“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Il fico di Pompelmo Fico, oltre all’orto, quest’inverno ha anche una nutrita schiera di cimici domestiche. Dopo aver esaminato per bene la Laudato Si’ di Papa Francesco, la lettera enciclica del Santo Padre sulla cura della casa comune, il suo amore per le creature è cresciuto a dismisura.

C’è però un pericoloso ostacolo per questi dolci animaletti: “la donna che uccide le cimici”.

Nota negli episodi precedenti come Pompelmo Rosa, la donna che uccide le cimici, appena ne scorge una in qualche angolo nascosto dell’appartamento, corre in bagno o in cucina a recuperare un po’ di carta, torna indietro e cattura il nostro piccolo e innocuo insetto da compagnia per poi annegarlo brutalmente tramite lo sciacquone (dispositivo atto a scaricare violentemente un certo quantitativo di acqua – normalmente una decina di litri – nel vaso sanitario, stando a Wikipedia).

Il fico di Pompelmo Fico non desiste e continua a conversare con i suoi preziosi amichetti, inducendo loro tutta la fiducia possibile per non lasciare che si deprimano sapendo la loro vita così precaria a causa del killer.

“Almeno lei lasciala in pace, che male ti fa!”

Ma la donna che uccide le cimici sembra voler sentire solamente il boato tremendo dello sciacquone.

“Ti prego, risparmiala!”

Niente da fare.

“Allora faccio fuori le tue piante grasse”

La donna che uccide le cimici si ferma sulla soglia del bagno. In mano tiene la carta igienica in cui è prigioniero l’insetto.

“Non ci provare”

“Libera la cimice”

“Che male ti fanno le piante grasse?”

“E la cimice?”

“Vola da tutte le parti, fa un rumore fastidiosissimo, se la schiacci puzza!”

“Le piante grasse mi fanno venire fame solo a guardarle. E poi… Nooooooo!!!!!”

Il boato tremendo dell’ennesimo colpo di sciacquone sveglia di soprassalto il fico di Pompelmo Fico, completamente sudato accanto alla sua dolcissima mogliettina Pompelmo Rosa, addormentata come una bambina.

In quell’istante la soave melodia di una cimice svolazzante nella camera da letto riesce a rassicurarlo fino a farlo sprofondare nuovamente nel sonno.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Il fico di Pompelmo Fico è abituato a ridere, quando qualcosa lo fa ridere. Cioè, ci sono diverse cose, che magari non fanno ridere nessuno, che gli provocano grasse risate. Ma anche tante cose che fanno ridere tutti, gli provocano la stessa reazione. Insomma, è un tipo nella norma.

Ma il fico di Pompelmo Fico non vive solo. Al suo fianco vive infatti un’altra persona, lo avrete capito. Negli altri episodi viene nominata per cognome e nome, in questo forse è più corretto chiamarla così: “la donna che capiva di ridere”.

Ognuno di noi ha tratti caratteristici, la donna che capiva di ridere ne ha moltissimi, fra cui questo qui, che in pratica è immune alla reazione spontanea di ridere come conseguenza di una battuta o episodio comico. A lei non viene da ridere, anzi, se dovesse assecondare il suo istinto, si farebbe cupa, ma nel tempo ha capito come fare e quindi, a meno che uno non la conosca a fondo, come il fico di Pompelmo Fico, riesce ad apparire esattamente come gli altri frutti del paese.

Forse una buona percentuale di frutti donna ha la stessa tendenza… questo però non possiamo dirlo con certezza, non lo sapremo mai, ma di certo in lei questa tendenza è una realtà consolidata.

L’ha confessato una sera a letto, mentre leggeva un libro.

“Perché ridi?”, le ha chiesto il fico di Pompelmo Fico.

“Qui c’è un punto in cui capisco che devo ridere”

“In che senso capisci? Non ti viene da ridere?”

“No, però ho imparato a capire quando una cosa fa ridere, e allora rido”

“Ma scusa, io non so cosa stai leggendo, puoi benissimo non ridere se non ti viene da ridere, mica ti giudico. Se sapessi che stai leggendo qualcosa che fa ridere e non ti vedessi ridere, allora sì, ti giudicherei, e molto male, soprattutto se si trattasse di cose che fanno ridere me, ma in questo caso chi scoprirebbe che non ti viene da ridere, magari – ma questa è un’ipotesi che scarto – perché non cogli al volo certe battute?”

Non sempre i dialoghi hanno una conclusione, anche fra marito e moglie. Soprattutto fra marito e moglie.

La lucetta a questo punto si spegne. La spegne la donna che capiva di ridere. La lucetta con cui di solito illumina le sue letture il fico di Pompelmo Fico era già spenta.

Nelle menti dei due coniugi passano alcune preghiere spontanee.

Poi iniziano i sogni.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Quando vuole provare un po’ di gioia, il fico di Pompelmo Fico, da fico qual è, pensa alla morte. Non solo perché andare dal Capo è senza dubbio migliore che stare qui – non che qui sia brutto, qui è stupefacente anche se scoppiasse il mondo dopodomani e nonostante il delirio di ogni giorno, in particolar modo, se torniamo a focalizzarci sul nostro fico, quando circola per gli stretti corridoi di casa, parlottando a voce alta non si sa bene con chi, forse se stessa, una certa Pompelmo Rosa – non solo perché morire è senza dubbio migliore che stare qui, dicevamo, ma anche perché pensare alla morte riempie il cuore di gioia, se si ha l’ambizione di provare una gioia lucida, e non illusoria.

Proprio così. Il nostro fico ha l’ambizione di provare una gioia lucida, e non illusoria. Allora, quando può, si prende del tempo e pensa alla morte. Alla morte in generale e alla sua. La morte del fico di Pompelmo Fico: il fico secco. Il gran traguardo. La meta. Altro che cestino dell’umido: il fico di Pompelmo Fico mira a ben altro. Non se ne starebbe tutto quel tempo a sgranare il suo rosarietto azzurro invocando la Mamma Celeste e compagnia bella se mirasse al cestino dell’umido.

Molti, non avendo una meta, o avendo come meta solo un cestino dell’umido, puntano tutto sul viaggio. Il viaggio è importante, sì, ma per chi ha una meta spaziale, e non solo un cestino dell’umido, il viaggio finisce in secondo piano. Certo, è imprescindibile, meraviglioso in sé stesso, però acquista un vero senso solo in funzione della meta, per raggiungere la quale ognuno di noi deve prima passare per una fessurina buia e stretta. Tanto buia e stretta da far paura solo a pensarci, ma che a pensarci – a pensarci bene – trasfigura tutto il resto. Ecco la gioia lucida.

Giunto a simili abissi di pensiero, capita spesso al fico di Pompelmo Fico che gli scappi qualcosa di fisiologico, tipo la pipì. Allora interrompe il flusso e va a compiere i suoi umili doveri di fico. Sempre che il bagnetto sia libero, perché quando circola in casa la suddetta altoparlante Pompelmo Rosa, è probabile che il bagnetto sia occupato, e al fico in quei casi non resta che aspettare.

L’importante è ricordarsi bene quello che si aspetta, quando si aspetta, che si tratti della morte o di un qualcosa di fisiologico, tipo la pipì. Perché solo ricordandosi bene quello che si aspetta è possibile riempire decentemente l’attesa di contenuti veri e non illusori come la maggior parte delle gioie che propina ostinatamente il mondo.

Poi può capitare che la porta del bagnetto, magari dopo un paio di orette, si apra e nell’istante esatto in cui gli occhi del fico impaziente s’incontrano con quelli di colei che tranquilla tranquilla se ne sta uscendo, la tranquillità di colei che tranquilla tranquilla se ne sta uscendo lasci improvvisamente il posto alla sorpresa e la sorpresa, in un essere estremamente sensibile al limite del patologico come colei che tranquilla tranquilla se ne stava uscendo appena qualche centesimo di secondo prima, si trasformi automaticamente in un dramma e il dramma in un’esplosione colorata di rosa e… splash.

L’imprevedibile è sempre dietro la porta. Del bagnetto.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

“Ciao, io sono un alternet. Non pretendo la vostra amicizia, né un apprezzamento immediato. Solo un contatto reale. Il nome che ci siamo dati, alternet, non è casuale. ‘Alter’ sta per altro, perché siamo tutti diversi, ma anche uguali, nel senso di esseri umani. ‘Net’ significa invece rete. Questo lo sanno tutti. La nostra missione è che gli esseri umani entrino nella rete di altri esseri umani. Esseri umani in carne e ossa, però. Carne, ossa e spirito, per la precisione. Come succedeva una volta. Con la bocca, le orecchie, l’aria che respiriamo insieme. Le braccia, le gambe. Gli occhi. Una prossimità spaziale. È necessaria insomma un po’ di fatica per incontrarsi davvero. Dimenticavo: vengo dal futuro. Lì sono un fuorilegge, qui riesco ancora a portare avanti la mia missione. Internet non ha fagocitato tutto. Noi alternet possiamo sperare di salvare qualcosa”.

Il fico di Pompelmo Fico e Pompelmo Rosa, fuori dal supermercato, si guardano come se fosse andato di traverso a entrambi un mandarino.

“È iniziato tutto con la gobba. Nel giro di qualche decennio le persone si sono ingobbite a tal punto, dal momento che stavano la maggior parte del tempo a fissare il cellulare, che hanno preferito rimanere a letto, la mattina. Non si alzava più nessuno. Così il cellulare non faceva più venire la gobba. Il primo effetto di questa società post-frutta, o di distrazione di massa, in cui vivete voi, è stata proprio la gobba. Poi, per evitare la gobba, che se no le persone non venivano più bene nei selfie, è arrivata la fiacca. Stando sempre a letto per evitare la gobba, sono diventati tutti più fiacchi. Nei selfie la fiacca è meno evidente. Ancora queste cose non sono successe, qui da voi, ne potete però intravedere le tracce, se ci fate caso. Noi alternet vorremo rimettere in forma le persone, dando innanzitutto il buon esempio. E così ci prendiamo il disturbo di alzarci la mattina e spostarci per entrare in relazione reale con gli altri, anche solo per scambiare due parole. Ma questo nel futuro è proibito”.

Pompelmo Rosa si gira verso il fico di Pompelmo Fico e osserva la sua schiena.

“Cosa’hai da guardare?”, le chiede il marito.

“Niente”

“Cosa guardi???”

“Non guardo niente”

“Stavi guardando la mia schiena”

“Tutte le ore che passi davanti al cellulare…”

“Io vengo dal futuro – interviene l’alternet – e posso assicurare la signora Pompelmo Rosa che a suo marito non verrà la gobba. Pompelmo Fico sarà un esponente di spicco di noi alternet. Le normali esigenze di una moglie hanno infatti preservato la maggior parte dei mariti sia dalla gobba che dalla fiacca. Il fatto, per noi maschietti difficile da accettare, che al gentil sesso non vada mai bene del tutto in pratica niente, è stato in realtà l’ancora di salvataggio di molti di noi. La nostra croce è diventata la nostra salvezza. C’era da aspettarselo. Il punto è che nel tempo sempre meno persone decideranno di sposarsi, per preservare la propria indipendenza. Comunque ora vado, devo incontrare altra gente. Ma ci rivedremo”.

Il fico di Pompelmo Fico e Pompelmo Rosa osservano l’alternet mentre si allontana. Nessuno dei due è riuscito a dirgli niente, neanche un misero ringraziamento per quella visita inaspettata, anche se la loro espressione tradisce una certa fierezza. Non può essere scappata infatti l’orgine pompelmofichesca di quel personaggio venuto dal futuro.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Il fico di Pompelmo Fico è disperato. Può sembrare impossibile ma quando Pompelmo Rosa si convince di qualcosa anche un fico come Pompelmo Fico rischia la disperazione.

Sono ore che sgrana il suo rosarietto azzurro in cerca di soluzioni. Si è rivolto a san Romano il Melode, il suo santo preferito nonostante di lui sappia poco o nulla, ma niente. Sarà in sala prove. Santa Teresina non se ne parla: non sono cose da donne, queste. E poi l’intesa con Pompelmo Rosa…. santa, sì, ma è anche furba Teresina. In questi casi ci vuole lui: il terrore dei demoni. Il primo della classe operaia ad essere andato in Paradiso. Che, anzi, il meglio del Paradiso ce l’ha avuto pure in casa durante la sua gita terrena.

“San Giuseppe, ho bisogno di te… Rispondimi, ti prego, se ci sei… È una cosa importante…

Ok, te lo dico… lo saprai già… Pompelmo Rosa si è messa in testa di realizzare una serie di cravattine da uomo e vuole che sia io a sfilare per la presentazione della nuova linea… Ma ti pare? Non poteva fermarsi alle donne? Borsettine, gonne, vestitini? Non era abbastanza? No, ora anche le cravattine maschili… No, non esiste, camminare in passerella davanti a tutti con una delle sue cravattine… Ho una dignità, io… E poi sono umile, non voglio mettermi in mostra…”

Una voce poderosa nella stanza, tanto da farla tremare.

“Dignità? Umiltà? Tu??? Pompelmo Fico, ricordati che ho sposato la mia regina, Maria, quando tutti le davano dell’adultera… e ti lamenti se devi indossare delle belle cravattine per fare felice la tua Pompelmo Rosa??? Cosa credevi, che vivere con una donna fosse una favola?”

“Una favola no, ma neanche una sfilata… e poi, san Giuseppe, ragioniamo un attimino… Tu sei l’uomo del silenzio, il grande lavoratore, l’ultimo patriarca, custode e protettore della Sacra Famiglia, terrore dei demoni, come puoi metterti dalla parte di Pompelmo Rosa che vuol farmi mettere quelle cravattine…???”

“Innanzitutto attento a come parli, Pompelmo Fico, perché quelle cravattine non sono niente male. Pompelmo Rosa ha gusto e stile. Inoltre dovresti saperlo che per ognuno la volontà di Dio è diversa: a te farà senz’altro bene metterti una bella cravattina e sfilare per tua moglie! Chissà che abbassi la cresta”

“Ma san Giuseppe!”

Silenzio.

“San Giuseppe!!!”

Silenzio.

“Dai, san Giuseppe, non scherzare…”

Silenzio.

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

“Ho letto che uno dei dolori più forti è quando si lascia la persona che si ama o che si ha amato”, dice il fico di Pompelmo Fico rincorrendo Pompelmo Rosa in giro per la casa, mentre si trucca, si veste, stende i panni, guarda il cellulare e tiene sotto controllo l’acqua che bolle ma ormai è evaporata.

“Pensa a quanto sta male la gente oggi. I ragazzini si mettono insieme sapendo già che si lasceranno”

“La smetti di lamentarti!? Sembri un vecchio. È sempre stato così, i vecchi si lamentano dei giovani…”

“È sempre stato così un paio di pompelmi! Come ci si può mettere insieme per lasciarsi???”

“Ho capito, Pompelmo Fico, ma cosa ci posso fare?”

“Quando mi chiami per nome e cognome significa che ce l’hai con me”

“Ti pare il momento?”

“Ti aiuto”

Pompelmo Fico si mette a stendere i panni.

“Non puoi metterli così!!!”

Pompelmo Fico si rimette a parlare.

“Non so se sia più diseducativa la tv o la scuola. Ma la tv puoi spegnerla o gettarla in un’isola ecologica, la scuola? E poi cos’è sto Pokemon, tu che sei giovane?”

“È un gioco che utilizza la realtà aumentata…”

“Realtà aumentata un paio di pompelmi! Che realtà aumentata è girare per strada guardando il cellulare in cerca di fantasmi???”

“La vuoi smettere o ne hai altre? Non vedi che sono impegnata?”

La scena nel frattempo si è trasferita in camera da letto. Uno strano odore di bruciato proviene dalla cucina.

“Ne avrei molte altre, cara mia. La gente è completamente impazzita. Sarà bene che ci diamo tutti una bella calmata e iniziamo a fare i conti con noi stessi, a tirare fuori un po’ di scheletri dall’armadio invece di andare a caccia di fantasmi col cellulare”, conclude solennemente il fico di Pompelmo Fico, mentre un piccolo Pokemon nascosto in mezzo allo scomparto dedicato all’abbigliamento professionale da footgolf se ne esce mogio mogio grazie all’abitudine del maschio di casa di lasciare le ante aperte…

In quel momento Pompelmo Rosa esplode colorando col suo bellissimo succo rosa ogni singolo elemento presente in un raggio di tre/quattro metri compreso il marito e il piccolo Pokemon in fuga.

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Cara Pompelmo Rosa,

il narratore di queste storielle, insieme ai suoi lettori (anche se a loro insaputa), ha pensato bene che fosse giunto il momento di svelarti il segreto della felicità. Il mondo quaggiù è al contrario, cara Pompelmo Rosa. Non c’è dubbio quindi che per essere davvero felici occorra fregarsene della felicità. La felicità vera passa attraverso la croce. Non c’è vera felicità senza croce come non c’è vero riposo senza fatica. La vita piena su questa terra è possibile solo con gli occhi puntati verso il cielo, sapendo che siamo solo di passaggio. Allora sì che iniziamo a vivere per il verso giusto.

Dopo questa consolante premessa,  è molto importante una cosa: che tu individui bene la tua croce. Quella vera, non quelle a cui ti affezioni ma che magari non servono a niente. Quale può essere la tua croce, Pompelmo Rosa? Qual è il tuo nemico più intimo? Prova a pensarci. Però attenta: le apparenze potrebbero ingannarti e forse ti hanno ingannata fino ad oggi… Perché la croce potrebbe essere in apparenza bellissima e tu potresti confonderla, non accorgerti che è una croce… In certi casi potrebbe addirittura apparire cool, quasi sexy… Molti lettori a questo punto avranno capito… Forse tu no, perché a volte per capire bisogna distanziarsi un attimino dalle cose e tu sei troppo vicina… 

Può una croce avere le sembianze di un fico? A questo punto della tua vita è una domanda che ti devi porre, perché le cose stanno proprio così. La tua croce, il tuo nemico più intimo, non può che essere tuo marito. Il fico di Pompelmo Fico. Finché non vedrai in lui la tua croce, non potrai capire. Non potrai essere felice e quindi non potrai fregartene della tua felicità. Sappiamo tutti che non è semplice vedere una croce in un essere così fascinoso, ma la verità non può che sorprendere. La tua croce, Pompelmo Rosa, è il fico di Pompelmo Fico.  E tu sei la sua croce.

Lo so, è un mistero, ma è meglio che tu lo digerisca in fretta. Non ci sono scorciatoie per diventare un frutto solo.

 

 

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Può capitare anche a un fico come Pompelmo Fico di dimenticare le chiavi di casa nella Pompelmo Macchina. O di dimenticare le chiavi della Pompelmo Macchina in casa. Ma se entrambe le cose capitassero contemporaneamente?

In sintesi il dramma: il fico di Pompelmo Fico, in ritardo, afferra il borsone e si chiude la porta dell’appartamento alle spalle per volare all’allenamento di footgolf. Il fico di Pompelmo Fico si mette a rovistare nelle tasche scendendo le scale. Il fico di Pompelmo Fico non trova quello che stava cercando: le chiavi della macchina. Il fico di Pompelmo Fico torna indietro. Il fico di Pompelmo Fico si mette a rovistare nelle tasche salendo le scale. Il fico di Pompelmo Fico non trova quello che stava cercando: le chiavi di casa. Il fico di Pompelmo Fico si blocca.

Domande nella mente del fico di Pompelmo Fico, miste a rumori come quando non si riesce a sintonizzarsi bene su una stazione radio: “Bzz… bzz… e adesso? bzz… bzz… cosa faccio? bzz… bzz… e poi? bzz… bzz… cosa dico a Pompelmo Rosa? bzz… bzz…”

Grazie a Dio, rovistando nelle proprie tasche qualche istante prima, Pompelmo Fico, oltre ad accorgersi di essere sprovvisto di chiavi, si era accorto anche di essere provvisto di un mini Vangelo da combattimento. Per casi estremi, estremi rimedi: decide di rimettere la manina in tasca ed estrarre il mini Vangelo. Lo apre e legge: «Diceva anche questa parabola: “Un tale aveva piantato un albero di fichi nella sua vigna e venne a cercarvi frutti, ma non ne trovò. Allora disse al vignaiolo: ‘Ecco, sono tre anni che vengo a cercare frutti su quest’albero, ma non ne trovo. Taglialo dunque! Perché deve sfruttare il terreno?’. Ma quello gli rispose: ‘Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché gli avrò zappato attorno e avrò messo il concime. Vedremo se porterà frutti per l’avvenire; se no, lo taglierai.'”»

A quel punto il fico di Pompelmo Fico si sente venir meno le gambe. Gesù si sta sicuramente riferendo a Pompelmo Rosa. Deve in ogni modo aiutarla a diventare una persona migliore. L’inconveniente delle chiavi non è stata una sua disattenzione, quanto un intervento divino per permettergli di fermarsi un attimo e focalizzare l’attenzione sul cammino di fede della moglie. Probabilmente esagera con Facebook.

Tutto contento, Pompelmo Fico estrae lo smartphone e si mette ad aspettare fino a sera, seduto sui gradini interni del condominio, quelli vicini all’ingresso del loro appartamento. Di tanto in tanto prende appunti sul sermoncino domestico che non vede l’ora di propinare alla sua bisognosa mogliettina, non appena farà ritorno con le chiavi di casa dal Pompelmo Moda.

 

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Visto che ormai molti lo fanno e alcuni sono costretti a farlo in pessime condizioni di igiene, salute e sicurezza, nel paese dei Pompelmi si sta pensando di legalizzare il furto.

I tempi sono apocalittici, i frutti non sanno più che pesci prendere.

La nipote Pompelmo Oliva, una di quelle adolescenti di oggi che pur conoscendo l’inglese ascoltano ancora John Lennon, e il fratello Pompelmo Grana, il cui nome rivela già tutto, girano da giorni sfoggiando magliette sgargianti con su scritto “LEGALIZE IT” e le faccione della Banda Bassotti stampate sul retro. A Pompelmo Grana sono pure cresciuti i rasta.

“Le cose non sono di nessuno, non è giusto che alcuni ne abbiamo in eccesso e altri siano senza niente. Legalizziamo il furto!”

“Non è giusto, è vero, Pompelmo Oliva, ma la soluzione non è legalizzare il furto! Semmai promuoviamo la solidarietà, condividiamo, ognuno di noi cerchi di fare qualcosa, sensibilizziamo, rinunciamo a qualcosa di nostro… ma non legalizziamo il furto!”

“Sei senza cuore, zia. C’è gente costretta a intrufolarsi nelle case di notte, magari armata, con il volto coperto, gente che rischia la vita ogni giorno perché non è legale rubare”, interviene Pompelmo Grana, quasi piangendo da sotto i rasta.

“Sarebbe peggio!”

Il pranzo di Pasqua fra parenti avrebbe dovuto avere tutt’altro sapore, ma la questione della legalizzazione del furto negli ultimi tempi sta tenendo banco ovunque – in tv, nei social, sui giornali, persino a tavola.

“E i bambini che muoiono di fame?”

“Andiamo ad aiutarli, non legalizziamo il furto!”

“Non risolverebbe il problema. Le cose non sono più come una volta, zia. Ci sono tantissime persone che rubano, è pieno di situazioni disperate, come puoi voler vietare a certi poveracci di rubare?”

Improvvisamente il fico di Pompelmo Fico, avvolto fino a quel momento in un surreale silenzio, afferra lo smartphone di Pompelmo Oliva senza tradire la minima agitazione e se lo mette in tasca.

“Mio!”

“Dai, zio, non scherzare”, risponde istintivamente Pompelmo Oliva, facendogli segno di restituirle la refurtiva.

Niente.

“Dai, zio!”

Niente.

Segue un imbarazzante quanto lunghissimo scambio di sguardi.

A un certo punto il fico di Pompelmo Fico tira fuori lo smartphone e lo ripone sulla tavola, proprio davanti alla nipote, in un segno di resa che in realtà significa una vittoria disarmante.

Sfuma la scena.

 

 

“Pompelmo Rosa Stories” di Giuseppe Signorin

Se pensa male del fico di Pompelmo Fico, Pompelmo Rosa incappa in automatico in qualche inconveniente. Può essere uno sportello lasciato aperto in cucina (uno degli sport preferiti del marito, dopo il footgolf, ovviamente), o una luce che si spegne in bagno lasciandola al buio proprio quando le mancano appena un paio d’ore per terminare il trucco. Oppure può essere un topocane.

Che cos’è un topocane?, vi chiederete. È un topo molto grosso o un cane molto piccolo, di quelli che magari si appostano sotto un albero la sera per fare i propri bisogni, senza il guinzaglio, con il padrone che lo aspetta poco distante ma fuori dalla visuale.

Pompelmo Rosa non ha neanche mai preso minimamente in considerazione l’ipotesi di potersi trovare un giorno di fronte a un topocane nel tragitto che dal portone di casa conduce alla Pompelmo Macchina. Eppure ieri sera è accaduto.

Pompelmo Rosa si stava lamentando di una delle tante cose di cui si lamentano le mogli dei propri mariti – inutile entrare nei dettagli, qualunque essere umano di sesso maschile sposato sa che nonostante la propria dolce metà sia convinta del contrario, la ragione e il buon senso sono dalla sua parte. Il fico di Pompelmo Fico era lì tranquillo, infatti, lasciava scorrere il suono al di là del proprio apparato uditivo senza la minima intenzione di intercettarlo, quando un’esplosione molto simile a quelle che caratterizzano di solito la propria coinquilina con l’anello ha attirato la sua attenzione.

Ma non si trattava della solita esplosione: Pompelmo Rosa è sembrata per un attimo venire sospinta indietro di qualche passo da una forza sconosciuta… Invece era un topocane. Un microbo abbaiante seminascosto sotto le fronde più basse dell’albero che abbellisce l’aiuoletta nel lato opposto della strada rispetto a dov’era parcheggiata la Pompelmo Macchina, che probabilmente si è sentito sorpreso nell’intimità più intima perché ha iniziato a far sentire la propria voce come un ossesso.

Pompelmo Rosa allora è finita come una molla fra le braccia del marito, lo stesso marito di cui fino a un attimo prima si lamentava… e forse il disagio per la scena, forse l’emozione per essersi sentita in un porto sicuro dopo il terribile fatto, il risultato è stato che proprio in quell’istante di calore sponsale la nostra eroina è esplosa (questa volta nel senso classico di Pompelmo Rosa) colorando il fico di Pompelmo Fico e anche il topocane ancora lì di fronte digrignante col suo bellissimo succo rosa.