Potete ascoltare a questo link la registrazione della quinta puntata della trasmissione “La vocazione al matrimonio e alla famiglia” andata in onda su Radio Maria martedì 5 settembre 2017 dalle ore 18 alle 19.30, condotta da Giuseppe e Anita Signorin (appunto noi due, i Mienmiuaif!).

Qui sotto trovate anche il testo della lettera (sulla falsariga di quelle già pubblicate qui) e la nostra canzone “San Giuseppe su sfondo azzurro” (presente nel cd “Quando saremo piccoli”), insieme al contributo originale e preziosissimo di Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato, al brano tratto da un’omelia di Papa Francesco su San Giuseppe e alla preghiera che abbiamo letto in diretta.

La prossima puntata sarà martedì 7 novembre.

 

Lettera a una moglie

Intanto sveliamo un piccolo altarino, amore mio. La canzone che abbiamo presentato in questa puntata, “San Giuseppe su sfondo azzurro”, è colpa tua. Sei stata tu, infatti, qualche mese fa, a dirmi che dovevo scrivere una canzone su San Giuseppe. A ordinarmi, più che a dirmi. Io, povero marito sottomesso, come ogni povero marito sottomesso, non ho potuto che obbedire. E allora mi sono rintanato nella nostra cameretta e dopo un po’ ho sfornato questo pezzo, sono uscito, te l’ho suonato e pure cantato. Terribile cantato da me. Però tu, stranamente, hai apprezzato al primo colpo. Un miracolo. L’ennesimo di San Giuseppe. Ma quando si fa qualcosa per lui, ho imparato, si viene ricompensati alla grandissima. E poi san Giuseppe ha un occhio di riguardo per i suoi colleghi mariti. E per quelli che portano il suo nome. Io sono un marito e mi chiamo Giuseppe… san Giuseppe non può che essere in cima alla top list dei santi, per quanto mi riguarda. Il Vangelo dice di farsi furbi, tuo marito ci prova. Anche se nessun marito potrà mai essere furbo quanto la propria moglie. Ma questo è un altro discorso. Le mogli sono creature di un altro livello, noi poveri mariti non possiamo fare altro che chiedere intercessioni ai Piani Alti. Dopo la Mamma, c’è qualche creatura più in Alto di San Giuseppe? No. Quindi, mariti, per qualsiasi cosa, come dice il ritornello della canzone, andate a farvi un giro da San Giuseppe e confidategli i vostri crucci. Poi aspettate con fede e vedrete.

Comunque, al di là di questi preamboli, “San Giuseppe su sfondo azzurro” è un brano che nelle mie intenzioni dovrebbe essere utile ai martiri… ehm, ai mariti… Perché elenca una serie di episodi relativi ad alcuni santi che possono illuminare e aiutare tutti noi poveracci con l’anello al dito nell’arduo cammino di santità matrimoniale…

Passiamo alle strofe, amore mio, che come quasi tutte le cose che ti costringo a cantare e che tu per carità evangelica ancora canti, sono poco comprensibili. Però mi consolo sempre pensando che le cose poco comprensibili, se non danno fastidio, incuriosiscono… e allora uno poi magari si mette ad approfondire… Quindi tuo marito scrive canzoni che se non danno fastidio mettono in moto la ricerca… per lo meno quella su Google… speriamo anche quella interiore, quella spirituale…

La prima strofa parla di un certo Tommaso che “chiedeva solo un po’ di buon umore, per scherzare fino alle ultime ore”… Chi sarà mai questo Tommaso? Perché non l’ho spiegato? Intanto non ci stava nella strofa, la spiegazione. E poi funziona come per le battute, che se le spieghi non fanno più ridere. Così le strofe delle nostre canzoni, se le spieghi poi non risultano più incomprensibili… E comunque anche le icone, se uno non conosce l’episodio raffigurato o il santo di riferimento, non è che ci si capisca granché… Anche le icone hanno bisogno di una spiegazione. Ho finito con le giustificazioni, mogliettina mia. Passiamo al succo. Tommaso è san Tommaso Moro, st Thomas More, in inglese, visto che lui è inglese e a te piace tanto quando pronuncio qualcosa in inglese. St Thomas alla fine l’hanno fatto fuori perché non era d’accordo con il re Enrico VIII che aveva divorziato e si era risposato e voleva farsi pure capo supremo della Chiesa d’Inghilterra. Una cosa così, insomma. Ecco, st Thomas More (sempre che si dica in questo modo qui), st Thomas More aveva scritto una preghiera in cui chiedeva buon umore, quando era più giovane, e questa preghiera doveva proprio aver colpito nel segno, perché era riuscito a scherzare pure con il boia che doveva tagliargli la testa, dicendogli di farsi animo e mirare bene che lui aveva il collo corto. Ecco, chi si sposa sa benissimo – o è meglio che lo impari presto – che deve morire sempre di più a se stesso… e per fare questo una buona dose di umorismo è essenziale. Non pensateci nemmeno di sposarvi senza chiedere al Signore una buona dose di umorismo. Ma buona buona. Non pensateci neanche di non chiederla. Le donne sono di un altro pianeta, senza umorismo non ce la farete mai. Ovviamente, mogliettina mia, quando dico che siete di un altro pianeta, intendo un pianeta dove c’è un’intelligenza superiore.

Seconda strofa, in cui si allude a un certo Francesco. E qui il riferimento è a san Francesco d’Assisi, uno dei santi più punk della storia. Uno controcorrente, uno che aveva seguito alla lettera l’indicazione di San Paolo: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo”. Di san Francesco si sanno tante cose, ma meno questo fatto del breviario. Sì, san Francesco si conciava come un poveraccio ma pare che avesse un breviario molto prezioso. Le cose che riguardavano Dio, per lui, dovevano essere preziose. L’ho letto in un sito che guarda caso si chiama “Breviarium”, gestito dal nostro amico Giovanni Marcotullio, un grande appassionato di breviari… Ogni marito deve mettere al primo posto il Signore, solo così può amare veramente la propria mogliettina, senza idolatrarla e quindi senza farle del male. Un bel libro di preghiere, magari prezioso, può aiutare parecchio in questo senso. Dedicare del tempo alla preghiera, anche personale, è essenziale per imparare a mettere ogni cosa nel posto giusto e quindi riuscire a fare il proprio dovere nel migliore dei modi. Come Dio comanda.

Terza strofa: “Giovanni dormiva la sua notte oscura con la fronte piena di poesia appoggiata alla Scrittura”. È san Giovanni della Croce, poeta e cofondatore dei Carmelitani Scalzi con santa Teresa d’Avila. Non ho scritto questi versi solo per metterti alla prova con la metrica, amore mio, visto che è parecchio difficile da cantare a tempo nella melodia… Ma tu ormai non temi sfide… Ho scritto questi versi perché a mio parere pregare è sì essenziale, per un marito come per un qualsiasi cristiano, ma altrettanto essenziale è farlo con un attenzione particolare alla Sacra Scrittura, alla Bibbia. Soprattutto quando arrivano le notti oscure… Quello di sotto non vuole matrimoni indissolubili, matrimoni che durano per sempre, segno dell’amore di Dio, quindi fa di tutto per distruggerli… La preghiera e la lettura della Bibbia devono andare di pari passo, sono armi senza le quali non si arriva fino in fondo. E non è un discorso per preti o frati. Anche i mariti hanno una bella battaglia da combattere. Intendo con quello di sotto, mogliettina, non certo con le tue colleghe mogli. Figuriamoci.

Quarta strofa. “Antonio con il Bambino in mano” è sant’Antonio di Padova. Che poi in realtà era portoghese… Comunque è noto come sant’Antonio di Padova ed è spesso raffigurato insieme a Gesù Bambino. Questa immagine è molto utile ai mariti, che devono al tempo stesso rimanere bambini ma anche guidare gli eventuali bambini in arrivo per farli diventare grandi… Cioè un marito deve rimanere bambino in senso evangelico ma anche diventare adulto, responsabile e indicare la strada ai suoi piccoli… Schizofrenia allo stato puro – solo lo Spirito Santo può fare certi miracoli. Senza contare poi che un marito dovrà presto fare i conti e abituarsi alla terribile realtà che né la sua mogliettina né i suoi eventuali nanetti lo ascolteranno più di tanto. Com’era capitato a sant’Antonio, che alla fine si era messo a predicare ai pesci visto che gli uomini non lo ascoltavano. Io, per amore di rima, ho scritto che sant’Antonio “predicava ai pesci” e anche “al grano”. Almeno do un’alternativa a quei mariti che non hanno animali in casa. Qualche piantina o verdura c’è sempre.

Il ritornello è più criptico ancora delle strofe: “Ma tu che cosa devi fare? Il pappagallo? No, ascoltare. E poi un panino con lo zucchero e il burro e un giro alla statua di san Giuseppe su sfondo azzurro”. Il senso, se c’è, è questo: tante volte uno legge le vite dei santi però poi non sa che cosa deve fare lui. A me almeno è capitato così… I santi sono degli esempi da imitare ma per ognuno esiste una strada unica. Scoprire come Dio ha agito nella vita di altre persone diventate sante è essenziale per trovare il proprio modo di vivere nella volontà di Dio. Ma più che fare i pappagalli, ripetendo a caso un copione già scritto, è importante ascoltare in profondità per trovare il proprio irripetibile modo di imitare i santi… Per il panino con lo zucchero e il burro, lo consiglio a tutti perché è buonissimo, aiuta a distendere l’animo, soprattutto se precede un giretto da san Giuseppe, se avete qualche capitello o statua nelle vicinanze, per chiedere a lui l’aiuto, senza tormentarsi troppo. Più che i propri sforzi, infatti, sono gli aiuti dall’Alto che fanno la differenza.

La quinta strofa della canzone parla di san Filippo Neri, il quale “aveva un segreto così grande che per capirlo non c’erano neanche più domande”. San Filippo, infatti, a partire da un intervento dello Spirito Santo quando aveva 29 anni, si era ritrovato con un cuore dilatato. Quando gli hanno fatto l’autopsia, dopo che era morto, hanno scoperto che il suo cuore era più del doppio di un cuore normale e che in quelle condizioni non avrebbe potuto vivere. Invece aveva vissuto 50 anni in quel modo… Ma era una cosa che voleva tenersi per sé. Una cosa intima, che riguardava il proprio rapporto con Dio. Non voleva mai parlarne. Diceva che era il suo segreto. Ecco, anche i mariti devono imparare ad avere una cura particolare per determinate cose, insomma, devono preservare delle zone di intimità, magari solo per loro e per la loro moglie, oppure altre solo per Dio. Bisogna mantenere questi luoghi interiori di silenzio. E su questo punto, amore mio, non aggiungo altro perché è bene che rimanga un po’ segreto.

Sesta strofa: “Piergiorgio e i suoi amici loschi, amavano le montagne e i boschi”. Qui parliamo del Beato Piergiorgio Frassati, un giovane affascinante morto a 24 anni che aveva creato una Società dei Tipi Loschi. Già, perché essere dei martiri cristiani… ehm, scusa, dei mariti cristiani… Ogni tanto mi sbaglio… Essere dei mariti cristiani significa essere in qualche modo dei tipi loschi. Oggi più che mai. Significa anche essere visti male. Alcuni individui, per esempio, potrebbero venirvi a dire, con impeccabile senso del tempo, che non siamo più del Medioevo. O cose simili. Ma questo non deve spaventare. Anzi. Insomma, siate pronti a tutto. Anche perché avete accanto delle creature completamente imprevedibili. In senso buono, ovviamente, mogliettina. Per quel che riguarda le montagne e i boschi, sono cose che distendono l’animo. Come il panino con lo zucchero e il burro.

Settima strofa: qui c’è san Pietro, il primo Papa, che grazie a Gesù era riuscito pure a camminare sull’acqua… Ma anche noi, se ci affidiamo completamente a Gesù, possiamo arrivare a fare cose incredibili. Perché tanto le fa Lui. Il problema è che ogni due passi abbiamo la tentazione di non affidarci completamente a Gesù… E così andiamo giù… Ma il Capo è così grande che non bada più di tanto a queste cose. Cerchiamo di non badarci più di tanto neanche noi. Non si è bravi mariti perché si è bravi mariti: si è bravi mariti quando si capisce che non si è bravi mariti. Chiaro, no? Siamo pieni di peccati e difetti, nessuno escluso. Stiamo sereni, in pace, e diamo spazio a Dio. È lui che porta avanti la nostra “mission impossible”.

Ultima strofa. San Leopoldo Mandic. Confessore gigantesco. Ma minuscolo di statura. La confessione. Il confessionale. Lo so, noi mariti siamo mediamente e tendenzialmente dei santi. Ma frequentiamolo comunque spesso e volentieri, il confessionale. È la chiave di tutto. Senza un po’ di leggerezza non possiamo portare avanti un mistero così grande come il matrimonio. Ogni tot infiliamoci in un confessionale e facciamoci togliere un po’ di pesi.

Ho finito, amore mio. Ho provato a spiegare la canzone che mi hai commissionato tu. Sempre ai tuoi ordini, mia regina. Ora ti lascio la parola. Che Dio strafulmini di benedizioni me e tutti i mariti in ascolto, questa specie poco protetta e sempre più in via d’estinzione, e che san Giuseppe interceda senza sosta. Ti amo.

 

 

 

Bonus tracks

SAN GIUSEPPE, MODELLO DEL MARITO CRISTIANO della nostra fantastica Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato!

La santità del terzo millennio parla il linguaggio della famiglia. La Chiesa e la società hanno bisogno di sposi santi, gioiosi nel comprendersi e nell’amarsi, generosi nel dono reciproco che si apre ad un nuova vita E pazienti nell’educare. Sposi cristiani che, sull’esempio della Santa Famiglia di Nazareth, affascinano per il loro stile di vita coniugale: per lei l’esempio di Maria, dolcissima Sposa; per lui il modello di Giuseppe, amabile sposo. Il matrimonio è elevazione reciproca, è prendere il buono dell’altro per salire, in mutua gara, la scala della santità. San Giuseppe si presenta a noi come uomo meraviglioso nei suoi rapporti con la Vergine, con il Dio Bambino, con il Padre eterno, con tutti i Santi dell’Antica Alleanza. Il marito cristiano è uomo di fede e di amore alla Sacra Scrittura. Si resta stupiti di fronte allo sposalizio autentico che Egli contrasse con Maria, perché furono nozze stipulate per ispirazione divina. Il marito cristiano è uomo che testimonia l’abbandono fiducioso in Dio. Lo Spirito Santo non poteva unire l’anima di una vergine come Maria ad un’altra anima senza una forte consonanza tra di loro, perciò San Giuseppe è l’uomo dalla purezza più grande, dall’umiltà più profonda, dall’amore più ardente, dalla contemplazione più alta. Nel matrimonio che vive totalmente il Sacramento, l’unione dei cuori è tale che i coniugi sono una sola persona. Il marito cristiano cerca di divenire simile alla sua sposa, poiché chi ama tende a prendere la somiglianza della creatura amata. Maria amava sinceramente Giuseppe e possiamo supporre che entrambi avessero fatto voto di verginità e, poiché i beni della sposa sono i beni dello sposo, la Beata Vergine Maria comunicò a San Giuseppe i suoi tesori spirituali, cioè tutto ciò che il cuore di lui poteva ricevere. Il marito santamente amoroso mostra di stimare molto sua moglie se ad essa confida tutto di se stesso per averne consiglio e conforto. Al tempo stesso, sa comprenderla profondamente e le è di sostegno negli affanni. Se consideriamo la vita in comune di Giuseppe e Maria, è certo che per il primo erano stimolo alla santità gli esempi di vita della sua Sposa. La sapeva Madre di Dio e ricolma di Spirito Santo: con quali sentimenti di rispetto, di umiltà, di purezza l’avrà circondata! Il marito cristiano custodisce e protegge la sua sposa come una perla preziosa. Benedetta quella casa dove la santità del Sacramento vive nel vero senso della parola e produce una inesausta fioritura d’atti d’amore!

 

Brano tratto dall’omelia di Papa Francesco di martedì 19 marzo 2013, Solennità di San Giuseppe

Abbiamo ascoltato nel Vangelo che «Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore e prese con sé la sua sposa» (Mt 1,24). In queste parole è già racchiusa la missione che Dio affida a Giuseppe, quella di essere custos, custode. Custode di chi? Di Maria e di Gesù; ma è una custodia che si estende poi alla Chiesa, come ha sottolineato il beato Giovanni Paolo II: «San Giuseppe, come ebbe amorevole cura di Maria e si dedicò con gioioso impegno all’educazione di Gesù Cristo, così custodisce e protegge il suo mistico corpo, la Chiesa, di cui la Vergine Santa è figura e modello» (Esort. ap. Redemptoris Custos, 1).

Come esercita Giuseppe questa custodia? Con discrezione, con umiltà, nel silenzio, ma con una presenza costante e una fedeltà totale, anche quando non comprende. Dal matrimonio con Maria fino all’episodio di Gesù dodicenne nel Tempio di Gerusalemme, accompagna con premura e tutto l’amore ogni momento. E’ accanto a Maria sua sposa nei momenti sereni e in quelli difficili della vita, nel viaggio a Betlemme per il censimento e nelle ore trepidanti e gioiose del parto; nel momento drammatico della fuga in Egitto e nella ricerca affannosa del figlio al Tempio; e poi nella quotidianità della casa di Nazaret, nel laboratorio dove ha insegnato il mestiere a Gesù.

Come vive Giuseppe la sua vocazione di custode di Maria, di Gesù, della Chiesa? Nella costante attenzione a Dio, aperto ai suoi segni, disponibile al suo progetto, non tanto al proprio; ed è quello che Dio chiede a Davide, come abbiamo ascoltato nella prima Lettura: Dio non desidera una casa costruita dall’uomo, ma desidera la fedeltà alla sua Parola, al suo disegno; ed è Dio stesso che costruisce la casa, ma di pietre vive segnate dal suo Spirito. E Giuseppe è “custode”, perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge. In lui cari amici, vediamo come si risponde alla vocazione di Dio, con disponibilità, con prontezza, ma vediamo anche qual è il centro della vocazione cristiana: Cristo! Custodiamo Cristo nella nostra vita, per custodire gli altri, per custodire il creato!

 

Preghiera a san Giuseppe

Salve Custode del Redentore
e Sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il Suo Figlio.
In te Maria ripose la Sua fiducia.
Con te Cristo diventò uomo.
O beato Giuseppe,
mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici Grazia, Misericordia e Coraggio,
e difendici da ogni male. Amen

 

 

 

 

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Potete ascoltare a questo link la registrazione della quarta puntata della trasmissione “La vocazione al matrimonio e alla famiglia” andata in onda su Radio Maria martedì 7 luglio 2017 dalle ore 18 alle 19.30, condotta da Giuseppe e Anita Signorin (appunto noi due, i Mienmiuaif!).

Qui sotto trovate anche il testo della lettera “Chi trova un rassicuratore trova un tesoro”, la nostra canzone Il Rassicuratore”, cantata insieme all’amico Lorenzo Belluscio e i contributi preziosissimi di Madre Maria Michela delle Monache del Cuore ImmacolatoLorenzo Belluscio, Giulia Bovassi ed Edorado Dantonia (autore di Rivolta alla Locanda)!

Le prossime due puntate saranno i primi martedì dei mesi di settembre e novembre.

 

Lettera a una moglie

Chi trova un amico trova un tesoro, amore mio. Non è solo il titolo di un film con Bud Spencer e Terence Hill, è la verità. “Un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro”, troviamo scritto nel Siracide. Il Siracide non sbaglia. Tuo marito invece può benissimo sbagliare, anche se, avrai notato, gli capita rarissimissimamente. Se le mogli hanno sempre ragione, infatti, si sa che i mariti non sbagliano quasi mai. Oltre a essere “tutti belli”, come cantano i Mienmiuaif alla fine della loro hit “Canzone vintage”, che abbiamo presentato proprio qui a Radio Maria qualche puntata fa, oltre a essere tutti belli, i mariti difficilmente sbagliano. Almeno ai loro occhi. Però può succedere. Fatalità non mi viene in mente nessun episodio, nello specifico, in cui mi sia capitato di commettere qualche errore, ma tuo marito è di larghe vedute e può ammettere questa possibilità. Forse è meglio che non mi perda subito. Andiamo al dunque. Gli amici. Qualche tempo fa eravamo a cena con Lorenzo, che fa l’assicuratore. C’era anche Alessia, la sua fidanzata. Lorenzo è un assicuratore ma è un po’ come Batman, nel tempo libero si trasforma in supereroe e si mette a cantare. In realtà non so se Batman canti, nel tempo libero, però Lorenzo sì. È proprio uno strano tipo, uno che si preoccupa tantissimo, ti chiama per sapere come stai, ti sorride, è sempre disponibile. Un mezzo pazzo. Non c’è voluto molto a scrivere una canzone ispirata a lui. Però, se si fosse chiamata “L’assicuratore”, visto il lavoro che fa, e non “Il rassicuratore”, avremmo rischiato di avventurarci in un nuovo genere musicale, il “pop marketing” (dico “pop” per essere più comprensibile a tutti, anche se in realtà siamo la prima punk band che non fa musica punk del pianeta, siamo più punk dei punk, trasgrediamo pure le regole del punk e facciamo musica normale, ma non ho tempo qui di approfondire bene il discorso come invece faccio durante i tanti sermoni coniugali che ti regalo ogni giorno a pranzo), insomma se avessimo chiamato il pezzo ispirato a Lorenzo “L’assicuratore”, avremmo rischiato di avventurarci in un genere di musica pop troppo mischiata al marketing, musica che poteva indurre la vendita di polizze vita e non a pregare Santa Rita, come invece preferiremmo… Musica che se non ti piace, poi qualcuno te la rimborsa… e per noi sarebbe stato un problema… “L’assicuratore” non era il titolo giusto, anche perché con questa canzone volevamo parlare di amicizia e in amicizia la parola d’ordine dev’essere “gratuità”. Se non è gratis, non è amicizia. Meglio “Il rassicuratore”. Perché alla fine di amici che rassicurano ce n’è parecchio bisogno. Siamo sempre tutti affannati, stressati, preoccupati. Altro che parabola dei gigli del campo: la maggior parte della mia generazione ha tutto, è cresciuta nel benessere, eppure è in costante agitazione. La Bibbia non si stanca di ripetere che non dobbiamo avere paura, noi non ci stanchiamo di averne. Insomma, la Bibbia è come una mamma, che ti ripete ogni giorno le stesse cose, perché sa benissimo che ce le dimentichiamo. Non è la Bibbia a essere ripetitiva, siamo noi a essere recidivi. Quindi qualche amico pronto a rassicurare fa bene alla salute. Ce ne fossero! Visto poi che Lorenzo, smessi i panni dell’assicuratore, indossa quelli del cantante, gli abbiamo chiesto di partecipare alla registrazione del brano. Lui c’ha subito rassicurati dicendoci che non c’era problema. Vedete come funziona? Lorenzo conosce i Mienmiuaif e sa che il rischio di cantare una canzone in cui non si capisce niente, con noi, è altissimo, ma ha accettato la sfida senza battere ciglio. Ha detto che andava benissimo. Coi “rassicuratori” funziona così. Sono utili anche per bilanciare l’equilibrio coniugale. Pongo questa domanda ai maschietti con l’anello in ascolto: quante volte vi sono capitate risposte affermative senza “però” dalle vostre mogli? Le mogli sono geniali, sanno sempre come fare meglio qualsiasi cosa, noi maschietti rischiamo quotidianamente di osservare la linea del morale scendere precipitosamente di fronte a tanta efficienza femminile. Un amico che ti dice “ok” e basta è un toccasana. Ti fa risparmiare anche in integratori energetici. Insomma Lorenzo ha accettato a scatola chiusa di cantare con noi questo pezzo sull’amicizia e a me non sembrava vero. Ero così poco preparato all’idea che non sapevo che fare. Panico. I rassicuratori sono così rassicuranti che ti mandano nel panico. È tutto ok, mi sono detto. E adesso? Non ero preparato. Di solito i problemi fanno a gara per esserci, in quel caso sembrava filare tutto liscio. Ho capito subito la pericolosità dell’amicizia. Se le mogli santificano, gli amici rassicuratori mandano nel panico. Ho chiesto allora al nostro “arrangiatore” Federico, colui che dal nulla produce il sound delle nostre canzoni, di ascoltare un brano dei Talking Heads, “Psycho Killer”, e di prendere spunto da lì per l’incipit del nostro pezzo. Sì, perché c’è qualcosa di pericoloso nell’amicizia, soprattutto in quel genere di amici capaci di stimolarti, di incoraggiarti, di sperare contro ogni speranza. Sono dei veri e propri killer. Psycho killer, le provano tutte per uccidere le tue paranoie, le tue piccole o grandi depressioni di ogni giorno. Alla fine sono anche un po’ “stalker”, tipo quelli che perseguitano le persone, le pedinano. Quelli che non danno tregua. Ma se negli stalker di professione prevale un atteggiamento negativo, nei rassicuratori prevale un atteggiamento positivo. Sono ovunque, ma sono ovunque come gli angeli, non come gli stalker. Sono ovunque e ci sono sempre perché si preoccupano del nostro bene. L’apparenza inganna, questa è una banalità: infatti è vera. Avete presente quelle persone che hanno sempre un sorriso stampato in faccia ma si capisce lontano un cereale che sono falsi? Ecco: quelle persone sono insopportabili. I rassicuratori possono essere scambiati per quelle persone lì, ma non appartengono alla stessa categoria. I rassicuratori sorridono, anche se non hanno nessuna voglia di farlo, ma non sorridono per mentirti, sorridono per amore. Lo fanno come gesto di amore nei confronti degli altri. Non lo fanno per ingannare, lo fanno per rassicurare. Perché in fondo a ogni stato d’animo negativo, a ogni situazione, anche la più disperata, sanno che c’è sempre Qualcuno in grado di volgerla al bene, sanno che c’è sempre Qualcuno che dice di non avere paura, e quel Qualcuno ce lo ripete così spesso nella Bibbia, come accennavo prima, che vuol dire che ne abbiamo davvero bisogno. Che servono persone capaci di ripetercelo di continuo, di fare da megafono a quel Qualcuno. Persone che sorridono per ricordarci che non dobbiamo avere paura, per farci una carezza, per sostenerci, e non per ipocrisia. Ci sono le facce sempre tirate di chi sorride ma magari sotto sotto vuole fregarti, facce da campagna elettorale, e ci sono facce molto simili di chi ti sorride per altri motivi. Molto simili ma completamente diverse. Pensiamo a Madre Teresa di Calcutta. Che aveva da sorridere, con tutto quello che vedeva? Sorrideva per amore. Ecco, una coppia ha bisogno di amici così. Ha bisogno di amici in generale, ma ha bisogno anche di amici così. Di rassicuratori. Di amici capaci di farti andare nel panico non perché ti ricordano tutti i problemi che ci sono in questo mondo, ma perché ti fanno presente che c’è Qualcosa di più, che comunque c’è sempre Qualcosa di più, Qualcosa per cui vale la pena mostrare i dentoni e sorridere. Che Dio trasformi anche noi in rassicuratori e ci aiuti a stressarci di meno per le cose di questo mondo e piuttosto a stressare Lui e tutti gli abitanti dei Piani Alti perché mandi rassicuratori in abbondanza. Da fare ce n’è. Ti amo.

 

 

Bonus tracks

L’AMICIZIA NELLA COPPIA della nostra fantastica Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato!

“Il cammino di santità compiuto insieme, come coppia, nell’amicizia, è possibile, è bello, è straordinariamente fecondo ed è fondamentale per il bene della famiglia, della Chiesa e della società”. Giovanni Paolo II ha pronunciato queste parole in occasione della beatificazione dei Santi sposi Luigi e Maria Beltrame Quattrocchi, il 21 ottobre 2001.

La Parola di Dio ci insegnava, già dall’Antico Testamento, che “un amico fedele è una protezione potente, chi lo trova, trova un tesoro. Per un amico fedele, non c’è prezzo, non c’è peso per il suo valore. Un amico fedele è un balsamo di vita, lo troveranno quanti temono il Signore” (Siracide 6, 14-16).

San Giovanni Bosco afferma che “il Signore ci ha messo al mondo per gli altri”. Questa è una grande verità! A partire da Cristo, l’amicizia ha acquistato un senso nuovo. “Non c’è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). L’amico è colui che ha scoperto il valore e la dignità del fratello, alla luce del Vangelo.

L’esperienza di una vera amicizia, all’interno della coppia, è una condizione di grazia profonda: fa sperimentare quanto l’altro mi ama e mi rende capace di amare sempre, amare per primo, amare perchè l’amore chiede di espandersi: è l’agape.

“Ha detto molto bene chi ha definito l’amico come metà della propria anima. Avevo di fatto la sensazione che le nostre due anime fossero una sola in due corpi”.  (Sant’Agostino)

In una coppia, l’amicizia nutre l’amore e l’amore nutre l’amicizia.
L’amicizia richiede e si nutre di fiducia, si scrive all’interno della reciprocità, entra nel cuore dell’altro e si sente portato dal suo, in contemporanea; è comune all’esistenza di entrambi, fa tutto per crescere ed innalzarsi al fine di essere come il roveto ardente, dove il fuoco brucia e non consuma in un continuo dialogo d’amore.

L’amicizia, quando essa si scrive nel contesto di una alleanza nuziale, se è nutrita da quell’atteggiamento del dono di sé per l’altro, fa scattare la scintilla che potenzia la comunione spirituale; così si è toccati dall’amore reciproco e ci si apre alla gioia di condividere e dare tutto per i figli.

L’amicizia spirituale diviene, così, un grande arricchimento interiore, un dono di grazia che trasforma. Per vivere questo tipo di amicizia, come coppia, occorre entrare insieme in quella miniera che è l’amore di Cristo, con l’intelligenza del suo Spirito. È un mistero così grande che, per saperne qualcosa, non c’è altra via che tuffarsi in esso…

 

Il super intervento del “rassicuratore” Lorenzo Belluscio!

Chi trova un Amico, trova un tesoro. Quanto e’ vera questa frase contenuta nel libro del Siracide!
Pensiamoci bene: quanti veri amici abbiamo? Pochi, molto pochi, spesso li contiamo sulle dita di una mano.
Ho sempre pensato che un amico sia quella persona che ti accoglie sempre con un sorriso e con un abbraccio, che sa quello che stai per dire ancora prima che tu apra bocca, che non ti giudica mai ma che con sincerita’, ha anche il coraggio di dirti sempre come stanno le cose, anche quando la verita’ puo’ essere scomoda da accettare.
E se pensiamo a queste caratteristiche come puo’ non venirci in mente Gesu’? Lui si’ che e’ un amico, un vero amico, Lui che non ci abbandona mai, Lui che cammina sempre al nostro fianco anche quando non vogliamo farLo entrare nel nostro cuore, anche quando pensiamo di farcela da soli, anche quando pensiamo che non esista.
Nel Vangelo di Giovanni Gesu’ dice: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici”.
Gesu’ e’ morto per noi per poterci abbracciare tutti un giorno nel Suo Regno. Puo’ esserci amicizia, amore piu’ grande e piu’ profondo di quello che Gesu’ ha dimostarto nei nostri confronti? No, assolutamente no.
A noi pero’ il compito di essere dei buoni amici, sempre piu’ generosi e sinceri, seguendo ogni giorno le orme di Gesu’, cercando di amare sempre di piu’ il nostro prossimo, accettandone i limiti e valorizzandone i pregi, ascoltandolo e facendo di tutto per renderlo felice.

 

Il testo della mitica amica Giulia Bovassi, giovane blogger, scrittrice e studentessa di bioetica, ma soprattutto promessa sposa del batterista della nostra band Nicolò!

“Fragile, maneggiare con cura!” è un avvertimento preventivo: sii mite nella reciprocità e benedici con perseveranza e carità! Essere amici in Cristo è un’attitudine alla disponibilità, ovvero: tu sei prezioso, come un fratello, così come sei, vulnerabile imperfezione a immagine e somiglianza di Dio, e piena Sua glorificazione. “L’amico ti ricorda l’alba nell’ora del tramonto”, ci dice Robert Cheaib. Nell’oscurità del dubbio, dei timori, delle debolezze, così come dinanzi a vette apparentemente ostili, nell’equilibrio precario di una svolta, tu amico incarni la mia supplica. La supplica che si riesca ad amare a prescindere, e che io possa essere, per qualcuno, un bene esattamente nella mia misura, piccola e personale. Nel tramonto, l’alba è chi ha voglia di essere, per un determinato tempo, i tuoi occhi finché a te stesso senti di non bastare, per questo «Non è bene che l’uomo sia solo!». Ecco si apre lo spazio condiviso della gratuità: non ci sono scopi egoistici, bensì l’altro è nutrimento solo in quanto possiamo esserlo insieme, nella trasparenza nuda e onesta del bene, sia essa supporto o sincero antagonismo restio ad abbandonare l’altro ad azioni nocive. Se vi fosse un principio di guadagno l’aria si farebbe viziata, i due soffocherebbero, la condivisione diverrebbe proprietà, la libertà usurpazione e la tolleranza sopravvivenza. Sentendo di essere accomunati dall’atto d’amore che ci ha voluti al mondo, ci riconosciamo, il cuore toglie le difese e ci percepiamo simili fra noi: si genera l’armonia fedele.
Questo tipo di amicizia è una potenza liberatrice: è libera di gioire per l’altro senza invidia, di risollevarlo senza provare piacere quando intravvede le sue debolezze; è libera perché è giusta e severa; è libera perché non si arrende mai al rancore, perdonando; è libera anche quando crea disagio perché significa che è viva per quel rapporto; è curativa nel senso che si presta ad essere strumento di bene per l’altro, chiede di agire, non si può dimostrare nell’immobilità. Può farlo solo perché presuppone il nostro punto di partenza: riconoscerci ugualmente creature, abili a oscillare fra sbagli e rinascite.
Non è facile, credo sia una risposta da coltivare, sottoposta alla sfida del cambiamento, e sono convinta che proprio la sua unicità pretenda un distinguo e un cammino talvolta anche di sofferenza, causata da questa umanità cucita addosso! Ma nella mia esperienza personale, poter avvicinarmi a Cristo mediante degli amici o sentirLo più vicino attraverso la loro preghiera, è stata ed è una grazia!

 

E ora un tipo losco…  Edoardo Dantonia, giovane autore del libro “Rivolta alla Locanda” e una delle penne del blog “Schegge riunite”!

“Si tratta semplicemente di quattro cinque persone che si piacciono e si incontrano per fare cose che amano fare”. Così Lewis definiva quel luogo in cui uomini diversissimi possono ritrovarsi e divenire fratelli; quella zona franca, per così dire, nella quale un avvocato, un pescivendolo e un pittore possono per un istante dimenticare regole, ruoli e apparenze ed entrare in comunione uno con l’altro. A me capita spessissimo, specialmente in quei luoghi e in quei momenti dove ci si abbassa tutti allo stesso livello: mi ritrovo fratello di colui che mangia alla tavola dove mangio io, che beve il vino che bevo io, che spara a zero sui politici come faccio io, che si lamenta della pioggia estiva come farei io se solo non amassi così spudoratamente l’acqua che vien giù dal cielo. Chesterton diceva: “Qualunque vera amicizia comincia dal fuoco, dal cibo, dalle bevande e dalla percezione della pioggia e del gelo”, vale a dire che non altro se non la carne è in grado di avvicinare i cuori, poiché è l’unico elemento che abbiamo veramente in comune tra di noi. Un avvocato ha di fatto ben poco da spartire con un pescivendolo: uno pronuncia arringhe, l’altro vende aringhe, e la somiglianza è meramente linguistica; uno fa il suo mestiere in giacca e cravatta, l’altro in tuta e magari con un bel paio di guantacci di gomma. Ma sotto queste apparenze si cela la stessa carne, lo stesso ammasso di organi che ha bisogno allo stesso modo di cibo, acqua, calore e di un buon bicchiere di vino o di birra. L’amicizia in fondo è questo: riconoscere nell’altro la mia stessa carne, vedere nell’altro me stesso, con le mie stesse debolezze e i miei stessi desideri umani, a prescindere dal mestiere, dai vestiti, dall’auto e dalle idee. “Ogni anima umana”, prosegue Chesterton, “deve compiere quel gigantesco atto di umiltà che è l’Incarnazione. Ogni uomo deve farsi carne per incontrare i suoi simili”.

 

 

 

 

Per dare una mano ai Mienmiuaif clicca qui 

Potete ascoltare a questo link la registrazione della terza puntata della trasmissione “La vocazione al matrimonio e alla famiglia” andata in onda su Radio Maria martedì 2 maggio 2017 dalle ore 18 alle 19.30, condotta da Giuseppe e Anita Signorin (appunto noi due, i Mienmiuaif!).

Qui sotto trovate anche il testo della lettera sulla “Regina del Cielo, Regina della Casa”, la nostra canzone “Regine Coeli” e i contributi preziosissimi delle super amiche Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato, Costanza Miriano e Laura Debolini (autrice insieme al marito Filippo Fiani di “Il centuplo quaggiù. Adozioni internazionali e tanta Provvidenza“, di prossima pubblicazione)!

Le prossime tre puntate saranno i primi martedì dei mesi di luglio, settembre e novembre.

 

Lettera a una moglie

Non te la prendere se mentre scrivo a te mi rivolgo alla Mamma, amore mio. Mamma, se Anita se la prende perché mi rivolgo a Te e non a lei in questa lettera, non te la prendere. Ma tanto non penso che Anita se la stia prendendo e in ogni caso sono sicuro che Tu non te la prenderesti mai per una cosa del genere. Sei troppo buona. E poi anche Tu sei una moglie. Mi è stato chiesto più di una volta come mai il mio libro, “Lettere a una moglie”, da cui sto prendendo spunto per queste altre lettere “live” nella Tua Radio, si chiami così. Perché non “Lettere a mia moglie” o “alla moglie”? Non ho mai capito neppure io il perché, mi è sempre suonato bene “Lettere a una moglie”, mi pareva il titolo giusto, non c’ho pensato più di tanto, ma d’altronde io sono pure il colpevole del nome della marito-moglie band “Mienmiuaif”, insomma, grazie a Dio Tu sei piena di misericordia e sei pure mia Mamma, mi ami così come sono anche se cerchi di migliorarmi, però ecco, adesso mi fa proprio comodo che il libro di cui queste lettere sono idealmente una prosecuzione si chiami “Lettere a una moglie” e non in un altro modo, perché rivolgendo questa lettera a Te, e non a mia moglie, la rivolgo comunque a una moglie. Come sanno tutti, infatti, sei sposata con san Giuseppe, di cui fra l’altro porto il nome e di cui sono un fan sfegatatissimo (“fan” nel senso di devoto, non fraintendermi…). E poi Sei l’unica moglie di cui la mia non è gelosa, anzi. Più rimango in Tua compagnia, più lei è contenta. Già, perché funziona così, lo sperimenta quotidianamente lei stessa: è sufficiente pensarti per migliorare. Anche come moglie. La mia ormai ha raggiunto livelli stratosferici. Ha cominciato da pochi anni ed è già cintura nera. Tutto merito Tuo. Ultimamente ha addirittura imparato a non chiedermi di continuo informazioni sul film che stiamo guardando, quando ne stiamo guardando uno insieme le poche volte che ne troviamo di belli, che magari finiscono bene senza violenza del tipo che qualche personaggio magari scivola e a lei viene un colpo tanto che fa un salto sul divano. Anita infatti è molto sensibile. Comunque da qualche tempo a questa parte deve avere intuito che se lei ci parla sopra tutto il tempo, io non posso capire quello che dicono e che succede e quindi non posso spiegarglielo. Sei stata sicuramente Tu, Donna del silenzio, a trasmetterle un po’ di questo sublime dono – almeno quando guardiamo un film.

Ma ora passiamo al latino. Riscoprire le bellissime preghiere che recitavano i nostri nonni, cara Mamma, mi sta aiutando in un’opera che porto avanti da alcuni anni: salvare Anita dall’idolatria dell’inglese. Mi spiego meglio: Anita sa molto bene l’inglese, lo parla alla perfezione, eppure noto che gli dà un’importanza esagerata… Certo, l’inglese serve, ci mancherebbe, ma insomma, non è mica qualcosa di sacro… “Il giorno della fine non ti servirà l’inglese”, canta Battiato ne “Il re del mondo”. Non che sia un esempio di ortodossia cattolica, Battiato, ma qui c’azzecca. L’inglese non è tutto! E allora mi sto sforzando, più o meno da quando la conosco, di smontarle questo idolo che si è fatta, influenzata certo dal pensiero dominante. Anche il nome della nostra marito-moglie band, “Mienmiuaif”, ha questo significato. Storpiando la pronuncia di “me and my wife”, “io e mia moglie” in inglese, appunto, e inserendoci un errore, cerco di aiutare Anita a desacralizzare questa lingua verso cui nutre fin troppo rispetto. Dovendo pronunciare il nome della nostra band, soprattutto per spiegarlo agli amici, è costretta insomma a parlare un inglese scorretto, e già questo basta a rendermi felice e sentirmi utile. Non è semplice infatti farle credere di non sapere bene l’inglese, io che alle medie ero uno dei più bravi della classe, non è semplice trovare ogni volta pronunce e forme sintattiche che le facciano sgranare gli occhi per disintossicarla da questa specie di ossessione, ma con un po’ di pazienza e il Tuo aiuto vedo che i frutti non mancano. Anche se mi rendo conto benissimo che ben più dei miei sforzi funzionano le preghiere in latino, soprattutto quelle indirizzate a Te, Mamma.

E allora sono doppiamente felice di aver fatto cantare ad Anita questa gioiosa antifona che si utilizza nel tempo pasquale, il Regina Coeli. Degli amici stupendi, Emanuele e Laura, hanno realizzato pure un video, che ovviamente in Radio non si vede ma tu Mamma sicuramente non te lo sarai persa su YouTube – avrai avuto anzi anche la possibilità di seguire e aiutare Emanuele e Laura durante le riprese. Il video è un giro in macchina fra le strade di Milano, fino a raggiungere Te, una Tua statua che indica l’alto, il Cielo. Sono stati bravissimi e geniali – sono dei grandi artisti, lui regista teatrale e scrittore, lei ballerina, coreografa, fotografa -, hanno interpretato alla perfezione il nostro intento: portarTi da tutte le parti, anche quelle dov’è più difficile trasmettere il Tuo messaggio di bellezza e di amore, nelle città, dove tutti pensano di sapere già tutto, nonostante per la maggior parte dei casi non se la passino molto bene. Te lo dico – ma lo saprai già – perché anch’io ho vissuto in una grossa città – Milano appunto – per una decina di anni. Noi vogliamo portarti ovunque, in macchina con noi, a piedi, in ogni posto, soprattutto là dove c’è più bisogno di Te, perché solo Tu sai indicare nella maniera perfetta il Cielo. Solo Tu puoi portarci a Tuo Figlio Gesù. Il Creatore stesso ha scelto Te per questo scopo.

Regina coeli, laetare, alleluia. Rallegrati Regina del Cielo e rallegraci, donaci la Tua santa allegria per portarti ovunque. Noi vogliamo che tu sia la Regina del Cielo ma anche della terra, della nostra quotidianità, delle nostre macchine quando siamo in macchina, come nel video che hanno girato per noi Emanuele e Laura, delle nostre case quando siamo in casa, perché è nelle cose di tutti i giorni che è più difficile trovare l’eterno, ma è proprio lì che si nasconde meglio, è proprio lì che dobbiamo scovarlo noi sposi, è questa la nostra vocazione. Trovare l’eterno, e quindi l’amore, fra le pentole della cucina, nel rosmarino appena piantato nell’orto (ti sarai accorta che da qualche tempo mi sto dedicando a questa preziosa arte). Senza idolatrare nulla, per carità, com’è capitato ad Anita con l’inglese, ma su questo stiamo lavorando come ti ho detto poche righe più su e come sicuramente già sapevi, senza idolatrare nulla, ma cogliendo in ogni cosa un’opportunità per scovare una scintilla di Dio. Perché Dio ama farsi piccolo, fino a diventare un pezzettino di pane e un goccio di vino, e quindi ama di certo essere presente anche nelle faccende domestiche, da quelle in apparenza più insignificanti a quelle più serie, tipo la raccolta differenziata – a questo proposito se puoi rasserenare Anita durante uno dei suoi tanti rosari, le avevo detto infatti che me ne sarei occupato io ma ho così tanti impegni che come faccio… ogni tanto insomma può capitare che mi dimentichi…

Quia quem meruisti portare, alleluia. Gesù, che hai portato nel Tuo seno, portacelo anche a noi, Mamma, chiediGli quell’amore che ci serve per amare e renderti allegra. Dio che si è fatto feto e poi bambino, portalo nelle nostre case. Dio che ha voluto crescere in una famiglia, in mezzo a un papà e a una mamma, a un marito e a una moglie. San Giuseppe gli insegnava un mestiere e tu gli cucivi i vestitini. Dio che si è fatto fare i vestitini dalla mamma. Dio è il vero femminista, tu sei la vera femminista, non quelle scimmiottature che si vedono in giro ormai da troppi anni. Anita stessa è rimasta folgorata dall’arte di cucire, un’arte così poco valorizzata, oggi, ma che a quanto pare – almeno osservandola lavorare – riserva più gioie di tante altre carriere. È a rischio idolatria anche su quel fronte, oserei dire, ma c’è il dobermann di suo marito a vegliare, non ti preoccupare, Mamma (sì lo so che ho più idolatrie io di Anita, ma non vorrei occupare troppo spazio parlando di me in questa lettera, e poi siamo quasi alla fine).

Resurrexit, sicut dixit, alleluia. Come aveva detto, è Risorto. Se riesco a essere contento io, di questa buona notizia, figuriamoci Tu, Mamma. Sua Mamma. Mamma di Dio, oltre che Mamma mia e Mamma nostra. Di un Dio che si è fatto uomo, si è fatto uccidere e poi è risorto. Ha messo KO la morte. E tanti saluti. Ok, qui ci sarebbe da stare contenti una vita. E allora rallegriamoci. Siamo ancora nel tempo pasquale, siamo nel mese di maggio, il Tuo mese, siamo nel 2017, a cento anni dalla Tua apparizione a Fatima, per ricordarci che Dio è Risorto ma che noi invece siamo mezzi rincitrulliti e non abbiamo capito niente della vita. Dio è Risorto ma noi siamo morti, e allora Tu ti dai da fare per darci una mossa, per darci la vita, per farci capire che dobbiamo combattere anche noi la nostra buona battaglia e non starcene seduti sul divano davanti alla TV (mariti esclusi, ovviamente, almeno in alcuni momenti di relax, privilegio del nostro status). Ognuno al proprio posto, uniti in battaglia. Neanche una finale di Champions League può dare tanta adrenalina (a me almeno, ad Anita di certe cose interessa solo come le pronuncio in inglese).

Ora pro nobis Deum, alleluia. Sì, prega per noi Dio, Mamma. Lo conosci di certo più Tu. Pregalo per tutte le donne, per tutte le mogli del pianeta. Che capiscano quanto prezioso è il loro ruolo, quanto sono insostituibili. Che ogni moglie sappia cantare il proprio magnificat come lo hai cantato Tu, che ogni moglie sappia farTi spazio e attraverso di Te toccare il cuore di Dio. Dio può tutto ma resistere alle preghiere di una donna, di una moglie in particolare, quello non ci credo… Quando le moglie iniziano a parlare… Scherzo, Mamma…

Gaude et laetare, Virgo Maria, alleluia. Quia surrexit Dominus vere, alleluia. È veramente Risorto, Mamma. È veramente Risorto. Chiedi a Tuo Figlio Risorto che ci benedica, chiedi al Padre che ci benedica, chiedi allo Spirito Santo tutti i Suoi doni per noi. Di solito termino le lettere con un “ti amo” rivolto ad Anita. L’ho abituata bene, insomma, Mamma, puoi essere fiera di me. Ma questa volta che ne dici se la faccio ancora più contenta con un “I love you”?

 

Bonus tracks

LA DONNA IN RELAZIONE A MARIA della nostra fantastica Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato!

Maria di Nazareth, la Madre di Gesù è la più grande donna di tutti i tempi ed è, da sempre, l’unico e sublime Modello di ogni donna cristiana.

L’opera mirabile compiuta dal Creatore in Maria, offre alle donne la possibilità di scoprire la loro dignità e la grandezza della loro missione: la stima che Dio nutre per la donna.

La Vergine di Nazareth è stata presentata, in alcuni casi, come il simbolo della personalità femminile racchiusa in un orizzonte domestico ristretto ed angusto. Maria, al contrario, costituisce il modello del pieno sviluppo della vocazione della donna sposata, avendo esercitato un influsso immenso sul destino dell’umanità e sulla trasformazione della società.

La donna è chiamata ad essere moglie e madre: è chiamata alla santità sulle orme di Maria poiché Ella è il Modello femminile per la donna sposata in tutto.

– La sposa cristiana dona la propria verginità al suo sposo, perché il loro matrimonio, sacro e indissolubile, sia anche fecondo di figli e di santità. L’amore a Maria ispira quel grado di purezza di cuore che fa desiderare agli sposi di unirsi solo per amore e non per la ricerca dell’esclusivo piacere sensuale, pur legittimo nel matrimonio.

– La sposa cristiana, come Maria, esercita un ruolo di mediatrice tra il padre e i figli: ciò che i figli ricevono dal padre – lineamenti fisiologici o fisionomici – lo ricevono attraverso la madre. Ella, da parte sua, arricchita dai valori dello sposo, trasmette tutta la ricchezza della sua anima in quella dei figli. Questa funzione mediatrice permane durante tutta la sua vita.

– La sposa cristiana è l’anima della casa nella preghiera: Maria infatti «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2, 19). È Lei la Maestra del silenzio, della soavità e della profondità dei rapporti interpersonali sempre regolati dalla sublime carità.

– La sposa cristiana si adorna come i fiori del campo: il suo modo di vestire trae ispirazione dall’eleganza naturale di Maria: in quegli abiti semplici, belli e solenni si ritrova la dignità della Figlia di Sion.

– La sposa cristiana abbellisce il suo volto come fa il tocco di una farfalla su un fiore, come fa il tocco finale dell’artista sull’opera d’arte ultimata: non una maschera, ma un riflesso di luce sul volto di un’anima già abbellita dalla grazia. Maria riafferma il senso sublime della bellezza femminile, dono e riflesso della bellezza di Dio.

Quando gli sposi sono così spirituali, i sentimenti tra marito e moglie sono allora i più fini e delicati: devozione, rispetto, stima, ammirazione, dolcezza, riverenza, dedizione, gioia di vedersi e di vivere insieme a Dio.

 

Preziosissimo contributo della nostra musa ispiratrice Costanza Miriano!

Maria, tu che “in paradiso sei il paradiso di Dio”, spiegami, perché tutti – persino il tuo creatore – desiderano stare con te? Cosa rende così attraente la tua compagnia? Come si può essere una sposa dolcissima come sei tu? Io penso che il segreto sia il tuo cuore immacolato. Cioè un cuore che non trattiene nulla per sé. Tu sei tutta sì a Dio. Il tuo amore dunque è il contrario del possesso, tu continui a dare la vita ai tuoi figli in eterno, perché sai amare di quell’amore libero che vuole che l’altro sia sempre più se stesso. Tu vuoi che ogni tuo figlio realizzi il piano di Dio su di lui. Insegnami a essere una moglie e madre capace di un amore pallidamente somigliante a questo, un amore che è tutto dare per il destino dell’altro, non per quello che io desidero, perché a volte io non so neanche desiderare bene. Insegnami a volere il vero bene di mio marito, dei nostri figli, a non cercare in loro conferme del nostro valore. Insegnami dunque a diffidare dei miei sentimenti, ad ascoltare come tu hai saputo fare, a custodire nel silenzio quello che non capisco subito. Io so che più farò così più mio marito somiglierà a san Giuseppe, ogni giorno più capace di un amore fattivo, concreto, silenzioso, fedele, costante, poco appariscente ma capace di custodirmi come una roccia. Insegnami ad accarezzare questa roccia con leggerezza e amore lieve e silenzioso, capace di dire sì a Dio, e dunque a lui.

 

E per finire la fantastica moglie e mamma Laura Debolini!

Quando penso a Maria sposa di Giuseppe mi viene in mente che per Lei è stato subito evidente che lo sposo è solo l’immagine dello Sposo con la S maiuscola, e che attraverso l’obbedienza a lui si impara l’obbedienza a Lui, con la L maiuscola.
A Maria chiedo di insegnarmi la pazienza che limiti le lamentele e il senso di insoddisfazione e mancanza.
Maria aveva un legame privilegiato e diretto con Dio e Giuseppe, pur essendo santo, certo non poteva colmare il desiderio di infinito di Maria, così come ogni sposo (che tra l’altro è mediamente meno santo di Giuseppe…), ogni sposo non può colmare il desiderio di infinito della propria sposa.
Questo legame sponsale esce subito dalla logica dei “due cuori” e rende evidente che se noi sposi vogliamo essere a immagine degli sposi di Nazareth dobbiamo chiedere allo Sposo eterno di abitare insieme a noi.

 

 

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Potete ascoltare a questo link la registrazione della seconda puntata della trasmissione “La vocazione al matrimonio e alla famiglia” andata in onda su Radio Maria martedì 7 marzo 2017 dalle ore 18 alle 19.30, condotta da Giuseppe e Anita Signorin (appunto noi due, i Mienmiuaif!).

Qui sotto trovate anche il testo della lettera sull’“amore nel mondo contemporaneo“, la nostra “Canzone vintage” e i contributi preziosissimi delle nostre amiche Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato, Maria Rachele Ruiu di Generazione Famiglia e Paola Belletti autrice di “Osservazioni di una mamma qualunque“!

Le prossime quattro puntate saranno i primi martedì dei mesi di maggio, luglio, settembre e novembre.

 

Lettera a una moglie

Il super uomo di Nietzsche è roba vecchia, amore mio. Fa quasi tenerezza. Non parlo del confronto col tuo super marito, chi lo reggerebbe? Parlo di quello che sta capitando oggi: altro che super uomo di Nietzsche, oggi non esiste neanche più l’uomo. È antiquariato. Addirittura dire “uomo” e non “uoma” o un qualche termine più adatto, neutro, “politically correct” (senti che inglese amore mio), mi crea un leggero imbarazzo. Oggi l’uomo non esiste più, non esiste neanche più la grammatica, c’è chi vuole cambiare le regole degli apostrofi dopo gli articoli indeterminativi… perché, per esempio, la parola “amore” potrebbe suonare discriminante al maschile. “Un amore” allora dovrebbe andare bene anche con l’apostrofo, “un’amore” con l’apostrofo, perché “amore” chi l’ha detto che dev’essere un termine maschile? Beh, in radio poco cambia, chi lo vede l’apostrofo? Però ecco, ci sono questi problemi qui, oggi. Oggi l’uomo non esiste più, esiste solo la sua mente. Non è in ottima forma, a quanto pare, eppure esiste solo lei: la mente. O lui? “Il mente”? Mah, andiamo avanti… Oggi è la mente dell’uomo a decidere che cos’è l’uomo. È geniale, non trovi? Ci creiamo noi da soli. Ognuno di noi crea se stesso, decide chi è. Per esempio, i giorni pari io e te potremmo essere marito e moglie, come da natura (“da natura” fra virgolette, ovviamente, anche se in radio, chi le vede le virgolette?, ma è bene di questi tempi fare attenzione a certe espressioni medievali), insomma, dicevo, io e te i giorni pari potremmo essere marito e moglie, io il marito e tu la moglie, come in effetti siamo, ma i giorni dispari, perché non invertire le parti… io la moglie e tu il marito… Che dici? Anzi, potremmo regolarci con la raccolta differenziata: quando c’è da portare fuori l’umido, io faccio la moglie e tu il marito… Mmm, mi sa che non ti convince… Sì lo so che da quando sei a casa fai quasi tutto tu… Era solo per dire…

Forse è il caso di passare all’apocalittica “Canzone vintage”, che abbiamo appena ascoltato. Anche durante questa puntata ho l’arduo compito di dimostrare la sensatezza dei testi che ti costringo a cantare. Vorrei però fugare subito un dubbio, perché magari sentendo un pezzo del genere qualcuno potrebbe pensare che il super fico di tuo marito sia in realtà un bigotto di quelli convinti che si stava meglio quando si stava peggio. Nessun dubbio a riguardo: sono esattamente quel tipo di bigotto. Il progresso e il benessere possono facilmente dare alla testa. All’homo sapiens 2.0 è stato sufficiente inventare la PlayStation per sentirsi chissà chi. Certo, può capitare a chiunque, addirittura al tuo super marito, di perdere la bussola, figuriamoci all’umanità. Non siamo più nel Medioevo, ci viene ripetuto ossessivamente con toni insieme accusatori ed entusiastici. E infatti non siamo più nel Medioevo. Guardiamo i cieli da Instagram e non più con gli occhi rivolti in sù e la testa appoggiata a qualche ciuffo d’erba. E anche nei cieli che vediamo su Instagram, non ci sono quasi più quelle magnifiche cattedrali costruite nei secoli scorsi per indicare con stupore metafisico la direzione verso cui dobbiamo puntare; ci sono al massimo, nelle grandi metropoli, edifici asettici e lunghissimi che sembrano competere l’un l’altro per chi arriva a “grattare” l’aria a più metri da terra. Il sacro è stato sostituito dall’agonistico. L’amore di Cristo da una serie di slide sulle performance dei nostri corpi buone da proiettare in qualche aula scolastica. L’amore fra uomo e donna, l’amore che può generare il miracolo della vita, l’amore come segno terrestre di un amore più grande, divino, l’amore come disegno infinito, eterno, l’amore come dono totale di sé e quindi liberazione dal proprio io, insomma tutto questo e molto più è stato ridotto a una serie di pratiche, di tecniche, di emozioni e sensazioni da capire e sperimentare fino al suono della campanella. Lasciateci insegnare ai nostri figli che cos’è l’amore, è un nostro diritto, perché se ogni verità è relativa, non potete imporre la vostra su un argomento così cruciale.

Lo so, amore mio, mi sto scaldando. Stai tranquilla, mi ripiglio subito. Anzi no, mi ripiglio dopo. Come posso ripigliarmi se continuano a venirmi in mente cose che mi fanno salire il sangue al cervello? No, non quel tipo di sangue che permette al cervello di ragionare… il sangue in eccesso, mi sale… il sangue che scalda… Ma se non ci si scalda per queste cose qui, se non ci si scalda per l’amore, per che cosa ci si deve scaldare? Essere tiepidi non è biblico, amore mio. Come si può rimanere tiepidi quando si fa mercato nel tempio di Dio? Dio non è amore? Come si può rimanere tiepidi allora quando si fa mercato dell’amore, quando l’amore viene svenduto per qualcosa che non è? Pure Gesù quella volta al Tempio non è che l’abbia presa molto bene…

Senti qua, amore mio: ricordo di aver letto da qualche parte che uno dei dolori maggiori, per un essere umano, è lasciare la persona che si ama o che si ha amato. È peggio della morte di un parente. Bene, questa è la condizione standard, oggi. Ci viene insegnato che l’amore è un sentimento e che quindi inizia e finisce, che siamo liberi e bla bla bla… Ci si mette insieme a tempo determinato. Non che ci si debba sposare la prima o il primo per cui si prova qualcosa (beh, se fosse del calibro del tuo super marito, potrei anche capire), ma come si può iniziare una relazione sapendo già che sarà una delle tante? Mettersi insieme e poi lasciarsi, mettersi insieme e poi lasciarsi… Mettersi insieme per lasciarsi… è un’angoscia tremenda… o ci si consuma di dolore oppure ci si fa un callo così grosso che non si sente più niente. Il mondo propone un piacere dietro l’altro vendendolo per amore e poi i farmaci più venduti nelle farmacie sono gli antidepressivi. C’è qualcosa che non va. Volete provare il brivido di vivere veramente? Scusami amore mio, apro una piccola parentesi rivolgendomi agli amici di gender etero maschile non fluidi. Ascoltatemi bene, amici di gender etero maschile non fluidi, sono anch’io un vostro collega di gender etero maschile non fluido e quindi tendo a trovare soluzioni, invece che a scovare negli angoli più remoti problemi (ogni riferimento a esseri di gender etero femminile non fluido è puramente casuale): amici di gender etero maschile non fluidi, volete provare il brivido di vivere? State con una donna. Una donna sola. Una donna sola alla volta e possibilmente una donna sola in tutto. Avete capito bene. Il buon vecchio metodo cristiano funziona alla meraviglia rispetto al modello “tronisti e troniste” di defilippiana memoria. Come fare? Semplice: prima sperimentate quel periodo di conoscenza reciproca chiamato nell’antichità “fidanzamento”. Capirete in questo modo se siete sulla strada giusta. Poi buttatevi. Esatto: sposarsi è un po’ come buttarsi nel vuoto. Meglio del bungee jumping. La follia entrerà nella vostra vita, non potrete prevedere le sue mosse (la follia infatti avrà un nome e cognome di gender etero femminile non fluido), rischierete il sistema nervoso, ma non vi annoierete. Quando vi sembrerà di aver raggiunto un qualsiasi tipo di equilibrio, la follia vi dirà: “Amore, c’è qualcosa che non va”. Non preoccupatevi, capita a tutti, andate avanti.

Lo so amore mio che ho fatto un po’ di confusione e non ho seguito pari pari i versi della canzone. Questa volta però devi ammettere che è più chiara del solito… Anche quando canti che l’amore nel mondo contemporaneo è un elettrodomestico… Più chiaro di così? Non è forse il Bimby, il robot che ogni tanto si degna di farci da mangiare avuto come dono di nozze dai tuoi zii, non è forse il Bimby la metafora perfetta dell’amore di oggi? L’amore, oggi, è come il Bimby, amore mio. Non devi fare niente, in teoria, però è in grado di incasinarti la vita come pochi, soprattutto se poi qualcuno dei due deve lavarlo… e dopo qualche anno c’è già pronto il Bimby nuovo, il modello nuovo, molto migliore. E il vecchio Bimby, mogio mogio, se ne va nel cimitero degli elettrodomestici superati insieme a tutti quegli apparecchi che se fossero esseri umani sarebbero ancora in età da asilo, perché i costruttori oggi li progettano così tutti quegli aggeggi tecnologici, li progettano in modo che sia meglio sostituirli dopo pochissimo tempo… Qualcuno molto importante, per noi, vestito di bianco, ne parla in termini di “cultura dello scarto”.

Lo stesso Qualcuno vestito di bianco mette in guardia spesso dall’amore individualista, egoista, l’amore che in sostanza non è amore e quindi causa solo tristezza e solitudine. L’amore indipendente, dove ognuno pensa a se stesso e non deve dipendere da nessuno, eccetto il proprio smartphone. C’è chi dice che la relazione perfetta si può vivere a un centinaio di chilometri di distanza, così ci si vede solo quando veramente ci si vuole vedere e si predilige la qualità, alla quantità. Magari sono gli stessi che fanno proselitismo sulla frutta a km 0. Frutta a km 0, amore mio, ma vita di coppia a km 100. Non possiamo dire che la vita non sia sorprendente.

“Ma il ritornello?”, starai pensando… “Mio nonno e mia nonna erano più avanti, si amavano fino in fondo, senza i guanti…” Beh, sì, il ritornello significa proprio quella cosa lì…. I guanti… Sì, si possono intendere anche in senso metaforico, cioè di dare tutto di sé, di non andare al risparmio con mille paure e precauzioni, in una relazione. Almeno provarci. Però vuol dire anche quello che pensate. I guanti sono quella cosa lì. Sì, una volta si faceva l’amore veramente… l’amore, nel migliore dei casi, poteva durare addirittura nove mesi…. Non finiva tutto lì, subito… Sì, lo so, è scandaloso, quasi immorale dire qualcosa del genere, oggi… Ma forse proprio per questo dovrebbe venirvi il dubbio che sia vero…

E il finale a sorpresa? “Son tutti belli i mariti del mondo”. Beh, a te dovrebbe suonare ovvio, amore mio… Comunque è questa la canzone vintage che la nonna canta al nonno mentre ripara la sua bicicletta… “Son tutti belli i mariti del mondo”… (Se non ci facciamo coraggio fra di noi, amici di gender etero maschile non fluido sposati…?) Che Dio strabenedica questo mondo moribondo, amore mio. Ti amo.

 

 

Bonus tracks

Il bellissimo messaggio della nostra amica Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato!

Il creato è il meraviglioso libro nel quale imparare a leggere  la vita. Dio si diffonde con il Suo immenso Amore per tutto l’universo, dal granello di sabbia al pianeta lontano. Nel creato la vita si sviluppa in altezza, larghezza, profondità… (da Wikipedia)
La vita è in 3D… in 3 dimensioni… Vita che si rinnova senza sosta in ogni creatura, anno dopo anno, stagione dopo stagione. Un oggetto bidimensionale, invece, si sviluppa solo in 2 dimensioni: lunghezza e larghezza, mancando della terza dimensione, la profondità (da Wikipedia). Esso si sviluppa solo su una superficie piana e non può generare vita, poiché non ha spessore, non ha consistenza… è come una fotografia… inanimata e piatta.
Così è l’amore. L’amore bidimensionale, solo tu e io, che esclude Dio, quasi fosse il terzo incomodo, si sviluppa come una pellicola di un film, come una fotografia che non ha vita in sé e che, col passare degli anni, si deteriora, sbiadisce, perde colore. L’amore tridimensionale, tu, io e Dio, è l’amore che continuamente si moltiplica, l’amore pieno, reale, fedele, l’amore del futuro, quello che non tramonta. L’amore che da sempre cerchiamo e sogniamo… il Suo amore che ci abbraccia ed è famiglia con noi. Il vero amore è solo in 3D! La vera vita è solo in 3D!
Torniamo alle origini per essere coppie e famiglie del futuro!
Dice san Paolo, nella Lettera agli Efesini: “Che il Cristo abiti per mezzo della fede nei vostri cuori, e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e di conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio.”

 

L’insuperabile Maria Rachele Ruiu, referente nazionale di Generazione Famiglia, la Manif Italia, ci ha scritto una lettera 🙂

Carissimi Anita e Giuseppe,
l’Amore nel mondo contemporaneo… è difficilissimo in poche righe raccontare quanto sta succedendo in Italia. Papa Francesco l’ha definita una vera e propri colonizzazione ideologica che entra nelle scuole per cambiare la mentalità dei bambini sui concetti dell’identità sessuata e della relazione tra maschi e femmine. Parlo della prospettiva gender che, sostenendo che maschile e femminile sono costruzioni culturali non riscontrabili necessariamente nella realtà se non nei caratteri fisici genitali, nega che l’identità sessuata sia radicata in tutto l’essere, nella biologia e nell’anatomia, nel funzionamento, come invece mostra tutta la scienza. Minando l’inconvertibile evidenza di quello che si chiama “binarismo sessuale”, cioè che nasciamo maschi o femmine, apre a numerosissime definizioni di altre identità di genere, intese come percezioni soggettive della propria sessualità a prescindere dal sesso biologico. Quante? Potrebbero essere tante quante persone esistono su questa terra. È tutto ridotto a una questione “mentale”, al “come io mi sento”, dimenticando, volutamente, l’evidenza di quello che sono. Nascosti dietro gli encomiabili obiettivi di lotta al bullismo, di lotta alla violenza contro le donne e promozione delle differenze, vanno invece a inculcare ai nostri bambini quest’idea che l’uomo “ha un corpo” di cui dispone “a desiderio”, anziché “essere il corpo”. Se veramente noi avessimo un corpo di cui disponiamo, se veramente il corpo può essere trattato come altro da noi, non saprei come spiegarmi, per esempio, perché un bacio abbia un significato per ciascuno di noi che va oltre il semplice “meccanismo” dello stesso; non saprei spiegarmi perché uno schiaffo, in una relazione, ha delle conseguenze che vanno oltre il dolore fisico provato e che non si esauriscono quando esso è terminato. Se veramente avessimo un corpo di cui disporre, se veramente il corpo fosse altro da noi, se questo fosse vero, perdonatemi l’esempio terribile, una donna violentata, una volta che vede guarite le proprie ferite fisiche, dovrebbe smettere di soffrire. E questo sappiamo tutti che non avviene. È evidente che noi siamo il nostro corpo. Allora ci domandiamo perché portare nelle scuole un’ideologia che confonde i nostri bambini. Spesso veniamo attaccati, ci accusano di volere denigrare i rapporti sessuali, di volerli negare a prescindere, ci accusano di essere frustrati. Niente di più falso. Noi sappiamo che la sessualità è una parte importantissima della vita di ogni essere umano, profondissimamente legata alla relazione, profondamente preziosa. È il modo più vero, più intimo, più ancestrale che abbiamo per relazionarci con l’altro. Ci domandiamo allora perché nelle scuole, sin dalle elementari ma anche alle medie e alle superiori, si confonda l’educazione sessuale con delle tecniche, neanche fosse il kamasutra. Questa nuova antropologia ideologica inganna i ragazzi su un tema cruciale. Io ho profondi dubbi sulla necessità di insegnare l’educazione sessuale a scuola, penso che ogni bambino o ragazzo abbia i propri tempi e la propria intimità da difendere, per cui spererei che fossero i genitori a rispondere di queste cose, quando il figlio avrà domande, con serenità, dicendo la verità e usando un linguaggio consono all’età, ma se anche fosse necessario non capisco perché bisogna farlo in questo modo. I ragazzi ci pongono domande grandi, alte, hanno sete di infinito, i ragazzi cercano l’Amore, quello con la A maiuscola, quello che ti fa superare gli ostacoli, te stesso, la morte, e il mondo degli adulti oggi si impegna a rispondere proponendo una “soddisfazione immediata di un desiderio più basso”, fine a stessa. Imprigionata in sé stessa. Sì, i nostri nonni e le nostre nonne erano più avanti, come dice la canzone, si amavano senza i guanti, fino in fondo, disposti ad accogliere il mistero di una nuova vita e a rinunciare a qualcosa di se stessi. Sì, perché per quante sentenze possano negare la realtà, anche oggi, come allora, ogni bambino nasce da una mamma e un papà. Come si dice a Roma: non famose parlà dietro! Io voglio un Amore così.

 

E per finire in bellezza… un breve brano inedito tratto dal prossimo libro dell’autrice di punta della collana UOMOVIVO, Paola Belletti, già autrice di “Osservazioni di una mamma qualunque”!

Come al solito l’attenzione morbosa e deformante che il mondo riserva ad un aspetto della vita umana ci fa intuire che debba trattarsi di qualcosa di essenziale, per l’uomo e per Dio. Di qualcosa che configura più di altri attributi e capacità la nostra statura, la nostra dignità. Per questo il mondo sbrana il sesso. Ne toglie e separa i brani, lo scompone, lo ingoia crudo. Lo rende desolato e desolante. Come la sala di una discoteca rimasta vuota dopo una notte di eccessi. Lo strappa dalle carni e dagli spiriti perché perda la sua potenza. Lo riduce, isolandolo dal resto della persona. Lo sottrae alla libertà e alla ragione. Normalizza forzosamente la sua commovente sperdutezza, come disse Testori a Giussani. Lo umilia con l’istinto privato del governo. Con l’inganno chiama il dominio freddo controllo, metallica oppressione. E lo offre al maschio come possibilità di supremazia; lo convince che si tratta di questione tutta idraulica e cerebrale. Lo consegna alla donna, ammiccando, come scettro di un potere che a suo dire le è stato negato. La convince che deve dominare anche lei e imporsi e fare sesso senza amore. E senza figli. E senza paura. E alla fine chi ci rimane a godere sul serio?
Lo rende brutto e stupido.

 

 

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Potete ascoltare a questo link la registrazione della prima puntata della trasmissione “La vocazione al matrimonio e alla famiglia” andata in onda su Radio Maria martedì 3 gennaio 2017 dalle ore 18 alle 19.30, condotta da Giuseppe e Anita Signorin (appunto noi due, i Mienmiuaif!).

Qui sotto trovate il testo della lettera sul “farsi piccoli nella coppia“, la nostra canzone “Quando saremo piccoli” e un breve messaggio di Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato che abbiamo letto e commentato.

Le prossime cinque puntate saranno i primi martedì dei mesi di marzo, maggio, luglio, settembre e novembre.

 

Lettera a una moglie

Ora tocca a me, amore mio. Abbiamo appena ascoltato la nostra prima canzone registrata in studio, “Quando saremo piccoli”. Dopo due anni e mezzo di suppliche per farti cantare le canzoni che scrivo e metterle su YouTube e su Facebook, siamo arrivati nella radio della Mamma. E questo, oltre a essere un miracolo e una prova evidente dell’esistenza di Dio, è anche la mia grande occasione di riscatto. Ho dieci minuti di tempo, infatti, per dimostrare al mondo intero che i testi delle canzoni che ti supplico di cantare da tutto questo tempo hanno un senso. Lo so, tu non volevi assolutamente che io scrivessi un discorso, per questo primo intervento in radio. Hai perfettamente ragione. Come sempre, d’altronde. Infatti ho pensato di lasciar perdere qualsiasi discorso e scriverti invece una lettera. I discorsi scritti non mi piacciono, ma le lettere sì. E mica si possono improvvisare, le lettere. Le lettere bisogna scriverle, e al limite poi leggerle. Come sto facendo. Lo so che vai matta per quei file vocali da mandare su whatsapp, ma a me piace scriverti lettere.

Adesso è il mio turno e dovrei parlare di questa cosa qui, del farsi piccoli insieme, nella coppia, prendendo spunto dai versi della nostra canzone, che inizia così: “Quando saremo piccoli, l’erba sarà al terzo piano”. Qui tu già penserai di avermi fregato, perché l’erba al terzo piano potrebbe non voler dire niente. Più o meno hai ragione, come sempre, ma penso di cavarmela dicendo che l’erba al terzo piano significa che l’erba, quando saremo piccoli, diventerà altissima. Certo, se una persona vive al quarto o al quinto piano le cose cambiano, ma speriamo che le persone in ascolto vivano sotto il terzo piano. Il senso in ogni caso è questo: quando si è piccoli, umili, quando non ci si sente Dio ma creature, con tutti i nostri limiti, allora il mondo che ci circonda diventa più grande. Più ci si sente piccoli più tutt’intorno le cose diventano grandi, importanti. Anche un filo d’erba. Quando uno invece si sente chissà chi, si perde tutta la bellezza che lo circonda, perché pensa sempre a se stesso. Lui è enorme e il resto è minuscolo. Non si può stupire più di niente, come invece fanno i bambini, che si stupiscono di tutto. Per stupirsi bisogna sentirsi piccoli, e forse anche un po’ stupidi, a volte. Nel senso che comunque, fossimo anche dei geni, avremmo un’intelligenza minuscola rispetto al Creatore. Diventare piccoli significa fare spazio alle altre cose e soprattutto a Dio e alle altre persone. E questo nella coppia è o non è fondamentale? Quindi vedi, mogliettina mia, che anche questo primo verso della canzone ha un senso?

Passiamo al verso successivo: “Quando saremo piccoli avremo il terreno a portata di mano”. È vero, sì, anche questa frase non è che sia poi così chiara… Che c’entra il terreno con l’essere piccoli, umili? Per essere piccoli, e quindi umili, bisogna coltivare un orto? Potrebbe servire. La parola “umiltà” deriva infatti dalla radice etimologica di “humus”, “terreno” in latino. Questo l’ho trovato su Google. Quando spiegavano il latino, alle superiori, ero spesso ammalato. Ma per fortuna ora c’è Google e grazie a Google ho trovato questo legame fra il diventare piccoli, umili, e il diventare persone “terra terra”. Persone semplici, quindi, pratiche. Realiste. Un altro collegamento etimologico c’è poi con la parola “umorismo”. Umiltà, humus, umorismo. Hanno tutte la stessa radice. Quando una persona diventa piccola cresce il suo senso dell’umorismo, perché inizia a prendersi meno sul serio. E questo fa molto bene, in particolar modo nella coppia: perché vivere insieme, anche se si è dei santi mariti come il sottoscritto, non è semplice. Indossare le lenti dell’umorismo è un’opera di carità domestica, tanto che per esercitarla ti ho scritto pure un libro, “Lettere a una moglie“. Mi auguro che te lo ricorderai. Un dono così, più di cento pagine di prese in giro con l’amorevole scopo di esserti utile, non puoi averlo già dimenticato. Per prevenire questa eventualità, comunque, ho pensato di scriverti questa lettera, perché un buon marito non deve mai perdere l’occasione di fare del bene alla propria moglie, sarebbe un peccato di omissione. Per non cadere nello stesso peccato, ricordo che tu stessa, tempo fa, avevi stabilito una mezz’ora di prese in giro a settimana: il bersaglio di tanto amore era ovviamente il sottoscritto marito. Ora ti sei evoluta: eserciti questo genere di carità quotidianamente.

Ma continuiamo con la canzone: “Quando saremo piccoli, piccoli abbastanza, quando saremo piccoli per la porticina di quella stanza”. Qui il riferimento è alla porticina attraverso cui deve passare Alice nel paese delle meraviglie ma anche alla “via stretta” indicata dal Vangelo. È necessario abbassarsi, diventare bambini, per passarci. Il Vangelo è esigente. Dio è esigente, perché ci ama e vuole il meglio per noi e da noi. È anche misericordioso e ci perdona tutto, se torniamo a Lui, ma l’ideale che ci propone è altissimo: è Lui stesso. Da soli, ovviamente, non ce la possiamo fare. È la Sua grazia che ci fa santi, non siamo noi da soli, con i nostri sforzi. Noi però possiamo avere fiducia in Lui. “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, inizia così il Magnificat. Se lasciamo agire Dio in noi possiamo fare grandi cose: perché diventare piccoli non significa rinunciare a grandi opere, anzi. Farsi piccoli nella coppia non significa non desiderare di vivere una grande storia, significa semplicemente non pensare di poterla realizzare da soli. Più abbiamo fiducia in Dio, più Lui può agire. Quindi mariti, o fidanzati, non disperate: Dio è Onnipotente, può darvi la forza e la capacità di comprendere quell’extraterrestre di sesso femminile al vostro fianco, o perlomeno farvi la grazia di accettare che la pensa in maniera incomprensibile. Non parlo certo di te, amore mio, ma di altre donne. Ci mancherebbe.

 

 

Bene, siamo arrivati al ritornello: “E quando è ora di andare a dormire, noi non spegniamo la luce, e quando è ora di rifare il letto, il pigiama dove lo metto?”. Nelle nostre canzoni ci sono spesso riferimenti alla quotidianità, alle cose di tutti i giorni, i piccoli episodi della vita domestica. Tutti andiamo a dormire e tutti – o quasi – ci rifacciamo il letto. Quando ero bambino però mi ricordo che non volevo mai addormentarmi, e tanto meno spegnere la luce. Mi piaceva così tanto vivere che interrompere la giornata era sempre una scocciatura. Diventare come bambini significa esattamente questo, riacquistare o mantenere la gioia di vivere, anche nelle difficoltà. Molti adulti invece hanno l’aria di essere annoiati. Sanno già tutto loro. Eppure sono tristi, depressi. L’umiltà evangelica non c’entra tanto con l’essere buoni. L’umiltà evangelica c’entra con l’essere piccoli, è un antidoto a questa mancanza di gioia e di stupore che contagia molti nel mondo contemporaneo. E poi, tornando alla strofa, i bambini non vogliono spegnere la luce, perché sanno che appartengono alla Luce. Scrive san Paolo ai Tessalonicesi: “Siete tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparteniamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri”. Cristo è venuto a liberarci dalla notte. La nostra prospettiva è eterna. Anche la nostra prospettiva matrimoniale è eterna, in quanto cristiani. È questo il bello, amore mio, non ti sbarazzerai mai di cotanto marito… Per quanto riguarda la frase: “e quando è ora di rifare il letto, il pigiamo dove lo metto?”, qui forse hai quasi veramente ragione tu, non ha molto senso. Sanno tutti che il pigiamo va sotto il cuscino. Ma mi piaci così tanto quando mi insegni le cose che anche se le so già ho sempre voglia di chiedertele… 

Dopo questa acrobazia passiamo alla seconda parte della canzone: “Quando saremo piccoli, sapremo non pensare troppo”. Non che pensare sia sbagliato, però mi pare che molti – qualche volta, devo ammetterlo, anche il sottoscritto – mi pare che molti si perdano in mille ragionamenti che il più delle volte portano distanti dalla verità. Sono più che altro modi per far vedere a se stessi e agli altri quanto si è bravi a ragionare, l’obiettivo non è dire qualcosa di vero, di bello e di buono. Si ragiona tanto per ragionare, ci si ingarbuglia con tanti pensieri. E non solo le donne… Diventare piccoli significa imparare a pensare in maniera semplice, quindi in maniera corretta.

“Quando saremo piccoli, passeremo sotto a ogni intoppo”: questa frase si ispira alla nostra santa preferita, santa Teresina di Lisieux, o santa Teresita, come la chiamavano le sorelle. Una santa molto furba, che consigliava, di fronte alle difficoltà, di non passarci sopra con le proprie capacità, ma di passarci sotto abbassandosi e lasciando fare soprattutto al buon Dio. Non pensare di superare gli ostacoli con le proprie forze: darsi da fare, sì, ma confidando soprattutto sul Capo: Gesù. Anche fra di noi, questo è evidente: tante incomprensioni vengono risolte più facilmente da una preghiera che da molti discorsi. Pregare, devo ammetterlo, scioglie più nodi dei miei ragionamenti. Può sembrarti impossibile, ma è così.

Ora procediamo un po’ più rapidamente con gli ultimi versi della canzone, perché non ho ancora molto tempo: “Quando saremo piccoli, affronteremo ogni tempesta”. Esattamente: diventare piccoli significa trovare mille piccoli spazi in cui nascondersi e proteggersi quando i problemi sembrano diventare giganteschi. Quando ci si sente piccoli poi non si ha vergogna a chiedere rinforzi e con un po’ di aiuto è molto più facile affrontare le battaglie.

Per finire: “Quando saremo piccoli, metteremo a posto la testa”. Diventare piccoli significa mettere le cose al proprio posto. Capire che siamo creature limitate e mettere Dio al primo posto. Poi il resto si sistema. C’è ancora speranza, per tuo marito: continuando a pregare e mettendo Dio al primo posto, anche la sua testa potrebbe sistemarsi un po’ meglio.

Non so amore mio se sono riuscito a dimostrarti che i testi delle canzoni che canti hanno un senso: ho provato ad arrampicarmi negli specchi per tutto questo tempo. Ti ho scritto questa lettera, fra l’altro, in un momento di grande difficoltà, perché tu eri appena uscita portandoti dietro le chiavi della mia macchina, ed eri arrabbiata con me perché non ti avevo ancora raggiunto nel posto in cui eri andata. Cioè, io non potevo raggiungerti perché tu avevi preso le mie chiavi, ma eri tu a essere arrabbiata con me per quello che era successo. Questo fa parte del tuo genio femminile, io non posso fare altro che ringraziare. Che Dio mi aiuti e aiuti insieme a me tutti i mariti e fidanzati della terra a ringraziare incessantemente per il genio femminile che hanno accanto. Ti amo.

 

Bonus track

Il breve testo che ci ha regalato la nostra carissima Madre Maria Michela delle Monache del Cuore Immacolato!

Camminare insieme verso il Cielo, mano nella mano, sincronizzando i passi e i respiri, sapendo aspettare i tempi spirituali l’uno dell’altra, guardando nella stessa direzione in un continuo vivere l’altro, vivere l’altra, facendosi piccoli per assistere all’opera dello Spirito Santo nell’anima di lui… nell’anima di lei… perché non siete più due, ma una cosa sola. Un unico cuore, sigillato da Dio, per un amore che ha inizio su questa terra e che continuerà in eterno.

 

 

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