“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Nella vita ci vuole un po’ di follia, sento sempre ripetere, come fosse un mantra; solo la follia ci mantiene sani di mente, recita una preghiera moderna. Io sono assolutamente d’accordo, ça va sans dire: la mia rubrica s’intitola “Ordinarie follie” e Dio solo sa quanto io tenga a questo concetto, a questa idea.
C’è però un però: è la follia moderna la stessa follia che intendo io? Chi usa l’hashtag #follia a corredo delle foto dello scorso sabato sera, ha in mente la stessa follia che ho in mente io? La risposta è scontata, o io non starei qui a parlarne: no, non si tratta della stessa follia. Certo, io non mi tiro indietro di fronte a una serata all’insegna del vino e del divertimento e i miei amici potranno ampiamente testimoniarlo. Ma mi guardo bene dal definire una di queste serate come il momento di massima follia nella mia vita, o comunque come quella follia che mi salva dalla monotonia del quotidiano. È tra le mie attività preferite ricordare le mie e altrui imprese dopo aver reso onore ad un paio di bottiglie di vino, ma questo fa parte di quella che per me è una vita del tutto ordinaria; non c’è nulla di veramente folle nel fare bisboccia una volta ogni tanto. È un antidoto alla noia bere con gli amici, ma non è la cura della serietà, o meglio della seriosità.
La cura della seriosità è quella follia che è davvero folle; quella follia che non si riduce a saltare e ballare in discoteca o farsi un piercing o imboccare una stradina collinare ai 100 all’ora. La follia di cui parlo io è prendere decisioni ardite, fare scelte pericolose, scelte che abbattano le piccole pareti di un sabato sera. La follia a cui io tengo tanto è uno slancio, un salto nel vuoto, non un banale salto sulla pista da ballo. È ardire, coraggio e persino incoscienza. Follia è perdonare un torto che nessuno perdonerebbe, accogliere qualcuno che nessuno accoglierebbe, giurare eterna fedeltà contro ogni istinto e contro ogni logica mondana. Follia è fare scelte letteralmente sconvenienti, cioè prive di qualunque tipo di apparente convenienza (in special modo economica, dato il tempo in cui viviamo). La follia vera è quella che spaventa i fanatici del sabato sera e dell’hashtag #follia su Instagram, coloro i quali credono di trovare la libertà in una notte di bagordi, ma guai a spostare di una virgola i loro impegni quotidiani, gli appuntamenti, le tasse, le ferie ad agosto, il vestirsi alla moda. Anzi, se possibile essi vedono con astio o quantomeno con diffidenza chi compie scelte veramente folli, decisioni davvero coraggiose. E allora ecco che partono sermoni che nemmeno mio nonno, che ha 84 anni, potrebbe sognarsi di fare.
Forse perché in fondo in fondo si rendono conto che il loro è un puntare al ribasso, che a loro piace “vincere facile”. Forse sanno d’essere dei miseri “borghesi che vogliono fare la loro vita borghese con le loro avventure borghesi progettate in agenzia di viaggio”, per citare il mio amico Samuele. Capiscono che la loro vita è un susseguirsi di scelte comode; magari pure faticose, ma pur sempre comode, esenti da rischi, prive di ogni tipo di emozione che vada al di là dell’ebbrezza dell’alcol o dell’adrenalina sprigionata sulle montagne russe.
Quale meraviglia andrebbe loro incontro se solo accettassero il rischio, se solo si lanciassero senza curarsi del poi! Che grande vita sarebbe la loro se per una volta fossero folli sul serio! Che miracolo avverrebbe se per un istante soltanto decidessero di infischiarsene di moda, schemi e conseguenze e uscissero dalla strada che han sempre percorso zitti e muti! Allora sarebbero in grado, come dice Chesterton, di “trasformare ogni secondo di vita nel paese delle meraviglie, semplicemente facendo un passo fuori dal sentiero battuto”.

 

 

 

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“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Piergiorgio era un ragazzone forte ed energico, un giovane pieno di vita che amava scalare e arrampicare e a cui non mancavano certo prestanza e coraggio.
Egli era però in grado di fare cose che la semplice possanza fisica non è in grado di far fare; era in grado di scalare ostacoli ben più alti della montagna più erta.
Piergiorgio possedeva infatti un altro tipo di forza, di tutt’altro genere, che è la mitezza. Questa meravigliosa virtù cristiana non è, com’è comunemente creduto, una specie di apatia, un’assenza di reazione, ma è bensì la reazione suprema.
La mitezza, di cui il mio amico PG fu maestro, è innanzitutto far forza su sé stessi, è temperanza nelle tribolazioni, aderenza al progetto divino a discapito del proprio.
Il mite è quanto c’è di più lontano dal meditabondo santone indiano, è la perfetta antitesi del calmo monaco buddista; il mite è molto più simile al contadino che semina pazientemente, ma che è anche pronto a difendere con la falce il proprio campo e festeggiare col vino un buon raccolto.
Piergiorgio non lesinò una certa violenza ai fascisti che fecero irruzione in casa sua, ma fu paziente ed accorto nei confronti dei contestatori che lo attaccavano durante le assemblee universitarie; tenne alla larga con un bastone i teppisti che volevano strappare i volantini che aveva appeso alla bacheca dell’università, ma non si azzardò mai a rendere pan per focaccia a chi gli lanciava pietre durante le processioni religiose a cui partecipava.
Questo perché la sua persona era sempre posta in secondo piano. Mai egli usò le maniere forti per difendere sé stesso, ma sempre per difendere qualcosa di più alto. Perché è sacrosanto porgere l’altra guancia a seguito di uno schiaffo tanto quanto è doveroso difendere ciò in cui si crede (se veramente ci si crede).
Piergiorgio brillò per la sua forza spirituale, prima ancora che fisica; potremmo dire che la forza fisica era in lui sottomessa a quella morale e che non un dito si muoveva se non per suo preciso volere, il quale sempre conforme fu al volere di Dio.
Usando un paradosso, potremmo osare dire che Piergiorgio è beato non tanto per quel che fece, quanto per quel che non fece; non tanto per le imprese compiute, quanto per quelle evitate. E questo non per codardia, ma per un coraggio che oltrepassa infinitamente il banale amore per la battaglia di chi combatte solamente per il gusto di farlo.
Suonano quanto mai adatte le parole pronunciate dal buon Faramir ne Il Signore degli Anelli: “Ma io non amo la lucente spada per la sua lama tagliente, né la freccia per la sua rapidità, né il guerriero per la gloria acquisita. Amo solo ciò che difendo”.

 

Trovate spiegato il progetto su Piergiorgio Frassati a questo link.

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“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Esistono luoghi di comunione fisica e spirituale veramente insospettabili. Al sentir parlare di comunione e spirito, infatti, vengono in mente cose come chiese e templi, o al limite silenziose biblioteche e solenni musei.
Pare cioè che per entrare in contatto con gli altri esseri umani debba regnare un austero silenzio, accompagnato da un’atmosfera composta e misurata.
L’idea che un luogo chiassoso e scomposto possa portare gli uomini ad avvicinarsi, a conoscersi, a mettere in comune nel senso più elevato del termine è un’eresia inaccettabile nell’accezione comune; vaga per le menti la ferrea convinzione che l’ebbrezza dell’alcol o una rumorosa partita a carte non siano in grado di produrre lo stesso effetto che produce una bella Messa in latino o la contemplazione della Pietà del Bernini.
Ecco, io non potrei rifiutare con maggiore forza un tale errore di prospettiva.
La notte di Natale ho spudoratamente saltato la Veglia e poi la Messa, rimandandola al giorno dopo, e mi sono ritrovato presso quella che sta diventando per me una seconda casa, un localino timido e poco visibile dalla strada, un luogo non molto frequentato se paragonato ai grandi e augusti locali storici di Biella, ma pieno di vita e di tutte quelle cose belle e gioiose che portano uomini diversissimi a condividere tra loro intere serate a giocare, bere e schiamazzare in allegria.
Si tratta de L’Alchimista, l’ancora di salvezza della mia vita sociale nel biellese (non sono infatti un gran frequentatore di bar e pub).
Non finirò mai di ringraziare Michele per il dono che ha fatto ai giovani biellesi mettendo a disposizione la sua sapienza e la sua abilità nel creare cocktail d’ogni tipo, offrendo nel contempo l’ambiente più famigliare che io potessi trovare in un luogo pubblico.
Non ricordo una sola volta in cui mi sia annoiato o mi sia rammaricato di non avere passato altrove la serata, si sia trattato di restare assiso su uno sgabello a sorseggiare un buon Manhattan, o di rimanere inchiodato a Star Realms nel tentativo di battere infine l’amico che troppe volte ha vinto, o ancora di sfidare qualcuno a calcetto, lasciandosi andare alle più genuine e caotiche manifestazioni di odio nei confronti della fortuna di chi blocca sempre la pallina col portiere per non si sa quale intervento divino.
In sostanza, L’Alchimista offre tutto quello che i soliti locali non offrono, o offrono solo in parte: famigliarità, calore, ottimo bere e gente sempre allegra.
Le sensazioni che provo quando passo la sera da Michele sono quelle che più si avvicinano al calore che invade il mio petto durante la consacrazione del pane, o alla gioia che mi prende nel sentire dal pulpito la predica di cui avevo bisogno quel giorno in particolare, o alla soddisfazione nello sfogliare il mio libro preferito, o infine alla commozione che mi sovviene quando osservo un dipinto rinascimentale.
La notte di Natale avrei dovuto essere in chiesa, ma in realtà non avrei voluto essere da nessun’altra parte che non fosse L’Alchimista.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Incastonato in un anfiteatro naturale, a circa milleduecento metri di altezza, sta un gioiello prezioso, una gemma rara di cui ogni biellese può andare fiero.
Si tratta del Santuario di Oropa, da secoli meta di pellegrinaggi e simbolo della città di Biella. Spesse volte infatti mi è capitato di elencare luoghi e particolarità del biellese a qualche sconosciuto, per capire se ne avesse mai sentito parlare, e vedere il suo volto illuminarsi solo al sentir nominare Oropa.
Ma il fascino di Oropa riecheggia nei secoli e trascende la materialità, cioè non si ferma ad una bella vista o alla fresca aria che d’estate ci offre una salvezza dal caldo urbano (che pure sono elementi innegabili e apprezzabilissimi).
Il Santuario esercita un’attrattiva di ordine spirituale, oltre che fisico. Ne sono testimone io in primis (anche se immagino di poter non essere una fonte molto attendibile), poiché posso affermare con assoluta certezza di provare un senso di sollievo quando visito questo luogo. Quando varco il grosso cancello che dà sul primo cortile, inizio già a percepire un’aria diversa, un’atmosfera rinfrancante e rilassante che aumenta mano a mano che salgo le scale e mi addentro sempre di più.
Ci si sente quasi ispirati da una presenza divina, una volta circondati dai lunghi portici che corrono tutt’intorno, o mentre si ammira la celestiale Madonna Nera, vecchia di almeno settecento anni ma ancora lì, bella come mai.
Ma se si volesse un parere più eminente, basterebbe sapere che Amedeo Avogadro (sì proprio quell’Avogadro, quello della legge sui gas e, soprattutto, del famoso numero) era solito recarsi presso il Santuario per trovare conforto e ispirazione. Recita infatti la targa a lui dedicata:

AMEDEO AVOGADRO DI QUAREGNA
GLORIA DELLA FISICA MONDIALE
IN QUESTO SANTUARIO
GIA’ TANTO BENEFICATO DAI SUOI AVI
COSTANTEMENTE SALIVA
AD ATTINGERE I CONFORTI DELLA FEDE
A RITEMPRARE PER NOVISSIMI STUDI
L’ALTA MENTE OPEROSA

Oropa è in sostanza simbolo e orgoglio di Biella e della sua gente, vero e proprio locus amoenus in cui cercare riparo dagli affanni quotidiani e dalle tristezze o, ancora meglio, in cui trovare ispirazione, magari per scrivere, leggere o fare, per l’appunto, qualche scoperta scientifica.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Ultimamente Biella è stata la protagonista di un altro primato: dopo essere stata dichiarata provincia più noiosa d’Italia, nuove statistiche hanno stabilito che in essa il tenore di vita è il migliore in assoluto. Insomma, non succede un tubo, ma cavolo se si sta bene!
Un mio caro amico, nonché prezioso avversario in numerosi dibattiti, mi ha accusato di essere uno a cui piace andare controcorrente per il puro piacete di farlo. Ebbene, ora avrà sicuramente l’occasione di ripetermelo per l’ennesima volta, siccome io fatico ad accettare questo tipo di analisi, siano esse positive o negative.
Rifuggo statistiche e grafici a prescindere da quel che affermano, fosse anche l’assoluta irresistibilità della mia persona.
Nello specifico, non credo proprio che Biella sia noiosa, in alcun modo. E non perché in essa vi sia chi pratica scambi di coppia e sesso con animali (che sono cose datate e banali, rintracciabili in qualunque mito o racconto antico). Biella non è noiosa perché è, semplicemente. La città esiste, e già questo dovrebbe bastare a renderla interessante; perché ogni cosa che è potrebbe non essere, e nessuno ci garantisce che non avrebbe potuto essere altrimenti.
Biella, con le sue montagne e i suoi condomini e le sue fabbriche, è sospesa sul nulla, come fosse a testa in giù, e persino un ragazzetto che casca dalla bicicletta dovrebbe destare stupore, dal momento che non capita tutti i giorni di vedere un giovincello staccarsi all’improvviso dalla sua due ruote e finire incollato ad una volta di catrame.
La verità è che non esistono cose, eventi o persone noiose, ma soltanto persone annoiate, come diceva un mio amico di carta e inchiostro.
Quelli che hanno bisogno di sentir parlare di omicidi, stupri e rapine per essere scossi hanno semplicemente perso un certo sguardo sulla realtà, cioè quello sguardo che accoglie come un miracolo ogni cosa che gli passi davanti, si tratti di un maniaco omicida o di un maldestro fanciullo in bicicletta. Il problema non sta nella realtà, ma bensì in come noi la guardiamo.
Se provassimo a metterci a testa in giù, percepiremmo tutta la vertigine nei confronti di quel qualcosa o qualcuno, che regge case e alberi sull’abisso del cielo, e saremmo grati e meravigliati d’avere i piedi incollati alla terra.

 

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Credo sia ormai nota la mia passione per quelle condizioni atmosferiche che la gente solitamente odia. Confermo dunque questa tendenza lanciandomi in una lode forse eccessiva per quel miracolo che è la neve, la quale imbianca le nostre montagne e, ahimè, blocca le nostre strade ogni volta che scende su di noi.
Farei meglio a usare l’imperfetto, però, dal momento che negli ultimi anni se n’è vista ben poca, e questa si è soffermata sui nostri prati e sui nostri tetti per un tempo veramente troppo breve.
Il motivo che mi fa amare così tanto la neve, comunque, è simile a quello che mi fa preferire le giornate uggiose a quelle soleggiate ed è sostanzialmente la purezza, la pulizia.
Come la pioggia lava via le nostre sporcizie, così la neve rende questo mondo candido, luminoso, cristallino. Anzi, di più. Quando vedo le strade e le case innevate, mi pare quasi che si sia creato un nuovo strato sovrapposto a quello fatto di catrame e tegole arancioni, come se un altro mondo si fosse poggiato su questo e noi potessimo ammirarne la magnificenza per una piccola finestra temporale.
È come se per un momento avessimo la fugace visione di un’altra dimensione, un livello d’esistenza più puro, elevato.
Credo che i soldati di Annibale abbiano provato qualcosa di simile, quando valicarono le Alpi e si trovarono di fronte per la prima volta la neve luccicante; tanto luccicante da lasciarne ciechi molti.
Provo una sincera pena per chi non può ammirare questo candore come possiamo fare noi, per chi cioè vede la neve una volta ogni decade o per chi ne vede un’esile spolverata un paio di settimane all’anno.
Mi dispiace veramente per chi si perde lo spettacolo delle cime innevate, dei tetti bianchi e delle battaglie di neve che gelano le schiene e gonfiano i cuori di gioia.
Ma forse questo discorso lo potrebbe fare anche un abitante della Sicilia o della Sardegna riguardo al mare, rammaricandosi per coloro i quali non hanno il grande privilegio di ammirarlo aprendo semplicemente una finestra.
Immagino sia una questione di punti di vista o, ancora meglio, una questione di radici.

 

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

È piuttosto frequente, quando a Biella piove, scherzare dicendo: “Strano, non succede mai a Biella!”. Il biellese non è infatti famoso per il sole e il caldo (e come potrebbe esserlo un luogo che attorno non ha altro che montagne?), tanto meno se si considerano le stagioni più fredde, cioè l’autunno e l’inverno. Questa cosa viene naturalmente percepita come uno svantaggio, una scocciatura tremenda, senza contare il fatto che spesso si viene colpiti dai rovesci proprio quando si vorrebbe tutto tranne che una lavata, quando cioè si organizzano domeniche in montagna o al lago e si desidererebbe essere baciati dal sole e non dall’acqua.

Io però mi sento in dovere di spezzare una lancia in favore della pioggia, cioè di quella cosa che costituisce l’unica valida alternativa alla doccia domestica, senza il disdicevole fine dell’igiene personale. Trovo difatti che la pioggia abbia più vantaggi che svantaggi, tutto considerato. Innanzitutto ci costringe a sottostare ad una autorità superiore totalmente fuori dal nostro controllo, che la si voglia chiamare Dio, Madre Natura o Caso, il che è in ogni senso possibile un bagno di umiltà. In secondo luogo, non ci si sofferma mai abbastanza sull’enorme piacere che si prova a tornare a casa fradici e mettersi di fronte ad una stufa calda per asciugarsi, magari con un bel tè caldo e un paio di torcetti. Infine, io percepisco la pioggia come una vera e propria doccia naturale, una pulizia celeste. Quando piove, mi sento sì bagnato e talvolta infreddolito (il che è raro, data la mia natura bollente), ma nel contempo mi sento anche pulito, purificato, come se quel maltempo fosse mandato apposta per mondarmi da ogni sozzura, come se fosse il momento non di pulire il mio corpo, bensì la mia anima.

La pioggia, in definitiva, non è il grande male che si suol sempre dire. Anzi. Dio benedica la pioggia e (so che correrò il rischio di essere linciato pubblicamente) ne mandi sempre in abbondanza.

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

Tra le tante bellezze che Biella ha da offrire, una delle più preziose e incantevoli è certamente la Burcina, una riserva naturale che si estende su circa cinquantasette ettari di meraviglie floreali.
Questo parco rappresenta una perla senza paragoni, dal momento che fin dalla sua nascita ha avuto e ha tutt’ora l’obiettivo di conservare e valorizzare una grande varietà di piante, locali ed esotiche insieme.

È famosa la splendida valle dei Rododendri, così come le grandi Sequoie che torreggiano sulla parte più bassa del parco, presenti dal 1948 assieme al piccolo laghetto che ancora oggi è visibile nella sua semplice e timida beltà. Non minore interesse suscitano gli abitanti di questo paradiso: volpi rosse, ricci, scoiattoli e tutta una serie di uccelli che attira una gran moltitudine di “birdwatcher”.

C’è però un motivo peculiare per cui questo parco mi è tanto caro. Anzi, i motivi sono due, interconnessi tra loro.

Il fatto è che Pollone è uno dei luoghi dove visse il Beato Pier Giorgio Frassati (famosa è la casa di famiglia che ancora oggi si può visitare), di conseguenza calcare il terreno dove lui stesso pose i piedi è per me fonte di grande gioia. Pier Giorgio, poi, aveva una grande passione: la montagna. Certo, lui si arrampicava e scalava, non era tipo da accontentarsi di una semplice scarpinata.
Ma rimane il suo amore per l’altezza, condizione che a suo dire lo avvicinava maggiormente a Dio. In alto Pier Giorgio si sentiva vicino al Signore, e infatti il suo motto recita: “Verso l’alto”; il quale è anche una metafora di vita, un invito alla continua elevazione di sé.

Dunque la Burcina, estendendosi su una collina che va da cinquecentosettanta metri a oltre ottocentoventi, incarna abbastanza bene questo ideale di altezza, unito ad un concetto essenziale ma forse dimenticato: la bellezza si deve guadagnare.
La Burcina infatti costringe il visitatore ad inerpicarsi per i suoi sentieri, per raggiungere i punti più belli di essa. Come se si trattasse di un dazio, la Burcina richiede fatica per mostrare le proprie bellezze.
Non è uno di quei parchi cittadini, i quali accolgono frotte di persone senza che queste facciano il minimo sforzo per guadagnarseli. No, il nostro gioiello pretende un pagamento, una tassa per godere dei suoi colori e della sua natura.
Ma una volta che ci si trova all’ombra di qualche faggio o castagno, ad ascoltare il canto melodioso di un pettirosso, si comprende che è valsa la pena.
Una volta giunti in cima, poi, alla vista del panorama che si schiude dinnanzi ai nostri occhi, ai piedi della Torre Martini, arriva la consapevolezza che rifaremmo quella strada altre cento volte per un solo scorcio di quella meraviglia.

 

(rubrica condivisa dal sito 50 Sfumature di Biella)

“Ordinarie follie” (biellesi) di Edoardo Dantonia

I funghi non sono certo un’esclusiva del biellese, né del Piemonte, né di tutta quanta l’Italia, per dirla tutta. C’è da dire però che noi abitanti ai piedi delle Alpi possediamo una certa vocazione per la ricerca e la raccolta di queste muffe prodigiose.
Debbo però anche ammettere la mia inesperienza in tale campo, dovuta ad una mancanza cronica di pazienza e voglia. Per questo sento il bisogno di riportare un evento che ha del miracoloso.
È avvenuto cioè qualche giorno fa che io uscissi dalla mia pigrizia e mi avventurassi nei boschi de Le Piane di Piedicavallo, a fianco di un amico che conosce i funghi molto meglio di me e a cui, per essere onesti, va il merito di avermi tratto dall’inattività che bramavo di godermi a fianco della stufa calda.
Dopo un iniziale insuccesso, reso lieve solamente dalla comparsa di alcuni simpatici e goffi gechi sul nostro cammino, siamo giunti in un praticello contornato da alcune baite in quel momento disabitate e da cui parevano spuntare i primi timidi chiodini.
Così, un po’ ironicamente, abbiamo raccolto quel poco che avevamo trovato dicendo tra noi: “Dai, un mezzo contorno per uno spezzatino riusciamo a cavarlo, dopotutto”. Tanta era la certezza di non trovare altro che io mi sono acceso una sigaretta e mi sono seduto su una roccia a riposare, mentre il mio amico ancora spostava ciuffi d’erba speranzoso.
Non so perché poi mi alzai e mi rimisi a cercare (chiamatelo sesto senso), fatto sta che notai poco più in là, ai piedi di un paio di alberi, una piccola famigliola in attesa d’essere raccolta. Avevo appena imbustato quei piccoli chiodini quando, alzando di poco lo sguardo, mi si è palesato dinnanzi uno spettacolo esilarante: una vasta distesa di funghi faceva capolino dall’erba, quasi a prendermi in giro per essere stato così cieco.
E cieco lo ero stato, illudendomi che degli organismi così piccoli sarebbero stati facilmente visibili dall’alto della mia umanità.
Succede sempre così, con le cose piccole: ci passiamo davanti, non le vediamo, arriviamo al punto di credere che non ci siano; quando invece basterebbe chinarsi un po’, abbassare lo sguardo per scoprire che c’è un mondo intero che ignoriamo per il puro e semplice fatto che ci aspettiamo che le cose ci debbano piovere in testa.
Nei giorni successivi, quindi, grazie a un gesto banale ma essenziale al tempo stesso, ci siamo fatti una scorpacciata di funghi.

 

(rubrica condivisa dal sito 50 Sfumature di Biella)

“Ordinarie follie” di Edoardo Dantonia

Una cosa che fatico veramente a comprendere e, di conseguenza, a sopportare è la violenta e decisa avversione nei confronti degli stereotipi e dei pregiudizi. Pare che avere pregiudizi e possedere stereotipi sia proibito dal libero pensiero. Se ciò vi suona contraddittorio, siete assolutamente sani di mente; è chi applica tale contraddizione ad avere seri problemi. In fondo, il libero pensiero dovrebbe ammettere la libertà di formulare qualunque pensiero, dentro e fuori qualunque schema, per l’appunto. Eppure, se qualcuno osa utilizzare schemi fissi come quelli sopra citati, il libero pensiero prende la sua vera forma, come un dottor Jekyll in preda al delirio del signor Hyde, e urla e strepita e demolisce ogni cosa. Come un bambino capriccioso, scalcia e piange al solo sentir parlare di stereotipi; al solo percepire odore di pregiudizio, batte i pugni e trattiene il respiro diventando rosso in volto. Ma al libero pensiero non è forse mai venuto in mente che lo stereotipo e il pregiudizio potrebbero non essere poi così malvagi, che in mezzo a tante idee sbagliate ve ne sono anche di giuste. E poi, per dirla tutta, il fine dell’usare stereotipi e pregiudizi non è aver ragione, non è trovare per forza la risposta giusta. Avere schemi precostituiti ha la stessa utilità per la mente che le strade hanno per auto e motociclette: potranno anche portare in luoghi sbagliati, spesso e volentieri, ma almeno permettono di viaggiare. Avere punti fissi entro cui muoversi il più delle volte è l’unico modo che abbiamo di ragionare; anzi, forse senza punti fissi non è possibile ragionare in alcun modo. Se non parto dal presupposto che domani il sole sorgerà, anche se di fatto non posso dimostrarlo e dunque potrei definire questa affermazione un pregiudizio, mi sarà impossibile attuare qualsiasi decisione, impostare qualunque lavoro. Come riuscirebbe il contadino a coltivare le proprie piante se dovesse rifiutare di credere che il sole le illuminerà giorno dopo giorno, donando loro vita? A che pro organizzare una vacanza al mare se mi è preclusa la possibilità di presumere che una volta lì potrò liberarmi dei miei abiti e tuffarmi in acqua? L’assenza di pregiudizi e stereotipi genera immobilità, la quale genera a sua volta angoscia. Dalla noia ci salvano i pregiudizi.
Ma poi, alla fine, non è forse uno stereotipo il fatto stesso di considerare malvagi gli stereotipi? Non è un odioso pregiudizio che tutti i pregiudizi debbano risultare odiosi? Non è da bigotti pensare che qualcosa sia cattivo a prescindere solo perché il pensiero comune lo afferma?