Ci sono passati più o meno tutti. Sto parlando dei cattolici e delle Lettere di Berlicche, forse l’opera più famosa del convertito britannico Clive Staples Lewis.
Si tratta della raccolta delle lettere che il vecchio diavolo Berlicche scrive al giovane ed inesperto nipote Malacoda, alle prime armi nel tentare «il paziente», come viene chiamato il giovane affidato a Malacoda. Una lettura divertente, in grado di far riflettere sulle trappole della vita quotidiana di ciascuno.
Bene, Berlicche e Malacoda sono tornati. È uscito infatti, per i tipi della casa editrice Uomo Vivo, Le nuove lettere di Berlicche, una nuova raccolta epistolare tra l’esperto zio e l’imbranato Malacoda. Gli strumenti di tentazione sono ovviamente aggiornati: i social network, il terrorismo, gli SMS… Quello che non cambia, invece, è il desiderio diabolico di perdere l’uomo, in modo raffinato e paradossale come propone Berlicche, oppure rozzo e frontale, come vorrebbe Malacoda.

Ecco uno stralcio di lettera:
L’era di internet è abitata da un preciso umore: il risentimento. Scorrendo forum, blog, testate giornalistiche, anche le librerie online, ci si accorge presto di come l’ira incomba ovunque. Gli spazi dedicati ai commenti, tappezzati di schizzi velenosi, trasudano un livore acido. Il furore impazza, plasmando un clima spirituale a noi particolarmente appropriato.
I social network in particolare si presentano sovente come il brodo di coltura dell’odio: un crogiuolo dove si fondono in un’unica lega i metalli più pregiati di Nostro Padre: divisione, calunnia, diffamazione, vendetta, gelosia, il desiderio di imporre a qualunque costo la propria idea.
[…]
La comunicazione senza comunione tra essere isolati sprigiona la nube tossica del risentimento. E questo, se permetti, è fantastico! Non hai dunque scuse che possano giustificare un eventuale fallimento.
Tuo affezionatissimo zio
Berlicche

Due parole, infine, per presentare l’epigono di Lewis, Emiliano Fumaneri. È tra gli autori de La Croce Quotidiano e del blog di Costanza Miriano ed è un esperto degli scritti del filosofo francese Gustave Thibon, al quale ha dedicato un blog e del quale ha curato un’antologia di scritti per l’editore Fede & Cultura.
Al pubblico internettiano Fumaneri è più noto con lo pseudonimo Andreas Hofer, in onore dell’insorgente tirolese che guidò la rivolta contro la Baviera. Val la pena di citare il nom de plume di Fumaneri perché è con quel nick che si schierò insieme a quei pochi, a quei fortunati pochi, a quel manipolo di fratelli che, quasi vent’anni fa, iniziarono ad usare la rete (allora 1.0) per l’apostolato e l’apologetica. Dapprima attraverso Usenet, poi tramite il portate Totus Tuus.

 

(recensione di Roberto Marchesini uscita sul sito www.lanuovabq.it)

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Ricordo, quando terminai la lettura de Le lettere di Berlicche (1942) di C.S. Lewis (1898-1963), un senso di appagamento e dispiacere insieme: appagamento per la genialità del testo, dispiacere per la sua brevità e per l’impossibilità di leggere altre di quelle illuminanti lettere con le quali Berlicche, funzionario di Satana, provava ad istruire il giovane diavolo e maldestro tentatore Malacoda. Accadde alcuni anni fa e, per quanti libri interessanti lessi successivamente, ammetto che quel desiderio di “pagine diaboliche” è rimasto intatto ma, soprattutto, insoddisfatto.

Questo fino a pochi giorni fa, quando sono venuto a sapere che l’amico Emiliano Fumaneri – studioso e bibliofilo come ne conosco pochi – ha dato alle stampe Le nuove lettere di Berlicche (Berica Editrice 2016, pp.130), testo che mi sono procurato con l’incontenibile curiosità chi non vedeva l’ora. Che dire? Le nuove lettere costituiscono una fedele continuazione delle precedenti: acute, profonde, a tratti umoristiche, dense. Vi si trova sempre lui – il paziente e saggio e demoniaco Berlicche – intento ad addestrare Malacoda ad una tentazione efficace, che sappia tenere ben presenti le mosse del Nemico (Dio).

Le istruzioni luciferine, come quelle uscite dalla penna C.S. Lewis, sono sempre sottili e, proprio per questo, micidiali: «Sfumare i contorni – scrive Berlicche e Malacoda – capisci? Se non possiamo abbattere possiamo sempre corrompere. Al posto della realtà, la favola, il sogno, il miraggio! Sostituisci alla Roccia il Palcoscenico, fa’ che la Pietra diventi Idolo, lancia Pietro come Pope Star!» (p.13). Ora, come non trovare simili indicazioni indiscutibilmente attuali? Come non scorgere nelle sfumature dei «contorni» così diffuse e attuali una minaccia reale alla fede di ognuno, che rischia di uscirne quanto meno disorientata? Ma questo è solo l’inizio.

Le nuove lettere di Berlicche contengono molto altro essendo, appunto, un autentico concentrato di consigli luciferini – e quindi, per i lettori avveduti, di ammonimenti celesti – che, prima ancora che a far smarrire le anime, sono finalizzati ad ingrigirle, a spegnerle traghettandole fra le acque stagnanti della seriosità perenne: «Umorismo, gioia, libertà – spiega infatti Berlicche – sono indicatori infallibili della Sua nefasta presenza. Laddove splende il sole dell’Avversario s’ode sempre nell’aria il suono di allegre risa (e anche un aroma di buon vino rosso, dicono). Hai idea di quante anime ci siano state sottratte da una semplice risata? » (p.49).

A conferma che si tratta di missive nuove ed impregnate di attualità, non mancano neppure sorprendenti riferimenti «all’importanza dei social network. Utili strumenti per accattivarsi l’anima del paziente» o per dividere, naturalmente. Quel che è importante tener presente è infatti il fine costantemente distruttivo dell’agire che il giovane Malacoda stenta ad apprendere dal suo precettore, il quale invece, dall’alto della sua infernale esperienza, l’ha ben presente: «Chiunque voglia sconvolgere e rovinare, senza secondi fini, troverà sempre il nostro appoggio. Annientare è un fine in sé per le schiere infernali» (p.92).

Parole, queste ultime, che collimano perfettamente con quanto afferma Mefistofele che, nel Faust di Goethe (1749–1832), afferma con disprezzo che tutto ciò che esiste merita di essere distrutto. Nessun dubbio, allora, sull’autenticità diabolica delle Le nuove lettere di Berlicche e nessuno, soprattutto, sul fatto che questo prezioso libro di Emiliano Fumaneri – al quale va sincera gratitudine per una simile opera – non possa mancare negli scaffali della vostre biblioteche. Non capita infatti spesso che, pochi euro, ci si possa portare a casa un vademecum dell’anima con precise istruzioni su cosa fare per evitare itinerari spiritualmente pericolosi; o, se ne avete già intrapresi, per non ripeterli. Parola di diavolo.

(recensione di Giuliano Guzzo uscita sul suo blog http://giulianoguzzo.com)

A distanza di settantatré anni dalla pubblicazione de Le lettere di Berlicche per opera di Clive Staples Lewis, si può avvertire un certo bisogno di aggiornare i modi con cui assicurare la dannazione dell’anima delle persone. I tempi sono cambiati: in mezzo ci sono stati una Guerra Mondiale, il Sessantotto, il boom economico, una miriade di conquiste sul piano scientifico, una rivoluzione copernicana sul piano delle relazioni e della comunicazione… e molto altro ancora.
Ecco quindi che Emiliano Fumaneri, noto anche sotto lo pseudonimo Andreas Hofer, ha pensato bene di dare alle stampe – per i tipi di Berica Editrice, nella neonata collana “UOMOVIVO” – Le nuove lettere di Berlicche. Un testo accattivante, denso di contenuti pur nella leggerezza e volutamente debitore a Lewis nell’impostazione stilistica, nell’uso dell’ironia e nella chiave di lettura antifrastica.

Ecco quindi che Berlicche, funzionario di Satana, torna a istruire il giovane diavolo e apprendista tentatore Malacoda, ovviamente applicando una strategia diabolica. “Ricorda: l’attacco frontale alla Roccia del Nemico – scrive in una lettera al nipote – di rado ripaga gli sforzi. La cortina di ferro ha fatto il suo tempo. È stata l’esperienza a insegnarcelo: il lavorio ai fianchi è di gran lunga il più proficuo. Cercare di scalfire direttamente la dura e impenetrabile Roccia è improduttivo. Meglio allora celarne i lineamenti sollevandole attorno una cortina di fumo. Sfumare i contorni, capisci? Se non possiamo abbattere possiamo sempre corrompere. Al posto della realtà, la favola, il sogno, il miraggio! Sostituisci alla Roccia il Palcoscenico, fa’ che la Pietra diventi Idolo, lancia Pietro come Pope Star!”.
Certo, perché il Diavolo sa bene che “i servitori del Nemico nulla temono più della confusione”. E, a ben vedere, cosa c’è nel mondo moderno di più idoneo a corrompere le anime e a creare confusione del mass-media system? Mass-media che rendono le persone isolate, scollegate dagli altri; mass-media che, mentendo, insegnano alle persone a mentire, e le rendono incapaci di riconoscere la verità; mass-media che hanno ben chiaro come fare per sedurre le persone, sfruttando le fragilità e le debolezze tipicamente umane…
Accanto a questa azione, naturalmente, è altresì necessario sferzare altri attacchi. Ma, come si diceva, sempre lateralmente, in maniera subdola e il meno identificabile possibile.
Ecco quindi gli attacchi alla famiglia e all’identità personale, attuati con tutte le sfumature del caso. “La vita degli uomini – spiega ancora Berlicche a Malacoda – attecchisce là dove è oggetto di cure. Per diventare carne e sangue l’amore abbisogna di cibo, riparo, calore, ombra. In una parola, la loro esistenza si nutre di fedeltà (che orrenda parola).
 Un altro trofeo di cui andiamo particolarmente fieri, Malacoda, è quello che ci spetta di diritto per aver istillato l’idea che il matrimonio è la «tomba dell’amore». […] Bisogna operare affinché tutta la fraseologia degli affetti familiari sia investita di un marchio d’infamia, di modo che una sdegnosa ripulsa arrivi a gravare su parole come madre, padre, marito, moglie, prole, parto, gravidanza, figlio, figlia, fratello, sorella, matrimonio, monogamia, esclusivismo, e via discorrendo”.
Un altro pilastro che è necessario abbattere è la Chiesa cattolica. Su questo punto Berlicche deve – suo malgrado – riconoscere che “disgraziatamente non abbiamo ancora scoperto come estirpare la Verità dalla faccia della terra”. Tuttavia, il “trionfo pieno e definitivo” non appare lontano: In fondo è sufficiente “vagheggiare una Chiesa senza Croce, esentata per decreto divino dell’amaro calice della sconfitta” e fare in modo che i fedeli si disperdano in tanti piccoli e innocui rigagnoli.
Naturalmente tutti questi attacchi saranno conditi dal dilagare di molteplici vizi e da una sempre maggiore insofferenza verso tutto quanto c’è, ancora, di buono e di bello nel mondo.
Insomma, Le nuove lettere di Berlicche è un libro tristemente realistico per lo scenario che delinea, ma comunque carico di speranza e profondamente utile, in quanto aiuta a mettere a fuoco le strategie del Nemico, un buon modo per poterle contrastare.

 

(recensione di Giulia Tanel uscita su Tempi.it)

È da poco nelle librerie un libricino spassoso che ci sentiamo di consigliare: “Le Nuove Lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri (Berica Editrice), non solo perché il sorriso è un’arma contro la malinconia, ma perché il giovamento spirituale che ne potrete trarre sarà pari alla quantità di umorismo che riuscirete a introiettare nelle vostre vite. Sì perché l’umorismo, che è cosa diversa dal sarcasmo, è una potente medicina contro la superbia. Saper ridere di se stessi ci mette nella giusta disposizione d’animo per comprendere errori e mancanze, in pratica l’umorismo è l’anticamera della conversione…

Un passo indietro prima di parlarvi del libro, è necessario prima di tutto spiegare perché le “nuove” lettere di Berlicche. Quali sono le vecchie? E chi, anzi che, diavolo è Berlicche?

Le lettere di Berlicche (titolo originale The Screwtape Letters), pubblicato a Londra nel 1942 dallo scrittore Clive Staples Lewis, ma originariamente apparso sulle pagine del quotidiano The Guardian, è un racconto satirico in forma epistolare in cui un diavolo anziano, “sua potente Abissale Sublimità il Sottosegretario Berlicche”, istruisce suo nipote Malacoda, un giovane diavolo apprendista tentatore. Noi non vediamo le lettere di Malacoda a Berlicche, ma il loro contenuto può essere dedotto dalle risposte di Berlicche, il quale consiglia Malacoda su come assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il “paziente”, di fronte al Nemico (Dio) (Wikipedia).

Tuttavia come spiega l’epigono di Lewis nell’introduzione al volume:

Il romanzo di Lewis è un’allegoria apologetica che nulla concede all’estetismo torbido di certa letteratura moderna le nuove lettere di berlicche sul demoniaco. Il racconto, volutamente ironico, va chiaramente letto in chiave antifrastica, ribaltando cioè il punto di vista del narratore (Berlicche). Gli insegnamenti del vecchio diavolo sono presentati ai lettori non perché li assimilino o li facciano propri, ma affinché li rigettino.

Il lettore è sollecitato piuttosto ad appassionarsi alle ragioni del bene, ricavabili in via indiretta dalla finzione narrativa (Introduzione, pagine 5-6).

Nato sulle colonne del blog di Costanza Miriano con lo pseudonimo di Andreas Hofer, Fumaneri ha poi raccolto e collazionato le sue “lettere” traendo così il libro di cui parliamo. Lo stesso Fumaneri rispondendo alle domande del sito “Campari e de Maistre” spiega il senso di questo libro:

Leggendolo, mi è parso soprattutto un libro utile per la battaglia spirituale…
Sì, il libro è il frutto di letture (cito solo “L’Oscuro Signore” di don Pietro Cantoni, “La fede dei demoni” di Fabrice Hadjadj, le “35 prove che il Diavolo esiste” di André Frossard, il penetrante opuscolo dell’allora cardinale Bergoglio su “Guarire dalla corruzione”, e altri ancora) ma si avvale anche, forse soprattutto, di una esperienza interiore che non esiterei a definire una vera e propria battaglia spirituale. Nel mio caso la tentazione più viva è forse quella sottilissima seduzione che Hadjadj chiama la fede dei demoni, una fede sconnessa dalla carità che si riduce a dottrina, a sapere, a possesso intellettuale. Una simile fede però ha un inconveniente: è una fede centrata sul proprio “io”, che non fa credito a Dio, una fede senza comunione. Di fatto è indistinguibile dalla fede dei demoni che, come dice san Giacomo nella sua lettera, “credono e tremano”. In queste Nuove lettere di Berlicche ho cercato di mettere su carta le tentazioni che a parer mio più affliggono il nostro mondo.

Chi sono i Berlicche, oggi?
Il vangelo di Giovanni (8, 44) bolla il demonio come «menzognero e padre della menzogna». Aleksandr Solženicyn, il grande dissidente russo, usava descrivere l’apparato di potere sovietico come un sistema della «menzogna organizzata», una tirannide di tipo nuovo che non si contenta più di controllare i corpi ma esige «una completa resa dell’anima, una partecipazione attiva e assidua alla generale MENZOGNA ormai evidente agli occhi di ognuno». Il totalitarismo, che si alimenta prima di tutto della corruzione dell’anima, porta all’asservimento spirituale.

Oggi, è sotto gli occhi di tutti, si sta costituendo un nuovo sistema della menzogna organizzata. È un sistema di corruzione più raffinato dei totalitarismi novecenteschi: un totalitarismo 2.0, una tirannia confidenziale, dal volto umano, che si fascia con vesti ludiche e amabili (si pensi solo alla retorica dei “nuovi diritti”). Nuovi “Berlicche”, cioè i cattivi maestri di oggi, possono essere considerati tutti coloro che prestano la propria opera per consolidare e perpetuare questo nuovo sistema della menzogna organizzata. Si potrebbe dire che siamo di fronte a un Berlicche Collettivo impegnato a trasformare la società in una gigantesca “struttura di peccato”.

 

(recensione di Lucandrea Massaro uscita su http://it.aleteia.org/)

 

“Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri, il secondo libro della nuova collana UOMOVIVO, è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.

È uscito da poche settimane “Le nuove lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri, il secondo libro della nuova collana “UOMOVIVO – umorismo, vita di coppia, Dio”, ispirato al celebre racconto dello scrittore anglo-irlandese Clive Staples Lewis, “Le lettere di Berlicche”. Il libro è disponibile in formato cartaceo e digitale presso la libreria online di Berica Editrice.
Ne abbiamo parlato con Fumaneri, collaboratore della Croce Quotidiano e traduttore del filosofo contadino Gustave Thibon (ha curato recentemente l’antologia di scritti thiboniani “La libertà dell’ordine”, pubblicata da Fede & Cultura, gestisce inoltre il blog Gustave Thibon – Ritorno al reale)

Com’è nata l’idea di proseguire le lettere del classico di Lewis?
Avevo scritto (con lo pseudonimo di Andreas Hofer) un paio di post sul blog di Costanza Miriano nello stile delle Lettere di Berlicche perché la delicatezza dei temi che volevo toccare necessitava un’altra forma rispetto a quella, a me più consueta, a mezza via tra la prosa giornalistica e la trattazione saggistica. Erano i primi tempi del pontificato di Francesco, seguiti alla drammatica rinuncia di Benedetto XVI, e le dinamiche guerreggianti che intercorrevano, sui social ma non solo, tra i «pro Bergoglio» e i «pro Ratzinger» mi rimandavano inevitabilmente al libro di Lewis, dove le trovavo descritte con una estrema puntualità, unita a quella dose di leggerezza indispensabile per disinnescare certi umori malsani.
Nel luglio del 2015 sono stato poi contattato da Giuseppe Signorin, della Berica, che mi ha esposto il suo progetto di una nuova collana editoriale, dal taglio letterario, sui temi della vita di coppia, dell’umorismo, su Dio. L’unico precedente in cui mi fossi esercitato nel campo letterario era rappresentato da quelle due lettere pubblicate sul blog di Costanza. Da qui l’idea di scriverne altre fino a raccoglierle in un libro. La colpa pertanto è da suddividere equamente con Giuseppe… (scherzi a parte, da questa avventura è nata anche una bella amicizia con lui e la moglie Anita e questo, dal mio punto di vista, è il frutto migliore del libro).

Leggendolo, mi è parso soprattutto un libro utile per la battaglia spirituale…
Sì, il libro è il frutto di letture (cito solo “L’Oscuro Signore” di don Pietro Cantoni, “La fede dei demoni” di Fabrice Hadjadj, le “35 prove che il Diavolo esiste” di André Frossard, il penetrante opuscolo dell’allora cardinale Bergoglio su “Guarire dalla corruzione”, e altri ancora) ma si avvale anche, forse soprattutto, di una esperienza interiore che non esiterei a definire una vera e propria battaglia spirituale.
Nel mio caso la tentazione più viva è forse quella sottilissima seduzione che Hadjadj chiama la fede dei demoni, una fede sconnessa dalla carità che si riduce a dottrina, a sapere, a possesso intellettuale. Una simile fede però ha un inconveniente: è una fede centrata sul proprio “io”, che non fa credito a Dio, una fede senza comunione. Di fatto è indistinguibile dalla fede dei demoni che, come dice san Giacomo nella sua lettera, “credono e tremano”.
In queste Nuove lettere di Berlicche ho cercato di mettere su carta le tentazioni che a parer mio più affliggono il nostro mondo.

Chi sono i Berlicche, oggi?
Il vangelo di Giovanni (8, 44) bolla il demonio come «menzognero e padre della menzogna». Aleksandr Solženicyn, il grande dissidente russo, usava descrivere l’apparato di potere sovietico come un sistema della «menzogna organizzata», una tirannide di tipo nuovo che non si contenta più di controllare i corpi ma esige «una completa resa dell’anima, una partecipazione attiva e assidua alla generale MENZOGNA ormai evidente agli occhi di ognuno». Il totalitarismo, che si alimenta prima di tutto della corruzione dell’anima, porta all’asservimento spirituale.
Oggi, è sotto gli occhi di tutti, si sta costituendo un nuovo sistema della menzogna organizzata. È un sistema di corruzione più raffinato dei totalitarismi novecenteschi: un totalitarismo 2.0, una tirannia confidenziale, dal volto umano, che si fascia con vesti ludiche e amabili (si pensi solo alla retorica dei “nuovi diritti”).
Nuovi “Berlicche”, cioè i cattivi maestri di oggi, possono essere considerati tutti coloro che prestano la propria opera per consolidare e perpetuare questo nuovo sistema della menzogna organizzata. Si potrebbe dire che siamo di fronte a un Berlicche Collettivo impegnato a trasformare la società in una gigantesca “struttura di peccato”.

Una collana, UOMOVIVO, che porta il nome di un libro di Chesterton e un libro che richiama un titolo di Lewis…
Il cristiano, ha fatto osservare il filosofo Rémi Brague, dovrebbe avere particolarmente a cuore una cultura della secondarietà, dovrebbe sapersi riconoscere secondario, in posizione gregaria, erede grato di una storia scritta per l’appunto da uomini e donne vivi. Nani sulle spalle di giganti, come diceva il medievale Bernardo di Chartres.
Chesterton e Lewis sono stati, ciascuno a suo modo, due giganti. E nel mondo attuale, afflitto da una plumbea pesantezza, possono aiutarci a riscoprire il legame inscindibile tra gioia e umorismo. La leggerezza dell’umorismo chestertoniano (in “Ortodossia” non scrive forse che «Satana è caduto per la forza di gravità»?) mi pare il miglior antidoto alla pesantezza delle trame diaboliche di Berlicche. Direi quindi che sono una coppia ben assortita…

Quand’è che Berlicche ha vita facile? Come riconoscerne la presenza?
Il demonio, come dice don Pietro Cantoni, è una specie di parassita ontologico, un esperto falsificatore del bene, un predone dell’essere con una vasta esperienza del male. Egli fa sempre agli uomini tutto il male che gli è possibile fare, ma la sua astuzia suprema, credo, sta nella capacità di diversificare le strategie adattandosi alle circostanze e al temperamento del “paziente”. È un grande illusionista capace di giocare su più tavoli contemporaneamente e che a seconda delle circostanze può presentarsi indifferentemente tanto in veste “progressista” quanto in abito “tradizionalista”. È un fatto che certe fazioni a forza di combattersi finiscono per rivaleggiare solo in malignità e crudeltà, fino quasi ad essere indistinguibili, sguazzando nel circolo vizioso di una perversa solidarietà nel male. Dove è assente lo spirito di carità, dove la critica astiosa, acida e velenosa lacera la tunica senza cucitura, prevalendo così sullo spirito di comunione, bisogna sospettare che di mezzo ci sia il suo zampino.

Eppure dai tempi di Lewis sono cambiate molte cose. Oggi c’è la rete ad esempio…
Il Berlicche del XXI secolo conosce le opportunità offerte dalla rete e sa sfruttarle appieno per fare cadere gli umani nella sua, di rete. Berlicche oggi consiglia a Malacoda di far leva sul sarcasmo e sul cinismo, lo esorta a trasformare il paziente in un troll spietato, lo spinge a farne un hater indifferente al dolore che può arrecare coi suoi commenti vetrioleggianti. Mi ha impressionato la lettura del libro di Jon Ronson, “I giustizieri della rete”, un’indagine sulle potenzialità distruttive del trollismo. Chi ha sperimentato su di sé la devastante violenza della gogna mediatica resa possibile da internet parla di un senso di annichilimento, testimonia di aver subito un’umiliazione tale da uccidere l’anima. Questa pressione schiacciante non era ignota ai nostri antenati. Fu una della ragioni, racconta Ronson, che tra Sette e Ottocento avevano portato a chiedere che l’arsenale delle pubbliche umiliazioni (gogna, berlina, palo per le frustate) fosse abolito. Perfino i sostenitori delle punizioni corporali, come il giudice Benjamin Rush, reputavano l’ignominia che ne derivava una «punizione peggiore della morte». Oggi la gogna è tornata a colpire con un’intensità impensabile nel XIX secolo. Basta dare un’occhiata ai commenti sui social o sui blog più frequentati per constatare che oggi il risentimento impazza ovunque. Col beneplacito di Berlicche, anzi col suo “mi piace”.

 

(testo a cura di Alessio Calò uscito sul blog http://www.campariedemaistre.com/)

Fare pubblicità a libri che ti fanno vibrare le corde più intime fa bene: al punto che vuoi “rendere pubblico” qualcosa perché convinto possa essere utile non solo a te stesso ma a molti altri. L’opportunità mi è data da un libro fresco di stampa, “Le nuove Lettere di Berlicche” scritto da Emiliano Fumaneri, alias “Andreas Hofer” (o il contrario se volete). I lettori de “La Croce” quotidiano hanno già capito bene tutto. Sanno bene chi è il nostro e non ho dubbi sul fatto che anche senza sapere nulla di nulla su questa nuova fatica di Emiliano sapranno farne tesoro e gustarsela parola per parola. Spesso sulle colonne di questo nostro amato quotidiano ci siamo in diverso interrogati sulle ragioni e la cause dell’irrilevanza dei cattolici nella società moderna, attuale. Sono assolutamente convinto che una delle ragioni sia legata alla mancanza di convinzione sulle ragioni per cui valga davvero la pena essere cattolici e, dunque, uomini veri e vivi (o viceversa, tanto è uguale). Assistiamo oggi ad un triste e malinconico oblio rispetto ad alcuni grandi uomini del passato. Uomini profetici, che attraverso la propria vita fatta di incontri, scritti e libri hanno segnato una pista perché capaci di trasmettere la bellezza e la gioia di essere di Cristo. Dunque, di essere davvero vivi. Convintamente vivi, nel corpo nell’anima e nella ragione. Una pista che per tante ragioni si è come inceppata di fronte al misurarsi dei cattolici con la modernità. Vedo troppi cattolici timorosi e in fondo in fondo come rassegnati ad una sconfitta inferta dall’uomo moderno. Un uomo – quello moderno – che dietro alla protervia dei bla bla dell’intellighentia dominante che ha voluto fare uscire Dio dalla propria vita concreta nasconde una tristezza malcelata. Una nostalgia per qualcosa di cui bene non capisce, che in qualche modo sente di possedere ma che non riesce stringere tra le mani. Un uomo – quello moderno – in fondo mai felice fino in fondo. “Se nessuno ci ha promesso qualcosa – scriveva Cesare Pavese in “Il mestiere di vivere” -, perché viviamo sempre in attesa?”. Eppure, questo moderno non è poi così convincente e persuasivo. Eppure, vedo sempre più spesso cattolici rassegnati a vivere in piccoli recinti – spesso auto-referenziali – la propria religiosità. Una religiosità che parla a se stessa e che pare avere rinunciato a mostrare a tutti le ragioni universali (appunto, cattoliche) della gioia e bellezza di essere uomini vivi davvero, perché di Qualcun Altro che sta all’origine di tutto.

Ecco perché voglio fare pubblicità al libro di Emiliano Fumaneri: perché il suo libro è una piccola perla incastonata in un progetto culturale più grande che merita di essere promosso e coltivato. Giuseppe Signorin, insieme alla moglie Anita ha fondato la wedding band Mienmiuaif, con tanto di canale youtube e di blog di supporto e ha costruito un progetto editoriale preciso. Ha quindi costituito una srl (Bericaeditrice srl – http://www.bericaeditrice.it) e si è lanciato in una nuova collana di libri intitolata “UOMOVIVO”. “Un uomo vivo” è il titolo di romanzo scritto da G.K. Chesterton nel 1912, forse uno dei più conosciuti del grande scrittore inglese convertitosi al cattolicesimo. “In certe epoche particolari, è necessaria una specie di preti chiamati poeti per ricordare agli uomini che non sono morti… infatti gli intellettuali tra cui viviamo a volte non si rendono nemmeno conto di essere nati finché non hanno sotto il naso la canna di una pistola!”. L’uomo vivo, un breve ma esplosivo atto unico per risvegliarci alla vita, per predicare quel “vangelo di meraviglia” che consiste nel vivere intensamente il presente e accorgersi del Mistero a cui siamo chiamati fin dall’istante in cui veniamo al mondo. Chesterton si accorge che in casi di emergenza deve emergere l’uomo: ed ecco Innocenzo Smith, l’uomo che vuole vivere e non si accontenta di sopravvivere, un uomo sconvolgente e folle, frenetico come una danza e silenzioso come un dipinto, allegro come il sole e triste come l’autunno. Un uomo come tutti noi ma deciso a non perdere tempo, determinato a lottare contro il nichilismo, il relativismo e lo scetticismo imperante ai suoi come ai nostri tempi. La logica di Chesterton è tagliente e accurata come quella di un vero investigatore del mistero: tutto l’uomo vi partecipa perchè dai fatti dipende la vita e nei fatti è nascosto il senso. Rinunciare è perdere la scommessa più importante del mondo. “Ci prepariamo sempre per qualcosa, qualcosa che non viene mai, io do aria alla casa, voi spazzate la casa, ma che cosa dovrà dunque succedere nella casa?” “Il destino bussa alla porta di ciascun uomo. Saremo pronti ad aprire? Saremo pronti a capire? Saremo capaci di rispondere?”.

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“Le nuove Lettere di Berlicche” di Emiliano Fumaneri sta dentro la pista tracciata da Chesterton, una pista che ha bisogno – oggi più che mai – di donne e uomini arditi e coraggiosi capaci di riprendere e ri-attualizare le ragioni di Innocenzo Smith, l’uomo che vuole vivere e non si accontenta di sopravvivere.

Il primo libro della collana “UOMOVIVO” è stato “Osservazioni di una mamma qualunque”, della nostra “Principessa” Paola Belletti (guarda caso, un’altra “firma illustre” de “La Croce” di Mario Adinolfi). “Queste Nuove lettere di Berlicche – scrive Emiliano Fumaneri nella Prefazione – si ispirano liberamente – senza prendersi troppo sul serio – a un celebre racconto dello scrittore anglo-irlandese Clive Staples Lewis (1898- 1963). Nel 1942 Lewis pubblica a Londra Le lettere di Berlicche (titolo originale The Screwtape Letters, apparso inizialmente sulle colonne del quotidiano The Guardian). Si tratta di un racconto satirico in forma epistolare, apparentato al genere del Bildungsroman (o romanzo di formazione), in cui un funzionario di Satana, un anziano diavolo di nome Berlicche, istruisce il nipote Malacoda, giovane diavolo e apprendista tentatore. Berlicche inizia il suo giovane allievo ai segreti del mestiere, attingendo alla propria esperienza per illustrare al nipote quali mezzi ed espedienti abbia trovato più idonei per strappare gli uomini alla parte di Dio (che egli è solito chiamare «Nemico», «Avversario», «Oppositore», «Unitrino», «l’Altro», «il Rivale»). Non manca nelle lettere di Berlicche una valutazione critica dell’operato del nipote. I giudizi sferzanti dell’attempato diavolo, caratterizzati da una agghiacciante miscela di disprezzo e cinismo, alternano ora il registro del rimprovero ora quello della lode allo scopo di richiamare l’attenzione del discepolo sulle cause dei suoi insuccessi. Rimangono ignote al lettore le lettere inviate da Malacoda a Berlicche. Il loro contenuto tuttavia può essere in qualche misura dedotto dalle risposte di Berlicche, che consiglia l’apprendista sul modo di assicurare la dannazione dell’anima di un giovane essere umano a lui assegnato, indicato come il «paziente» (oppure come «assistito» o «utente»). Il romanzo di Lewis è un’allegoria apologetica che nulla concede all’estetismo torbido di certa letteratura moderna sul demoniaco. Il racconto, volutamente ironico, va chiaramente letto in chiave antifrastica, ribaltando cioè il punto di vista del narratore (Berlicche). Gli insegnamenti del vecchio diavolo sono presentati ai lettori non perché li assimilino o li facciano propri, ma affinché li rigettino. Il lettore è sollecitato piuttosto ad appassionarsi alle ragioni del bene, ricavabili in via indiretta dalla finzione narrativa”.

E tutto nel libro di Fumaneri accade a partire da un fatto. “Attraverso uffici che non è conveniente esporre per iscritto mi è capitata per le mani una curiosa corrispondenza, che viene qui offerta al pubblico. Mi preme ricordare che il Diavolo è il menzognero per eccellenza. Pertanto non bisogna dare credito a nulla di quel che dice. La cronologia delle lettere, salvo quando è lo stesso Berlicche a indicarlo espressamente, non sembra seguire alcun ordine particolare. Appare tuttavia evidente che deve trattarsi di un corpo di scritti recenti, ancora palpitanti. L’identità del paziente è del tutto ignota, anche se dalle frequenti allusioni di Berlicche si evince che deve trattarsi di un giovane nel fiore degli anni, come si suol dire”.

Lewis è al pari di Chesterton un altro dei grandi appassionati di Cristo e, dunque, dell’uomo. Nella quotidianità facciamo costantemente esperienza di come spesso ci si presentino scelte non buone e maliziose sotto l’apparenza del bene e dell’innocenza. Il male che si nasconde sotto le parvenze del bene si chiama tentazione. Nel ‘Padre nostro’ noi chiediamo a Dio di tenerci lontano dalla tentazione ovvero di farcela riconoscere come tale e, quindi, di togliere la patina mendace che ricopre il male e ci impedisce di riconoscerlo come tale. Lewis scriveva che “vi sono due errori, uguali e opposti, nei quali la nostra razza può cadere nei riguardi dei diavoli. Uno è il non credere alla loro esistenza. L’altro di credervi e di sentire per essi un interesse eccessivo e non sano. I diavoli sono contenti d’ambedue gli errori e salutano con la stessa gioia il materialista e il mago”. Percorrendo le pagine in cui lo zio tenta di educare il nipote a traviare gli umani, scopriamo come denigrare la dimensione allegra della vita e il riso sia una modalità del diavolo di allontanarci dal gusto di vivere. Anche trascurare i piaceri veri, quelli che davvero hanno a che fare con la nostra persona in nome dei piaceri che vanno più di moda, è un espediente adottato dal diavolo perché l’uomo non vada verso Dio, dal momento che l’uomo è portato verso Dio proprio dalle sue vere passioni e dai suoi talenti.

Scrive lo zio diavolo Berlicche al nipote Malacoda: “Come non sei riuscito a capire che un piacere vero era l’ultima cosa che avresti dovuto lasciargli incontrare? Come non hai previsto che avrebbe proprio annientato tutto l’inganno che tanto laboriosamente gli hai insegnato a valutare? E che quel genere di piacere che il libro e la passeggiata gli davano era il più pericoloso di tutti? Che gli avrebbe tolto tutta quella specie di crosta che eri riuscito a formargli sulla sua sensibilità, e fatto sentire che stava tornando a casa, che stava guarendo?”. Quest’uomo, che è chiamato dal diavolo con l’espressione “verme” o “piccolo bruto”, non deve pensare a se stesso, deve essere distratto da ciò che ha più a cuore, dai suoi interessi in una sorta di divertissement o distrazione che lo allontana da sé, dalla realtà e da Dio.

Mio caro Malacoda, noi mal sopportiamo quanto, muovendosi per sua propria iniziativa, oppone per ciò stesso resistenza alla nostra forza. In una parola, ci fa ribrezzo tutto quel che è vivo. Nostro Padre è un raffinato cultore della purezza, e la vita cos’è se non impurità? Il vivente è un perpetuo compromesso tra continuità e rinnovamento. Ogni organismo si modifica nel tempo pur restando fedele a se stesso. Nel corso della vita le cellule del corpo del paziente invecchiano e muoiono, e altre le sostituiscono. Eppure il paziente rimane sempre il paziente, non diventa altro da sé. È agghiacciante questa contaminazione tra l’essere e il nulla. Come non intravedere anche qui l’odioso marchio di Colui ‘che fa nuove tutte le cose’? Lui e i Suoi sfacciati compromessi! Per nostra fortuna la morte provvederà, prima o poi, a ripristinare la statica purezza deflorata dalla proliferazione degli esseri. E il nulla tornerà infine a regnare sulla terra dei viventi. Rottura, separazione, isolamento, disarticolazione, sconnessione. Sont les mots qui vont tres bien ensemble… Sì, sono queste le parole più dolci per le nostre orecchie. Ora, perfino dagli opuscoletti della Casa di Correzione per Tentatori Incompetenti puoi apprendere che la discontinuità è la nota dominante del mondo in cui vive il tuo assistito, un mondo in cui il progresso tecnoscientifico si muove verso l’unità fisica arrivando quasi a sopprimere le distanze materiali tra le genti. I mezzi di trasporto e di comunicazione accostano sempre più strettamente corpi e voci. Eppure, all’infuori di questa unione solo esteriore, mai come prima la divisione reale tra gli umani è stata tanto accentuata, manifesta, acuta, perfino urlante. Gli uomini si avvicinano solo per odiarsi più da vicino. Fortunatamente oggi tutto è un arruffio incoerente. Ti invito a consultare uno dei tanti motori di ricerca in internet, come sto facendo io in questo preciso istante. È un’esperienza istruttiva. Sulla home page vedi sfilare una confusione sconnessa di news. La prima notizia ci informa sul reale peso corporeo delle star del cinema; nella seconda si parla di una manifestazione LGBT per i «diritti civili»; la terza riproduce una lite sui social tra un attore e la sua ex; nella quarta si legge la cronaca dell’ultimo attentato terroristico; subito di fianco si avvicina la prossima notizia, dove si legge di una prodigiosa bevanda anti-cancro; poi anche questa è sostituita dall’evoluzione del prezzo del greggio, che cede subito lo spazio a un pezzullo sulle dipendenze animali. Questo mondo della comunicazione non è soltanto caotico, ma produce anche il caos; produce cose disorganiche, scollegate tra loro fin dall’origine. Un tale scompiglio va a detrimento della narrazione, ostacolando così la possibilità di attribuire significati coerenti. Pertanto l’effetto che se ne ricava è l’oblio: le notizie vengono dimenticate una dopo l’altra già prima che siano scomparse dallo schermo. Ciò che passa sul display è indifferente, l’importante è che passi qualcosa. Questa serialità meccanica avvolge come una morsa il mondo in cui il paziente è nato e cresciuto. È tempo di caos e disgregazione, in cui gli oggetti passano slegati di fronte a un uomo sconnesso. Così al disordine esteriore corrisponde un mondo interiore assolutamente incapace di accogliere le cose secondo un nesso ordinato. Quegli adorabili saccenti di sociologi (a proposito: quanto sono utili alla Nostra Causa, tienili da conto) avrebbero pure coniato dei divertenti nomignoli per designare questo scenario («società istantanea», «società liquida»). Se fossimo mossi – ma non lo siamo, ça va de soi – da intenzioni più caritatevoli non ci potremmo esimere dal far vacillare le loro pretese di autosufficienza. Sarebbe infatti più corretto dire che certe brillanti definizioni sono state adottate a loro insaputa, non senza cioè i discreti suggerimenti del nostro solerte Ufficio Disinformazioni. Ad ogni buon conto, lungi da noi voler rinnegare i vantaggi cagionati da un cosiffatto stato di cose. Pensa a come una società in stato di liquidazione permanente e centrata sull’istante agevoli eccezionalmente il perseguimento dei nostri scopi! Là dove non vi sono che istanti isolati e successivi può darsi solo una linea di fratture giustapposte. Una vera bolgia, insomma. Non pare anche a te di respirare, si fa per dire, una soffocante aria di casa? Certo non un clima propizio, ne converrai, a quella lenta gestazione delle anime praticata dal Nemico. Considera che il tuo paziente solo che lievemente si scosti da Lui subito si troverà immerso, con tutti i suoi sensi, in uno stato di frenetica sovraeccitazione. A tenerlo lontano dall’orazione, che lo ricondurrebbe tra le Sue braccia, provvede lo spirito d’agitazione universalmente diffuso dai media. Raramente, te lo confesso, ho percepito con tale intensità una così spasmodica tensione verso l’effimero, l’istante e l’immediatamente visibile! C’è da restare ammirati! Per non parlare di quanto sia congeniale alle nostre operazioni questa loro onnipresente invasività sonora, così idonea a scacciare il silenzio. Noi detestiamo il silenzio. Il Nemico, come sai, se ne serve per tendere i Suoi agguati alle anime. Che pusillanime! Agire di soppiatto, furtivamente, come un ladro nella notte, quando potrebbe, solo che si degnasse di innalzare con potenza il proprio Verbo, sovrastare ogni suono dell’universo! Nostro Padre, al contrario, è un vero patito del Rumore. Non v’è angolo dell’Inferno che non sia soverchiato da un grido d’angoscia. Ovunque vi riecheggia il frastuono assordante e spietato della Forza che schiaccia e calpesta! Vedrai, vedrai con che maestria la cosiddetta “stampa libera”, una volta dis-orientata a dovere, saprà enfatizzare ogni scarmigliatura della chioma petrina, come saprà dibattere all’infinito sulla più minuta piega delle vesti della Pope Star. Ci sono opinionisti di gran talento in grado di passare al setaccio di una morbosa curiosità ogni singola sfumatura dei gusti privati del Suo Vicario; il piccolo schermo brulica di inessenziali esegeti capaci di disquisire con maniacale precisione di mozzette, pianete e apparati della curia romana senza mai nominare il Nemico! Fomenta e spargi a piene mani l’oscura gioia della chiacchiera, così che la ciarla a ciclo continuo conduca a discettare al contempo di tutto e di nulla, con presunzione e sussiego al sommo grado. Ciò che conta è distogliere la mente del paziente da quel che è veramente essenziale per la fede del Nemico. Non trascurare perciò di aggiornarti sulle ultime novità nel campo della comunicazione. Segui con estrema cura le sortite del tuo paziente nei luoghi prediletti del chiacchiericcio virtuale: blog, forum, social network, ecc. Impara a destreggiarti nel web 2.0, giacché pochi sono gli spazi altrettanto carichi di promesse. Ti accorgerai presto delle molteplici opportunità offerte dall’arena digitale, e quanto essa faciliti – senza far ricorso ad avventatezze, solo facendo leva sulle più futili balordaggini – il frazionamento dei figli del Nemico in innumerevoli fazioni litigiose. La migrazione del gregge di Pietro verso il campo di Agramante, voilà notre chef d’oeuvre! Quanto è stato eccitante alimentare odi profondi fra chi dice «papa» e chi dice «vescovo di Roma»! E che dire degli oziosi cincischiamenti intorno al colore delle calzature del Vicario del Nemico? Come dimenticare poi l’aspra contesa tra i partigiani di Francesco e i tifosi di Benedetto, impegnati a guerreggiare per stabilire chi tra i due detenga il primato dell’umiltà? È dal tempo dei partiti di Paolo e Apollo a Corinto che ci ingegniamo senza posa per mettere in circolo nella Sua Chiesa quella mistura di superbo autocompiacimento, di nevrotico fermento e di virtuosa indignazione tipica di ogni cricca minuscola e aggressiva. Omnia cooperantur in malum. Nostro Padre che sta laggiù, tienilo bene a mente, non ha timore di predicare la volontà del Nemico. Purché possa predicarla a proprio modo. Tuo affezionatissimo zio Berlicche” (P.S. Questa è la seconda Lettera di Berlicche che si trova nel libro di Emiliano Fumaneri).

 

(recensione di Davide Vairani uscita su La Croce Quotidiano del 19 febbraio 2016)

Un caro amico vicentino — Giuseppe Signorin, che assieme alla moglie Anita ha fondato la wedding band Mienmiuaif, con tanto di canale youtube e di blog di supporto — a luglio dell’anno scorso mi ha coinvolto in un nuovo progetto editoriale.
Si pensava a una nuova collana che avesse come temi principali l’umorismo, la vita di coppia, Dio. Il primo libro pubblicato, Osservazioni di una mamma qualunque della bravissima Paola Belletti, è uscito a novembre.
Ora tocca a me con Le nuove lettere di Berlicche, dove ho in parte ripreso due post ospitati su questo blog.
Niente di meglio che l’auto-réclame per avere l’occasione di fare outing. Il Grande Capo Estiqaatsi mi prega però di rassicurarvi. Non ho alcuna rivelazione sconvolgente da farvi!
Semplicemente, come molti già sanno o hanno immaginato, “Andreas Hofer” non è altro che un nick, un devoto quanto indegno omaggio all’eroe dell’insorgenza tirolese del 1809. Il mio vero nome è quello che appare regolarmente sulla Croce Quotidiano: Emiliano Fumaneri. Abbandono (momentaneamente) il nom de plume per presentare a tutti voi questo secondo libro della collana UOMOVIVO ispirato (senza prendersi troppo sul serio) al celebre racconto dello scrittore anglo-irlandese Clive Staples Lewis, che già da oggi è disponibile in formato cartaceo e digitale (anche per kindle) presso la libreria online di Berica Editrice. Per maggiori informazioni o prenotazioni, è possibile scrivere un’email a mienmiuaif@gmail.com.

Segue un breve estratto. Buona (speriamo) lettura!

 

Mio caro Malacoda,
mi rincresce che tu ancora non abbia seguito il mio suggerimento. Ti avevo sollecitato a proposito di Facebook.
Insistevo sulla necessità di creare un account fittizio per il paziente, così che egli creda di potersi muovere sotto copertura.
(…)
Non è certo un caso che i social siano popolati da una fauna nevrotica di portatori dell’anello: lo sciame dei troll, questi deliziosi abitatori del cavernoso mondo di internet. Grande è il potere dell’anello: è stata la (falsa) convinzione che uno pseudonimo bastasse ad assicurare l’anonimato – in un mondo dove ogni movimento è tracciato! – a produrre la limacciosa fiumana trollesca…
I troll usano lo spazio digitale come una valvola di sfogo per ogni genere di malessere. Potremmo dire che trascinano con sé una specie di discarica ambulante. Essi si muovono come una nuvola tossica, lasciandosi trasportare dal livido vento dell’ira. C’è chi è capace di passare tutta la sua giornata “social” a inveire contro qualche nemico più o meno immaginario, sprizzando veleno da tutti i pori.
L’indole iraconda del troll non si cura di distinguere la persona dalle sue idee. Nella sua mente costituiscono un corpo unico contro il quale accanirsi. In più il troll ha una vera vocazione a guastare ogni relazione sana, bella, positiva. Hai presente quelle piccole gang di bulletti dove l’aggressività si accompagna alle risate maligne? Il rancore devastatore dei troll è il vettore perfetto per il cyberbullismo.
Lo sciame riottoso dei troll è una sorta di assembramento senza riunione, che si raggruppa occasionalmente in formazioni assai fugaci, instabili, contraddistinte dalla volatilità. Somigliante a una massa senza anima o spirito, lo sciame si compone di individui isolati, autosegregati, che siedono soli davanti al display del computer.
Le orde trollesche si dissolvono con la stessa rapidità con cui si sono formate. Politicamente non rappresentano alcun pericolo. Il potere non le teme affatto. La loro stessa fugacità impedisce di sviluppare energie politiche. Scatenano tempeste rabbiose (chiamate significativamente «shitstorm») che tuttavia non sfiorano il potere dominante. Si scagliano solo contro singole persone, facendone oggetto di scherno o di scandalo.
Non resta che schiacciare un bottone e godersi lo spettacolo di questa distruzione cieca e infeconda. Non è una buona approssimazione dell’Inferno?
Inutile dirti che non devi lesinare l’impegno: la priorità in questo campo è far respirare al tuo assistito gli umori malsani del trolling. Deve aspirarne a pieni polmoni.
Prima regola pratica: fra due parole il paziente dovrà essere guidato a optare sempre per la più pesante. Mai indugiare troppo nella scelta, che deve essere netta e rapida come una frase sarcastica, con la sua ironia aspra e tagliente, volta ad offendere e ad umiliare. Si posta per ferire, lacerare, disunire, il tutto accompagnato da una boriosa aria di superiorità.
Non ci vuole poi molto. Basta un collegamento ad internet per farsi simili a Nostro Padre – che per noi è la sola cosa ad avere rilievo. A conti fatti il marchio della bestia apocalittica è solo una particolare specie di tag. Il dannato è un taggato per l’eternità segnato col logo dell’Inferno.
Potrai comunicarmi i progressi del paziente attraverso la nuovissima applicazione WhatsHell, basata sulla messaggistica istantanea multi-cerchio, multi-girone e multi-bolgia per darkphone. Ti risponderò all’istante anche se in quel momento dovessi trovarmi fuori sede. Ti ho mai detto del mio impegno nel volontariato? Nel fine settimana disonoro le feste impegnandomi nel montaggio di qualche graticola nella bolgia dei simoniaci. Ma per i problemi di cattiva salute del paziente la mia reperibilità è no-stop. Orario continuato, 24 ore su 24 al suo disservizio.
Tuo affezionatissimo zio

Berlicche

 

 

(testo uscito sul blog di Costanza Miriano http://costanzamiriano.com/)