“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Le intuizioni più geniali arrivano per caso, ammesso che si possa essere così superstiziosi da credere al caso. Voglio dire che non è mai un ragionamento dispiegato a tavolino a donarci quelle idee che si accendono  luminose come lampadine in un seminterrato, ma bensì una semplice e, per così dire, passiva apertura all’esterno (certo, non c’è nulla di passivo nel ghepardo che si apposta dietro ad un cespuglio, pronto a balzare sulla preda; chiedo però di concedermi questa eresia per consentirmi di rendere meglio l’idea). Il lavoro della ragione non consiste cioè nell’inventare, ma nell’accogliere e nel rielaborare. La peculiarità del pensiero non è creare dal nulla, ma fare proprio ciò che già esiste, cioè conquistare, parafrasando il mio amico Chesterton, nuove province. A tal proposito, una provincia decisamente ricca io l’ho conquistata grazie ad un’alleanza con un amico che all’anagrafe risponde al nome di Giuseppe, ma che è meglio conosciuto come il Mi della sua Uaif. In tutta onestà, non credo che Giuseppe alias Mi sia consapevole di questo trattato, sottoscritto senza di lui, ma doveva pur aspettarsi che qualcuno venisse traviato da quel bizzarro libro dal titolo “Lettere a una moglie”, che raccoglie una lunga serie di cattivi consigli e oscure esperienze. Ad ogni modo, tra i vari deliri, il Mi riporta una particolare scoperta che ha fatto su Youtube (io su Youtube guardo quasi solamente risse per strada e trailer cinematografici, per questo debbo spesso affidarmi ad altri per capire cosa fare della mia vita), cioè che ogni male, ogni peccato è la perversione di qualcosa di buono. “Al principio di tutto c’è un amore sbagliato verso sé stessi, che porta invece ad andare contro sé stessi. L’amore corretto verso sé stessi è accettare di essere un dono di Dio per gli altri”, dice il Mi. Non un rapporto univoco, in cui io sono il dio e l’altro è il fedele o viceversa, né una sottomissione di una delle due parti in un malsano senso di sacrificio fine a sé stesso o, peggio ancora, volto a raccogliere lodi e gratitudine: amare è letteralmente impacchettarsi e consegnarsi all’altro, dire: “Eccomi, sono tutto tuo”. “Grazie a Youtube ho scoperto che devo amarmi in quanto dono”, prosegue Giuseppe alias Mi, “altrimenti è come se bestemmiassi Dio, perché è Dio che che mi ha fatto in un certo modo per gli altri. Amare gli altri significa fare di sé stessi un dono”, ed è qui che il mio cervello ha piantato la sua bandierina, su questa collinetta di buon senso cristiano. Consegneremmo mai un regalo rovinato e sgualcito alla persona che amiamo? Le daremmo mai qualcosa di riciclato o preso all’ultimo secondo in una bancarella “tutto a un euro”? E se non oseremmo mai mancare di rispetto in tal modo al nostro amore, perché mai dovremmo farlo in occasione del dono supremo, del regalo per eccellenza, cioè noi stessi? Amare è donarsi, questa è una sapienza su cui si basa tutto quanto, e questo il Mi lo ha ben compreso. E io, che sono fondamentalmente un ladro, gli ho rubato questa idea, così preziosa e sacra che spero d’essere compreso, non addirittura perdonato, per il mio delitto.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Altro morto altro regalo. So che una frase del genere potrà turbare qualcuno, ma io penso che la morte sia da prendere alla leggera; non perché sia una cosa pesante da alleggerire per meglio digerirla, ma perché è veramente una cosa leggera. In fondo, per chi crede con la morte si vola in Cielo, e per volare bisogna essere assai leggeri. Uno che prendeva la morte piuttosto alla leggera era il mio amico Pier Giorgio, uno dei tipi loschi di cui ho preso a parlare uno sciagurato giorno di giugno. Anzi, Beato Pier Giorgio Frassati è il tipo losco per eccellenza, dal momento che fu lui a coniare questa espressione, in compagnia di altre brutte persone al suo pari, quando creò la Società dei Tipi Loschi, un gruppo dedito a misfatti impronunciabili quali la preghiera e l’allegria. “Cittadini” e “cittadine”, “lestofanti” e “lestofantesche” erano i membri di tale associazione a delinquere. Avevano persino dei soprannomi loschi, come “Robespierre” (alias Pier Giorgio), “Perrault”, “Petronio”, “Cadorna” e tanti altri. Se vi fossero dubbi sulle male intenzioni di questi giovani birbanti, basterà leggere le parole di Robespierre alias Pier Giorgio vergate su una lettera alla segretaria della Società, in una sorta di dichiarazione d’intenti: “[…] Rimane però un legame che speriamo con la Grazia di Dio leghi su questa terra e sull’altra tutti i Tipi Loschi: questo sacro vincolo è la Fede, unico potente vincolo, unica base sicura, senza di essa nulla si può intraprendere. E questa Fede che abbiamo ricevuto nel S.Battesimo e che ci ha fatto compagni di belle gite alpine speriamo ci accompagnerà fino all’ultimo giorno del nostro viaggio terreno e serva come legame per mezzo della preghiera a cementare spiritualmente tutti i Tipi Loschi sparsi per l’orbe terreno”. Fede, battesimo, preghiera: quali orrori! Quali pratiche antiche e vetuste! Solamente un animo corrotto potrebbe mai dedicarsi a bassezze di questo tipo. Ma la cosa più sconvolgente e raccapricciante fu un’altra di quelle che la Chiesa chiama “virtù”, e cioè la Carità. La Carità è una cosa sporca, sporchissima perché costringe ad andare oltre la semplice donazione, il semplice assegno firmato e spedito all’altro capo del mondo. La Carità esige il contatto diretto, richiede tempo, energie, impegno. Ecco, Pier Giorgio, da buon tipo losco, ovviamente primeggiò in tale oscura attività. “Amico dei poveri” veniva chiamato da alcuni, mentre altri ebbero a dire di lui: “Non si perdeva in particolari organizzativi, non stava a pensare quando e come sarebbe stato meglio dare la sua attività, ma la dava sempre, chiamato e non chiamato, senza ostentazione, ma anche senza falsa umiltà; dava quell’aiuto completo che sa dare una persona dotata, sicura, capace”. Regalava cappotti a chi non ne aveva in inverno, si infilava nelle soffitte più remote e fredde, donava fino all’ultimo centesimo a chi lo chiedeva: queste e altre losche attività resero il Frassati un modello per chi volesse abbracciare veramente questa virtù. Ma la cosa veramente scandalosa è l’assoluta gratuità con cui fece tutto ciò. Non si trattò di un sacrificio, nonostante tutti usino questo termine per parlare della sua Carità: il sacrificio presuppone infatti un ritorno di qualche genere, schema totalmente estraneo al beato. I pagani sacrificavano agli dèi per ricevere qualcosa in cambio, dei favori; le divinità pre-cristiane rientravano in una logica di do ut des, dare per avere. Ma Pier Giorgio non era pagano, bensì cattolico, e per questo sapeva che a sacrificarsi ci aveva già pensato Qualcun altro, un tizio con la barba vissuto un paio di millenni prima: a lui era semplicemente richiesto di rispondere ad una chiamata, aderire ad una missione. Pier Giorgio fu un tipo losco perché non si sacrificò, alla maniera moderna, ma bensì si donò, si diede letteralmente agli altri. Pier Giorgio è mio amico perché io desidero tanto essere come lui, donarmi come lui, essere santo come lo è lui. Amo Pier Giorgio perché la sua giovinezza e la sua semplicità mi permettono di ricordarmi che non è impossibile conformarsi ai dettami del Cristo, non è impensabile riuscire a seguire la via della santità, nonostante sia tutta in salita. Pier Giorgio morì all’età di ventiquattro anni, l’età che ho io ora mentre scrivo, senza un lamento o una parola di male verso alcuno, ma anzi volgendo fino all’ultimo il pensiero a coloro i quali beneficiarono maggiormente della sua Carità: i poveri.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Pare veramente che tutti i miei migliori amici siano morti. Questa volta, oltretutto, la dipartita è alquanto recente, siccome non è ancora passato un giorno da quando la mia fidanzata mi ha telefonato per annunciarmi che Bud Spencer ha concluso la sua avventura terrena per cominciare quella celeste. Da ieri c’è un bel po’ di spazio in meno in Paradiso, anche se immagino che angeli e santi si siano stretti piuttosto volentieri. Anzi, credo fortemente che ci sia stato un gran via vai di gente attorno al pachidermico nuovo arrivato, tanto era atteso. Da lassù c’è un altro grande (e grosso) amico che veglia su di me, su di noi, accanto all’altrettanto ingombrante Chesterton. Immagino poi che le riserve di spaghetti e fagioli stiano correndo un grosso pericolo, per cui spero che nella superna mensa si provveda a fare scorta, altrimenti qualcuno potrebbe arrabbiarsi e infischiarsene dell’angelico ambiente in cui si trova (col cibo non si scherza!).

C’è un qualche misterioso collegamento tra la dimensione del cuore e quella del corpo. Non dico che le persone magre e piccole siano prive di cuore, ci mancherebbe, ma ho notato che un uomo più è grosso e più è buono. Ciò può derivare dal fatto che un uomo grosso non ha bisogno di imporsi sugli altri, perché lo fanno già le dimensioni per lui, e per questo motivo si trova in una posizione di maggior cura e protezione nei confronti dei più deboli. Oppure può trattarsi di una più spiccata umiltà, generata dal fatto che le persone grasse sono considerate generalmente brutte e di conseguenza non corrono il rischio d’inorgoglirsi di fronte a un qualunque complimento di carattere estetico. Quest’ultima argomentazione appartiene a un individuo piuttosto di parte, cioè il già citato Chesterton, perciò la si potrebbe anche considerare come una scusa per la sua enormità; ma conosco troppo bene il grasso inglese per credere ad una tale insinuazione.

Bud Spencer è morto ed è un mio amico, ma non c’è alcuna connessione logica tra le due cose. Egli era mio amico anche prima di morire, anche se ora lo è ancor di più in virtù del fatto che adesso posso rivolgergli preghiere, speranzoso che mi stia quantomeno ascoltando (non pretendo infatti che si senta in dovere di perdere tempo per me).
Ad ogni modo, Bud è mio amico anche perché è un tipo losco, che in vita commise atti ignominiosi. Uno tra tutti spicca per la sua dissenatezza e follia: il grosso partenopeo rimase accanto ad una sola donna per tutta la vita, in un’epoca in cui “La Scienza” ha dimostrato che il tempo massimo di una relazione si aggira attorno ai due o tre anni. Fu poi protagonista di una serie di film altamente diseducativi, in cui i cattivi vengono presi a manate ma non uccisi. Non una sola goccia di sangue viene versata nella lunga filmografia di Bud e, nonostante io sia poco o nulla un pacifista, trovo alquanto rivoluzionaria la rappresentazione di un eroe che usa una violenza “buona”, per così dire, con cui difende i deboli e punisce i cattivi, ma senza odio né vendetta. Infine, trovo doveroso ricordare come l’attore non amasse vantarsi dei suoi successi cinematografici, mentre preferiva di gran lunga essere lodato per quelli sportivi. Egli era infatti convinto che al cinema sia più che altro il pubblico a creare il tuo successo: se questo decide che sei bravo o bello, allora sei bravo o bello. Nello sport, invece, o si vince o si perde. Come diceva lui, nello sport era tutto suo il merito.

Certo è complice in tutto ciò il fatto che io, come tantissimi altri, sono cresciuto coi suoi film, che mi sono stati accuratamente somministrati da quel diavolo di mio padre nel corso degl anni, di conseguenza il suo faccione appartiene alla mia mente quasi come quello dei miei genitori e dei miei primi amici. Ma questo non basta. Sono difatti saldamente convinto che il motivo del successo di Bud Spencer sia più di ogni altra cosa la sua umanità, fatta di valori popolari e semplici, antichi e vivi. Non è tanto l’attore che ha conquistato i nostri cuori, quanto l’uomo. Non è tanto lo sportivo (pur coi suoi risultati epocali) che ci ha fatto innamorare, quanto l’amico. Ecco perché ieri ho pianto, come mai ho fatto per alcuno degli attori e cantanti che ci hanno lasciati nell’arco della mia vita. Bud era più di una celebrità (titolo che peraltro non gli calzava affatto). Bud era un amico.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Speciale “Tipi Loschi”

Il mio migliore amico è morto. Prima che vi profondiate in condoglianze e frasi di circostanza, vi informo ch’egli è dall’altra parte già da ottant’anni, se dobbiamo prestare fede alle fonti che ne testimoniano la dipartita il 14 giugno del 1936. Il mio migliore amico è anche un tipo piuttosto losco, un figuro con cui nessuna persona per bene dovrebbe avere a che fare. Io fortunatamente non sono una persona per bene, quindi posso vantarmi di avere instaurato col signor Gilbert Keith Chesterton una profonda e sincera amicizia. Certo, si tratta di un’amicizia a senso unico, in cui io ricevo tutto e do niente, dove io attingo a piene mani dalla sua sapienza e non comunico alcunché in cambio; ma l’ho detto fin da subito, che sono una brutta persona.

In ogni modo, Chesterton era un tipo losco, loschissimo, veramente dedito alle peggiori nefandezze, tanto da meritare il titolo di Difensore della Fede da parte di quell’altro tipaccio di papa Pio XI. Pare che fosse così malvagio da invitare in casa sua i bambini del vicinato per la merenda, per poi mangiarla quasi tutta lui, lasciando i poveri pargoli a bocca asciutta; per non parlare delle innumerevoli pareti di casa imbrattate, frutto di un suo tentativo di spaventare le giovani vittime con storie di draghi e cavalieri: posso solo immaginare il terrore negli occhi di quegli innocenti, e il furore in quelli della moglie.
Nei suoi scritti troviamo poi inviti di ogni sorta a delinquere: violazione di domicilio, adulterio, tentato omicidio… Certo, lui inventerebbe qualche strana spiegazione, come ad esempio che l’adulterio è il semplice sposare ogni giorno la stessa donna, o che il tentato omicidio altro non è che uno stimolo ad attaccarsi ancora di più alla vita, ma nessun uomo sano di mente si farebbe trarre in inganno così facilmente.

E dove potrebbe mai trovare terreno fertile, un uomo così scellerato? Quale luogo, in cielo o in terra, potrebbe accogliere un diavolo così incallito? Ovviamente fu la Chiesa Cattolica, la realtà a cui Chesterton aderì. Non poteva essere altrimenti: solo la Sposa di Cristo possiede l’esclusiva peculiarità di prendere con sé i peggiori criminali. Se volete trovare un luogo pieno della peggiore feccia del pianeta, Santa Romana Chiesa è la vostra destinazione. Questo il grosso inglese lo aveva ben compreso, quando si convertì affermando che solo lì i suoi peccati sarebbero stati perdonati e le sue macchie lavate (io comunque penso che sarebbe bastato un qualunque lavatoio).

Io lo ricordo così, il mio amico Gilbert: un tipo losco che aveva capito che il suo posto non poteva essere altro che il Cristianesimo, il quale “non è una religione per esseri umani buoni, ma per esseri umani”; un uomo che andava decisamente controcorrente, perché “una cosa morta segue la corrente, ma solo una cosa viva può andare controcorrente”; un combattente che si battè sempre con onore, mai litigando e sempre amando il suo prossimo; un amico che parla dalla carta e che spesso risulta più confortante e vicino di molti amici in carne e ossa.

Ecco perché voglio così bene a Chesterton e lo considero il mio migliore amico. O forse il motivo è che io, come lui, sono un tipo decisamente losco.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Non sono un tipo molto sportivo, anche se a prima vista posso sembrarlo. Sono in molti, infatti, a chiedermi se gioco a calcio o a rugby, quando in realtà sono un goffo giovane che ha praticato qualche arte marziale, ma che ora si è buttato sulla pesistica perché in qualunque altra attività sembrava un pinguino con le convulsioni. Per essere onesti, c’è uno sport che amo particolarmente e che pratico regolarmente. Esso è più un’arte che un’attività fisica, ma spesso si raggiungono picchi di agonismo che lo portano ad essere più simile a una disciplina olimpica. Questo sport artistico, per così dire, non ha un nome preciso: io lo chiamo “smascheramento”. Mi diverto enormemente, cioè, a indovinare le vite altrui, in ogni dettaglio. M’immagino quale sia il piatto preferito di quel tale che fa la fila alla posta, tutto incravattato e impettito. Traggo un grande piacere dal tentare di capire che lavoro faccia quella signora corpulenta sulla cinquantina, col viso pieno di mascara e preoccupazioni. Raggiungo il colmo dell’estasi nel teorizzare che tipo di marito sia quel giovane in jeans e maglietta che tiene per mano la moglie: è premuroso e amorevole? È violento e malvagio? È buono ma debole?
Lo ammetto, è un gioco rischioso: il giudizio è dietro ogni angolo. Ma col tempo si sviluppa una tecnica per cui si riesce ad elevarsi sulla realtà, ad essere oggettivi, a valutare senza giudicare. E quando ciò accade, si viene catapultati su un piano decisamente diverso. Ci si ritrova a metà tra la realtà e la finzione, tra il mondo vero e quello fantastico. Ci si ritrova con un piede sulla terra e uno sulle pagine di un romanzo, e questo provoca quella sensazione tipica delle vertigini, a un tempo piacevole e spaventosa. Se tutto questo non fosse già di per sé fonte di sommo gaudio, con un piccolo sforzo in più si può fare un ulteriore passo: immaginare cosa immaginano gli altri su di me; capire cosa gli altri credono di avere capito sulla mia persona. Quel tizio elegante alle poste, che tipo crede che io sia? Un perdigiorno senza senno? Un giovane serio e posato? Che lavoro farò mai? Il manovale? Il giornalista? E quella signora imbellettata, quali conclusioni trarrà guardandomi? Che sono un bel ragazzo? Che invece non mi rivolgerebbe la parola nemmeno sotto tortura? Cosa avrò mangiato a colazione? Crusca e latte o pane e marmellata?
Insomma, lo sport che pratico, se proprio qualcuno me lo chiedesse, sarebbe questo: lo smascheramento. E se costui dovesse rimanere interdetto, partirebbe per me un nuovo giro di questa corsa forsennata: mi considera un idiota? Non ha capito la mia risposta? È curioso, ma troppo timido per chiedere spiegazioni? E non voglia Iddio che questi esplichi i suoi dubbi, perché così romperebbe l’incanto, e il gioco sarebbe rovinato. E questo io non potrei perdonarlo.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Piedi callosi scricchiolarono nei mocassini consunti. Qualcuno si asciugó il sudore sulla fronte, mandando giù per la gola un groppo d’ansia. I più giovani ostentavano una irriverente tranquillità, convinti di poter avere facilmente la meglio sugli avversari più anziani. I bambini erano invece indifferenti a quel clima, offrendo all’agitazione dei genitori larghi sbadigli. Il giovane P pronunciò a voce bassa le parole di rito, guardandosi alle spalle e scorgendo i primi movimenti. Alcuni piedi erano già stati piantati all’esterno delle panche di legno, pronti a dare la giusta spinta quando fosse giunto il momento. Non è chiaro perché la stessa fretta con cui la massa si accomiatava permeava anche quel momento, ma talvolta pareva che le persone fossero più accanite allora che nel dileguarsi. P era da solo quel giorno, per cui sapeva che non appena si fosse girato, quella legione famelica gli si sarebbe subito avventata contro. Tergiversò ancora qualche istante, abbassò la testa inspirando una dose di coraggio, poi si volse. Come l’onda di uno tsunami, i fedeli s’infransero sul povero prete, che ancora stava scendendo i gradini antistanti all’altare. P distribuì le ostie meglio che poté, rimediando morsi e sputi. Decine di volti si susseguirono in una bolgia disordinata: vecchie arcigne, giovani incravattati, bambini annoiati. Quasi arrivò a temere di non riuscire a sopravvivere. Quando tutto fu concluso, e ognuno fu seduto, chi soddisfatto e chi rancoroso nei confronti di quelli che l’avevano superato, il sacerdote si ritrovò in ginocchio, provato e sconvolto. Dopo alcuni attimi di esitazione, che potevano essere scambiati per una sorta di meditazione, ma che in realtà servirono a P per tornare in sé, il poveretto raccolse le ultime forze per alzarsi e concludere la Messa. Sistemò le ostie nel tabernacolo, ripose il calice e poi si diresse al pulpito per impartire la benedizione. Salendo sulla struttura lignea, P venne colto da un confortante pensiero, una calda consapevolezza: non rimaneva che concludere la Messa, il peggio era passato…

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Il programma televisivo Geo&Geo, non proprio brillante quando si tratta di raccontare l’uomo, è invece piuttosto gustoso nel parlare del mondo animale. Qualche giorno fa, infatti, ha avuto il merito di mettermi a conoscenza di quello che è divenuto quasi subito il mio animale preferito, e cioè il tasso del miele. Il tasso del miele, il quale, nonostante siamo in Italia, non è un ennesimo interesse sul prezioso nettare, è un animale che definire caparbio è un eufemismo. A discapito delle dimensioni (di poco superiori a un qualsiasi cane Jack Russell), attacca qualunque animale gli si pari di fronte, e non ha alcuna paura di confrontarsi con bestie ben più forti e grandi di lui. Rinoceronti, giraffe, ghepardi, e persino leoni: non esiste un essere vivente che non costituisca per questo Rambo del mondo animale una sfida in cui cimentarsi. Durante il documentario, si è parlato di un tasso del miele che, intrufolatosi nella gabbia dei leoni, ne ha ferito uno al muso, ricavandone solamente qualche ferita, laddove un essere umano sarebbe finito in breve nello stomaco della belva. Il fascino che tale animale suscita in me deriva dalla sua caparbietà, appunto, la quale gli permette di andare contro ogni tipo di istinto di sopravvivenza, contro ogni natura. Io, difatti, non sopporto le astruse filosofie orientaleggianti, tutte volte all’accettazione passiva della realtà e della natura, e nemmeno questo edonismo moderno che invita ad abbandonarsi ai propri istinti, e ho trovato in questo feroce animaletto un modello a cui fare riferimento nelle mie battaglie quotidiane. Come il tasso del miele, infischiandosene delle proprie dimensioni, azzannerà leoni e iene, io, incurante delle mie debolezze, lotterò contro i miei istinti. Come il tasso del miele ignorerà la propria natura, io combatterò la mia. Mentre il mondo tenterà di sedurmi, assecondando i miei desideri e i miei capricci, io lo rigetterò, ripensando al mio nuovo spirito guida: il tasso del miele.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Non è da molto che vivo da solo (pochi mesi, in effetti), ma questa esperienza si sta rivelando esaltante e costruttiva al tempo stesso. Come già avrete capito, è dalla quotidianità che io ricavo le mie intuizioni, le mie riflessioni. E questa quotidianità mi sta fruttando enormemente, in termini di riflessioni. Dovermi occupare delle pulizie di casa, in particolare, mi ha permesso di comprendere due cose importantissime. La prima è che il lavoro delle nostre madri (figura così avversata da quelle donne che preferiscono sottomettersi al capoufficio, cioè un totale estraneo, piuttosto che alla propria famiglia) è una di quelle perle preziose di cui non ci accorgiamo, ma che rappresenta la colonna portante di una casa: diamo per scontato trovare vestiti puliti nei cassetti e piatti caldi in tavola, quando dietro ad essi stanno una dedizione e un lavoro enormi. La seconda, che è poi ciò che costituisce il punto centrale di questo pezzo, è che solo dando agli altri, possiamo dare anche a noi stessi. Solamente curando l’interesse altrui, siamo in grado di curare anche il nostro. Come l’ho capito? Mi ci sono volute due o tre di queste esperienze, ma infine la lampadina si è accesa. Quando sono da solo, cioè, e so che in casa non verrà nessuno, tendo a trascurare fortemente le faccende domestiche. Non sono al livello dello scapolo tipo, quello che si vede nei film, che vive di pizza e non si cambia i vestiti per un mese; ma di sicuro il mio stile di vita, ora, non può essere paragonato a quello che conducevo quando ancora ero in famiglia. Per cui, è solo quando i miei amici vengono a trovarmi, che mi dedico a scopa e straccio, pulendo tutto accuratamente, di modo che possano trovarsi a proprio agio (mi si potrebbe accusare di fare tutto questo per far bella figura, ma io lo nego, e voi non potete fare altro che fidarvi). Ieri sera, ad esempio, dopo aver invitato alcuni amici a vedere un film (lo spettacolare Mad Max – Fury Road, per la precisione), mi sono accorto che la casa era un disastro, e che urgevano misure d’emergenza. Così ho passato almeno due ore e mezza a pulire e lavare ogni superficie, dedicandomi infine alla pila di piatti sporca che mi faceva l’occhiolino da un paio di giorni. Ed ecco che, una volta passata la serata e rincasati gli amici, mi sono reso conto di quanto detto prima, e cioè che nel donarsi agli altri ci si dona a sé stessi. Infatti, contemplando la casa linda e pinta, il pensiero che mi ha subito colto è stato che adesso avrei goduto io di quel benessere. Anzi, ne avrei goduto ben di più di quanto abbiano fatto i miei amici, presenti in casa per due o tre ore appena. Il punto, se non fosse ancora chiaro, è che solo sapendo che avrei accolto degli estranei in casa, mi sono preoccupato che questa fosse pulita. Solo preoccupandomi del benessere altrui, ho giovato al mio. Dei frutti di questa specie di altruismo, diciamo così, godo anche e soprattutto io, e ne godrò ancora per qualche giorno, finché una nuova pila di piatti non farà nuovamente capolino dal lavello della cucina.

 

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

C’è un motivo per cui provo un sincero e inevitabile fastidio, quando mi capita sotto gli occhi qualche libro del buon Nuzzi, o quando mi trovo ad ascoltarlo in tv, mio malgrado. Quelli che mi conoscono potrebbero pensare che tale motivazione sia legata alla mia difesa della Chiesa, che certo è da me difesa a spada tratta come difenderei mia madre. Ma c’è un perché più insospettabile, dietro a questo rigetto del lavoro del giornalista, ed è il fatto che mente. Non mente, badate bene, sul tema delle sue inchieste. Anzi, quasi sicuramente ogni dato da lui riportato è veritiero oltre ogni dubbio. Egli mente su un altro piano, cioè quello morale. Un paio di giorni fa mi è capitato di ascoltarlo pubblicizzare una qualche trasmissione in cui venivano rivelate verità scioccanti su non ricordo chi o cosa. Mi pare però di ricordare che uno dei temi trattati, ça va sans dire, era proprio quello sugli scandali in Vaticano. Tolto il fatto che è dalle Sue origini che avvengono scandali in seno a Madre Chiesa, per cui chi ancora usa questi fatti per puntarLe il dito contro arriva in ritardo di svariati secoli, una espressione in particolare mi ha strappato un sorriso: “Noi vi raccontiamo il lato oscuro della vita” (cito a memoria). Ecco dove sta la bugia di Nuzzi. Ecco dove mente in maniera abietta, che ne sia consapevole o meno. È quando presenta omicidi misteriosi e scandali vaticani come il peggio dell’essere umano, che si macchia della più vile menzogna. Il lato oscuro della vita non sono alti prelati che fanno i loro porci comodi, non uomini che ne ammazzano altri, non politici che rubano e corrompono. Il lato oscuro della vita si trova in luoghi ben più oscuri, per l’appunto. È nelle piccole cose, quelle dimenticate, inosservate, che si annida il male. Il lato oscuro (quasi mi sembra di calarmi nei panni del saggio Yoda, in Guerre Stellari) ci coglie dove meno ce lo aspettiamo. Ci coglie quando neghiamo l’aiuto ad amici e parenti, trovando le più vergognose giustificazioni per stare in pace con noi stessi; ci coglie quando tradiamo la fiducia di qualcuno, “vittime delle circostanze”, come amiamo dirci allo specchio; ci coglie quando rifiutiamo al mendicante un euro, per poi spenderne cento in idiozie che avrebbero fatto rabbrividire il più spendaccione dei re di Francia. Il lato oscuro ci coglie ogni volta che facciamo del male, spergiuriamo, speculiamo, mentiamo, tradiamo e sparliamo. Non abbiamo bisogno che Nuzzi venga nelle nostre case con le sue scartoffie a spiegarci dove stia il lato oscuro, magari per metterci il cuore in pace poiché possiamo così relegare il male all’interno delle sale vaticane o nell’aula del Senato, e non nel tepore delle nostre case. Non ne abbiamo bisogno, anche se lo desideriamo più di quanto saremmo disposti ad ammettere. Il lato oscuro ci è molto più familiare di quanto crediamo. Più di quanto Nuzzi vorrebbe farci credere.

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Tante volte sono costretto a citare o parafrasare il buon vecchio G.K.Chesterton, il mio migliore amico. Egli è un amico non in carne ed ossa, bensì in carta e penna, ma non per questo meno vicino o meno importante. Il motivo che giustifica un tale abuso dei suoi scritti, comunque, è la sua immensa grazia nell’esprimersi, una grazia che io non potrò mai eguagliare. Ecco perché anche in questo caso devo affidarmi a lui, per parlare di alcuni recenti fatti che mi hanno rattristato e fatto riflettere al tempo stesso. Chesterton diceva che ogni deriva, ogni storpiatura proviene comunque dalla fonte principale; vale a dire che praticamente ogni cosa, per quanto brutta, per quanto sbagliata, è molto spesso la deriva di qualcosa di bello, di qualcosa di buono. Il Natale cosiddetto “consumistico” non è altro che la deriva del Natale cristiano, per cui sarà pur vero che dello spirito originario ben poco è rimasto, ma è altrettanto vero che possiamo ancora trovare famiglie riunite attorno a una tavola imbandita, alberi addobbati e circondati da regali da scartare, bambini che non vedono l’ora di ricevere i loro doni. Se vedessimo famiglie disunite, case spoglie da ogni decorazione e una totale assenza di doni, faremmo bene a disperarci. Ma così non è. Babbo Natale, tanto per fare un altro chiaro esempio, è pur sempre una caricatura di San Nicola, nonostante Coca-Cola e compagnia danzante si ostinino a deformarlo. “Non tutto è perduto”, come si suol dire. Questa filosofia è semplicemente la filosofia del lato positivo, la quale consiste nel vedere sempre il buono in ogni cosa, per quanto a fondo si debba scavare. È la filosofia che ci fa sorridere di fronte a un crocifisso rovesciato perché simbolo del martirio di San Pietro, nonostante quei buontemponi dei satanisti lo ostentino orgogliosi. È la filosofia che, alla vista di una ragazza più svestita che vestita che entra in chiesa, invece di farmi indignare per il suo abbigliamento, mi fa gioire per il fatto che sia nella Casa del Signore e non in una discoteca a farsi palpare da qualche giovanotto. Questa, però, non è la mia filosofia personale, e nemmeno è la filosofia personale di Chesterton, sebbene egli batta molto su questo chiodo, ma è bensì la filosofia della Chiesa, la filosofia cioè che dovrebbe seguire ogni cristiano. Eppure sempre più seguaci del Verbo fanno gli schizzinosi, s’indignano più che stupirsi, rifiutano ogni cosa che non rechi una croce sopra, come in un laicismo al contrario. È il caso, se ancora non fosse chiaro il tema di questo scritto, della proiezione di animali su San Pietro, evento che ha suscitato un’ondata di lamenti e recriminazioni tra molti cattolici. Lì per lì, lo ammetto, anche io ero perplesso. Ma applicando quella peculiare capacità che è esclusiva dell’uomo vivo, e cioè riflettendo, mi sono reso conto che se un evento del genere ha meravigliato così tanta gente, credente o non credente che sia, tanto male non dev’essere. Se così tanti occhi sono rimasti incollati alla bellezza del Creato, per quanto le intenzioni dietro all’evento possano essere lontani dalla lode verso la Creazione, tanto brutto non dev’essere. Aggiungo poi che è compito nostro, semmai, riportare l’attenzione sulla fonte di questa meraviglia, cioè su Chi ha reso possibile non solo che esistessero scimmie e leoni, ma anche che noi potessimo meravigliarcene. I cristiani che, invece di prendere a braccetto l’ateo meravigliato, sono rimasti soli a borbottare contro il cattivo gusto dello spettacolo, o contro la sporcizia di chi lo ha sponsorizzato, sono i nuovi farisei. Essi sono in niente dissimili da quegli uomini per bene che s’indignavano quando Cristo mangiava con pubblicani e peccatori. Sono come quelli che, di fronte alla indubbiamente sciocca moda di ostentare le proprie letture, invece di riportare l’attenzione sul reale valore dei libri, getterebbero tutto quanto nell’immondizia, moda e lettura insieme. Sponsor indegni? Sicuramente. Cattivo gusto? Forse (anche se le cattedrali medievali sono popolate da gargolle e capitelli d’ogni tipo, alcuni persino rappresentanti demoni, ma non per questo considerati parte di templi satanici). Il punto è che l’imitazione di Cristo non può essere oggetto di sconti, perciò come Egli fa della Salvazione il fulcro del suo Amore, così noi dobbiamo applicarci nel salvare più che nel condannare, di qualunque bruttura si tratti. Nell’imitare Nostro Signore, cioè, dobbiamo rendere concreto quel famoso detto popolare, secondo cui bisogna “salvare il salvabile”.