by Carmina Caiffa

Immaginate il classico ragazzino che lascia la Chiesa post cresima nell’insopportabile caldo di giugno. Nella foto ricordo ho l’espressione di chi ha appena mangiato qualcosa di avariato.

Poi ho iniziato a crogiolarmi tra ateismo e agnosticismo. Era ovvio per tutti che la Chiesa fosse un’istituzione di potere e i media continuavano a darmi conferma di quanto pensavo. Avevo un certo senso della giustizia, difendevo i deboli dai bulli, ma denigravo cristiani e Chiesa. I cristiani, per me, erano ridicoli. E pochissimi. Uno o due su circa trenta persone in media, secondo la mia esperienza. Il volto di un’Italia cattolicissima.

Non avevo un’alta considerazione dell’essere umano. Per uno pseudo-ateo quasi agnostico che valore vuoi che abbia l’uomo? Vuoi abortire? E qual’è il problema? Meno male che chi aveva un cuore ha previsto l’obiezione di coscienza.

Ero pure convinto di sapere cosa fosse l’amore. Quella cosetta emotiva che ti degrada nel tempo fino a un matrimonio che smette di farti sentire vivo per via di quel poco che ritieni sia la libertà. In fondo il matrimonio nemmeno serve, è un contratto. Basta convivere, così poi posso invertire la marcia quando mi pare. Però quel contratto sembrava comodo, un modo per non far scappare qualcuno. Come per dire: “Ora ti ho in pugno”.

Ero però affascinato dal cielo notturno, dalla scienza, dalla fisica teorica. Mantenuto sul ciglio dell’ateismo da una qualche convinzione sul soprannaturale o comunque su una naturalità mistica (deliri da materialista). Dio, per me, poteva essere l’universo stesso. 

In questo delirante periodo di ricerca avevo incontrato sulla strada un po’ di tutto (e mi ci ero interessato): il paranormale, lo scientismo (inconsapevolmente, come tantissimi altri a quanto vedo), la filosofia orientale e cose simili. Fin quando Dio non mi ha chiesto che cosa ne sapessi davvero del Cristianesimo.

Sembra banale e io non so come altro spiegarlo, ma è stato un approfondimento sul libro di storia dell’arte a interpellarmi. Non c’è nulla di straordinario, stavo semplicemente studiando per un esame universitario. Quello che ha innescato la domanda su Gesù Cristo è stato leggere che gli angeli erano stati rappresentati in passato con barba e senza ali. Forse entro nel guinness dei primati per il motivo più ridicolo per tornare a Cristo, ma è andata proprio così. Mi piace pensare che sia stata ironia divina.

Certo, tutte quelle fisse sullo spazio, le meditazioni orientali, il paranormale, erano il lavorio sapiente dello Spirito che agiva in me. Paradossale anche questo, ma oggi sono convinto che sia così. Però il colpo di grazia (letteralmente) mi è stato dato con quell’approfondimento. Un montante nel momento in cui avevo la guardia bassa.
Se non sapevo nulla sugli angeli, cosa sapevo davvero sul Dio dei cristiani, soprattutto cattolici? 

Abbandonato ogni pregiudizio mi sono messo in discussione per conoscere Colui al quale una volta avevo ipocritamente fatto qualche richiesta, prontamente esaudita, senza mai averlo preso sul serio. Tanto da rinnegarlo immediatamente una volta ricevuto quanto richiesto. 

Finalmente lo Spirito, che mi era stato donato col sigillo, poteva lavorare sulla giusta materia. Ho concluso che ero io in errore. Guardando meglio la storia e la mia vita, mi sono accorto che Dio era più volte intervenuto. Ho iniziato così a leggere il Vangelo. Notando quanto vivevo male mi sono fiondato in confessionale. 

Va detto che solo la Chiesa cattolica fa questo. Dio interviene nella storia e nella vita, era anormale che mi perdonasse così, in astratto. Serviva un ministro, un segno di quelli che usa sempre Lui. Non si poteva andare in nessun altro posto.

E conversione fu. Processo lungo e sempre in corso. 

All’inizio volevo si convertissero tutti. Ho parlato tanto agli amici di questa cosa. Senza grandi risultati. Fino a qualche anno fa, quando a uno di questi miei amici è capitato un mezzo guaio. Gli ho detto che Dio è un fuoco che non consuma, l’ho portato davanti al tabernacolo e poi l’ho trascinato da un confessore. La confessione è il sacramento del ritorno. Ci salva.

Insomma da questi fatti ho capito che Dio conosce i nostri momenti, quelli in cui ci può pescare. Noi no. Dio usa la fiocina. La rete è per gli apostoli. Lui è più preciso, nuota più a fondo. Come l’angelo dell’estasi di Santa Teresa. Gli è apparso trafiggendole il cuore con uno “strale d’amore”. Così fa Lui, attende il momento in cui trafiggerci e trarci sulla sua barca.

Per gli amici che ci seguono prevalentemente tramite il blog, vi lasciamo qualche link degli ultimi video che abbiamo realizzato.

Cliccando qui trovate direttamente la nostra pagina YouTube a cui potete iscrivervi per essere aggiornati sulle uscite.

Qui invece la nostra nuova canzone d’amore, Innamorati... uuuuuuhhh

Come se non bastasse… c’è pure un nuovo progettino, Dead cat, dal nome del copri-microfono di pelo che utilizziamo in questi video.

Nel primo parliamo di “diversità” (a questo link), mentre nel secondo di aborto, seguendo le parole di Madre Teresa e Papa Francesco (a questo link).

Sui social invece stiamo portando avanti la saga di Gigi prete diocesano gatto, di cui vi riportiamo l’ultima impresa, dopo che la sua ex padrona, cantante dei Mienmiuaif… è stata attaccata da un sito chiamato The Vision

Gigi difende la sua ex padrona dai visionari

Gigi, prima di diventare il prete diocesano gatto in missione speciale che tutti conosciamo, era un piccolo randagio trovato di fronte a una pasticceria. Anita, la sua ex padrona, l’aveva portato a casa e l’aveva educato come si deve: gli aveva insegnato a spruzzare acqua esorcizzata da uno spruzzino e a sparare le prediche da paura che spara.
Anita è una youtuber e cantante cattolica non gelato pizza con una voce potentissima: Gigi, a furia di sentirla urlare certe cose, aveva capito la sua vocazione.
Un giorno Anita è stata messa alla gogna da The Vision, un sito visionario dove vedono cose che noi umani non possiamo neanche immaginare, per esempio che Anita crede nella superiorità dell’uomo sulla donna e nella supremazia dell’etnia bianca. E altre cose carine.
Appena Gigi l’ha saputo non c’ha visto più.
Il dono della bilocazione ha funzionato al primo colpo e si è ritrovato nella redazione di The Vision, dove tutti indossavano occhiali fluorescenti spessi quindici centimetri.
Gigi ha raccontato dei croccantini che gli preparava la sua ex padrona Anita e di altre super attenzioni per lui povero gatto indifeso – nero, fra l’altro, contro ogni accusa di razzismo.
Tutti i visionari di The Vision si sono tolti gli occhiali fluorescenti spessi quindici centimetri e hanno iniziato a piangere a dirotto. Come avevano potuto trattare così una donna che aveva avuto tanta cura di un gatto, che gli preparava i croccantini, gli tagliava le unghiette, gli faceva i massaggini, gli puliva la sabbietta? Dovevano essersi sbagliati. Se si fosse trattato di un uomo, era un conto, ma un gatto!
Non si può dire che Gigi abbia convertito la redazione di The Vision, e nemmeno che li abbia convinti a rettificare o togliere l’articolo discriminatorio, ma almeno da quel momento tutti hanno voluto un gran bene alla sua ex padrona perché si erano convinti che fosse animalista.
Poi ce ne sarebbero tante.

by Giuseppe Signorin

Non sono uno a cui piace Battiato, sono un maniaco di Battiato. Da quando l’ho scoperto alle superiori, Battiato è stato il mio chiodo fisso. Mettevo le frasi delle sue canzoni – che a loro volta spesso erano frasi di altri autori – nei temi. Con qualche compagno di classe tappezzavamo le mura dell’aula con fogli A4 e i testi di Battiato. Andavo ai concerti. Guardavo addirittura i suoi film e cercavo di farmi piacere la sua pittura. Leggevo libri su di lui, ascoltavo le interviste. Per me Battiato non è stato un cantautore, è stato di più. Non esiste nulla di simile a Battiato, alla sua musica, ai suoi dischi, al suo percorso di artista, né in Italia né all’estero. Da dove viene Battiato? Questa sua unicità, unita alla qualità – i gusti sono gusti, ma riuscire a dire che non ci sia qualità, nell’arte di Battiato, è difficile -, questa sua capacità di essere estremamente ironico ed estremamente serio, carico di senso e di non senso, antico e nuovo, commerciale e non commerciale, classico e insieme d’avanguardia… imprevedibile… insomma, Battiato per me è veramente di un altro pianeta. Il suo sprezzo per la lingua inglese, gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero. Il modo bizzarro in cui si è sempre vestito e pettinato. L’utilizzo della voce, mai sopra le righe eppure capace di trasmettere mistero, intelligenza, emozione. E poi Battiato è stato l’unico in grado di portare in maniera costante certi temi nella musica da classifica: il sacro nelle canzoni. Battiato è stato a suo modo un “evangelizzatore”. Ma non del Vangelo. Ecco. Battiato aveva una sua idea di sacro, non da supermercato o da centro yoga, una sua idea profonda di sacro, che però era molto distante dal Dio che si è incarnato, è morto e risorto in cui credo io. Con la conversione ho iniziato a vedere i limiti di Battiato, per esempio quando si riferisce al cristianesimo. In una canzone dice che Cristo nei Vangeli parla di reincarnazione. È un’interpretazione assolutamente falsa. Battiato ha trascinato moltissimi ascoltatori verso il sincretismo, verso un mix di religioni e in parte di contenuti che riguardano la sfera dell’esoterismo. Che poi ultimamente si fosse avvicinato un po’ di più al cristianesimo, come pare, mi fa enorme piacere. Non voglio giudicare l’anima di Battiato, ma l’amore che ho sempre nutrito nei suoi confronti mi fa rifiutare un certo addomesticamento del suo percorso. Battiato era amico di un personaggio come Jodorowsky e alcune delle sue canzoni più famose, come La cura, le riteneva le meno interessanti. Non è così facile da inquadrare. Per me, a livello artistico, è una delle cose migliori successe negli ultimi cento anni. Ma va preso con le pinze. Non va santificato a qualche ora dalla morte. Oltre che di Battiato, sono sempre stato un maniaco di Lou Reed, quasi l’opposto di Battiato. Lou Reed aveva pochissima voce, suonava la chitarra in una maniera basilare, usava parole di tutti i giorni. Il suo obiettivo era creare arte di alto livello con mezzi minimi, più semplici possibili. Battiato invece doveva sempre “raffinare” tutto. Mischiava cultura alta e bassa, ma voleva comunque apparire “alto”. Termini, citazioni, struttura delle canzoni. Era il suo. Lou Reed, però, aveva il coraggio di mostrarsi più “stupido”. Battiato doveva sempre mostrarsi colto, profondo, intelligente. Lou Reed era l’opposto. Le mie due manie musicali: Battiato che ha portato il sincretismo nella musica, Lou Reed che ha portato il “lato selvaggio”, e cioè il mondo dei drogati e l’universo lgbt – prima che quest’ultimo diventasse norma. Questo per dire cosa? Non lo so, sto improvvisando. Nei social dei Mienmiuaif stiamo pubblicando una specie di serie demenziale/umoristica/religiosa, Gigi prete diocesano gatto, e Gigi, appena ha saputo che Battiato è morto, si è preso male e ha subito pensato di celebrare le Messe gregoriane, perché comunque Battiato era “mezzo esoterico”. Questo ha turbato qualcuno, perché era come se si stesse giudicando il cuore di Battiato. Ma, a parte che Gigi è un “prete” un po’ particolare ed è nel suo stile fare qualcosa del genere, e a parte che le Messe in suffragio le farei dire a chiunque, a parte questo, quando si parla di un artista noto, di un uomo pubblico, chiaro che non si giudica l’uomo, ma si deve pur poter dire qualcosa sulle sue azioni, sulle sue opere, sulle sue dichiarazioni. Questo non credo rientri nel giudizio degli altri in senso profondo, in senso cristiano. Le intenzioni solo Dio le sa, ma i fatti sono fatti. È un po’ lo stesso motivo per cui non si devono assolutamente giudicare i cuori di chi guida la galassia lgbt che sta conquistando il pianeta, ma non poter dire quello che si crede essere giusto o sbagliato a riguardo, è tutta un’altra faccenda. Ok, il ddl Zan qui non c’entrava molto, ma è colpa di Lou Reed. Perché si possono amare e ammirare artisti come Lou Reed o come Battiato, ma questo non significa che non si possano avere opinioni diverse o addirittura contrastanti, opposte, che non si possa più essere liberi di giudicare il contenuto delle loro canzoni o discorsi e sostenere che le riteniamo sbagliate, dannose, quando non oscene. Perché no? Fine improvvisazione.

by Giuseppe Signorin

Qualche appunto leggendo alcune pagine del filosofo franco-tunisino Fabrice Hadjadj, che si è convertito al cattolicesimo nel 1998 di fronte a una statua della Vergine Maria in una chiesa nel centro di Parigi.

1. CARITÀ CRUDELE

Se la modernità ricercava ancora una verità, per quanto ideologica, la postmodernità – l’epoca in cui viviamo – ricerca piuttosto soluzioni tecniche ed è caratterizzata da quello che si potrebbe definire un “culto delle emozioni”. Oggi, più che eresie della verità, ci troviamo di fronte a eresie dell’amore. È l’amore che determina tutto. Ma quale tipo di amore? Un amore emotivo, in nome del quale vengono promossi l’aborto, l’eutanasia, il gender, il consumismo, il transumanismo… Unione di tecnica e sentimentalismo genera mostri contro cui è davvero difficile schierarsi senza risultare “crudeli”. Per esempio l’utero in affitto, per alcuni un gesto di estrema solidarietà, per noi cristiani una pratica oscena in cui si priva a tavolino un bambino della sua mamma. La carità cristiana, quindi, deve fare i conti con l’apparire crudele, in certi casi. Ma d’altronde siamo discepoli di un Dio crocifisso per bestemmia.

2. L’INFERNO È IL LUOGO DELLA TOLLERANZA DIVINA

Dio ci “tollera” a tal punto da lasciarci liberi di andare all’Inferno. Non è Dio che ci manda all’Inferno, siamo noi che decidiamo di andarci. L’Inferno non è un luogo pieno di ingiustizie e malvagità contro degli innocenti, com’è stato, per esempio, Auschwitz. Tragedie come Auschwitz vengono paragonate all’Inferno per le torture indicibili a persone innocenti, ma nell’Inferno reale, secondo la dottrina cattolica, non ci sono vittime e carnefici, ci sono solo “carnefici” che hanno deciso di stare lì. Dio è talmente tollerante nei confronti della nostra libertà da lasciarci scegliere addirittura la meta più terribile: l’Inferno. Che sostanzialmente è un distacco totale da Lui. Dio tenta in tutti i modi possibili e impossibili, immaginabili e inimmaginabili, di farci optare per il Paradiso, ma alla fine lascia a noi la parola.

3. CONGIOIRE

Congioire è un termine inusuale. Il mio file lo segna in rosso e già questo è significativo. Eppure esiste davvero, nonostante non venga utilizzato, e vuol dire “gioire con qualcuno”. Compatire, invece, è un termine più noto, forse perché indica qualcosa di più semplice da mettere in atto. Non che sia facile compatire, provare compassione, ma è senz’altro meno difficile e più comune di congioire. Il motivo? Secondo Hadjadj è l’orgoglio. Chi compatisce, infatti, in qualche modo si “abbassa” al livello di chi soffre o che sta vivendo una situazione di disagio e miseria. Aiutare chi sta peggio e compatire non ostacola più di tanto il nostro orgoglio, anzi. Al limite ostacola il nostro egoismo. Ma ci si può inorgoglire nel compatire gli altri. Mentre gioire insieme a chi è felice è un duro colpo per la nostra invidia e l’invidia è una brutta bestia, una delle peggiori, capace di soffocare la gioia sul nascere.

4. NOI SIAMO UNA MISSIONE

Noi non abbiamo una missione, siamo una missione. La missione non è un optional nella vita di un cristiano. Non è questione di marketing: non dobbiamo aumentare il numero dei cristiani come si aumenta il numero degli apparecchi venduti. È che se hai qualcosa di importante, dentro, la comunichi. La vuoi comunicare. Non riesci a non comunicarla, anche se ti sforzi di non dire niente. Se una persona vive il rapporto con Dio fino in fondo, non riesce a non annunciare. Per questo la missione – che si tratti di un annuncio più o meno diretto a seconda della vocazione e delle chiamate – non può essere un di più, un aspetto fra gli altri da tirare fuori solo in determinate circostanze. No, la missione è un’esigenza del nostro essere in qualsiasi istante. La missione è così radicata in un cristiano da appartenere maggiormente alla sfera dell’essere, che del fare.

L’ultimo video della cantante dei Mienmiuaif in italiano (precisiamo perché Anita ha aperto anche un profilo in inglese… per non farsi capire dallo pseudo chitarrista) parla di due piccoli nuovi modi di pregare che la stanno aiutando molto in questo periodo. “Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.” (Lettera ai romani 8,28)

di Giuseppe Signorin

Fra i numerosissimi tentativi dei cristiani di depotenziare il cristianesimo, uno particolarmente subdolo riguarda l’idea del combattimento. Noi cristiani siamo buoni, pacifici, non dobbiamo utilizzare un vocabolario di guerra. Ma noi ci chiamiamo cristiani per Cristo e Cristo ha vinto la guerra più feroce: la guerra contro la morte. La croce è l’arma della vittoria di Cristo sulla morte. Il fatto che la logica del Vangelo sia capovolta, rispetto a quella del mondo, non significa che non ci sia una guerra in atto. Una guerra che noi cristiani siamo chiamati a combattere e a vincere uniti a Cristo. Porgere l’altra guancia non significa alzare bandiera bianca. Porgere l’altra guancia vuol dire: prenditi tutto, anche l’altra guancia, a me interessa che il tuo cuore sia di Cristo. Noi cristiani siamo chiamati a vincere il male con il bene. Non a non combattere. La Parola di Dio è una spada affilata, non una storiella della buona notte.

La vita cristiana, in qualunque condizione, è una missione impossibile resa possibile da Cristo, che ha già vinto, ma vuole che ognuno faccia la sua parte. Nessuna serie tv potrà mai essere più avvincente e imprevedibile di una vita cristiana non depotenziata dai cristiani stessi. Gli altri fanno di tutto per renderci la battaglia interessante, siamo noi cristiani che ce la rendiamo noiosissima. Nel tempo abbiamo tolto di mezzo pure i nemici: noi stessi, con la nostra natura ferita dal peccato che però oggi si può curare con un po’ di palestra; il mondo, che oggi ha sempre ragione e bisogna stare al passo con i tempi; il diavolo, che è un’invenzione di qualche monaco medievale o della CIA.

La battaglia, secondo san Paolo, è soprattutto spirituale. Siamo nell’arena con i leoni/demoni senza saperlo. Ci annoiamo. Stiamo lì, prendiamo un gelatino insieme. Una pizzetta. Alla fine i leoni/demoni non ci azzannano nemmeno, non ne vale la pena: senza accorgercene finiamo dalla loro parte. Idem nella battaglia più “umana”, magari pubblica. Per non sembrare violenti ce ne stiamo zitti e assecondiamo tutti. Ma il Cielo è dei violenti. Non dei violenti che menano gli altri, ma dei violenti che fanno violenza su se stessi e si fanno coraggio e combattono con armi lecite il nemico. Con le armi del bene. Della verità. Della bellezza.

Copio qui di seguito una parte di un post di Paolo Palumbo, un ragazzo affetto da SLA che sta passando un periodo particolarmente difficile (preghiamo per lui): Tra esami, visite e riposo (mi sento particolarmente stanco, un po’ in riserva di energie) prego e rifletto a quanto sia fortunato per la possibilità di combattere questa battaglia. Nonostante tutto il dolore SONO VIVO e posso combattere questa guerra.

Impressionante. Un guerriero. Immobile, ma un guerriero. Immaginate quanti ne salva, uno così. Paolo sta incarnando il cristianesimo. Il cristianesimo vero.

Il cristianesimo depotenziato, invece, è la maggiore causa di depressione e uso di droghe e abuso di serie tv e quant’altro (ho la licenza poetica/iperbolica). Se si presentasse il cristianesimo così com’è, il cristianesimo dei santi, le cose andrebbero diversamente. Il cristianesimo è infinite volte più avvincente di qualsiasi videogame o telenovelas venezuelana (di quelle che guarda il mio amico Alex). È una battaglia tremenda ed entusiasmante in cui ognuno ha il suo posto nel campo di battaglia e viene addestrato a combattere. Certo, le nostre armi non sono le armi del mondo. Noi amiamo i nemici, quelli umani, e preghiamo per loro. Noi annunciamo, proclamiamo la Parola. Noi spendiamo la vita per dare gloria a Dio e aiutare gli altri, ognuno nel modo in cui è stato chiamato. Noi, almeno, dovremmo provarci.

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

In questi giorni da zona rossa stavo guardando WandaVision. È una serie Disney, molto bella, tratta dall’omonimo fumetto Marvel. Narra di una coppia di amanti supereroi, Wanda e Visione, i quali sono intrappolati nella quotidianità che ha tutte le sembianze di un incubo in chiave sitcom.

Wanda è una Avengers stanca del peso che gli comporta essere una paladina della giustizia, così ricrea un mondo tutto suo in cui rifugiarsi e nel quale i vicini di casa sono solo dei figuranti costretti a vivere secondo le sue scelte e i suoi gusti.

In certi momenti difficili un po’ tutti vorremmo fare come Wanda,​ credere a ciò che più ci conviene e costringere gli altri a comportarsi seguendo il nostro copione, trattandoli alla stregua di semplici figuranti, pensando di essere un dio al quale tutti gli altri dovrebbero prostrarsi in ginocchio.

Ma: “L’uomo è alla ricerca di un senso della vita. Che cosa diciamo noi della nostra vita? Che atteggiamento abbiamo di fronte ai fatti o alle persone? L’uomo si scopre schiavo di una società che impone delle lenti che gli fanno vedere il mondo in una data maniera”.

Queste parole sono tratte dal diario di Sandra Sabattini, la “santa fidanzata” volontaria nella comunità della Papa Giovanni XXIII, una vita vissuta non secondo i suoi capricci o per ciò che le era più comodo, ma con la gioia di donarsi, per i più poveri e gli emarginati.

Immaginiamo che tipo di serie potremmo ottenere, invece, se provassimo a raccontare le avventure di chi, proprio come lei, anziché farsi vincere dalla sofferenza o trattare gli altri come burattini, cercasse ispirazione proprio dalla famiglia dei santi della porta accanto, la piccola via per la santità.

“Fraternity-The apostles of the last times”, sarebbe perfetto come titolo. Ogni puntata sarebbe intitolata con il nome del santo del quale tratta la storia. Ogni singolo episodio avrebbe come filo conduttore la chiamata alla santità nella vita quotidiana. La vita di queste persone sarebbe così intrecciata da un’unica chiamata che avviene, per ognuno di loro, attraverso lo sguardo amoroso di Maria.

L’episodio su Sandra si intitolerebbe Sandravision e comincerebbe con lei che all’età di dieci anni inizia a scrivere delle meditazioni sul suo diario personale, trovando in Dio il significato della sua vita. Il suo essere in Dio si fa poi servizio per i poveri, gli emarginati, fino a trovare la comunità di Papa Giovanni XXIII diretta da don Oreste Benzi. Nel frattempo continua tutte le sue attività, ottimi voti a scuola e una particolare predisposizione per l’atletica, in particolar modo per i 100 m, che la porta a partecipare anche a gare di livello nazionale.
Poi l’incontro col suo fidanzato, Guido: lei che gli chiede un passaggio per accompagnarla al mare con una ragazza autistica, lui giù di morale per un esame sbagliato e lei che lo prende in giro al posto di consolarlo.
Per lui il Signore è un Dio da cui stare a distanza, oggetto di angoscia e di ricerca, di riflessione, mentre per lei è un Padre a cui affidarsi nella gioia e lasciarsi abbracciare.
Come prima uscita vanno al cimitero insieme, a pregare per i defunti, qualcosa di abituale per Sandra che l’aiuta a ricordarsi il significato della vita. Poi un giorno lei gli regala un breviario, perché il suo lo legge dappertutto, anche in treno o in autobus, e qualche tempo dopo si arrabbia perché lo vede ancora tutto intonso nelle sue mani. Lui ogni tanto se la prende con lei per tutti gli impegni coi poveri, lei comprende, sorride e non ci fa caso. Poi la possibilità di andare insieme in Africa, in missione, mettendo a frutto i suoi studi in medicina, lo scontro coi genitori che non sono d’accordo, ma lei prepara lo stesso tutte le carte finché il Signore non le prospetta un’altra strada: un’auto ad alta velocità, lei non fa in tempo ad accorgersi cosa sta succedendo, lui non fa in tempo a fermarsi e il corpo di Sandra resta esanime a terra. È il 2 maggio del 1984.
Sembra tutto finito. Il Signore non retribuisce secondo le opere, direbbero gli stolti. Invece, anni dopo, al segretario personale di don Benzi, Stefano, viene diagnosticato un tumore. Un evento inaspettato che scombussola la sua vita, proprio nel momento in cui ha il pensiero di essere immortale e che niente può attaccarlo. Stefano, disperato, chiede l’intercessione a lei, a Sandra, per aiutarlo in quel momento… e Sandra ascolta le sue preghiere, le porta a Dio e il tumore svanisce, e in questo modo, con Dio e in Dio, continua la sua instancabile opera per gli emarginati nella comunità e nel mondo intero.

“Che bello essere nati, vivere, poter vedere tutto quello che mi circonda… la vita è più degna di essere vissuta assieme al Signore… Non è mia questa vita che sta evolvendosi, ritmata da un regolare respiro che non è mio, allietata da una serena giornata che non è mia.​ Non c’è nulla a questo mondo che sia tuo, Sandra, renditene conto!​ È tutto un dono su cui il donatore può intervenire quando e come vuole. Abbi cura del regalo fattoti, rendilo più bello e pieno per quando sarà l’ora”.

by Giuseppe Signorin

Il lamento non è un’eresia, è anzi profondamente biblico. Le Scritture abbondano di lamenti: alcuni salmi, Giobbe quando non ne può più, i profeti, esiste addirittura il Libro delle Lamentazioni. Non c’è da preoccuparsi, in particolare se sono lamenti rivolti a Dio: denotano una certa dose di fede. Chi si lamenta con o di qualcuno che non esiste?

Però. Però ci lamentiamo troppo. Ogni cosa che capita, se non è secondo le nostre aspettative, innesca lamenti a raffica. E siccome nulla è secondo le nostre aspettative, è tutto un lamento. Se registrassimo tre minuti di pensieri qualsiasi di una nostra giornata, verrebbe fuori un pezzo di quelli martellanti di Eminem. O di NF, un rapper che piace ad alcuni miei amici adolescenti che non sanno nemmeno chi sia Pippo Baudo (questa cosa che non sanno chi sia Pippo Baudo mi tormenta). Comunque, secondo Google, NF non dice le parolacce perché è cristiano. Rap senza parolacce. Un ossimoro.

Quindi. Quindi, essendo anch’io un rapper lamentoso, nella mia mente, sto cercando di cambiare abitudini. Durante il giorno provo a ringraziare per le cose che capitano, soprattutto quelle che mi vanno meno a genio. Il gatto mi assale e mi morde quando meno me lo aspetto? Ringrazio. Mia moglie mi assale e mi morde quando meno me lo aspetto? Ringrazio. Meglio iniziare dalle cose semplici. Poi, magari, un po’ alla volta, si può passare a livelli più avanzati (tipo quella cosa di Pippo Baudo).

Perché. Perché tutto concorre al bene di coloro che amano Dio. Perché lamentarsi è umano e addirittura biblico, ma se ci si lamenta e basta non si sta certo meglio. Perché la gioia è una conseguenza della gratitudine. Perché i santi – e penso a Paolo, Francesco, Bernadette, Teresina e tanti altri – ringraziavano per le peggio cose. Perché c’è sempre un motivo per ringraziare Dio, anche se non lo cogliamo. Anche se ci pare assurdo che qualcuno non conosca Pippo Baudo.

Ma. Ma non riuscite a ringraziare Dio in ogni momento? Ottimo. Nemmeno io. Motivo per cui ringraziare. Grazie, Dio, perché non ce la faccio. Non riesco nemmeno a ringraziarti per le cose buone, figuriamoci il resto. Oppure ringraziate, ma ringraziate meccanicamente e non provate alcuna gioia? Ottimo. Nemmeno io. Altro motivo per cui ringraziare. (Ma com’è possibile che qualcuno non sappia chi sia Pippo Baudo?).

Le cattive abitudini non sono facili da estirpare e sostituire, soprattutto quelle più radicate nella natura umana. Natura umana che alcuni pensano sia perfetta così. No, la natura umana è ferita e iper-lamentosa. Non siamo in Paradiso, abbiamo i nostri limiti. E poi esiste tutta una realtà soprannaturale per cui fin dalla Genesi pare ci siano dei guastafeste. Ma noi ringraziamo. Dio permette che siamo assaliti da tutte le parti? Ringraziamo. C’è gente che non sa nemmeno chi sia Pippo Baudo? Ringraziamo. Proviamoci.

Proprio all’inizio di Let You Down, uno dei pezzi (secondo Google) più noti di NF, qualcuno canta (sua sorella? Suo cugina? Sua zia?): All these voices in my head get loud / I wish that I could shut them out – Tutte queste voci che ho in testa stanno urlando / Vorrei poterle zittire. Ognuno di noi ha le voci che urlano in testa come NF e i suoi parenti: iniziamo a ringraziare per queste voci e affidiamole a Dio. Rimangono? Ringraziamo perché rimangono.

Si tratta di piccoli esercizi quotidiani per imparare – nella logica capovolta del Vangelo – a vincere il male con il bene.