Per il compleanno di Paola Belletti (AUGURI PAOLA!!!), ricondividiamo la prefazione che la sua grande amica Costanza Miriano aveva scritto per “Osservazioni di una mamma qualunque”, il primo libro della collana UOMOVIVO “curata” dallo pseudo chitarrista dei Mienmiuaif.

Mando l’sms a Paola intorno alle due di notte, ho sonno, poco tempo e non aggiungo spiegazioni. Tanto so che lei è una delle due o tre persone al mondo che capiscono sempre tutto senza bisogno di traduzione. «Prefo», è ovvio, è la prima persona singolare indicativo del verbo «adesso se non mi addormento ti scrivo la prefazione al tuo libro, anche se tu credi che a qualcuno verrà voglia di leggerlo perché lo consiglio io, invece questo è un libro che tutti leggeranno perché si innamoreranno di te, amica mia meravigliosa». Tutto questo vuol dire «ti prefo», e Paola lo sa, infatti risponde solo «grazie» con molti punti esclamativi perché è una femmina e sa che una parola secca verrebbe interpretata male da un essere della sua stessa specie. Paola, dicevo, sa sempre tutto come quando la chiamo e le racconto di me. Non devo mai spiegarle niente di come mi sento perché lei capisce, come la mamma che torni da scuola e già sa che voto hai preso, non perché abbia messo su una piccola attività di spionaggio industriale e abbia piazzato degli agenti in classe o nel gabbiotto della bidella, ma perché legge le pieghe della bocca, lo sguardo e ascolta la minima inflessione della tua voce. Se una mamma ha queste doti divinatorie con i figli è normale, se ce l’ha un’amica, è speciale. La mia amica in effetti è molto speciale, e io ne approfitto vigliaccamente per raccontarle i lati più abietti e oscuri di me: non solo lei mi vuole bene lo stesso, ma non fa un plissé quando le parlo, come se fossi normale.

Quello che ho capito è che quando hai frequentato il dolore – lei è stata colpita in modo eccezionale dalle malattie dei suoi figli – hai educato il tuo cuore a starci, hai accolto le tue ferite senza nascondertele, senza scappare, ma facendoci i conti, hai dato voce a tutte le tue domande, hai visto tutti i tuoi lati oscuri oltre a quelli più presentabili, hai visto come poco si sa fingere quando si sta male, allora non hai più paura di vedere niente, né di tuo né degli amici. Perché davanti al dolore puoi anche incattivirti, ribellarti, chiuderti, peggiorare, oppure puoi lasciartene scolpire da uno scalpello che rivela la bellezza chiusa dentro la tua pietra. Lo puoi fare solo se credi, tenacemente e ostinatamente, che a tenere in mano lo scalpello c’è un Padre buono, e ci credi nonostante tutto, nonostante la tentazione di dire «perché mi fai questo?», e di discutere e arrabbiarti con questo Dio che sembra accanito con te.

Paola, come scoprirete, è molto provata dal dolore e dalla fatica di essere mamma – e qui rivelo il mio conflitto di interessi: sono madrina di battesimo del suo piccolo Ludovico – e ci fa i conti tutto il giorno, perché per far la mamma al meglio ha lasciato il lavoro, almeno finora (questo è un annuncio subliminale di ricerca di un lavoro) ed è mamma in modo speciale. Una cosa che mi dà molto fastidio di noi cristiani, è quando interpretiamo Dio, e diamo sentenze sul suo modo di agire: tipo «eh, sì, Lui ti manda la croce ma poi…» e scioriniamo giudizi e spiegazioni e previsioni sulle varie tipologie di condotta di Dio, prevediamo che attuerà a breve il protocollo due barra sette, come se l’Onnipotente, l’Infinito, avesse delle procedure standard.

Io credo che ci sia invece un profondo mistero nel dolore, nel dolore innocente in specie, e in certi casi non si può che stendere le braccia sulla croce e cercare di resistere. C’è qualcuno che viene inspiegabilmente risparmiato dal dolore (ma poi magari la vita se la rovina da solo, perché «nella prosperità – dice la Bibbia – l’uomo non comprende»), c’è chi è provato in modo speciale, e può diventare un segno per gli altri. Penso a Chiara Corbella Petrillo, al suo eroismo fatto di obbedienza mite, che le è stato chiesto di spendere in un tempo relativamente breve, tutto, fino all’ultima goccia (se non avete la fortuna di conoscere la sua storia cercate i libri che la raccontano, Siamo nati e non moriremo più e Piccoli passi possibili, o almeno gugolatela). E poi penso a Paola, a cui invece viene chiesto di vivere eroicamente, ma non tutto insieme, non con un finale drammatico e i fuochi di artificio, bensì nel martirio dell’obbedienza quotidiana. La penso tanto, spesso, e non so dire perché. Sono certa però che quando alla fine dei tempi vedremo tutto chiaramente, scopriremo come lei e gli altri che accolgono nell’obbedienza grandi prove stanno mandando segretamente avanti il mondo, per questo mistero del dolore innocente che è la croce di Cristo che ha salvato l’umanità.

Questo, evidentemente, rende possibile perdonare a Paola tutti i doni che ha ricevuto in misura esagerata: bellezza stratosferica, gambe prive di ritenzione idrica e seno che io manco quando allattavo le gemelle, intelligenza raffinata e senso dell’umorismo acutissimo e pronto, oltre che una sensibilità ai limiti del patologico, una scrittura audace e mai banale, una simpatia, nel senso etimologico di capacità di sentire insieme, unica. Questo è uno di quei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti. Questo è il preferito dei preferiti (sì, sono di parte).

Nota tecnica del redattore, destinata all’autrice del libro, e comprensibile solo a lettori femmina tra i venti e i sessantacinque anni: tengo a precisare che la taglia elevata di reggiseno non corrisponde in alcun modo, nel caso dell’autrice del libro, ad adiposità diffusa né localizzata, essendo che «allora mi vedi grassa!» è la risposta standard che noi femmine instabili psichicamente rivolgiamo a ogni complimento anche del tutto non attinente al tema magrezza/obesità. (Esempio: se tuo marito ti fa i complimenti per il cappotto ti convinci che certo te li stia facendo perché il capo copre le tue forme troppo abbondanti, e non perché ti stia bene, e questo a volte non allieta le giornate dei mariti, che lì per lì erano già tutti fieri di essersi accorti che avevi messo il cappotto).

“Osservazioni di una mamma qualunque” è disponibile in formato cartaceo e digitale su Amazon, nella libreria online di Berica Editrice e nei principali store digitali.

(Articolo di Paola Belletti pubblicato per La Croce Quotidiano)

Nel far fuori in tutto il mondo i malati, i piccolissimi impiccioni con la pretesa di nascere, i mostruosi, i deformi, i menomati, gli inutilizzabili c’è una fredda e sistematica rabbia. Una roba oltremondana. Roba che viene su da un inframondo. Robaccia satanica.
Che il bastardo ci abbia convinti a farci fuori quando facciamo un po’ schifo o diamo fastidio non può che significare che in quel momento, in quelle miserabili condizioni siamo gli esseri più preziosi in assoluto. Anzi lo siamo per Lui, che è l’Assoluto. E che buttandoci nelle fogne, negli inceneritori, nella caldaie, nelle celle frigorifere di laboratori, stiamo buttando la caramella più buona della scatola di latta che è il mondo per tenerci le carte luccicanti. Che scricchiolano e luccicano. Idioti. Ci sta fregando un’altra volta.

(Perché Satana non si accanisce che contro ciò che più Dio ama e non ha altro obiettivo che ingannare e sedurre l’uomo per ucciderlo. “Menzognero e omicida fin dal principio”. Che programma orribile si è scelto. Che vision merdosa ha codificato per la sua Società per Azioni Distruttive. A quale stupida ottusa mission costringe i suoi con efficaci ed efficienti people strategies.
Perché odia Dio e noi. Perché Dio ha fatto noi a Sua immagine e non lui. Noi Gli assomigliamo per statuto divino, lui no. Ma tanto mica gli sarebbe bastato. Voleva esserlo, Dio, la somiglianza è robetta. Sempre tutto troppo poco).

Cosa si nasconde nei sofferenti? In una persona gravemente handicappata? In un malato che puzza, che sbava, o che si accanisce contro chi lo cura perché è demente e ha paura, che non riconosce nessuno?
E perché ci molesta cosi tanto, in effetti, il malato, la malattia, la piaga, il piagato? Perché ci affrettiamo a trasformare in asettica metafora il putrido lebbroso che Francesco ha incontrato e baciato in Assisi davvero, decisamente fuor di metafora?
Ha sentito i denti che la faccia smangiata dalla lebbra non custodiva più contro le sue labbra morbide e sane di giovane con le carni sane, morbide, tornite. Cosa c’è di attraente nel repellente?
Niente. Mica siamo pazzi, noi.
In fondo, però, siamo stupidi. Non abbiamo capito che sotto tutto, dietro tutte le azioni di Dio c’è sempre la solita matrice. Paradosso, ribaltamento. Offrire l’innocente per amore dei colpevoli. Usare l’ingiustizia come altare per rendere finalmente e definitivamente giustizia. Spezzare la morte morendo.

Mandare Dio bambino in Egitto per sette anni dando ordine all’uomo-custode di svegliare quei due poveretti di notte e scappare. Questo ha fatto. Invece che spedire un fulmine in petto ad Erode e squarciarglielo per mandarlo fuori dai piedi in fretta. Lui che solo l’indomani avrebbe, vigliacco, mandato sicari di stato a squartare piccoli petti di bambini per lasciarli affogare nel proprio sangue innocente diluito da scrosci di lacrime di madri folli per il dolore. Che pazzia. E fallo fuori Erode invece che aspettare che muoia! No, non è da Lui. Preferisce disturbare Giuseppe il Giusto e farlo partire col buio, al freddo e senza data di ritorno. Solo con l’umiliazione dell’esilio e la promessa di un nuovo avviso quando sarà ora. Che il quando sarà non sono affari suoi.

Però ora che tutto si è compiuto il Giusto Giuseppe è, dopo la sua Sposa vergine, il Santo più grande. Muto per tutto il Vangelo, ora, se spende due parole lui con il Padre di cui ha fatto le veci succedono cose. Succedono cose vere. Cioè fatti. Arrivano case. Lavoro. Guarigioni. Naufragi scampati. Latte per le suore che tirano su orfani. Il posto a scuola per mia figlia, anche.
Al mio Ludo, che porta pure il suo nome e quello della Sposa, invece, ancora niente. Non sempre, non subito succedono le cose che vogliamo accadano.
E se non succede vuol dire che fino a che non succederà sarà stato meglio così. Più utile, più vero, più buono.

Ludovico è qua, con noi, a fare quello che sa fare. Ad allungarsi e un po’ dimagrire. A scomodare assistenti sociali, medici e fisioterapisti. A prendere baci da tutti. E smettetela comunque che un po’ mi da fastidio. Non tutti possono sbaciucchiarlo. È mio. È nostro.
È qui a ricordare che non lo abbiamo ammazzato. A ricordare che non siamo Dio e che Dio lo ha voluto e io contro Dio non ci vado, non voglio. Non per cose così grosse almeno. Se Dio mi aiuta. E mi ha aiutato perché mi ha fatto innamorare di un uomo sicuro e buono. Intelligente e paziente. Mi ha aiutato perché vedere ragazzi di 17 anni accartocciati su carrozzine che sbavano ciondolando il capo trafitto da occhi persi mi dava la nausea. Pensando al destino del mio bambino. E invece non tenevo conto della compagnia irrinunciabile, del godimento sincero che ci dà avere a che fare con Ludo. Del fatto che mi tocca segnare le crisi epilettiche che vedo e spesso mi scappano. Ma sono contenta quando compilo con uno zelo pressoché inutile il nostro libretto. E ho un minimo garantito di soddisfazione e gratificazione percepita tutte le volte che gli do le quattro medicine. Tre volte al giorno. E sono così contenta di avere affinato le tecniche di polverizzazione delle pastiglie che gli toccano due volte al giorno. E me lo guardo di continuo, lo muovo, lo giro, lo faccio saltare. Così ride. Siamo così felicemente ridotti all’essenziale. Al fatto che lui dipende da me, da noi per tutto. E sa fare egregiamente quello che uomini muscolosi e arguti ci mettono anni a capire. Aspettarsi tutto. Lasciarsi amare. Fidarsi. Dormire. Cose così. Quelle cose che Gesù ai mistici dice di insegnare a tutti i poveri cristi sparpagliati per il mondo.
Abbandonatevi. Lasciate che Io agisca. Lasciatemi fare. Venite qui dentro la mia fornace di amore che brucia. Venite qui.
Ma fatelo da lì, dalle vostre vite. Nelle vostre camere. Con gli avambracci appoggiati alle vostre scrivanie. Con i polpastrelli che battono veloci sulle vostre tastiere. Usate pure quelle ergonomiche. E state ben dritti con la schiena, che ve l’ho data quasi a tutti dritta e ben fatta per stare eretti. E tenete in dentro l’ombelico così tutta la figura, tutto il busto si rimette nell’assetto che Io, con il Padre, ho pensato debba avere. E tenetela bene su, la testa. Non vi ingobbite.

Insomma, non vedete che avete corpi magnifici? Non apprezzate la rotondità del gluteo? Perché non camminate un po’ di più? Sono belle le mani delle donne. Sono belli i polpacci di chi va a correre. Sono belle le cosce, sono belli i colli ben disegnati. La fronte e le tempie. Siete belli, che diamine. Non state ad accartocciarvi su croci che io non vi ho dato. Fatelo solo sulle croci che non si possono togliere. Amate le malattie che non si possono guarire. Amate la malattie che si possono curare e guarire senza innamorarvene per stare lì a crogiolarvi e compiacervi. Amate la vita. Non c’è bisogno che vi procuriate dolore apposta.
Però, amici miei, fratelli piccoli e vecchi, però, dolci fratellini miei, non dimenticate mai che il dolore c’è e che un uomo che in una vita intera non abbia imparato un accidenti su cosa sia il dolore e non abbia trovato una parola degna sul dolore e la sofferenza non è un uomo. È un fuggitivo. Uno sciocco.
Questo bambino noi non lo abbiamo fatto fuori. Ed è il nostro morbido, fragrante lebbrosetto. Il nostro lebbroso dalle carni sane e tenere che annusiamo e che ci inebria coi suoi baci involontari.
È il nostro mistero del dolore innocente familiare e moderno. È il nostro santo innocente normale. È il nostro quotidiano nascosto e magnifico.
È il nostro bambino che ha le sue sorelle. E le sue sorelle hanno il loro bravo fratello. Proprio così. Come Dio comanda. Finché Dio comanda.

È nell’affidarsi a quella Tua volontà, che si misura il nostro rapporto con Dio, la capacità di affidarsi totalmente o con la condizionale.
Ci sono amiche che sono cresciute con te e amiche che incontri per la prima volta e scopri di avere una sintonia del cuore che ti fa dire “siamo amiche”, questo mi è accaduto con Paola Belletti, autrice del libro: “Osservazioni di una mamma qualunque”.
Una donna che si racconta così, (per chi ama la precisione, le date vanno aggiornate aggiungendo 1 anno):

“Sono Paola. Figlia da 40 anni, moglie da 11 e mamma da 10. Tutti e tre gli stati sono a tempo indeterminato. Ho quattro figli. Tre femmine e un maschio. 10, 9, 5 e 1 anno. Le prime due insieme a molti doni, profondità, intelligenza, bellezza, talenti musicali e molto, molto ancora da scoprire, si stanno sudando un po’ di più alcune conquiste scolastiche (aggiungerei, dopo un po’ di penare “chissenefrega” perché la scuola serve per la vita non la vita per la scuola).
La terza ha iniziato a parlare a 10 mesi, è precoce in molte cose, particolarmente intuitiva e piena di meraviglie da scoprire (…) Il piccolo è malato seriamente. E abbiamo iniziato a scoprirlo, seppur con alterne vicende e molte incertezze, durante la gravidanza . Alla 23esima settimana. E’ seguito un vero calvario. Ora lo curiamo al meglio delle nostre possibilità. E lui ci ricambia con la sua bellezza e molta gioia”
Paola ha un sorriso misurato, una scrittura semplice ma profonda, un modo di raccontarsi che fa in modo che tra le righe del suo libro ognuno trovi un po’ il suo essere uomo o donna. Racconta la quotidianità, che a volte è buffa, altre seria o dolorosa, mai disperata anche se il dolore di un figlio incide il cuore di chi lo ha generato e ti interroga, ti mette in discussione, mette alla prova il tuo essere madre e padre, qualche volta può anche far vacillare la tua fede in quel Dio buono. Buono con chi? Se questo piccolo sta già sul calvario da prima di nascere? Ti verrebbe da gridare, del resto pure Cristo al Monte degli Ulivi chiese: “Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà”
E’ nell’affidarsi a quella Tua volontà, che si misura il nostro rapporto con Dio, la capacità di affidarsi totalmente o con la condizionale.
Una persona che ho incontrato oggi mi ha detto: “io ho un rapporto personale e intimo con Cristo, non sono praticante, di tanto in tanto lo invoco, ma fatico a credere in Dio dopo Auschwitz” Ma che c’entra Dio con la malvagità degli uomini ho pensato, e poi mi è venuto in mente Ludovico, il figlio di Paola, che c’entra Dio con la sofferenza dei piccoli che non si può nemmeno imputare alla malvagità degli uomini.
Eppure, siamo fatti a sua immagine e somiglianza, “siamo nati e non moriremo più” diceva Chiara Corbella, altra Santa dei giorni nostri. Ci sono cose che non capiamo, fatiche che vorremmo non dover vivere eppure, tutto è buono, tutto concorre alla nostra santità, sembra un controsenso, ma più siamo docili alla Sua volontà, e più il mistero si svela.
Ma quanta fatica, quante preghiere e quante lacrime.
Lo recitiamo sempre distrattamente, ma è una frase che dovrebbe farci tremare il sangue nelle vene, “sia fatta la Tua volontà”
Scrive Paola nel capitolo “si esigono miracoli” “…Voglio volere la Tua volontà. Provo a chiedere che si compia Quella (la Tua, di volontà) anche se mi pare brutta. Anche se mi fa paura. Anche se proprio non mi riesce di fidarmi.
No perché a fidarsi, nel dire questa frase, potremmo finalmente, Dio ne sia lodato, rilassarci. “
Già, non allegri, ma lieti, quando davvero in sprazzi di giornata mi viene da alzare gli occhi al cielo e di riconoscere la Sua presenza in ogni incontro, in ogni fatica, allora mi vien da dire che non c’è nulla di cui mi devo lamentare, devo solo ringraziare per la ricchezza di attimi di cui è fatta la vita. Poi, il peccato originale sempre in agguato mi fa perdere la pazienza, mi fa sentire la solitudine di certe sere e mi fa dimenticare che anche la tristezza è una grazia che plasma l’anima. Allora grazie, a questa amica che con la sua penna, e la chiacchierata notturna, mentre guidava verso casa e io speravo che le mie chiacchiere non la facessero sopire, mi ha fatta sentire in sintonia, sulla stessa strada. Grazie.

 

Nerella Buggio

Mercoledì 30 marzo 2016 – san Ludovico da Casoria (il nome del bambino della Paola), giornata dei disabili e compleanno di Matteo (il marito) – l’autrice di “Osservazioni di una mamma qualunque” è stata invitata come ospite a TGtg di Tv2000, programma condotto da Cesare Davide Cavoni.

Qui sotto potete vedere la puntata integrale.

 

“Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti, il primo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

Doppio appuntamento venerdì 19 febbraio a Bologna per la nostra “mamma qualunque” Paola Belletti: alle 18 nella libreria Bonomo Editore di via Zamboni e alle 21 al Museo della Beata Vergine di San Luca di piazza di Porta Saragozza.

Nella pagina di Avvenire qui sopra la recensione del libro e l’avviso del duplice evento.

 

“Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti, il primo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

Ognuno ha i suoi carismi, Costanza fa le prefazioni ai libri, io faccio gli aperitivi a (con) chi li scrive. Abbiamo avuto l’onore di ospitare la famiglia Zeni per qualche giorno, sia ad agosto che a gennaio. Nel frattempo per vedere se erano veri, siamo anche andati a cercarli a casa loro, in Lombardia. Abbiamo frugato tra le nostre abitudini come la Marghe negli sportelli in salotto, abbiamo sorriso al tempo passato insieme come la Isa sorride alla Mapi ma soprattutto abbiamo fatto un sacco di aperitivi.

Caratteristica di interesse pubblico della famiglia Zeni è che la signora Paola Belletti ha di recente scritto un libro: Osservazioni di una mamma qualunque. Prima moglie, poi mamma di un, du’, tre, quattro figli, poi blogger e adesso scrittrice (tra una lavastoviglie e una lavatrice). Una donna che definisco Dionamica. Nel suo blog troviamo il suo ritmo: ‘vivo, penso, scrivo, posto’, lei dice che spesso si aggiunge anche ‘inciampo, cado’, ma è evidente che si rialza, sempre.

Tra uno spritz (che dalle parti di Paola si chiama pirlo) e uno hugo, ho fatto finta di aver letto il suo libro e l’ho scherzosamente intervistata:

Il libro era un sogno o i sogni aiutano a scrivere meglio?

Fiani iniziamo male, ti manca il riporto per fare queste domande alla Marzullo, dai!!!

Prima il blog, poi La Croce, poi un libro. Cosa è per te scrivere?

È dare un luogo ad un costante dialogo interno. Che non è solo tra me e me. Spesso è un dialogo con Dio. È mettere ordine a cose che altrimenti si affollano tutte nel collo di bottiglia della mia testa sempre in movimento. È anche il piacere di usare la parola, il linguaggio, di dare nome alle cose. Ogni cosa ha il suo nome. Bisogna trovarglielo. Poi ci sono anche cose che possiamo solo balbettare ma bisogna tentare lo stesso, fino all’ineffabile. Scrivo anche per ridere e fare ridere.
Tutti tranne mio marito. Detto anche “immobil dream”. Però mi valorizza, mi apprezza. Dice poche parole ma vedo che sta attento!
Però a dire la vera verità il blog voleva essere all’inizio uno strumento di promozione personale per la mia professione. Sono libero professionista da anni. Da molti più libera che professionista (in realtà soprattutto dopo la gravidanza di Ludo).

Come è nato allora il libro?

È nato perché Mario Adinolfi ha letto qualche mio post dal blog soprattutto dopo che ha saputo di Ludovico, soprattutto dopo che ci siamo incontrati su Facebook e in vista del debutto de La Croce quotidiano. Scriverai in pagina 4, i lettori ti aspetteranno. Preparati!
E così è stato.
In seguito dopo qualche mese Giuseppe Signorin, che ha a sua volta un blog e lavora in un’agenzia di comunicazione che è anche una piccola casa editrice, mi ha chiesto se avessi già un editore. Ero tentata di tirarmela un po’. Ho capitolato subito! Lui era l’occasione più adatta a me. Voleva pubblicare cose già scritte. Altro temo non sarei riuscita a fare. Ha pensato ad una bella raccolta. Ha selezionato e messo ordine. È una persona garbata, equilibrata, intelligente e piena di entusiasmo. E ha una moglie fantastica!

Una madre come te, perché anche se i tuoi 4 figli non ti riconoscono come tale, per lo stato sei madre, dove ha trovato il tempo?

In quello sottratto sconsideratamente a loro. Loro lo tolgono a me, insieme al fiato per respirare, e io lo tolgo a loro. In più rubo da loro le battute, le sortite e le intuizioni più belle.
Isabella infatti lo sa e si ribella. Non scrivere questa cosa mamma! Ha ragione.

Il tuo libro ha quindi una genesi poliedrica, più spunti riuniti, scritto in momenti e stati d’animo diversi. A chi è dedicato. A chi lo consiglieresti?

Lo consiglio a tutti. A patto che poi me lo raccontino, me lo restituiscano. No dai, in realtà sono combattuta tra il desiderio di diffonderlo e il pudore. Parlo di me, con onestà a volte temo imbarazzante. E parlo di cose forti e intime. Nascite, amori, dolori, fatiche, domande. Porte prese a pugni, rabbia, angoscia. Fede. Desiderio di paradiso. Robetta insomma. Quindi a volte vorrei essermi restituita. Poi soffro come femmina credo di una sorta di dialisi affettiva. Necessito di conferme, di feedback, di specchiarmi negli occhi degli altri. Occhi vispi possibilmente! E cuori accesi.

Oggi l’ovvio è diventato atto eroico, non ti senti un po’ offesa dal mondo a dover dire che tuo figlio aveva diritto a vivere?

Mi sono incavolata come una belva. Ho cambiato ginecologi. Ho pianto fino affogarmi nelle lacrime. Ho stroncato sul nascere inviti -gli ennesimi- ad abortire magari all’estero. Ho fatto notare che era mio figlio. Sempre.

Quindi il tuo libro è per le donne che vogliono essere madri? Per preparare, tranquillizzarle? Non hai paura che leggendoti preferiscano la clausura?

Anche io ho una fitta costante di nostalgia per l’immaginata quiete claustrale. A volte penso anche mio marito. Essere sposati è dura. Essere genitori è impegnativo. Resistere alle bollette, ai certificati medici, alle scadenze, alle logopedie, allo stillicidio dei colloqui generali, alla corsa campestre dei compiti pomeridiani, al fuoco di fila delle domande, al desiderio di socializzazione e a quello di mantenere un po’ di intimità familiare…
Tornando alla gravidanza del nostro gioiellino. Sì, ci siamo visti guardati o come eroi o come incoscienti. A noi pareva il minimo sindacale non fare a pezzi il nostro bambino perché forse sarebbe stato segnato nel corpo.
Continuano a chiedermelo. La formula più ricorrente è “ma quindi non lo sapevate prima, vero?”

Pensi che oltre a me lo leggeranno anche altri uomini?

Sì. Molti so che lo hanno già letto. Il mio papi! Fierissimo… qualche fratello. Molti amici. E diversi sconosciuti. Uno dall’uruguay lo ha letto in ebook. Mi ha ringraziato moltissimo. E io lui.

Con quali stati confina l’Uruguay? Parlami delle sue principali risorse economiche.

Se insisti mi faccio intervistare da tua moglie…

Ok, ok. Il tuo libro può essere un cerotto ad una ferita? Alla tua ferita?

Non lo so. Può essere una torcia puntata su di noi. Sulla vita, sul dolore. Su Gesù Cristo. Senza di Lui è da pazzi. Ma anche per chi non Lo conosce la vita è vita e tutti gli uomini lo sanno. Tutti. Non ho dubbi. Poi la coscienza si può offuscare, adulterare, ignorare, ma saperlo lo sappiamo. Esprimo per iscritto domande a Dio in compagnia degli altri.

Allora è dedicato a Dio? Non era più indicata un invocazione alla Madonna invece che la prefazione della Miriano?

Ma Costanza è in confidenza con la Madonna. Credo vada bene anche così.

Tu hai letto il tuo libro? O lo hai solo vissuto? Hai “imparato” qualcosa o rifaresti tutto uguale? incontreresti le stesse persone, andresti negli stessi posti?

Ho già giocato questa partita. Non esiste seconda possibilità. Esiste solo l’infinita possibilità di ritornare a Dio da qualsiasi condizione, in qualsiasi stato ci troviamo. Fino a che abbiamo giorni da vivere. Vivo. Ecco, poi sì a volte penso, scrivo e posto. Più spesso corro, inciampo e cado. Tutto intero no. Non l’ho riletto. Non riesco ancora. Facciamo che lo leggi tu poi mi racconti qualcosa.

[azz, beccato!]

 

(Filippo Fiani – intervista uscita su La Croce – Quotidiano e il blog http://quarantadue.ianix.net/)

 

“Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti, il primo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

«Figlia, moglie e mamma. Tutti e tre gli stati sono a tempo indeterminato. (…) Il marito è a volte luminoso testimone a volte vetro opaco come me. (…) Ho quattro figli, tre femmine e un maschio. Il piccolo è malato seriamente. E abbiamo iniziato a scoprirlo, seppur con alterne vicende e molte incertezze, durante la gravidanza. Alla 23esima settimana. È seguito un vero calvario. Ora lo curiamo al meglio delle nostre possibilità. E lui ci ricambia con la sua bellezza e molta gioia». Questa è Paola Belletti, autrice di Osservazioni di una mamma qualunque (UomoVivo, 14 euro, 153 pagine). Più che un libro è un diario. Un diario di vita fatto di episodi, fatiche, dolori e gioie. Un diario che racconta di una famiglia viva, ben assortita, litigiosa il giusto.

NIENTE SANTI ED EROI. È bello per questo. Non aspettatevi “santi” che di fronte alle fatiche vedono santi e madonne, traggono conclusioni e giudizi incomprensibili o astratti. No. Qui c’è una mamma, Paola, con tanti pregi che però non nasconde i tanti difetti, che si sente e si mostra «fuori posto, in affanno, sicuramente in ritardo». Ansiosa, che tende a ingrandire le cose, come tante mamme. E poi c’è un marito, Matteo, che lavora dieci ore al giorno e che se gli viene chiesto di prendere una canottiera nell’armadio delle bambine, nel secondo cassetto, rimane con lo sguardo fisso a quel cassetto, con un’espressione infastidita e terrorizzata, perché lui quella canottiera non la vede. Come tanti papà.

Matteo fa da “minimizzatore” per riportare le cose sul giusto piano. «Ecco, soprattutto tu, tu che sei chiamato fra tutti a capirmi e supportarmi con la U, manco mi ascolti», dice Paola. «Non è vero. Io ci sono», risponde pacato il marito. «Ho i miei limiti ma ti ascolto. E so che certe volte esageri». Sono così i dialoghi che riempiono queste 150 pagine che si leggono tra un sorriso e un pochino di commozione.

LE TINTE DELLA VITA. Matteo «di fronte alle cose grosse, come può esserlo la malattia di un figlio, non perde la calma. Soffre molto ma ingoia il suo dolore per aiutarmi a sopportare il mio e ribadisce con la persuasività di uno che ora sta pagando di persona che “niente ci può davvero ostacolare nell’essere felici. Nemmeno questo”».

Qui trovate tutto di una famiglia viva, tutte le tinte della vita, i risvolti anche comici del quotidiano, ritratti commossi, ma anche pieni di gratitudine per i figli. E una nota forte, quella del dolore, «della domanda a Dio a nome di mio figlio, che guarisca, che sia felice».

«Qui [Matteo] non minimizza perché non c’è spazio di manovra, ma guarda dal punto di osservazione più umano possibile. Quello della croce. Minuscola e maiuscola. Che poi a cosa costringe la Croce? Cosa mi fa? Mi tiene. Mi trattiene. Mi inchioda. Al presente». Ludovico, questo figlio ferito, li inchioda al presente, ci inchioda tutti al presente.

VIVERE EROICAMENTE. «Non preoccuparti», dice Paola al figlio appena nato. «Io e papà ti amiamo. Senza avverbi. Ti amiamo punto. “Nonostante”, semmai, è nonostante noi, le nostre debolezze, nonostante la stanchezza e la paura».

«A Paola – scrive Costanza Miriano nella prefazione, e noi aggiungiamo anche a Matteo, anzi a tutta la loro famiglia – viene chiesto di vivere eroicamente, ma non tutto insieme, non con un finale drammatico e i fuochi di artificio, bensì nel martirio dell’obbedienza quotidiana».

 

(Daniele Guarneri – recensione uscita su Tempi.it)

 

“Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti, il primo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

a cura di Alessio Calò

Abbiamo incontrato Paola Belletti aTrento, dopo la prima presentazione ufficiale del suo libro d’esordio, “Osservazioni di una mamma qualunque”, primo volume della nuova collana UOMOVIVO, disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria onlinedi Berica editrice.
Paola, di formazione filosofa, si occupa di risorse umane (termine che vorrebbe abolire) e – soprattutto – è mamma di 4 figli, 3 femmine e un maschio (Ludovico, l’ultimogenito, gravemente malato). Più due non nati.

Nella prefazione al libro Costanza Miriano scrive che “questo è uno dei libri che ridi e piangi leggendoli, i miei preferiti”. Ti ci ritrovi?
Sono molto grata a Costanza. Si è spesa moltissimo per me. Siamo amiche. E quello che dice di me, della mia scrittura e del libro, se non sconfiniamo nel patologico, direi che è un bellissimo complimento.
Perché la vita è gioia e dolore. Fatica, leggerezza, dramma. Tutto insomma. Ed essendo per ora almeno la mia scrittura al servizio della mia personale esperienza di moglie, mamma, figlia (di Dio) c’è dentro un po’ tutto.
Leggendo Costanza ho riso e pensato moltissimo… e allora mi è venuto il sospetto che dietro questa grande leggerezza e autoironia, insieme alla profondità e alla ricchezza di pensiero, ci fosse anche la sofferenza. Forse perché proietto. Ho imparato a ridere, a ironizzare, a cercare il lato comico anche nella situazione impegnativa che viviamo in famiglia. Mi aiuta, credo.

Avevi già avuto qualche precedente esperienza come scrittrice (a parte La Croce, nostro quotidiano di riferimento)?
Prima del libro e de La Croce c’era già il blog: “vivo, penso, scrivo, posto” è il motto. Anche se ultimamente vorrei cambiarlo con: “mi affanno, corro, inciampo e cado”.
È nato a metà tra il personale e il professionale. Sono libero professionista, mi occupavo soprattutto di formazione e in parte di consulenza. Allora ragionando su tematiche che mi appassionano molto ho pensato di farlo per iscritto. Cos’è comunicare. Il linguaggio. Il mito un po’ opprimente di Steve Jobs; la soggettività e l’oggettività; cosa ci attira quando andiamo a fare shopping. E qui più che un blog si potrebbero aprire forum, portali verticali, eventi, wikipedie monotematiche e infinite gallery di immagini.
Comunque per un po’ i termini più ricercati su google che portavano le persone su questa zattera digitale vagante per il gran mare del web erano cose tipo “il fondotinta sul sedile della macchina”; “truccarsi in auto” o “il cliente ha sempre ragione”.
Ora spero che mi cerchino soprattutto con i tag della collana UOMOVIVO della Berica editrice: Vita (di coppia), umorismo, Dio.

Perché scrivi? Sfogo, impegno sociale, training autogeno?
Dunque vediamo. Scrivo un po’ per rileggermi… perché scrivere costringe a mettere ordine tra le forze che si agitano dentro. Costringe a dire con le parole, fino dove è dicibile, i gemiti interiori. Per dare loro ordine, per dire cosa viene prima e cosa dopo. Cosa è più degno o meno degno di essere scritto. Questo soprattutto di fronte alla domanda lacerante del dolore, nella malattia di un figlio.
E per rivolgermi a Dio. Per essere ascoltata e compresa, da Dio e dagli altri. Non tutti, ma qualcuno almeno!
Poi ho imparato che può anche essere un servizio. Mario (Adinolfi, direttore de La Croce che mi ha chiesto di scrivere per la pagina 4 dopo aver letto alcuni miei post) mi ha detto, di fronte alle mie titubanze per il timore di strumentalizzare o esporre troppo e senza difese la vita non solo mia ma dei miei figli piccoli: “scrivi, ti farà e farai molto bene”.
Ci sono stati anche molti momenti in cui avrei chiesto a chiunque, anche al lavavetri al semaforo, anche alla cassiera, a chiunque! se potesse ascoltarmi e capirmi e anche dirmi cosa dovevo fare. Scrivevo un po’ a tutti. Quando qualcuno non mi rispondeva o smetteva di rispondermi mi rendevo conto che stavo rischiando di sembrare una stalker.

Com’è nato il libro?
Perché Giuseppe (Signorin) me lo ha chiesto.
Per la verità prima mi ha chiesto, ed era serio, se avessi già un editore. Wow! Considerava la mia scrittura possibile oggetto di interesse di qualche editore! Sempre grazie a Costanza in effetti c’era già un potenziale editore ma con tutti gli impegni legati alla cura della famiglia mi era impossibile mettere mano ad un progetto nuovo e così impegnativo, almeno a me pareva così.
La proposta di Giuseppe invece era una cosa fattibile a partire dalla mie condizioni: pochissimo tempo a disposizione e quindi per ora la quasi impossibilità di concepire e scrivere un libro nuovo da capo. A lui interessava raccogliere brani scelti che avevo già scritto! Fantastico. Proviamo allora…
Il libro è composto da brani autobiografici, molto differenti sia perché alcuni sono stati scritti quando ancora non erano successe molte cose sia perché la persona, io come voi, è una ma complessa e la vita ha tante manifestazioni. Perché nella vita ci sono tutti i colori, tutte le tinte. Non so se questo è un modo carino per dire che sono un gran guazzabuglio… Perché attraversare una grande prova non significa essere sempre costantemente presi da stati d’animo tristi, in balia dell’angoscia. Ci sono momenti diversi e diverse forze che agiscono.
Penso anche a Sabrina Pietrangeli Paluzzi che ho intervistato per La Croce. Ha una storia forte, con una grande prova che lei ha permesso la cambiasse; con una grande e vivida fede. Con una associazione fatta per aiutare mamme in gravi sofferenze, ecco lei è anche una youtuber e consulente di bellezza. Essere cristiani è bello. È tutto. Tiene dentro tutto.
E poi c’è il tempo che passa.
La reazione alla prima notizia della gravità della situazione di Ludovico era di un tipo, anche psicologicamente qualificabile. Shock. Trauma. Quindi per molti aspetti abbiamo vissuto uno stress post traumatico, normale, naturale.
E ad aggravare la durezza della situazione si aggiunga il fatto che anche tutti quelli che sono intorno e sono legati a noi subiscono uno shock e spesso, esattamente come te che ne sei colpito più direttamente, hanno bisogno di tempo, di capire, di accettare, di farsi e fare domande. E a chi le fanno, spesso, se non proprio a chi ne è più direttamente colpito?
Ma quindi Ludo che malattia ha? Quando vi dicono come starà? Camminerà? Ci vedrà? Perché non sapete niente di preciso? Che cure bisogna fare? Se fossi in voi io farei, direi, non esiste proprio, non è possibile ecc..
E a seguire, senza soluzione di continuità, catene non interrotte di consigli. Senti la dottoressa Tizia. Chiama il nostro amico Caio. Un mio cugino aveva un figlio con una cosa simile (come fosse possibile stabilirlo non è dato sapere), ti lascio il numero. Anche nel parcheggio della scuola mi è capitato: senta signora, perché non chiama il dottor Scapaccioni? I fiori di Bach? Agopuntura? Dieta pinco pallino? Tante cose, non tutte, erano ragionevoli. Alcune utili. Altre, per me, staffilate al cuore.
Ma più di tutto mi colpisce una cosa: di fronte al dolore, alla malattia grave soprattutto di un innocente nessuno-salvo poche eccezioni- riesce a gestire l’ansia. Devo fare qualcosa perché la mamma faccia qualcosa e lui stia meglio. Devo, ora. Oppure la fuga.
Un altro aspetto che ho riscontrato e riscontro ancora è direttamente legato ad un costume delle nostre società libertarie, dei diritti individuali (di alcuni individui!). Al diritto di aborto. Che è un’assurdità non solo morale ma anche logica. Diritto di tutti ad abortire. Esclusi i nascituri. Per forza allora è necessario che i nascituri non siano qualificati come individui. E per forza allora serve una casta di “esperti” che sola possa pronunciarsi su cosa, non chi, ma cosa possa dirsi persona e cosa no. E in tanti abbiamo accettato questo furto. “Io non sono esperto, non posso sapere per bene quando inizia la vita. Mi attengo a quanto dicono gli esperti”. A partire da questa menzogna nascono diverse altre esperienze stranianti. L’ecografia morfologica servirebbe a “prevenire malformazioni”, mentre invece previene solo la nascita di persone forse affette dalla patologia x o y.
Comunque proprio per questo costume derivato da una legge voluta da minoranze aggressive che hanno influenzato tutta la società, per questo la domanda esplicita e aperta o fatta per allusioni che non mancava mai e ancora sento anche ora che Ludo ha due anni e mezzo è: lo avete scoperto dopo, vero? Ma questo lo dico in qualche brano.
Sono 33 in tutto. Li ha scelti Giuseppe. Io volevo inserirne anche altri. Invece ha fatto bene. Nei nostri scambi epistolari chiudeva sempre le email o le chat con “Viva el Senor!”

E il titolo (in particolar modo la qualunquità della mamma qualunque)?
È un compromesso tra me e lui. Io che gestavo da anni l’idea di mettere insieme i vari brani scritti qua e là, sulle note dell’ipad e poi sul pc e poi a volte salvati come memo audio se l’idea mi pareva azzeccata o scritti sul dorso della mano, volevo trovare un titolo che potesse contenerli e giustificarne la disomogeneità. Allora avevo pensato a “Diario di una cattolica qualunque”. Poi sono successe tante cose: ho aperto il blog, poi sono diventata amica di Costanza. Ho perso due bimbi prima che nascessero; poi è arrivato Ludo; e dopo un po’ di tempo ho sentito Mario Adinolfi raccontarci cosa ci stava succedendo sotto il naso con l’ideologia gender (Sua Eminenza il Cardinale Carlo Caffarra dice che è importantissimo chiamarla ideologia e non teoria perché la teoria cerca lo scontro con la realtà e ne accetta la verifica e la ratifica fino alla sua totale smentita, l’ ideologia invece vuole imporsi sulla realtà e non appoggiandosi sulla verità ha a disposizione solo l’irrisione e la violenza); ho mandato un commento ad un suo post dove si diceva scoraggiato (cosa rarissima!); gli ho detto che lo ringraziavo perché lottava anche per il nostro bambino. Si è commosso. In quel grande circo che è Facebook e in particolare la pagina di Mario che subisce di continuo attacchi, insulti e ingiurie, ho dovuto sentirmi anche dire che sì dai ero abbastanza rispettabile per aver deciso di far nascere questo figliolo ma poi avrei dovuto rispondere del mio egoismo. Farei una pausa di silenzio. Egoismo! Capite? Che ribaltamento della realtà.
Quando mio marito ha saputo che stava per nascere un nuovo quotidiano che sarebbe stato il braccio stampato di questa battaglia incruenta (quasi) mi ha detto che secondo lui avrei dovuto scrivere anch’io. Mario ha letto qualche mio post e mi ha intimato di scrivere tutti i giorni; il più possibile. “Va bene scrivi tutte le volte che puoi!” Quando a gennaio 2015 è partita la pazzia della Croce è stato bello partecipare ed essere parte di un’avventura coraggiosa e in parte dilettantistica (per alcuni redattori intendo non per il redattore capo né il direttore). Quando era cartacea era di una bellezza notevole! Ora resiste digitale. Ed è cresciuta anche come contributi. Sosteniamola!
Comunque tornando alla domanda: Giuseppe mi propone una rivisitazione di un titolo di Guareschi (troppo onore!) che era “Osservazioni di uno qualunque”, che non ho ancora letto. Chiedo venia.
E niente… ora siamo qua!

A chi consigli di leggere questo libro?
A chiunque. A patto che poi me lo racconti.
Credo possa piacere anche agli uomini. È un libro per la parità di genere. Scherzo.
È una cosa piccina ma sono ben contenta che qualcuno mi dica che ha trovato sollievo nel leggere il mio modo di leggere la nostra vita. Che mi ringrazi per avere riso, pianto magari riflettuto in modo nuovo sulla vita. Su un pezzo di esperienza sottovalutato o rimasto senza ipotesi di senso.

Qualcosa da aggiungere? Nel senso, fatti una domanda e datti una risposta…
Vorrei dire quello che il mio libro non è. Non è uno spot antiabortista. Non è una testimonianza almeno non è stata preventivata. È vita, raccontata, giudicata, esposta con tutti gli sforzi alla luce del sole, allo sguardo del Signore. Senza Gesù Cristo, senza la Chiesa, senza la potenza dei sacramenti e quella per me nuova della preghiera non potremmo vivere in pace, seppure con momenti diversi, questa nostra prova. Io e mio marito stiamo verificando che si può” tenere botta” anche di fronte a queste sberle. Non solo. Si vive, si vive! Non si sopravvive. Certo i primi tempi l’ angoscia, il dolore, la paura sono così forti che è già tanto resistere.
Si vive tutto. Ridiamo, forse più di prima. Ci preoccupiamo. Io soprattutto. Mio marito smista, filtra, butta! Se non avessi lui sarei del tutto in balia dei miei mutevoli stati d’animo e del modo così viscerale di amare i figli. Mio marito, altrimenti detto, il minimizzatore.
Sull’esperienza più forte ma non esclusiva che caratterizza questo giro di anni della mia vita e che è il dolore per il mio bambino direi questo: il dolore fa male. La prova, prova! La menomazione, la malattia sono brutte e mortificanti. Restano brutte anche dopo Gesù. Ma c’è Gesù. Ma c’è il Padre. Io so che a Ludo visto che Dio è Dio nulla di essenziale è tolto. A lui non è impedita l’azione umana più importante e vitale, il rapporto col Padre. “Smettila di pregare per tuo figlio e prega per la tua conversione mi ha detto un amico. Che prega di continuo per la sua guarigione. Cosa credi che Dio non si intrattenga con la sua anima? Cosa credi che non sia un male per un bene più grande?”
Poi ho capito questo. Dietro il dolore, sotto il cono d’ombra della croce; nella feritoia che la spada del dolore tiene aperta nel cuore, si apre uno scenario nuovo. Accessibile anche altrimenti credo ma la via della sofferenza è privilegiata… lo voglio dire con le parole del Giobbe di Fabrice Hajadj:
«Chi sei tu che vorresti cambiare il mio piangere in compiangersi e compiacersi?»
Giobbe infine, ormai solo, dichiara di attendere la Gioia:
«Io non ti ho, ma tu mi circondi stringendomi.
Tu mi sfuggi, sei proprio tu che mi conduci verso l’altro,
Tu che mi ferisci, sei proprio tu la sola che potrebbe guarirmi,
E siccome sto in agguato, pronto ad accoglierti, attento al minimo refolo che annunci la tua venuta,
Tu m’impedisci di chiudermi nella mia corazza
E la mia testa è questa conchiglia fratturata
E la mia lingua è questa lumaca grottesca,
Che lascia con le sue parole più bava che sapere,
E tu non vieni a ridurre la frattura, no, tu l’ingrandisci, tu l’allarghi ancora perché vi entri il
mondo».
Simone Weil, altra filosofa francese del ‘900 dice che la gioia non è altro che il sentimento della realtà. La realtà tutta. La realtà quando diventa più reale e ti assedia dura e ossuta. Non lo so, direi che corro il rischio di sembrare masochista o anche scontata ma quando il dolore ti colpisce davvero, e tanti ne abbiamo esperienza, puoi, se vuoi, non sprecare l’occasione di approfondire il tuo essere uomo cioè figlio cioè amato cioè atteso.
Dio non ha ancora guarito mio figlio. Io chiedo e richiedo e insisto. Può essere continui a rispondere “no, non ancora”. Non lo so. Dio è Dio. (anche qua ho cambiato perché Dio risponde ma dice no. Per ora.)

(intervista uscita per Campari & de Maistre)

 

 

“Osservazioni di una mamma qualunque” di Paola Belletti, il primo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.