.
Nonostante avessi assaporato quella gioia, quella certezza di non essere solo, rifiutavo sempre l’invito alla festa più importante, perché, in fondo, rinunciavo ad ascoltare, a guardare dritto al fondo delle cose.

Gli abbracci, l’amore, la speranza erano solo dei concetti banali e retorici, puro sentimentalismo, roba da ragazzi. Ero nato per vivere grandi avventure! Ma un giorno, perso nel labirinto del centro storico e coi miei pensieri che mandavano il cervello in fumo, ho incontrato il mio san Giovanni Bosco: un ragazzo disabile e con evidenti ritardi. Non lo conoscevo, né l’avevo mai visto. Mi ha guardato dentro, aveva capito tutto, come la ragazzina del racconto che prova profonda compassione e va via senza dire nulla perché non ha tempo da perdere, deve correre a pregare per Camilla (almeno così me la immagino io).

Mi ha teso la mano, me l’ha stretta, mi ha voluto bene e mi ha detto: “Sorridi”. Questi piccoli gesti sono la vera rivoluzione. Possono cambiare il nostro e lo sguardo di chi ci è accanto.

“Il Rimedio Sovrano”, sospirò Camilla.
“La cura per la melancolia”, mormorò.
E finalmente… “Aprì gli occhi” e si mise a danzare.

di Giuseppe Signorin

Premessa: sono contro ogni tipo di discriminazione (questa frase è un po’ un giubbottino antiproiettile, oggi).

Tesi: non dovremmo fare discriminazioni fra i vari tipi di discriminazione.

Svolgimento: Zlatan Ibrahimovic, nel recente derby di Coppa Italia, ha insultato Romelu Lukaku e la mamma di Romelu Lukaku per dei presunti riti voodoo e poi Romelu Lukaku ha risposto pesantemente, è successo di tutto ed è venuto fuori subito il problema del razzismo. E boh. Al limite il problema poteva riguardare una sorta di discriminazione “religiosa”, se fare riti voodoo può rientrare in qualche categoria religiosa… 

La sensazione è che ormai ci siano solo due discriminazioni che contano: contro le persone di colore e contro le persone con tendenze omosessuali o “non stereotipate” (e anche qui bisognerebbe capire se per esempio sostenere che una pratica illegale come l’utero in affitto è abominevole sia discriminazione, ma questi sono altri discorsi). Il resto può più o meno passare inosservato. Ma questa non è una discriminazione?

Cristiano Ronaldo, qualche tempo fa, aveva detto ad Alessandro Florenzi (all’epoca alla Roma, adesso al Paris Saint Germain) che era troppo basso per parlare (Alessandro Florenzi credo sia più alto di Messi e Maradona…). Se avesse detto a un giocatore di colore che era troppo nero per parlare, cosa si sarebbe scatenato? In entrambi i casi sono comportamenti da biasimare, ma pare che esistano solo due tipi di discriminazione che suscitano scalpore. Scalpore vero, intendo. Con conseguenze. Per esempio la squalifica di Edson Cavani per una frase sui social.

Ibrahimovic stesso, qualche giorno prima del derby, aveva zittito Duvan Zapata, attaccante colombiano dell’Atalanta, perché erano più i gol segnati da lui delle partite giocate da Zapata. Come se uno non potesse dire la sua perché è meno forte di un altro. Non mi pare carino neppure questo tipo di messaggio: “Taci perché rispetto a me non sei niente”. In campo lavorativo. Ma in tutti i campi.

Ricordo a scuola, da piccolo, le discriminazioni verso chi voleva diventare prete… (uno purtroppo lo prendevo in giro pure io…), o il bullismo verso i troppo grassi, i troppo piccoli, i troppo bravi (i “secchioni”), i troppo religiosi, i troppo poveri, i troppo brutti… Per non parlare di quanto vengono derisi i ragazzini che non fanno certe “cose” sessuali, o non fumano, non bevono, ecc.

Ecco. 

Conclusione = Tesi: non dovremmo fare discriminazioni fra i vari tipi di discriminazione.

Post-conclusione = Premessa: sono contro ogni tipo di discriminazione (questa frase è un po’ un giubbottino antiproiettile, oggi).

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

La prima impressione che ho avuto dopo aver letto il libro di Elie Wiesel, La notte, proposto dalla prof di italiano alle medie, è stata di smarrimento, abbandono, sfiducia totale in Dio per quello che è potuto accadere al popolo ebraico e di delusione per quell’umanità che è potuta arrivare a compiere un tale abominio. Un’opera che ha segnato la mia adolescenza e che ha finito per lasciare delle cicatrici profonde nel mio cuore.

Grazie a un film, Vita per vita, ho capito però che queste ferite possono essere risanate e che l’unica vera soluzione non può che nascere da un’esigenza d’amore, da una fiamma che resta viva persino nel momento più buio dell’anima.

Questa la storia: Jan, interpretato da un giovane Christoph Waltz, fugge dal campo di Auschwitz e per punizione i nazisti condannano a morire di fame dieci prigionieri, fra cui un giovane padre che si dispera. A quel punto un frate francescano polacco si offre di sostituirlo. È Massimiliano Maria Kolbe.
Dopo la fuga, Jan, venuto a sapere dell’accaduto, è perseguitato dai sensi di colpa, così, in cerca di pace, arriva a Niepokalanow, un convento-cittadella dedicato alla Madonna, fondato proprio da Kolbe assieme ad altri suoi confratelli.

Ma chi era questo Kolbe? E perché aveva deciso di sostituirsi a un altro prigioniero, decidendo di morire? Non gliene importava della sua vita? Molte sono le domande che Jan si pone. Attraverso la voce di chi lo aveva conosciuto, capisce che ciò che lo caratterizzava era di essere un uomo di fede: “Penso sia stato semplicemente un credente, un vero credente. Ecco perché ha avuto un effetto tale sulle persone”.

L’esempio di quest’uomo, sacrificatosi per salvare la vita a un padre di famiglia, non è stato soltanto frutto di un atto eroico, di un gesto di rassegnazione e accettazione al male, ma di una più profonda e sempre più radicata convinzione, e cioè che si può portare luce anche nella notte più fitta e buia se ci si affida all’amore di Dio.

I nazisti pensavano che sarebbe bastato qualche giorno per vedere scannarsi quei prigionieri, tra cui Kolbe, rinchiusi senza provviste di cibo e acqua, e invece i loro occhi increduli e malvagi hanno trovato davanti non degli esseri regrediti a bestie ma uomini che non soltanto hanno resistito, ma hanno vissuto nel senso più pieno del termine, lodando il Signore con canti, preghiere e ringraziamenti.

E Kolbe risponde a tutti noi, in questo periodo così drammatico. Si, perché può essere sorprendente scoprirsi parte di un progetto e di un amore più grandi in grado di restituire senso a ogni cosa e situazione. Persino al nostro passato. Così capisci che niente nella tua vita è da buttare. Ecco perché, quasi paradossalmente, in questi momenti si sperimenta ancora di più la presenza di Dio. 

“Voglio che vi ricordate una cosa”, afferma Kolbe in una delle sue omelie, mostrata nel film attraverso un sapiente uso del flashback. “Ricordate che i cavalieri dell’Immacolata non risparmiano i propri cuori. Né per se stessi, né per le loro famiglie, né per gli amici e i connazionali. I cavalieri dell’Immacolata abbracciano tutte le persone con i loro cuori, abbracciano il mondo intero, perché tutte le persone sono fratelli e sorelle. E ricordate sempre che il vero amore per gli altri significa perdonare. Un perdono completo e immediato”.

di Giuseppe Signorin

Più ancora di una poesia,
in cui davvero, con poche parole,
può capitare di tutto, addirittura niente,
niente di niente, più ancora
di una poesia, padre Pio era pieno di
effetti speciali. Padre Pio aveva le mani bucate.
Padre Pio, come lo spieghi padre Pio?
Padre Pio aveva le mani bucate
e una luce come il sangue di Cristo.
Puoi spiegare padre Pio in un video tutorial?
Ho letto cinque o sei libri, ultimamente,
su padre Pio, e l’ho capito? Padre Pio era pieno di
effetti speciali.
EFFETTI SPECIALI (PADRE PIO)

 

Questa è la “poesia” che abbiamo pubblicato oggi su dirTy.

Non conoscete dirTy? Ve lo presentiamo su questo blog nel giorno della Vestizione di san Pio da Pietrelcina, avvenuta il 22 gennaio del 1903.

Che c’entra padre Pio con un progetto di poesia contemporanea, pure un po’ strano, con un nome che significa sporco?

Aperta parentesi: questa la bio del profilo Instagram @volevo_dirty: “Dirty” è un disco dei Sonic Youth, significa «sporco» e suona un po’ come «dirti», «dire a te» – poesie liriche/punk/religiose/post-poesie/blablabla – chiusa parentesi.

Padre Pio c’entra sempre: padre Pio era ovunque anche in vita, figuriamoci oggi. E poi lui con lo sporco c’ha avuto a che fare: le mani sporche di sangue, i combattimenti notturni col Nemico. Era un francescano: la polvere, la povertà, il dolore… Viveva nelle difficoltà e le trasformava, con la grazia di Dio.

Dietro a dirTy ci siamo principalmente io, l’amico scrittore italiano Emanuele Fant e l’amico scrittore internazionale Johnny Soughts, e questo è il nostro “manifesto”:

dirTy perché la nostra ricerca è partita dalla spazzatura. Johnny era marcio (Rotten), i Sonic Youth amavano sporcare (“Dirty” è il loro disco a cui abbiamo rubato il nome e in italiano suona come «dirti», «dire a te»). Il punk, in generale, è per sua stessa ammissione rifiuto.

dirTy perché una volta ammiravamo lo sporco, ora è il nostro laboratorio. Da quando abbiamo capito che il Crocifisso (la «T») sublima la nostra giusta intuizione (e risolve la scocciatura dell’autodistruzione).

dirTy perché la nostra fede abbraccia la cancrena, fissa le piaghe, non spreca nessun dolore. Ma è vittima di uno scambio di persona: è una zolletta succhiata nell’estetica stucchevole e scontata che le si vuole attribuire.

dirTy perché, come diceva un ottimo scrittore, non esiste poesia che non sia religione.

dirTy perché in questo tempo igienizzato prima del segno della croce ci passiamo l’Amuchina. E noi facciamo memoria che c’è un tipo di contagio che può essere un valore.

dirTy perché un libro di poesia contemporanea con questi presupposti su Instagram stride al punto giusto.

Se cliccate qui trovate un’intervista uscita su Aleteia in cui spieghiamo meglio.

Qui sotto invece qualche altro esempio:

Ora conoscete dirTy. 😉