Finalmente il contest che tutto l’universo, alieni compresi, attendeva.

Dopo il pezzo che ha trasformato lo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif in pseudo cantante, “Ogni settimana mia moglie mi manda a fare la spesa mensile”, che sta provocando forti polemiche nel web (vedi articolo di Aleteia a questo link), ora lanciamo il contest fotografico “Spesa mensile”.

Obiettivo? Immortalare i più bei momenti al supermercato. Da soli, in famiglia. Maschi, femmine. Bambini, adulti.

Come fare? Semplice: mandateci le vostre foto al supermercato al nostro indirizzo mienmiuaif@gmail.com, e il gioco è fatto.

Il vincitore riceverà per punizione il kit delle vacanze = libro a scelta fra quelli della collana UOMOVIVO + cd Mienmiuaif “Quando saremo piccoli”.

Ready? Oh yeah 😎

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di Emanuele Basso

Certe volte uno non sa proprio a che santo votarsi. Letteralmente. Io per esempio non ne avevo idea. Sapevo solo che tante domande esistenziali mi tormentavano sempre di più e pretendevano di essere guardate. Sono esplose all’improvviso durante l’estate del 2016. E adesso? Da dove comincio? Da dove iniziano tutti i ragazzi senza una chiara idea di quello che devono fare: da internet, ovvio.

In un sito di novene trovo una sezione sulle “preghiere potentissime” (o “efficacissime” a seconda delle volte) per ottenere una grazia. Siccome di grazia avevo bisogno, e pure tanta, una vagonata di grazia, comincio a leggere. Subito mi colpisce sapere di una certa Rita da Cascia (se non si intuisce, ero piuttosto digiuno sull’argomento), patrona dei casi disperati e apparentemente impossibili. Niente di meglio. Mi viene in mente una piccola chiesa vicino a casa. Lì si trova la statua di una donna che tiene alcune rose in mano, nel gesto di lasciarle cadere, sparse, sul pavimento, simile a quella rappresentata sullo schermo. Mi sembra una chiamata, e la decisone è rapidamente presa. Mi impegno ad andare presso il suo altare ogni mattino. A volte dico una preghiera, a volte accendo un lumino, il più delle volte tutte e due le cose. Resto positivamente sorpreso dalla mia fedeltà a questi gesti. Più della soddisfazione di chi persegue un qualcosa che ha iniziato, tasto con mano i frutti che queste pratiche subito portano nella mia vita. Comincio a sentire di non essere più solo. La mia non era una solitudine per mancanza di amici o di una ragazza, quelli c’erano entrambi. Era la solitudine di chi, di fronte alla drammaticità della vita, si sente, in fondo, l’unico garante del proprio destino e della propria felicità. Io che dipendo da me stesso e basta. La paura del fallimento mi terrorizzava. E così le persone, gli amici, la ragazza, per me erano solo una bella distrazione dalle fatiche di ogni giorno. Rapporti sterili perché privi di verità.

E così, nel tentativo, piuttosto maldestro, di ingraziarmi santa Rita per piegare la realtà ai miei piani, la preghiera mi stava portando pian piano ad affidarmi e ad affidare. A fidarmi delle sorprese che, continuamente, scombinano i progetti e aprono scenari nuovi. Stava cambiando il modo in cui ero abituato ad affrontare la fatica e i problemi quotidiani. Stava cambiando la prospettiva su tutto.

Dopo poco tempo inizio a fermarmi anche per la Messa. Davanti al tabernacolo il mio io viene messo un’altra volta in discussione. Non soppresso: diventa un io in rapporto a un Altro. L’egoismo che mi rinchiudeva in me stesso diventa, a poco a poco, un’apertura. Ripeto: un’apertura. La fede non è un sentimentalismo! Se lo è si chiama moralismo.

Perché scrivo questo? Perché, per quanto entusiasta, ero (e sono…) ancora all’inizio di un cammino e il rischio di una deriva è sempre concreto. Ma questa apertura è da mantenere e curare. Per aiutarmi arriva un ennesimo regalo (lo dico con il senno di poi, eh 😉): a gennaio una perdita sentimentale mi apre una ferita profonda (quale apertura migliore di uno squarcio nel cuore?). Passo settimane terribili, mi sento totalmente privo, anzi, privato di vocazione. Per di più, non mi è del tutto chiaro il “perché”. Ma sono fatti. E Dio opera nei fatti.

È difficile da accettare per cui tocca “far lavorare le ginocchia”. Il mattino dopo, davanti alla mia cara santa Rita, prego e domando e provo, per quanto mi è possibile, ad affidare tutto. Si avvicina a me una signora di circa settant’anni. Mi guarda, mi sorride e mi fa: “Tu si’ nu bbravo guaglione. Ti piace la santa Teresina ah!”. Al che le dico stupito: “In che senso, mi scusi?”. Sono stupefatto, non avevo mai sentito nominare santa Teresina. Continuo a pensare a tutto il tempo perso pregando davanti a una santa di second’ordine. Ma chi è? Non certo una di quelle potenti lette su sito di novene.

I giorni successivi mi informo meglio su Teresina, e più la conosco più me ne appassiono. La sento famigliare. Decido qualche mese più tardi di iniziare la novena a lei dedicata. Chiedo una grazia che, sempre secondo quel sito (c’era anche lei, nel sito, alla fine…), avrei ottenuto insieme a una rosa. In effetti mi viene regalata una rosa alcuni giorni dopo, il 22 maggio. Giorno di santa Rita. Tombola.

Che coincidenza assurda, se non la guardassi con occhi di fede. Credo che quelle due con me si siano divertite e si divertano ancora molto.

Il mio cammino di fede è iniziato così, con una storia di amicizia. Bella perché non scelta, ma chiaramente data. Una compagnia che mi ricorda sempre che quello che desidero è quella pienezza e letizia la cui totale mancanza ha squarciato la mia vita, l’ha aperta e ferita per permettere a un Altro di venire e salvarla.

Se guardate una foto di santa Teresina, si vede che il suo volto cela a stento un sorriso e i suoi occhi lasciano intendere un profondo senso di divertimento. Il mio augurio per voi è di scoprire nella vita, come sta accendendo a me, due dimensioni fondamentali e solo apparentemente opposte dell’esistenza umana: fede e umorismo.

PS: Se non avessi visto sulla copertina del CD dei Mienmiuaif la foto di santa Teresina, non mi sarei mosso per conoscerli. Loro (e non solo loro) oggi sarebbero più sereni ma la nostra “santa combina incontri” avrebbe un motivo in meno per essere così divertita e sorridente.

 

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

“Nada te turbe”, amore mio. Ultimamente mi sento sempre più internazionale. Ti scrivo spesso in inglese, oggi addirittura in spagnolo, citando la nota preghiera di santa Teresa d’Avila. “Niente ti turbi, niente ti spaventi, a chi ha Dio, nulla manca, Dio solo basta”. E mi vieni in mente tu, amore mio, più ancora che la cantante di “Ma che freddo fa”, che fra l’altro una volta, da fidanzati, abbiamo visto in concerto, non ricordo bene dove come e soprattuto perché, devo aver rimosso, ma mi pare di sì. “Nada te turbe”, amore mio, a parte piccolissime cose, tanto che ho nel cassetto una canzone inedita intitolata “Psycho amore”, in cui cerco di esprimere l’ineffabile clima di tensione di cui si nutre la nostra relazione, perché se appare un ragno all’orizzonte e io ti sono vicino, o anche lontano, lo scoppio di un petardo sotto i piedi in confronto me lo immagino rilassante. “Nada te turbe”, amore mio, ma essendo tu donna e quindi ipersensibile, io uomo e quindi un baccalà, ci tieni a rendermi partecipe di quelle cose che tu vedi e io no, come le spie russe che da quando ci siamo sposati vivono appostate a poche decine di metri da casa nostra, coi fucili puntati. “Nada te turbe”, amore mio, ma la valigia da fare ovviamente non fa testo, perché è normale che stare via due giorni implichi almeno una settimana di strategie mentali per poter affrontare i mini trolley che Ryanair permette di mettere in stiva. “Nada te turbe”, amore mio, ma chi ci pensa alla nostra sopravvivenza durante il tragitto Arzignano-Bergamo, due lunghissime orette in macchina che senza apposita scorta di cibo potrebbero costarci care? Ok, la smetto. Non c’entri niente tu. È che non mi piace prendere l’aereo. Lo sai. Fra poche ore abbiamo il volo. No, non è paura. Figurati. Gli aerei mi stanno antipatici. Non c’entrano niente le vertigini. È pura idiosincrasia. Tutto qua. Ma mi dà fastidio che tu sia tranquilla di fronte a quello che ci sta per capitare: io e te a non so quante migliaia di chilometri da terra. Senza niente sotto. Fai tanto la carina, la premurosa, poi, quando stanno per succedere cose di cui davvero c’è motivo di preoccuparsi, come questa, te ne stai lì tutta tranquilla a mangiarti la tua insalatina. Lo ammetto: volevo scaricare su di te la mia tensione. Me la sono presa con te. Ora sai tutto di tuo marito. Ma almeno scrivendo queste righe ho fatto passare qualche minuto. Il tempo non vola mai quando serve. L’aereo invece sì che vola. Altissimo, per giunta. Ti ho sempre amata, amore mio, se non dovessimo vederci più. Lo so che per le statistiche, e quindi razionalmente, gli aerei sono i mezzi di trasporto più sicuri. Infatti non ho alcuna paura. Figurati. Anzi, mi ascolterò qualche pezzo di Nada con le cuffiette. E poi saremo in Calabria. Che Dio voli con noi. Ti amo.

 

Se ti è piaciuta la lettera e sei interessato al “prequel”: Lettere a una moglie #1 😎

Manca poco all’appuntamento calabrese dell’anno!

In occasione della “Peregrinatio Relique S. Antonio”, la Parrocchia S. Antonio di Rende (Cosenza) ha organizzato una serie di eventi fra cui un nostro concerto-testimonianza nel pomeriggio di sabato 9 giugno, e la sera l’esibizione dei Kantiere Kairos (autori dell’Inno della Marcia Francescana 2017), durante la quale anche il duo con l’anello suonerà un paio di pezzi chitarra e voce.

Un mini “christian rock festival”, di cui si sentirebbe tanto l’esigenza! (c’è qualcuno che organizza? O meglio, Qualcuno…?)

 

di Marcella Manghi (prossima autrice UOMOVIVO con il suo – ancora per poco – inedito “Mamma Mongolfiera”

Tre giorni fa mi è capitato di essere svegliata per la colazione da una hostess in volo. Erano le 6.15. La colazione sull’aereo è molto particolare, perché a differenza di tutte le altre (a casa, al bar, in hotel) non scegli tu cosa mangiare. Puoi scegliere solo tè o caffè. Abbasso il tavolinetto. Come su ogni prevedibile vassoio, qualcosa mi piace, qualcosa no, qualcos’altro me lo farò piacere. Il cibo a sorpresa mi rimanda ai figli, non ai miei in particolare, ai figli in genere: che a un certo punto della vita ti arrivano come arrivano e tu ti arrangi, che il loro carattere ti piaccia o no. Non scegli che uno sia acido come yogurt, o l’altro più dolce del pancake, e comunque sempre un po’ di plastica. Tu però puoi ancora scegliere cosa bere di caldo. Tea or coffee. Che sia caldo però è davvero importante, perché l’alta temperatura tende a compensare il saporaccio. L’hostess arriva con le bevande e io gagliarda pronuncio “Coffee please”. Lei afferra il thermos e via che lo inclina giù con tutta la rotazione di polso da campionessa di tennis: è l’ultimo sorso del contenitore. “You are lucky, it’s the last one!”. Ci crede veramente. Io esamino il liquidaccio freddo scendere e rimugino: ecco, è toccato proprio a me, l’ultimo goccio. Ultimo, tiepido, rinvenuto. Blah. Il mio vicino di posto invece ha preso il tè e la caraffa da cui è sceso era quasi piena. A colpi di acqua calda, ha divorato tutto quello che aveva davanti alla vaschetta, omelette ai funghi compresa. È stato lì che ho pensato che quello che fa la differenza nel diventare genitore non è tanto quello che ti portano, ma è come tu lo accogli. Padri e madri, principianti e navigati, al primo volo di cicogna e frequent flyer: i figli son serviti. Fino a quando ci ritireranno il vassoio e sarà ora di lasciarli andare.

 

Articolo già uscito su Italians (Corriere)

Lettere a una moglie #2 (ovvero l’esodo del duo con l’anello noto in tutto il mondo come Mienmiuaif) di Giuseppe Signorin

C’è che ci propinano mille tecniche al giorno per il buon funzionamento della coppia, eppure le separazioni continuano ad aumentare e i figli nati a diminuire, amore mio. Il punk di tuo marito, nonostante sia appunto un punk, è un amante della tecnica, soprattutto quella sopraffina che sfoggiava nei campi da calcio quando ancora li calcava. Il punk di tuo marito è un punk anche fra i punk, se ne frega di quello che pensano i punk della tecnica. Deteneva addirittura il record di palleggi nella via in cui è cresciuto. Non ti dico il numero per evitare un eccesso di vanità. Però tutte queste regole, linguaggi, consigli per vivere bene la vita a due… Non ti viene l’ansia, tu che già sei donna? Per carità, molte indicazione sono utili, ma mi pare che dare troppo retta a questo genere di cose rischi di innescare meccanismi un po’ perversi. Come se dipendesse da quanto siamo abili. Ok, a te è andata bene avendo trovato un marito come il sottoscritto, passo diverse notti al mese a contemplare la grazia che ti è capitata, tu potresti non avere bisogno di un sermoncino coniugale come questo, però ci sono tante altre coppie che faticano, che magari sono sempre un filino insoddisfatte, e allora studiano tutte queste tecniche che si trovano ormai ovunque e più studiano queste tecniche più pretendono da loro stesse e più pretendono da loro stesse più sono insoddisfatte. Ma accontentarsi un minimo? Parlo di situazioni ordinarie, dove gli ingredienti base ci sono. Capisco in caso di problemi gravi, ma il più delle volte si tratta di tante piccole insoddisfazioni che spesso dipendono da aspettative immotivate. Un po’ come con le pubblicità: a forza di vederle ti viene voglia di avere il prodotto. Quando in realtà hai già più dell’essenziale per vivere bene. E a molti l’essenziale non manca. E allora accontentiamoci! Ripeto: facile dirlo a te, amore mio, di cosa vuoi lamentarti? Però in generale: accontentiamoci, perdindirindina. Ringraziamo di quanto abbiamo. Non pretendiamo sempre di più, che frustrazione! Ok, tu ora starai pensando che la mia è solo pigrizia perché non voglio leggere quel libro sui linguaggi dell’amore. Hai assolutamente (e dogmaticamente, in quanto moglie) ragione. Ma in compenso mi sono appena sparato le cinque regole d’oro per un amore felice proposte da “Donna Moderna”: coltivare l’autostima, trovare una vera sintonia (?), avere poca memoria per i conflitti (in gergo cristiano “perdonare”), apprezzare il piacere della solitudine (?), alternare i ruoli in modo flessibile (???). È vero che ho messo i punti di domanda fra parentesi e invece su Donna Moderna i concetti vengono spiegati, ma è anche vero che i concetti come li ha spiegati Donna Moderna mi sono risultati ancora più incomprensibili, e quindi i punti di domanda stanno bene lì dove sono. Che Dio ci preservi dal diventare una coppia moderna e ci aiuti ad accontentarci di essere una coppia eterna. Ti amo.

 

Se vi sentite particolarmente buoni e volete dare una mano ai Mienmiuaif, cliccate qui 😎

Era una pausa pranzo accecata dal sole di luglio quando Giuseppe (il Mi dei #Mienmiuaif) mi disse: “Prima o poi dovrai scrivere anche tu qualcosa nel blog”. Io pensai all’istante: “Ecco, è il momento tanto atteso… farò il Rap!”. 
Invece Giuseppe: “No, tu parlerai della cosa che riesci a fare meglio… i denti!”. Ebbene sì, sono un dentista… un dentista trascendentale (come recita il ritornello di “Canzone per mollare un radical chic”), che cerca, spesso e volentieri fallendo, di vedere il quid divino dietro le piccole cose quotidiane, anche dietro (o dentro) i denti!

Negli ultimi anni va di moda una scienza dentale olistica (io però non la pratico) che vede i denti legati agli equilibri energetici del corpo e del mondo: la “dentosofia”. Se esiste quindi la “dento-sofia”, mi sono detto che può anche esistere la “dento-teologia”! Quali insegnamenti morali e analogie si nascondono dietro ai nostri cari denti (“cari” nel senso economico del termine)?.

L’incisivo è appunto centrale perché è al centro del sorriso, il primo dente che si vede, quello che tutti controllano allo specchio e puliscono al meglio (magari tralasciando gli altri). Per cui ecco la prima indicazione: dobbiamo lavare bene tutti i denti, non solo quelli che si vedono. Dobbiamo quindi essere coerenti.

Essere coerenti, per noi cattolici, o sedicenti tali (io mi credo molto sedicente e poco seducente, o forse è il contrario non ricordo bene), significa predicare meno e provare a razzolare il meglio possibile, perché la gente “ascolta più volentieri i testimoni che i maestri”. Abbiamo bisogno di coerenza. Vi darebbe fiducia un dentista con i denti sporchi?

Che per essere coerenti non possiamo stare con Dio solo la domenica, lo sappiamo a memoria. Quello che è difficile è ricordarsi di Lui tutti i giorni, avere cioè “unità di vita”.

“Guardi dottore che io dico le preghiere come lavo i denti, mattina e sera”
“Va bene, signora, molto bene, ma lei sa che lavare i denti è già orazione?”

Tranquilli, la frase è provocatoria (o forse no?), ma il rischio di vivere una doppia vita è sempre presente: da una parte la vita interiore, di relazione con Dio, separata dall’altra vita, quella di famiglia, di lavoro e di amicizie. Come dire che Dio sta solo nella preghiera e nelle chiese, il resto è serie B.

Spiritualizzare le cose materiali e materializzare le cose spirituali, questo è il segreto, mettendoci sempre Amore (come il fluoro, che ormai lo mettono dappertutto).
E quindi il lavoro, lo studio e lo stare con gli altri diventano preghiera e la preghiera dà ancora più senso al lavoro, allo studio e alle amicizie.

È in questa santificazione di anima e corpo che capiamo perché raccogliere uno spillo da terra con amore può salvare un’anima (penso sia stata una santa francese poco famosa a dirlo).

Spero che il moLare della storia sia chiaro: lavatevi tutti i denti dopo mangiato, anche quelli in fondo, e facendolo offritelo per la salvezza del vostro dentista di fiducia.

Giovanni Biolo