“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Figlio mio, mi raccomando, mo’ che inizi le scuole medie, occhio a non farti influenzare da cattive compagnie… A scuola possono girare cose “strane” da cui è meglio tenersi alla larga… Ho capito, papà, ti riferisci alla “Drrrroga” (rafforzativo siculo)!!! Ne ho sentito parlare… ma non ne ho bisogno!

Bene, alla tua età io ero ancora un mocciosetto di un piccolo paesino sperduto del Salento, e la mia massima trasgressione era riuscire a “sballarmi” di cartoni animati nel pomeriggio… Ne vedavamo di ogni tipo, visto la presenza di tua zia e dei tuoi zii. Dopo si giocava fino a sera, anche con i ragazzini del vicinato, spesso imitando le gesta dei nostri eroi cartonati…

Alcune sigle, all’apparenza innocue, raccontavano di effetti psicotropi incredibilmente sottovalutati… Le avventure dei rispettivi protagonisti hanno destabilizzato non poco i nostri poveri e ancora fragili neuroni… Insomma, guardando ora il passato, mi rendo conto che molto di ciò che oggi è proibito, allora era del tutto legalizzato e largamente diffuso. Come “farmaci” dispensati ad orari prestabiliti, secondo rigide prescrizioni e con sigle simili a bugiardini…

A noi maschietti ci pensava un pescatore provetto dalle orecchie a sventola … “Amica tua/una canna fatta di magia”, evidente cenno alla modalità “goduriosa” di somministrazione. “e quell’amo una calamita/impossibile cambiare strada”, indicazione dell’effetto della dipendenza. “oh, Sampei/giramondo come i marinai/quanti mari vedrai”, elenco dei possibili effetti allucinogeni del viaggio. “Sampei, Sampei/e la barca va, la barca scivola/con te dietro ai sogni che fai”, evidenza di uno stadio definitivo in cui sono le allucinazioni a condurre.

Anche le femminucce erano ben servite, a dire il vero avevano più scelta. Posso ancora ricordare ben tre famose “eroine” che le hanno condotte ai confini della realtà. Per la verità un po’ tutti canticchiamo ancora le loro canzoni…

“Heidi, Heidi, ti sorridono i monti […] le caprette ti fanno ciao”, qui si leggono gli effetti (forse) indesiderati. “Neve, bianca sembra latte di Nuvola”, qui il principio attivo. “Heidi, Heidi, tutto appartiene a te”, la raccomandazione ad un consumo personale.

“Anna dai capelli rossi ha/due grammi di felicità”, la dose raccomandata. “chiusi dentro all’anima”, conservata nel posto giusto. “e al mondo vuol sorridere”, indicazione dell’effetto desiderato.

Ma una più di tutte, il cui bugiardino mente spudoratamente, è la vera “eroina” per eccellenza. Tanto pura quanto pericolosa per i guai che causa. Ti fa salire fin sulle vette dell’Olimpo e fa crescere il desiderio di sentirsi un dio tra gli dei. È lei: Pollon!

La sigla (qui) non accenna minimamente alla sostanza psicotropa, ma chi ha seguito le gesta di questa minuta combinaguai non può non ricordare una tale ammissione: “Sembra talco ma non è, serve a darti l’allegria! Se lo mangi o lo respiri ti dà subito l’allegria!”, canzoncina interpretata da Pollon in un ridicolo siparietto introduttivo, circondata da due curiosi orsi, prima di spacciarla con generosità (qui). La piccola figlia di Apollo, usa questa magica polverina per aiutare altri personaggi in difficoltà, per ridonare l’allegria persa. È una sorta di polvere del buon umore!

Lei va alla ricerca di chi ha bisogno di aiuto, imbattendosi nei protagonisti dei miti greci, ritoccati appositamente dagli autori in modo fantasioso e quasi sempre irriverente. Tutto sommato, la serie rappresentava per noi ragazzini degli anni 80 un modo divertente ed inusuale per approcciarsi con curiosità alla mitologia greca, non tanto digerita tra i banchi di scuola…

La nostra eroina è aiutata dall’inseparabile Eros, un brutto e alato cupido, con evidente ernia ombelicale.

Ciò che la spinge nel suo cammino di crescita è il desiderio di poter diventare a tutti gli effetti una grande dea. Il nonno Zeus ad ogni sua buona azione la ricompensa con una moneta che va a riempiere un piccolo salvadanaio a forma di trono. Questo crescerà proporzionalmente alla maturità della nipotina, fino a raggiungere una grandezza naturale.

All’inizio della storia, la beniamina di tutti gli dei è impacciata, oltremodo curiosa, ostinata a cantare pur essendo stonata. Questa sua esuberanza è causa di innumerevoli guai, invece di aiutare peggiora le situazioni in cui si va a cacciare, ma col tempo impara a comportarsi meglio. Ad aiutarla in questo c’è soprattutto la Dea delle dee, che la incoraggia, la consiglia, soccorrendola nei momenti difficili, una sorte di angelo custode o fata turchina. Le fa dono di un miracoloso fermacapelli col quale contattarla e compiere miracoli: il Miracolo Bon Bon. Un amuleto dai poteri magici che giunge proprio nel momento in cui la figlia di Apollo comincia a crescere interiormente.

Questa Dea, avvolta da un alone di grande solennità e mistero, è la chiave di lettura di tutta la serie, perché in verità è la Dea della Speranza! Solo la più piccina degli abitanti dell’Olimpo ed i piccoli telespettatori sanno della sua esistenza. Gli altri personaggi sembrano ignorarla. La speranza evidentemente è la virtù dei piccoli! I grandi, gli orgogliosi non la conoscono, non sanno cosa sia.

Nell’ultimo episodio Pollon libera tutti i mali contenuti nel vaso di Pandora rischiando di contagiare il mondo intero, ma trova la soluzione al problema nello stesso vaso, estraendo proprio la speranza!

A questo punto la Dea delle dee cederà il proprio posto a Pollon che finalmente diverrà la nuova Dea della Speranza e siederà sul trono.

Ecco il nocciolo di tutta la storia: la Speranza! La Speranza che dona il buon umore! La vera allegria! Una gioia che non viene mai meno, che può forse essere sotterrata dalle difficoltà che ogni tanto ci sovrastano, ma è sempre alla nostra portata, basta sbirciare sul fondo e se necessario scavare.

Ma Pollon dove la trova la speranza in polvere? Dobbiamo andare alla ricerca del suo pusher! Quello vero, quello che non fa male. Chi è e dove possiamo incrociarlo?

La droga, senza distinzioni, è un male. Un artificio inutile, utilizzato, molto spesso da giovani, nel tentativo di alleviare la sofferenza che attanaglia i cuori. Ragazzi lontani dalla ricerca di grandi obiettivi da realizzare nella vita, centrati su sé stessi, sui piccoli problemi dell’oggi: iPhone o Galaxy, questo è il problema! Hanno tutto e non desiderano più niente, vivono nell’ansia di perdere ciò che possiedono. Presto il paventato sequestro del cellulare che un genitore minaccia al proprio figlio potrebbe considerarsi istigazione al suicidio…

Tanti sono i giovani lasciati soli, strattonati da genitori in rotta di collisione, e che per questo sperimentano e interiorizzano la mancanza di fiducia nell’altro… Ragazzini i cui bisogni non sono mai maturati in desideri, che si spendono per il nulla e le cui gonadi caratteriali rimangono ipotrofiche. Chi non coltiva desideri non raccoglie speranza. Rimane fragile.

La droga peggiora solo la situazione. Rafforza la dipendenza al male, non libera. Amplifica bisogni irrefrenabili, rende ancor più schiavi e violenti. Il cervello è ridotto ad un colabrodo, il cuore rimane ingabbiato… Ti mette una palla al piede impedendoti di evadere veramente. È la risposta sbagliata ad una endemica carenza di speranza, dovuta ad una tendenziale abitudine alla disperazione che caratterizza in particolare l’uomo moderno e che potremmo definire “disperatitudine” (cit. Melvin Peabody, direttore di un noto penitenziario del Nevada al confine col Messico).

Un mal di vivere, un po’ come la nostalgia di Heidi e l’inadeguatezza di Anna dai capelli rossi.

Tutti i giorni corriamo il rischio abituarci alla tristezza, finanche alla disperazione! La cronaca nera ci terrorizza sempre più, le morti violente sembrano poterci raggiungere in ogni piazza, ad una crisi finanziaria pare seguirne sempre una peggiore, si lanciano missili come petardi… La speranza appare così più fragile, spenta, esaurita e, al contempo, sempre più necessaria, perché comprendiamo che riguarda il nostro futuro.

Molto spesso questa fragilità è fortemente legata al vissuto emotivo-affettivo, varia a seconda delle emozioni che ci attraversano repentinamente, senza autocontrollo, scevre da ogni discernimento.

Avvertiamo così l’impellente esigenza di un’àncora, di una speranza non vaga che ci trattenga, ci faccia riposare in luoghi sicuri nel bel mezzo della burrasca della nostra vita. Una speranza non velleitaria, che non faccia leva solo sulla nostra forza di volontà. Abbiamo bisogno di altro.

La parola “speranza” ha diversi significati, come degli strati di una stessa città il cui valore risiede proprio nella ricchezza storica preservata, nella memoria accumulata, nella sicurezza della persistenza di un senso nonostante le macerie.

Ad un primo livello, il più superficiale, troviamo proprio la speranza del vaso di pandora, che non è una virtù, ma un male. Il Vaso di Pandora è il Vaso dei Mali, e quindi è in parte un male essa stessa. Zeus creò la donna che Ermes chiamò Pandora, talentuosa quanto curiosa; le consegnarono un vaso chiuso, dove Zeus aveva rinchiuso tutti i mali del mondo, e la mandarono come dono a Epimeteo fratello di Prometeo (quello che rubò il fuoco agli dei per regalarlo agli uomini). Pandora aveva avuto l’ordine di non aprire mai il vaso, ma la curiosità è donna e così sollevò il grande coperchio lasciando fuggire il terribile contenuto; per il mondo si diffusero i malanni, la fatica, l’invidia ed ogni sorta di altro male. Quando si accorse di ciò che era successo, Pandora cercò di rimediare chiudendo il vaso: ma, alla fine, dentro vi rimase soltanto Elpis, la Speranza.

Per gli antichi greci la speranza è intesa come “Timor del futuro” ed è ambivalente: distoglie lo sguardo dell’uomo dal suo destino di sofferenza e morte e impedisce di vedere con chiarezza il futuro, la realtà e verità delle cose… Per San Paolo tale speranza è “vana”, una sorta di cortina di fumo, un oppiaceo ad uso e consumo di chi spera al massimo di vincere al superenalotto, di chi confida nella salvezza offerta dalla sorte, dalla cartomante o peggio ancora dallo stato.

Pollon va oltre questo tipo di speranza illusoria e deludente. È già ad un secondo strato della speranza, più profondo, quello in cui si palesa come virtù. Ha infatti l’atteggiamento spirituale e morale di chi nutre ragioni per sperare in un futuro prossimo migliore del presente, ed è in una chiassosa tensione perché quel “non ancora” diventi “già”. Coltiva desideri grandi la piccina e comprende che è chiamata in causa. Ha una vocazione che vale la pena realizzare.

C’è poi un terzo livello, quello in cui si fatica per migliorare il presente in cui vive. La virtù si rafforza perché viene esercita con impegno e disciplina. Pollon dona la propria allegra vivacità agli altri, è interessata, sempre più, al bene della propria comunità di dei e semidei. Ha compassione per gli abitanti della sua città, per lei sono un dono, occasione di crescita. Comprende che può realizzare il suo desiderio solo aiutando gli altri a realizzare i propri. Si diventa grandi insieme. La speranza ha un respiro comunitario. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Semina buon umore ovunque ed è causa di miglioramenti “sociali”, a piccoli passi e con fatica come sa fare lei. A sperare sono proprio coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Lei rimane ferma nell’affidamento alla Dea della Speranza, sapendo che, al di là della tristezza, dell’impotenza dinanzi a problemi irrisolvibili, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di pace, rassicurazione e misericordia. Pollon a volte sbaglia, ma si può rimproverare l’errore non voluto a chi è in uscita verso il prossimo? Questo tipo di speranza è contagiosa e come la sua polvere magica andrebbe fatta respirare e mangiata quotidianamente in famiglia, a lavoro, in parlamento, nei mercati. Un ottimo antidoto alla “disperatitudine” civile e sociale. Se vi risulta più comodo potete tralasciare il balletto introduttivo…

Vi è però un ulteriore e ancor più nobile livello di speranza, ad una profondità che si dilata magicamente verso inaspettate estensioni. È il punto in cui l’ascesi si ferma in attesa di un rapimento mistico. La lingua spagnola, come quella portoghese, usa una sola parola per dire “sperare” e “attendere”: esperar. C’è forse qualcosa di “esperar” nei misteriosi colloqui tra Pollon e la Dea delle dee. La piccola rimane in attesa di un cenno, di un intervento divino perché altro non può fare. È certa che non mancherà. Ed ecco che la Dea della Speranza sopraggiunge, in abbondanza, ridonandole nuove ragioni per sperare ancora e sempre più. La speranza come “virtù teologale” viene dall’Alto ed eccede rispetto a ogni merito.

Papa Francesco ci insegna che La speranza cristiana è l’attesa di qualcosa che già è stato compiuto [… ] Anche la nostra risurrezione e quella dei cari defunti, quindi, non è una cosa che potrà avvenire oppure no, ma è una realtà certa, in quanto radicata nell’evento della risurrezione di Cristo. Sperare quindi significa imparare a vivere nell’attesa. Imparare a vivere nell’attesa e trovare la vita. Quando una donna si accorge di essere incinta, ogni giorno impara a vivere nell’attesa di vedere lo sguardo di quel bambino che verrà. Così anche noi dobbiamo vivere e imparare da queste attese umane e vivere nell’attesa di guardare il Signore, di incontrare il Signore. Questo non è facile, ma si impara: vivere nell’attesa. Sperare significa e implica un cuore umile, un cuore povero. Solo un povero sa attendere. Chi è già pieno di sé e dei suoi averi, non sa riporre la propria fiducia in nessun altro se non in sé stesso.

Pollon riconosce che ciò che le viene trasmesso dalla Dea della Speranza è un dono “rivitalizzante”, il vero motore della sua allegria. Potremmo accostare in qualche modo questa Dea alla Vergine Maria. Lei che in mezzo alle tenebre della passione e della morte del suo Figlio continuò a credere e a sperare nella sua risurrezione, nella vittoria dell’amore di Dio, è per noi segno luminoso di consolazione e di sicura speranza. In Lei la speranza dei millenni è diventata realtà. Il futuro eterno di Dio le è germinato in grembo ed è divenuta madre della santa speranza. Dove c’è Lei c’è di sicuro lo Spirito Santo. È calamita umana delle grazie divine. La sua assunzione è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell’età futura. Lei è vita, dolcezza e speranza nostra.

Maria ci dona suo Figlio e ci ricorda che è risorto, è vivo fra noi e abita in ciascuno di noi. Insiste affinché lo seguiamo verso il Padre celeste, oltre la morte, fino alla Resurrezione! Gesù è nei nostri cuori ed è lì che occorre adorarlo. Scavando si arriva al centro dell’uomo, al suo cuore. Lì ha preso dimora il nostro Salvatore nel giorno del nostro Battesimo, e da lì continua a rinnovare noi e la nostra vita, ricolmandoci del suo amore e della pienezza dello Spirito. Possiamo rendere ragione della speranza che è in noi ricordando che la nostra speranza non è un concetto astratto, un sentimento ma una Persona che addirittura riposa nei nostri cuori: Gesù, vivo e presente, perché risorto!

Solo un Dio della speranza poteva crearci in questo modo, capaci di contenere ogni gioia e pace, capaci di riceverlo.

Pollon nel cammino di crescita attraversa i suoi deserti. La fatica di superare prove, tentazioni, illusioni e miraggi forgiano in lei una speranza forte, salda, sul modello della Dea della Speranza. Arriverà addirittura a prendere il suo posto, diventato dea della Speranza pure lei. “Ecco la stupenda realtà della speranza: anche noi confidando nel Signore possiamo diventare come Lui, la sua benedizione ci trasforma in suoi figli, che condividono la sua vita. La speranza in Dio ci fa entrare, per così dire, nel raggio d’azione del suo ricordo, della sua memoria che ci benedice e ci salva. E allora può sgorgare l’alleluia, la lode al Dio vivo e vero, che per noi è nato da Maria, è morto sulla croce ed è risorto nella gloria. E in questo Dio noi abbiamo speranza, e questo Dio – che non è un idolo – non delude mai” (Papa Francesco).

Gesù con la sua morte in Croce ha trasformato il nostro peccato in perdono, la nostra morte in risurrezione, la nostra paura in fiducia. Una tale speranza, così luminosa e ardente, non può non esprimersi anche all’esterno. Il cristiano, figlio mio, non vive fuori dal mondo, riconosce i segni del male, dell’egoismo e del peccato. “È solidale con chi soffre, con chi piange, con chi è emarginato, con chi si sente disperato[…]Però, nello stesso tempo, il cristiano ha imparato a leggere tutto questo con gli occhi della Pasqua, con gli occhi del Cristo Risorto. E allora sa che stiamo vivendo il tempo dell’attesa, il tempo di un anelito che va oltre il presente, il tempo del compimento. Nella speranza sappiamo che il Signore vuole risanare definitivamente con la sua misericordia i cuori feriti e umiliati e tutto ciò che l’uomo ha deturpato nella sua empietà, e che in questo modo Egli rigenera un mondo nuovo e una umanità nuova, finalmente riconciliati nel suo amore.” (Papa Francesco)

Che bello! L’esuberante bellezza dell’Amore che fa risorgere tende ad irradiarsi dal nostro cuore verso il prossimo col sorriso, l’ascolto, la tenerezza. Dovrebbe trasparire dolcemente verso gli altri, contagiare, attrarre. Frapporre ostacoli avvizzisce, demoralizza e ci ammala. Ricorda un santo triste, che non sorride, è un triste santo!

Giusto per non lagnarti, vado alle conclusioni. Abbiamo detto che il bisogno di speranza è un bisogno che, nel cuore dell’uomo, spesso rimane quasi intrappolato, frustrato, sepolto dalle macerie. Con Pollon oggi abbiamo scavato per scoprire quale speranza è quella più resistente e abbiamo trovato Gesù Risorto nel nostro cuore.

Ma se Gesù Risorto è la nostra speranza chi è che lo spaccia? Chi è il pusher di Pollon?

Come saprai il pusher si aggira con molta discrezione, frequenta le zone più buie, evitano di apparire, si muove senza dare nell’occhio ed intanto, “spinge”, per definizione (push = spingere), il mercato della droga, promuovendo e spacciando stupefacenti.

In tutta questa nostra storia, chi silenziosamente si nasconde nella parte più inaccessibile del nostro cuore, in quella zona dell’anima che è il nostro spirito, è proprio lo Spirito Santo. È Lui che mantiene vivi il gemito e l’attesa del nostro cuore. Vede per noi oltre le apparenze negative del presente e ci rivela già ora i cieli nuovi e la terra nuova che il Signore ha preparato per l’umanità. Lo Spirito è il vento che ci “spinge” in avanti, che ci mantiene in cammino, ci fa sentire pellegrini e forestieri.

È il vento raccolto dalla vela della speranza. La speranza lo raccoglie e lo trasforma in forza motrice che “spinge” la barca della nostra vita. È capace di farci addirittura “abbondare nella speranza”, cioè farci sperare “contro ogni speranza”, sperare quando viene meno ogni motivo umano di sperare.

È grazie a Lui che il Verbo si è fatto carne ed il mare contiene il cielo. È Lui che forma e trasforma!

Sempre Papa Francesco ci ricorda che Lo Spirito Santo non ci rende solo capaci di sperare, ma anche di essere seminatori di speranza, di essere anche noi – come Lui e grazie a Lui – dei “paracliti”, cioè consolatori e difensori dei fratelli, seminatori di speranza. Un cristiano può seminare amarezze, può seminare perplessità, e questo non è cristiano, e chi fa questo non è un buon cristiano. Semina speranza: semina olio di speranza, semina profumo di speranza e non aceto di amarezza e di dis-speranza. Il Beato cardinale Newman, in un suo discorso, diceva ai fedeli: «Istruiti dalla nostra stessa sofferenza, dal nostro stesso dolore, anzi, dai nostri stessi peccati, avremo la mente e il cuore esercitati ad ogni opera d’amore verso coloro che ne hanno bisogno. Saremo, a misura della nostra capacità, consolatori ad immagine del Paraclito – cioè dello Spirito Santo –, e in tutti i sensi che questa parola comporta: avvocati, assistenti, apportatori di conforto. Le nostre parole e i nostri consigli, il nostro modo di fare, la nostra voce, il nostro sguardo, saranno gentili e tranquillizzanti» (Parochial and plain Sermons, vol. V, Londra 1870, pp. 300s.). E sono soprattutto i poveri, gli esclusi, i non amati ad avere bisogno di qualcuno che si faccia per loro “paraclito”, cioè consolatore e difensore.

Il pusher di Pollon è lo Spirito Santo!

Come Pollon dovremmo tornare quindi a pregare, ad avere grandi desideri, a vedere l’altro come dono, a consolare e difendere il prossimo, a rimanere in attesa, a non confidare troppo nelle nostre capacità, a riconoscere i nostri limiti, ad affidarci a Maria, a seguire Cristo, a farci condurre dalla Spirito Santo e non smettere mai di “seminare”, “sprecare”, “spacciare” questa Speranza…

Una sana abitudine contro una malsana.

Pollonitudine contro disperatitudine!!!

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“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Non so voi, ma in casa mia oltre a calzini, mutande e magliette (del sottoscritto) dai rispettivi cassetti spariscono anche barattoli interi di nutella, barrette kinder e gocciole a gogò. Per i primi c’è chi sostiene (Lei) che sono io a non ricordarne la corretta ubicazione, per i secondi, i più piccoli ipotizzano l’azione di inquietanti presenze: ladri, fantasmi, alieni!!! Dai loro volti però non colgo l’espressione di chi ha paura, ma quella di chi si compiace d’averla fatta franca… Ne sono convinto perché negli anni ho sviluppato un sesto senso: quello investigativo. Ho avuto sempre il pallino per i film polizieschi, le crime story ed un po’ mi atteggio a Sherlock Holmes … Ovviamente, sempre Lei, non perde occasione per farmi notare che manco del fascino di Robert Downey Jr. e di almeno quattro dei primi cinque sensi: vista, udito, gusto e tatto. Che dire, mi vuole bene! Pare accontentarsi del mio fiuto “comico”, tipo Commissario Juve di Fantoman o Zazà di Lupin. Sulle mie doti intellettivo/investigative maturate alla scuola delle avventure di Lupin III, lascio giudicare mio figlio, il discente prediletto della metafisica dei cartoni, sempre presente e tra l’altro grande fan del Detective Conan. Gli anime di Lupin III si ispirano al manga ideato da Moneky Punch nel 1967, a sua volta liberamente ispirato alle vicende di Arsène Lupin raccontate nei romanzi di Maurice Leblanc. Lupin III, come il nonno ed il padre è un ladro incredibilmente abile, ricercato in tutto il mondo dalla polizia, in particolare da Zenigata dell’Interpol. Pur rappresentando più di altri la furbizia fatta persona è spesso impacciato in presenza di belle ragazze, soprattutto di Fujiko, di cui è innamorato e per la quale rischia spesso la vita, anche quando questa cerca di truffarlo. Fujiko è giovane, furba, bella, sensuale, un tantino egoista; si serve della sua bellezza per ottenere da Lupin un aiuto per i propri interessi, scaricandolo quando non serve. Lui pur rimproverandola ripetutamente se ne scorda e torna a darle retta, facendo per questo infuriare gli altri due suoi compagni: Jigen e Goemon. Jigen dalla sigaretta illimitata come i proiettili della sua pistola, un revolver Smith & Weston 629 Combat Magnum (calibro 44), spara meglio di Lucky Luke, ricarica alla velocità della luce e ha una infallibile mira grazie ad un vistoso cappello che sembra cucitogli addosso; Goemon, taciturno esperto di arti marziali, è un samurai munito di una Zantetsu-ken, una katana senza guardia la cui lama è realizzata con una speciale lega, più tagliente degli artigli di Wolverine. Viaggiano con diverse auto: una mercedes benz ssk del 1928, un’alfa romeo 6c 1750 e soprattutto la mitica Fiat 500 gialla. Lupin possiede grandi abilità, ha conoscenze matematiche, informatiche, chimiche, pratica le arti marziali (un po’ meno bene di Goemon), impugna una Walther P38 che maneggia con precisione (non quanto Jigen); è spaccone, coraggioso, carismatico, sempre in cerca di avventura, intelligentissimo, capace di incredibili quanto assurdi travestimenti, è geniale e mette a segno furti impossibili. É conosciuto come il ladro gentiluomo, ha rinunciato a dei tesori per salvare chi è in pericolo, ha messo a repentaglio la propria vita pur di salvare il mondo. Rimane un eccellente scassinatore, capace di usare con estrema facilità ogni sorta di grimaldello. Non c’è cassaforte che tenga… Ma sarà veramente il migliore? Ci sono state altre persone, più o meno immaginarie, che nella storia (a parte i suoi famosi antenati) sono riusciti a portare a segno furti ancor più leggendari? Facendo pressione su alcuni fidati informatori ho scoperto che un certo Disma (questo il nome che qualche storico orientale gli associa), forse un egiziano, è riuscito a compiere una simile prodezza all’incirca 2000 anni fa. Un uomo di malaffare, ladro se non addirittura assassino, al quale poco prima di morire è riuscito il colpo di una vita!!

È il famoso buon ladrone appeso assieme ad un altro ladro (cattivo), ai lati della croce di Gesù sul Golgota. Parrebbe che Disma, redarguendo il compagno che insulta Gesù, la cui intitolazione recita essere il Re dei Giudei, ottiene così, di primo acchito, il più grande tesoro mai esistito! Riesce ad entrare nel luogo più ambito della storia umana: il giardino del Re. Immenso, splendente, rigoglioso, ricco di ogni ben di Dio. Un luogo che avrebbe fatto gola sicuramente anche a Lupin.

Se immaginiamo il Paradiso come più o meno quel giardino dell’Eden dal quale Adamo con Eva furono cacciati per insubordinazione e furto, possiamo dedurre che fosse rimasto anche serrato, la porta chiusa a doppia mandata e ben custodita, proprio per evitare il ripetersi di tali delitti e tenere in salvo almeno l’albero della vita. Non sia mai che qualche altro malintenzionato tenti di intrufolarsi! Si dice che effettivamente la porta del Paradiso, prima della presa in servizio di Pietro, sia stata piantonata da un angelo cherubino, una creatura celestiale e alata, luminosa quanto potente, armata di una spada infuocata. Pronto, come Daltanius, a tagliare in quattro, arrostendolo a puntino, l’umano che avesse tentato un accesso furtivo. Una zantetzu fiammeggiante da far schiattare di invidia lo stesso Goemon. Uno sbarramento sovraumano sulla soglia di una reggia, tale da scoraggiare persino Pegasus che pure, al massimo del cosmo e munito della più performante armatura d’oro, di porte (e case) ne ha attraversate tante. Eppure, Disma riesce ad entrare, è il primo uomo a farcela. Pare aver aperto la porta con nonchalance, attraversato l’uscio a petto nudo, senza scudi e senza manco un taglietto. Ma come ha fatto? Non vi nascondo che la prima volta che mi è stato fatto notare questo “colpo da maestro”, sono rimasto per dei minuti a bocca aperta, frastornato, stupefatto come l’agente Kujan quando scopre, oramai in ritardo, che il suo interlocutore non era il furfantello, invalido e pentito “Verbal” Kint, ma proprio l’inarrestabile e crudele Keyser Söze. Che beffa! E che bastardo…

Un po’ come Zenigata che reputa Lupin capace di tutto, anch’io lo immagino capace dello stesso colpo di Disma. Lupin è ineguagliabile, nulla gli è impossibile, potrebbe giungere sul Golgota grazie a qualche artificio a danno del sinedrio, si potrebbe travestire addirittura da ladrone e far la parte del cattivo, pur di riuscire a origliare e attingere informazioni utili ad individuare il Regno, direttamente dal padrone di casa prima di morire. Anche perché mica Lupin muore davvero, lui è inafferrabile. Carpito il segreto, ci penserà Jigen, posizionato sul Tabor, ad atterrare le guardie, mentre Goemon, svestitosi da cireneo, taglierà di netto il tronco della croce, le corde e anche i chiodi, lasciando libero l’amico, ovviamente con un ritardo di appena due secondi. Nel frattempo la solita Fujiko riscuoterà altri 30 denari in cambio di una copia della mappa per il regno, come sempre da sottrarre al sedotto e ignaro Lupin. Questi infine potrebbe raggiungere l’Eden, a bordo di una tuonante navicella costruita con i pezzi delle barche rubate ai fratelli Boanèrghes. Per muoversi agilmente in prossimità del cherubino, potrebbe sfruttare dei coni d’ombra e aprire la porta con un apposito grimaldello. Già, ma che tipo di grimaldello? Fosse pure capace di giungere veramente alle porte del Paradiso senza essere visto, potrà mai aprire una serratura sconosciuta sulla Terra?

A dire il vero, non sono nemmeno tanto convinto dell’infallibilità di questo piano. Per quanto Lupin sia furbo, nella propria vita, prima o poi si giunge davvero su un Golgota, e lì non c’è travestimento che tenga. Non ci sono maschere. Il dolore che si sperimenta svela la natura limitata e ferita di ogni uomo. Non rimane che contemplare da vicino le ferite del Crocifisso, guardare inevitabilmente il Suo corpo martoriato. Potrebbe sorprenderci il fatto che le nostre ferite sono pure le sue. Meglio, sono nelle sue. Un’esperienza che libera dalla disperazione della solitudine, catapultando chiunque alla radice di ogni cosa, di ogni verità, di ogni gioia e sofferenza. E lì che si è costretti a decidere, a scegliere. La via della croce di Gesù è il vero crocevia per chi vuole decidersi di andare lassù. Occorre imboccare la strada giusta, quella che lo stesso Gesù suggerisce. In che senso?

Se torno al nome del ladrone, scopro che la sua radice greca, “dysmé”, evoca il tramonto del sole, il declino di una vita. Mentre ladro, dal latino “latro”, rimanda a colui che resta in agguato sulle strade; un tempo era tale il soldato che ponendosi al lato del proprio re, lo difendeva, mettendo in fuga il nemico: una vera e propria guardia del corpo. Successivamente “abusando” della propria posizione divenne sinonimo di colui che assedia le strade: approfittatore, furfante, masnadiero. Disma sul finire della propria vita, trascorsa miseramente ai bordi della strada, senza un padrone, incontra sulla croce Qualcuno che gli restituisce la bontà originaria, lo riporta all’inziale splendore! Vive, anche se per poco, la ri-evocazione della vocazione disattesa. Nel riconoscere Cristo Re, riscopre sé stesso. Al tramonto dei suoi giorni, egli finalmente incontra il sole, la vera luce dell’esistenza: Gesù! Penzolante e sofferente, scorge in Lui il Re, si ritrova al Suo lato e torna a essere una guardia del corpo, la Sua. Tanto che non esita a difenderlo zittendo il burbero compagno. La croce è per Disma occasione di risurrezione immediata, scopre la strada giusta da perseguire nei suoi ultimi passi. Afferma la regalità di Cristo nel momento dell’abominio, della sconfitta, della derisione dei notabili che stanno sotto la croce. Confessa le proprie colpe. Proclama innocente Gesù. Chiede di essere ricordato, perché oramai si affida totalmente al Signore della Vita. Riconosce nella morte l’ingresso per l’Eternità! Non è più assediato sulla strada, ancorato al possesso, ma finalmente libero di seguire il proprio Re diritto nel suo Regno. Non attende più, perché in quell’oggi Gesù lo porta in Paradiso! Ai suoi lati quindi Gesù “ritrova” dei soldati, uno accetta di tornare a servirlo, l’altro continua a crogiolarsi nella propria miseria, rifiutandolo. Lupin per quanto possa sembrare incorreggibile, non rimarrebbe indifferente accanto a Gesù.

Ma la domanda, che anche Lupin potrebbe continuare a porsi, rimane: Disma come ha fatto ad entrare? Il cherubino non è intervenuto? Il grimaldello qual è?

Le Chiese di tradizione siro-orientale, mettono in scena la domenica di Pasqua o la mattina del lunedì, un Dialogo tra il Cherubino e il Buon Ladrone, ove si racconta come Disma abbia ottenuto il nulla osta dall’angelo cherubino: si è presentato alle porte del Paradiso con in mano la croce di Cristo! È una vera celebrazione liturgica, molto popolare, rappresentata in chiesa da due diaconi, secondo un testo che risale probabilmente al V secolo ed è preceduto dal canto di alcuni salmi da parte del coro. Due diaconi vestiti di bianco si collocano l’uno alla porta del santuario – la porta del cielo – con una spada fiammeggiante nella mano, l’altro nella navata con una piccola croce di legno “nascosta” nelle maniche (proprio come farebbe Lupin). Mentre il coro intona le sette prime strofe del dialogo, i due diaconi vanno ai loro posti e intonano poi in forma dialogata le altre strofe del testo. Alla fine, il ladro mostra al cherubino la croce dicendo: “Ti ho portato la croce come segno. Guarda se è genuino. Non contestare”. Entrambi, allora, entrano nel santuario fino all’altare. Nel dialogo vi è uno stretto legame tra Regno e Eden: il luogo da dove Adamo è stato espulso e il regno promesso da Cristo al ladro sulla croce vengono collegati, e le parole di Cristo non sono “sarai oggi nel paradiso”, come nel testo di Luca, ma “sarai oggi nell’Eden”.

Da tutto ciò spicca la centralità della croce come “chiave” di apertura dell’Eden/Paradiso. L’Eden per il cherubino è un luogo chiuso, per il ladrone è stato aperto da Cristo, grazie alla Sua croce. La croce vince la spada. Il suo legno resiste al fuoco perché intriso del sangue del Figlio dell’Altissimo. È un pezzo genuino, originale, garanzia di incrollabile speranza, capace di spalancare ogni porta. La croce è il vero grimaldello della vita eterna!

A questo punto si impone un’altra domanda. Come ha fatto Gesù a convincere Disma? L’Innocente morto e risorto è anche il Re dei cuori. È figura carnale della misericordia Divina. Il Figlio di Dio ha assunto la nostra natura, si è fatto nostro fratello, capace di soffrire. L’essenza misericordiosa della Sua regalità si esprime ancor più nella misera figura della sua crocifissione. Incarnando l’estrema miseria umana è riuscito a sintonizzarsi su ogni altra miseria. Di ogni altro essere umano ha provato tutte le affezioni, piaceri e dispiaceri. Partecipando ai sentimenti altrui si è reso simpatico! Sulla croce ha condiviso la gioiosa promessa del Paradiso con l’ultimo moribondo che a Lui si è confidato. Lo sguardo disperato del ladrone ha incrociato quello sanguinante del Re morente, i cui occhi tumefatti, ma carichi di speranza, lo hanno provocato tanto da fargli tremare il cuore. Gliel’ha toccato, accarezzato, guarito. Non è stato più lo stesso, non si è potuto trattenere, non è stato più suo. La miseria è attratta dal Misero, come il soldato dal proprio Re. L’amore malato guarisce col sangue della Verità incarnata perché l’Amore trasforma l’amato! Il Suo tocco è la tenerezza. Una carezza capace, anche nella sofferenza più tremenda, di aprire tutti i cuori e farli suoi. Un cuore al “sicuro” non è più se gli gira attorno Gesù!

È Lui il vero ladro, colui che sta alla destra del Padre e di soppiatto potrebbe incrociare il mio come il tuo sguardo, figlio mio! Viene di notte come un gatto dai tetti, scivola sotto i ponti e chi vorrebbe metterlo in prigione (o in un sepolcro) non ci riesce. Stanotte potrebbe toccare a noi! Non preoccuparti se gioielli e denaro e tesori non hai, Lui vuole solo il tuo cuore. Dagli il tuo cuore! Dagli tutto! Vedrai, ti priverà del di più per darlo a chi non ne ha. Ti alleggerirà, è vero, ma solo per farti camminare più speditamente verso l’alto. Il suo “rubare” è più uno spogliare l’amato dell’eccesso, uno sciogliere il male che incrosta la tua anima, immobilizza i tuoi talenti. Man mano che frequenterai un Dio così simpatico, per alcuni assai poco “raccomandabile”, ti renderai conto che già su questa terra regala il centuplo. Un comodo anticipo dell’eredità celeste. Lui è sempre presente, nessuno pare vederlo, ma stai sicuro che è in giro camuffato da straniero ai crocicchi delle strade, da compagna di tutta una vita, da chi scorgi mentre ti specchi. È vivo perché risorto. E visita i cuori. La croce gli ha permesso tutto questo. È il suo grimaldello.

Disma con la croce apre il paradiso, ma a ben vedere chi per primo ha usato la croce come grimaldello è stato proprio Cristo! È Cristo il ladro inarrivabile, capace di scardinare le porte più chiuse, più sicure. E lo ha fatto, benché capace, senza vistosi miracoli. Non resuscitando i morti o rimproverando il mare e i venti, non mettendo in fuga i demoni, ma proprio stando lì crocifisso, inchiodato, oltraggiato, sputacchiato, fatto oggetto di scherno e di riso, perché potessimo vedere tutti gli aspetti della sua potenza. Nel massimo della sua debolezza causa l’apertura del paradiso e vi introduce un ladro. Che colpo!

Non il colpo di una vita ma il colpo per ogni singola vita!

Non il colpo da maestro ma il colpo del Maestro!

Un colpo da Dio insomma, troppo anche per Lupin.

Negli anni si sono succedute diverse sigle, ma su tutte preferisco quella della seconda serie, nota come Lupin (fisarmonica) (RCA, 1982), per l’uso strumentale di una fisarmonica nell’introduzione e nell’accompagnamento. Con un testo di Franco Migliacci e musica di Franco Micalizzi, accompagnata dall’Orchestra Castellina-Pasi, signori e signore, (in)canta Irene Vioni: qui.

PS: ascoltando le parole mi sovviene un dubbio: non è che Lupin sotto sotto …

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Lotto spesso con mio figlio. Giochiamo a provocarci. Da un paio di anni lui pratica Judo e ogni tanto cerca di mandarmi giù, cogliendomi di sorpresa. La sera ormai supero la soglia di casa guardingo come l’ispettore Clouseau in attesa di Kato. Se aggiungete che la madre collabora segretamente col figlio mentendomi spudoratamente sulla sua presenza in casa, capite bene che la cosa sta assumendo sempre più i toni di una, non tanto velata, vendetta intra-coniugale le cui incomprensibili motivazioni meritano un’analisi a parte. Almeno una decina di post (sto scherzando Giuseppe!). Per ora mi difendo. Da tutti.

Le nostre sono arti marziali miste, improvvisate, ed ogni tanto sferriamo dei pugni. Il venerdì sera preferiamo inscenare quello famoso, il pugno incrociato tra Rocky Balboa e Apollo Creed, perché, come da copione tra il terzo Rocky dell’82 ed il quarto dell’85, anche noi rimaniamo lì fermi il più possibile, sospesi nel tempo. Il sabato tanto non si va a scuola. Creiamo enfasi con lo slow motion. In verità gli lascio il tempo di raccontarmi la settimana. Succede però che, nei combattimenti a velocità reale, un colpo parte per davvero, provocando qualche contusione. Poca cosa, per carità. Una bazzecola rispetto al rischio di collasso cardiaco della madre che urla per il figlio “colpito a morte”. Urla che non sento quando ad essere ferito è il sottoscritto. Immagino perché coperte dagli scrocianti applausi provenienti da una imprecisata stanza…

Papà, hai un pugno d’acciaio!!

Se devo essere sincero, ancor prima di Rocky Balboa, alla tua età seguivo le gesta di Rocky Joe e poi di Forza Sugar. Due anime sportivi molto in voga ai miei tempi. Il primo molto cupo, il secondo sicuramente più interessante. La sua storia merita di essere raccontata perché la forza del piccolo protagonista ha del misterioso.

Il piccolo Sugar (Genki Horiguchi nella versione giapponese) ha soli 5 anni, è orfano della mamma, morta proprio durante il parto. Vive col papà Peter “pugno d’acciaio” Pepper (Hideki “Shark” Horiguchi), ex-pugile professionista, non eccelso fra i pesi leggeri, ritiratosi alla nascita di Sugar. Conducono una vita dignitosa caratterizzata da un affetto profondo. I nonni materni non condividono la scelta di vita del genero che indirettamente reputano responsabile della morte della figlia. Peter torna a combattere ma in un incontro con Kenji Seki viene sconfitto duramente. Riporta dei traumi alla testa che sommati al calo di peso necessario per tornare in categoria lo costringono ad un ricovero urgente.

Siccome aveva promesso al piccolo Sugar di portarlo al Luna park, abbandona il letto d’ospedale e lo accompagna, ma muore seduto sulla panchina accanto al figlioletto che lo crede addormentato. Una scena straziante. Il bimbo oramai solo viene accolto dai facoltosi nonni che lo accudiscono, dandogli un’istruzione adeguata. Sugar si allena di nascosto indossando i guantoni del padre. Prosegue negli esercizi, prima da solo, poi sotto la guida attenta del signor Mishima. L’anime finisce col trasferimento di Sugar a Tokyo dove finalmente accede nel mondo del pugilato professionistico, mantenendo così la promessa fatta sulla tomba del padre. Il manga invece ci propone il finale tanto atteso: Sugar vince il campionato mondiale mandando al tappeto proprio Kenji Seki.

Figlio mio, se continui senza sosta a muovere i pollici sulla Wii, il resto della mano non sarà più capace di afferrare una mela. Se non alleni il resto del corpo e della mente, ti ritroverai ad essere utilizzato come un’amiibo. Il virtuosismo virtuale dissimula un’inabilità a lavorare il reale. Come Peter vorrei introdurti all’esercizio delle virtù naturali. Perché ti voglio bene.

Sugar nella sua vita le ha date ma anche prese. Conosce bene la potenza distruttiva che certi pugni possono infliggere su un’anima. La fortezza è quella virtù naturale che lo aiuta a contrastare gli istinti nichilisti che vogliono demolirlo e precipitare al tappeto, nel nulla.

Ci sono pugni “strategici” come alcuni diretti che tendono a controllare l’avversario, a limitarne il movimento, a stancarlo gradualmente. Bisogna non fossilizzarsi, continuare a muoversi. Danzare seguendo il senso del proprio agire.

Ci sono pugni “temibili” come i ganci che ti investono ai lati, con potenza superiore ai primi. Meglio guardarsi attorno mentre stiamo in movimento.

Ci sono quelli “stellari” come i montanti, la testa colpita si solleva piegandosi all’indietro e quando arriva a fine corsa si vedono le stelle. È come se si spegnesse l’interruttore della coscienza. Bisogna ritirare il mento per rimanere vigile. Mai lasciarsi anestetizzare la coscienza. Va protetta, educata, abituata a riprendersi.

Ci sono anche colpi “invisibili” che vengono scaricati ad una velocità tale da sentire solo lo schiocco come fossero una frusta. Non conviene lasciare scoperta la testa, un colpo apparentemente innocuo potrebbe raggiungerla. Attenzione a questi “fantasmi”, sembrano leggeri, ma in realtà fanno un male cane.

Ci sono infine i colpi “bastardi”, quelli sotto la cintura. Chi vuole l’avversario morto picchia proprio lì.

Il colpo inferto sotto l’ombelico, figlio mio, oltre che dolorosissimo e anche molto pericoloso perché interessa gli organi genitali. Una zona che caratterizza l’uomo come maschio. Se sollecitata con violenza comporta l’incapacità di proseguire il combattimento. Ti traumatizzano i testicoli perché sperano di avere la meglio. Copri bene queste parti. Occhio alle scorrettezze. Tieni alla tua mascolinità.

La boxe è uno sport di “contatto” dove un uomo deve affrontare un altro uomo, il corpo deve rimanere sempre perfettamente bilanciato ed equamente distribuito su entrambe le gambe e con i piedi accarezzi continuamente il tappeto. Bisogna essere forti per rimanere o tornare in piedi.

Oggi vivi in una società in cui tutto viene spiegato a tutti, come se l’informazione “distribuita” potesse garantire di per se più “sicurezza”. Ma nessuno ti insegna ad essere forte. A coltivare concretamente la fortezza. Non fidarti del kit “il mondo spiegato in un click”, è puro ansiolitico. Cura i sintomi di una malattia che non si vuole comprendere in profondità. Il reale fondamento della fortezza è la realtà metafisica dell’esistenza del male; del male nel mondo umano e nel mondo diabolico; del male nella doppia forma della colpa e della pena. Del male che facciamo e del male che subiamo. Se non rammenti ciò non comprenderai più per cosa valga la pena lottare. La vita stessa perde senso. La forza accompagna la verità, la violenza l’errore. Ogni agire, per essere buono e sano, deve poggiare sopra una conoscenza vera; e ogni conoscenza per essere veramente tale, deve rispecchiare la realtà oggettiva. Se non rimarrai connesso alla realtà, rispettando il principio di evidenza, verrà meno in te il senso del dovere e sarai preda dei desideri, e non solo tuoi. La distrazione diverrà la condizione permanente della tua vita e giacerai inerme sul tappeto. Diverrai il tappeto di qualcun altro.

Il male esiste ed il contatto con un pugno può fartelo ricordare. I pugni che inevitabilmente riceverai modelleranno la tua struttura psicofisica. La forza che eserciti e quella che ti investe interferiscono con la tua psicologia, lavorano sul tuo carattere, modellano il tuo volto, ti ficcano nella concretezza del tempo, evidenziano il tuo agire. Se non coltivi i motivi e le energie per opporti al male, resterai prigioniero di te stesso e delle circostanze. Sii cosciente di essere un uomo con una identità e un destino precisi, con una storia unica e una vocazione comunitaria. Responsabile della tua vita e di quella altrui.

Senza identità e destino diventerai un debosciato.

Per essere forte dovrai vincere la paura della ferita. La fortezza presuppone la vulnerabilità perché esser forti significa saper accettare una ferita (v. le ferite di Actarus). L’estrema e più profonda ferita è la morte. Se ti fanno un occhio blu, non disperare. Fai come Nick Fury: tieni d’occhio i Chitauri con quello buono. Non snervarti e aguzza gli altri sensi. L’escoriazione passerà presto. L’ombra opprimente della morte, richiamata dallo scuro ematoma, può essere guardata senza scivolare nel panico. È la fortezza a reggere lo sguardo, a conservare la lucidità, a mostrare le energie per continuare a vivere pur consapevoli della fine. Apprezza la vita, conoscila, amala e vivila al meglio. Se ti presenta incognite e difficoltà, “armati” per affrontarle. Chi si arma si anima (v. anime in cartapesta). Se ami veramente, allora temerai e fai bene. Bisogna familiarizzare con la paura di perdere ciò che si ama. La forza presuppone che l’uomo tema il male e allo stesso tempo permette di non lasciarsi distogliere dal fare il bene. È forte chi giustamente ha paura e va oltre confidando nelle proprie capacità ma soprattutto nell’aiuto dall’Alto. Il dolore di un occhio tumefatto sarebbe altrimenti insopportabile.

Sarai veramente forte quando agirai con prudenza e secondo giustizia. Sugar emula il padre nella boxe, ha giurato sulla sua tomba che sarebbe diventato un campione, segue quindi i suoi consigli e quelli di Mishima. Cerca per quanto gli è possibile di non dispiacere ai nonni, si allena di nascosto. È prudente. Sa stare alle regole ed è giusto con sé stesso e gli altri, inclusi gli avversari. Riconosce addirittura a Kenji Seki di essersi battuto correttamente con il padre.

Si combatte con i pugni e la difesa. Resistenza ed assalto sono i due atti della fortezza. Ciò che gli è proprio è la resistenza perché, nel caso più grave, resistere è obbiettivamente l’unica opposizione che rimane. La più dura, come il martirio. Lo stesso Rocky Balboa raccomanda al figlio: “Il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti… così sei un vincente! E se credi di essere forte lo devi dimostrare che sei forte! Perché un uomo vince solo se sa resistere!”

Nello scenario più comune, il ring della vita chiama a rateizzare il proprio martirio in comode rate anticipate, nella resistenza quotidiana. Nell’ordinarietà ci mette di fronte ad eventi sui quali non possiamo intervenire se non implorando la mano forte di Colui che tutto può. Occorre pazienza, cioè non perdere la serenità e andare avanti. Ci sono però tante altre situazioni in cui siamo chiamati ad intervenire. Dove è necessario attaccare. Occasioni in cui la nostra ira può energizzare l’assalto nei confronti del male, perché indietreggi. Se ciò è sensatamente possibile. Per assalire occorre coraggio, fiducia in sé stessi e sperare nella riuscita. Speranza nelle proprie capacità e nell’aiuto di Dio. La rabbia che senti defluire nei tuoi pugni, è l’ira che anela al combattimento. Un canto all’amore prima della battaglia. Ti arma perché tu possa realizzare la tua vocazione, compiere il tuo destino. Agendo contro chi ti ostacola. L’immagine evangelica “… come agnelli tra i lupi” è la condizione ideale del cristiano nel mondo. Cristo stesso, la suprema forza del bene, l’ha incarnata nell’impotenza del Crocefisso. Questa immagine viene però in luce, realmente, soltanto nel caso estremo, sul Calvario. Nel martirio pagato in unica soluzione. Sulla terra però vi è il vasto ring dell’azione rivolta al mondo da modellare. È necessario combattere per la realizzazione del bene contro le resistenze opposte. Della stupidità, della pigrizia, della cattiveria, delle ideologie. Sempre Cristo ha cacciato dal tempio i mercanti con dei colpi di frusta e non ha mostrato l’altra guancia quando ha replicato “…ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?”. Essere disposti a cadere, nel caso estremo, resistendo pazientemente per la realizzazione del bene, non esclude l’impegno combattivo e l’assalto. Quindi non stare solo in difesa, fatti sotto. Sii pronto a colpire. Sempre più forte.

Rimani un uomo anche se hai il morale giù. Cadendo sentirai dolore, ma hai già vinto. Se al tappeto ti senti una nullità, ricordati che è solo un pensiero, spesso coercizzato dall’esterno perché tu non possa risollevarti. Vali infinitamente più dei tuoi pensieri e dei tuoi pugni. In te c’è dell’altro. C’è qualcosa di mio, di tua madre, dei nostri antenati, ma ancor prima hai l’Altro e appartieni a Lui. E Questo stai sicuro non lo batte nessuno perché ha vinto ogni male, persino la morte. Non livellarti quindi sulla miseria che avverti. Rischi di rimanere al tappeto per l’eccessivo peso dato ai sensi di colpa. Guarda in alto. Abbi cuore, abbi coraggio, rammenta chi sei. Abbi fede. E spera. Spera più del tuo avversario.

Come per Sugar da lassù c’è chi prega per te con un batticuore in più. Chi non ha un briciolo di speranza getterà la spugna. Chi si vede all’angolo senza via d’uscita è sopraffatto dall’angoscia e dalla disperazione. Se sarai forte abbastanza e non smetterai di dare prova della speranza che è in te, allora sarà il tuo avversario a dover gettare la spugna. A dichiararsi sconfitto.

Non fare il gradasso però. Se il bersaglio è più lontano della lunghezza del tuo braccio, non sbilanciarci in avanti pregiudicando l’equilibrio e la posizione di difesa. Non inorgoglirti se qualche match lo vinci, non pensare di essere già arrivato ai massimi livelli. Resta umile. Non infierire sull’avversario. Non usare la morale per far saltare dei molari! Se le difficoltà aumentano non andare in cerca frettolosamente del colpevole, potresti trovare un’ombra. La tua. Impara a conoscere te stesso.

Ti aiuterò a comprendere quali sono i “falsi trofei”. Seguirò i tuoi allenamenti rammentandoti che ogni prestazione, ogni dovere ha una base di partenza. La base è l’essere. E tu sei mio figlio. Ogni direttiva di azione ha radice nella conoscenza della realtà. È importante conoscere se stessi, le proprie aspirazioni, il modo di agire, la capacità di relazionarsi con le cose, gli eventi, le persone. Scoprirai le fragilità che ti contraddistinguono. Su quelle lavoreremo. Se hai più problemi a muoverti inizieremo dalla corda. Se necessiti di sviluppare il colpo d’occhio andrai di peretta… Nella prova si apprende ciò che non va e ciò che sarebbe bene intraprendere per correggere abitudini, combattere vizi, evitare derive del pensiero, coltivare il meglio. La boxe, come la vita, non è solo questione di muscoli, occorre riflettere e pregare.

Cercherò di allenarti esprimendo quei NO che spesso tua madre non focalizza. Ripasserò con te le regole del gioco, ti urlerò se necessario per farti uscire dall’angolo. Quando si rimane alle corde senza possibilità di difendersi o attaccare i colpi dell’avversario, ti raggiugono all’addome. Il tuo fegato verrà messo a dura prova. È un organo traditore, appena arriva il pugno lo senti perché reagisce come una spugna. Si chiude quando è colpito e manca subito il respiro. Rischi di cadere subito. La guardia a protezione del fegato si tiene con il busto e il gomito e stai a coltello senza mai offrire il fianco.

L’avversario punta molto sui tuoi punti deboli e chi ti sta sotto tira sempre al fegato e alla bocca dello stomaco. Occorre avere fegato, figlio mio. Di una persona coraggiosa si dice normalmente che “ha fegato”. È simbolo di coraggio e forza fisica. Per gli antichi greci era la sede della forza, della caparbietà e delle passioni, particolarmente dell’amore sensuale e dell’ira. Un grande life coach, studioso della lotta greco-romana, un certo Scarmagnani, mi ha fatto conoscere il mito classico del titano Prometeo che coraggiosamente rubò il fuoco agli dei per donarlo agli uomini. Zeus, scoperto il furto, lo condannò a essere incatenato per l’eternità a una roccia sulle montagne del Caucaso e dispose che ogni giorno un’aquila gigante gli divorasse il fegato. Ogni notte però il suo fegato ricresceva, così che l’aquila potesse tornare a divorarlo il giorno seguente. Il fondo di verità è questo: il fegato è il solo organo del corpo umano capace di una rigenerazione quasi totale. Tua madre infermiera sa di cosa sto parlando.

Quindi figli mio, l’avversario cercherà di scoraggiarti, ma tu rivesti il fegato con buoni addominali. I tuoi colloqui con Cristo, la tua quotidiana preghiera saranno i piegamenti giusti per rafforzarli. Il coraggio avrà sempre tempo e modo di rigenerarsi.

Chi pratica la boxe nella vita, mastica la mistica. Il paradenti aderendo perfettamente al palato ammortizza e distribuisce gli inevitabili colpi su una superficie più vasta. È la protesi che riduce l’intensità dell’impatto stabilizzando i denti ed evitando lo sfregamento degli stessi. La bocca è il veicolo principale per l’ossigenazione e la respirazione: se viene ostacolata da un paradenti sbagliato non entrerà abbastanza aria da permettere la massima prestazione. La mistica tra i denti assicura protezione, vita, vigore. Lascia intatto pure il sorriso.

Peter è in cielo. La fortezza del padre, dall’alto, raggiunge quella di Sugar. Una forza “mistica” che raccoglie, spiega, trasforma, ossigena e regge quella naturale del figlio. L’istinto naturale predispone alla virtù, ma non ne garantisce la conservazione, tantomeno la crescita. Occorre un fondamento. Dio Padre è la nostra roccia. “Egli è la mia fortezza: non vacillerò”. Il rapporto che Sugar ha con il padre in cielo, corroborato dalla coincidenza delle rispettive volontà, è il fondamento della sua stessa forza. Chi ha fede sa che la volontà si ferma sulla soglia del mistero e soltanto il legame di appartenenza a Dio apre l’accesso alla comprensione di quanto sfugge alla ragione (v. il mistero getta). Nasce così una nuova intelligenza sul reale e la capacità di reggere le avversità trova energie impensabili. La fortezza soprannaturale data dalla grazia, che è un dono dello Spirito Santo, informa e corona tutte le altre fortezze naturali del cristiano. Poiché essere forti non significa soltanto accettare la ferita e la morte nella lotta per la realizzazione del bene ma anche sperare nella vittoria. Quanto più alta è questa vittoria, e più sicura la speranza in essa, tanto più l’uomo osa per conquistarla. Il dono soprannaturale della fortezza, dono dello Spirito, trae perciò alimento dalla speranza più sicura nella vittoria definitiva e suprema, nella quale si perfezionano tutte le altre vittorie misteriosamente a lei ordinate: esso tra alimento dalla speranza nella vita eterna (Pieper docet).

“Genki” (il nome del protagonista) in giapponese è anche un aggettivo e sta a significare vigoroso, vitale, allegro, vivace. “Hideki” (il nome del padre) significa “splendida opportunità”. Il legame “genetico”, nel combinato “semantico”, evidenzia un intreccio “ontico”: il padre è una splendida opportunità per il figlio perché possa diventare veramente uomo, vivo, vigoroso e forte.

I miei errori, la mia esperienza, la mia stessa vita, saranno occasione per accresce la tua. Nello specifico, insisterò sulla coscienza del limite. Sì, ti condurrò al limite, te lo farò conoscere. Solo se ne sarai conscio, inizierai a muovere i primi passi nelle virtù. Il ring è la tua vita, io sarò sempre il tuo secondo. E non getterò mai la spugna per te. Perché credo in te e in Chi ti affidato a me. Sono tuo padre.

Ecco la sigla! Spero diventi la colonna sonora del tuo continuo allenamento. Trova il tuo ritmo, “vola come una farfalla, colpisci come un’ape”.

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Cercherò di approfondire la figura di Actarus da diversi punti di vista nella speranza di rispondere alle domande lasciate in sospeso nel precedente post. Nel frattempo mio figlio mi chiede come mai il nostro eroe abbia abbandonato la morosa sulla terra (Venusia). Non l’amava abbastanza? Come accennato il disco volante di Goldrake ha solo due posti. Il saluto finale pare comunque lasciare spazio alla possibilità di un incontro successivo. Ed il “cosmo spaziale”, costruito dai terrestri per combattere nello spazio e utilizzato nell’ultima puntata, potrebbe tornare utile per questo viaggio interstellare. Sarà possibile? Boh… Non è stato ancora raccontato.

Torniamo a noi.

L’amore che Actarus nutre per la Terra non ha spezzato, ma rafforzato, i vincoli spirituali che lo legano alla patria perduta. I suoi ricordi, quasi eterni, gli danno la forza per cogliere sulla Terra la bellezza perduta, di cui ha nostalgia. La natura terrestre è rigogliosa e i terrestri conoscono l’amore. Lui riconosce tutto ciò. C’è Fleed nel suo cuore. C’è Fleed anche su questa Terra.

L’amore per la sua origine singolare lo rende un terrestre originale. Il pianto per un passato che la memoria sta purificando, sul nuovo pianeta, alimenta in lui una nostalgia differente, quella che volge lo sguardo all’avvenire. Vorrebbe stare altrove, ma “ora” può solo radicarsi nella Terra e lottare per essa. Il suo “attuale futuro” consiste nel preservare nella terra la propria radice celeste, come un seme prezioso che, seppur custodito, è lasciato liberamente germogliare. Attende di poter tornare tra le stelle salvando nel frattempo il pianeta che ne conserva il riflesso ed alimenta una prospettiva. La permanenza sulla terra gli permetterà di fare i conti con il passato ed intravvedere nuovi spiragli per il futuro. L’amore di una famiglia continua a sostenerlo.

Actarus è una metafora dell’uomo. È un forestiero su questa terra. Vive come noi, camminando verso casa, il cielo. Meta che potremo raggiungere solo usando carità per ciò che ci circonda. Senza questa virtù le altre valgono a poco. Il nostro riassume in sé tutte le virtù di un eroe: prudenza, pazienza, giustizia, forza, generosità, coraggio, sacrificio. Ma ciò che lo contraddistingue è l’attenzione che presta alle persone, alla natura, agli animali. Un alieno che tocca la terra, ama la musica, contempla i fiori, mira il cielo, cura e cavalca i cavalli, soccorre gli indifesi.

Pare sussurrarci che l’altrove annusato dalla nostalgia è anche qui, sotto ai nostri piedi, vivifica le profondità della terra. Vicino al suolo c’è qualcosa che sembra venire da lontano, da più lontano di quanto si possa immaginare. Le radici del giglio come della primula affondano in un mistero che in certo senso ci partecipa, hanno il profumo di casa e di chi ci ha generato. L’extraterrestre ha colto bene il disegno mirabile dei nostri campi e ne è rimasto folgorato. La bellezza della nostra terra e dell’umanità hanno trafitto il suo cuore e contribuito a guarirlo.

Lui, principe di Fleed, lavora umilmente come stalliere ai comandi di Righel, un ranchero esperto di ufologia. Righel è un buon padre di famiglia che spesso ruzzola a terra, strappando il sorriso un po’ a tutti. È la metafora di chi, cercando tra le stelle il mistero di una vita “aliena”, “parallela”, non si accorge di quanto questa gli abiti in casa, lavori nella sua stalla e giochi con i propri cari. Evidentemente il mistero ci è più famigliare di quanto crediamo. “Cadere a terra” è un salto verso il cielo che dovremmo praticare più spesso, magari ogni giorno al risveglio. Con il sorriso. Il “tutti giù per terra” in fondo rivelarsi un gioco per piccoli contemplativi.

Actarus ama profondamente la natura terrestre ed è capace di soffermarsi ad apprezzarla anche nelle sue manifestazioni meno appariscenti, come un fiore che sbuca dalla neve o una fila di formiche che cammina su un tronco. Il suo sguardo verso la Terra è sorgente e vertice delle sue fatiche. La natura in cui vive immerso non è per lui un’estensione da quantificare, una risorsa da sfruttare o un territorio da conquistare, come vorrebbe Re Vega, ma una materna sorgente del primo stupore e delle prime certezze. La luce dell’intelligenza gli rivela l’essenza delle cose sensibili, ed è quindi dalla terra che egli trae nuove certezze, ulteriore conforto. L’esistenza della terra è indimostrabile perché è evidente. Un’evidenza che serve però a dimostrare l’esistenza di altre cose meno chiare. Un mistero più “alto” e più “grande” delle nostre domande alberga nelle profondità ristrette dei formicai. Le domande dinanzi ai grandi misteri aiutano a crescere fino a condurre alla risposta definitiva. I “Perché?” ed i “Cos’è?” dei bambini scavano la risalita fino a giungere la vetta della Causa prima che non necessita di essere spiegata perché tutta si è raccontata nell’Amore incarnato. L’Amore soddisfa la nostra sete di conoscenza. E guarisce. E sempre come bambini, che si “sorprendono” nel cadere per terra, non ci rimane ringraziare Colui che ci ha donato lo spazio ed il tempo per farlo.

La contemplazione non è per Actarus un paradiso di evasione, di fuga davanti allo stupore e alla responsabilità sulla Terra. Il nichilismo imposto da Re Vega lo sfida a ritrovare il vero senso del paradiso di cui ha nostalgia, che non è più solo un “altrove”, ma è anche un “in mezzo alle persone che abitano sulla terra”. Lo stupore per questo nuovo mondo lo conduce verso i piccoli, gli indifesi. Vanno aiutati. Solo lui può farlo. Goldrake risponde solo ai suoi comandi. Per questo decide di tornare a combattere contro Vega. Lo fa nonostante i suoi tormenti interiori e il suo odio per la guerra. Sì, odia la guerra.

A tal proposito è suggestivo l’invito a contemplare una primula, che rivolge al piccolo ed irrequieto Mizar, per spiegargli la forza ed il coraggio che animano colui che sceglie di non usare la violenza. Chi non risponde al male col male è come una primula, solo “apparentemente” debole, che fiorisce e si solleva nonostante la neve ed il gelo che la circondano tentino di soffocarla. La vera forza è far germogliare il bene dove imperversa il male. Rispondere al male con il bene.

Realisticamente parlando, in questo mondo la non-violenza assoluta, cioè il regno della libertà e dell’amore, è irrealizzabile integralmente. La visione del mondo ideale deve, però, egualmente restare la guida, la stella polare che dirigere il nostro cammino. Le stelle non si colgono sulle strade terresti, vi si riflettono. Ma non per questo dovremmo dimenticarci di guardarle nel cielo. Se collochiamo la meta nella strada questa rimane senza sbocco. Questo doppio piano, necessario, crea degli scalini. Actarus cerca di salirli, soffrendo, limando i suoi eccessi, medicando le proprie ferite. È sceso sulla terra, ci vive, ma continua a mirare le stelle.

Il nobile fleediano incarna anche un nuovo rapporto tra tecnologia e umanità. Il futuro dell’uomo dipende da quanto egli rispetterà il creato che lo comprende e lo nutre. Memore del suo passato, sa bene che l’utilizzo della tecnologia richiede maturità e tanta prudenza. Il Goldrake è un’arma potentissima, è al servizio del bene e va usato con moderazione. È l’arma di contenimento del male. Gli permette di arginare la violenza, non di esserne causa.

La Terra ha bisogno del nostro sguardo contemplativo quanto della falce di un contadino e dell’alabarda di Goldrake.
Actarus è un alieno, potrebbe apparire come un angelo caduto dal cielo col suo disco, ma non lo è. Benché abbia abilità sorprendenti il suo non è uno spirito prigioniero di un corpo mortale, dal quale vorrebbe distaccarsi per sprigionare un fulgore orginale. Come noi terrestri è una sostanza spirituale che è forma di un corpo, e che ha bisogno di questa veste sensibile e delle cose materiali che la attivano, per dispiegare la sua intelligenza e la sua volontà. Attiva i suoi sensi per integrarsi alla realtà terrestre, per viverci concretamente, per guarire.
Il contesto in cui si muove è molto concreto: le stalle, il fieno, le mucche, i cavalli. Svolge semplici mansioni. Pur essendo un alieno vive nella propria carne, molto simile alla nostra, tutta la realtà che lo circonda. Al posto della “base atomica” di Mazinga Z, o “la fortezza della scienza” del Grande Mazinga troviamo un ranch: la “Betulla Bianca”. I personaggi della serie vivono la maggior parte del loro tempo in aperta campagna, respirano aria pulita, si bagnano al sole. Sono a contatto con la natura di cui si prendono cura.

Il suo è quindi un richiamo alla concretezza dell’incarnazione. Un balsamo per quelle ferite che lo fanno soffrire.

Come ogni uomo porta su di sé i segni dello scorrere degli eventi, della propria maturazione. Chi non ha ferite non è mai nato. Il taglio del cordone ombelicale ci consegna al mondo. Chi crede di poter vivere senza ferirsi è un idealista. O forse non è mai nato. Il battito imprevisto del proprio cuore potrebbe spaventarlo. Per non soffrire, potrebbe essere tentato di scindere il proprio spirito dalla carne fino a raggiungere la morte celebrale per astrazione. Vivere ogni giorno come un attentato alla propria vita, un giorno in meno di salute, ammala più di quanto si vorrebbe evitare.

Chi accetta l’eventualità di poter essere ferito, accetta la propria carne, l’essere creatura limitata, bisognosa di aiuto, di guarigione. Accetta l’alterità di chi ci viene incontro. Non evita di farsi inquietare positivamente. Sperimenta l’esistenza di un altro differente ma ugualmente umano e capace di cadute e risalite. Un giorno contando su di sé le cicatrici potrà raccontare l’avventura della propria vita. Una storia partecipata, condivisa, umana.

Un sano esercizio di incarnazione può condurci alla fonte della nostra realtà creaturale. Ad una fonte inesauribile di salutare energia che ribolle incessantemente nel nostro cuore spezzato, perché è lì che il Divino Creatore ci attende. A braccia aperte. Come un Padre che ama ognuno dei suoi figli. Anche il più disgraziato. Attraverso la realtà concreta del nostro corpo, connessa con il resto della creazione, possiamo raggiungere un nuovo equilibrio interiore, perché Colui che ha fatto nuove tutte le cose, lo ha fatto per via dell’Incarnazione.
Actarus, in qualche misura ed indirettamente, conferma la soluzione escogitata da Dio per salvare il suo popolo e che consiste appunto nell’Incarnazione di Suo Figlio (cioè nell’unione indissolubile tra la natura umana e la natura divina), un’unione che si estende fino ad abbracciare il mondo intero (nella Sua Chiesa e per Suo mezzo). Pertanto ogni male parrebbe avere, nelle sue radici e nei suoi metodi, una tentazione di origine “diabolica” che induce a separare l’umano dal divino e il divino dall’umano: sia nelle relazioni con Dio che nelle relazioni tra esseri umani.

Actarus non sceglie di rifugiarsi al sicuro, di fuggire dalla realtà, di scindere il suo spirito dal corpo lasciando che questo marcisca senza lottare. Conserva intero tutto sé stesso, piantandosi nel nuovo pianeta e decidendo di difenderlo. Si spende totalmente e con ciò ha occasione di guarire. Accetta le ferite, vecchie e nuove, per adempiere al suo dovere, animato dall’amore. Questo quotidiano “tendere” verso l’alt(r)o gli permette di fare ordine interiormente.

Esperimentare una quotidianità fatta di relazioni concrete, basilari, semplici, belle, oneste, anche sofferte, ci fa comprendere che l’albero della nostra esistenza ha radici metafisiche che affondano nella terra della nostra umanità. Una consapevolezza che può trasformare quel giorno in meno, temuto, in un giorno in più, donato. Le nostre ferite potrebbero apparire come spiragli di luce. Feritoie attraverso le quali poter intravvede la nostra intima e luminosa natura. Ci invitano alla comunione, al benessere, alla beatitudine eterna. Sono occasioni di crescita, come un piccolo passo indietro che permette un salto di due in avanti.

Il male ha contaminato la creazione e la fa soffrire, come il Vegatron, Fleed e Actarus. Ma non è stata irrimediabilmente distrutta perché la sua radicale bontà, nonostante tutto, sopravvive e continua a farla risorgere.

Il nobile fleediano cogliendo la bellezza del nostro creato è conscio anche della sua fragilità, del pericolo che corre. Una bellezza fragile che ammira e lo preoccupa allo stesso tempo. Una bellezza enigmatica che è per lui comunque medicamento ed incitamento. Qualcosa di indicibile viene captato dai suoi sensi. Ottiene delle risposte non del tutto decifrabili ma che lo aiutano. È una scossa emotiva, salutare, che lo “entusiasma” attirandolo verso altro da sé. Lo salva dal ripiegamento su sé stesso. Assapora una meraviglia che lo desta. Un mistero affascinante che traina verso l’esterno, che genera “tensione”. L’incontro con la bellezza è il colpo del dardo che ferisce la sua anima ed i suoi occhi si aprono, tanto che ora la sua anima, a partire dall’esperienza, ha dei criteri di giudizio nuovi ed è anche in grado di discernere ciò che lo agita dentro. Guarda all’interno delle proprie ferite e le supera.

La bellezza è il salutare choc che trafigge l’uomo. Produce una ferita che rivela l’uomo a sé stesso, aprendolo a ciò che lo eccede. Il ricordo e la nostalgia lo inducono alla ricerca ma la bellezza lo strappa fuori dall’accomodamento, lo inquieta in modo sano. Lo innalza.
Actarus, si sa, è attraente di suo. È così bello da conquistare le donne della serie e anche milioni di spettatrici. Nessun altro personaggio, anche di altre serie, è ugualmente affascinante (forse Marin Raigan di Baldios, ma lo lascio decidere alle portatrici sane di estrogeni). Una bellezza impreziosita dalla nobiltà d’animo e da una spiccata propensione al sacrificio. È ovvio, non è di queste parti e come ogni forestiero ha un di più che non viene colto nei paesani. Ha in eredità un pianeta (anche se brutalmente ipotecato da Vega). Ha diverse moto, dei cavalli ed un disco voltante con dentro un robot. Veste da cowboy. Porta un bracciale metal. Nella sigla finale della prima serie compare con un giglio in mano, simbolo di purezza. Un cavaliere alieno e punk dallo sguardo magnetico e dalla voce virile.
Eppure, come si è visto, ha diverse ferite! Interne ed esterne! Quella sul braccio addirittura raggiunge l’evidenza ed i colori di una piaga. Gli procura dolori lancinanti. L’incar(to)nazione della bellezza è colorata di sangue, è ferita!

L’essere “ferito” con una ferita “mortale” è una delle caratteristiche che rendono unico questo cartone. Che io sappia è l’unico caso in cui il personaggio di un anime robotico viene presentato come condannato a morte per una malattia incurabile per oltre la metà della serie di cui è protagonista. Giunge a paragonare poeticamente la propria vita, oramai allo stadio terminale, alla luna calante che vede splendere nel cielo. La cosa, ricordo, turbò tantissimo noi piccoli spettatori.

L’imbruttimento della piaga mi è restato sul groppone per anni. Una nota stonata. Perché “imbruttire” il personaggio più bello?
Oggi però mi appare più un ingegnoso paradosso che una contraddizione. Contrapporre “la bellezza” e “la ferita” rendono il personaggio più profondo, più umano, più vicino. Meno alieno. Più vero.

Per affrontare quest’ultimo aspetto, secondo me il più interessante, attingo a piene mani da alcune riflessioni di Benedetto XVI sulla bellezza (ricordo musicale patchato per soli nerd: ama la verità/gli oppressi difenderà/per la tua libertà/c’è Ratzinger…)

Chi crede nel Dio che si è manifestato proprio nelle sembianze alterate di Cristo crocifisso come amore “sino alla fine” (Gv 13,1) sa che la bellezza è verità e che la verità è bellezza. Ma nel Cristo sofferente egli apprende anche che la bellezza della verità comprende l’offesa, il dolore e, sì, anche l’oscuro mistero della morte, e che essa può essere trovata solo nell’accettazione del dolore, e non nell’ignorarlo.

Actarus accetta le proprie sofferenze e persevera nel suo cammino sempre più faticoso. Il suo senso di colpa svanisce dinanzi al bene che riceve dall’amico, verso cui era stato generoso. Il bene dimenticato torna ad aiutarlo. È la prova che è stato capace di un gesto di grande amicizia. Spesso si dimentica il bene ricevuto come quello compiuto, lasciandosi arrovellare dal male prodotto o sofferto. C’è del bello in ognuno, che sopravvive. Ed ognuno è capace di bene, di perdonare e perdonarsi. Sempre.

Capita però che il messaggio della bellezza venga messo completamente in dubbio attraverso il potere della menzogna, della seduzione, della violenza, del male. I veghiani sono abili in tutto questo.

Può la bellezza essere autentica, oppure, alla fine, non è che un’illusione? La realtà non è forse in fondo malvagia? Il pensiero che ciò che è brutto e volgare costituiscano la vera “realtà” angoscia forse molti di noi contemporanei?

Dopo l’assedio e la persecuzione dei fleediani, il Principe Fleed può realisticamente tornare a sorridere? Su di un pianeta, la cui popolazione è stata sterminata, può tornare il canto, la poesia? Dov’era finito il bel principe quando il Vegatron veniva profuso sul suo regno? Non è che alla fine aveva ragione Naida? Actarus è un traditore…

Per rispondere a questi interrogativi, che poi sono gli stessi che in un certo senso hanno tormentato Actarus, un concetto puramente armonioso di bellezza non può essere sufficiente. Duke Fleed possiede certamente dei tratti bellissimi ma nella sua passione, la bellezza, da un punto di vista estetico, pur degna di ammirazione per il percepito contatto con il mistero, l’angelico, il divino, non viene rimossa, bensì superata. L’esperienza del bello con Actarus “ferito e moribondo” riceve una nuova profondità, un nuovo realismo. La storia alla fine gli dà ragione. La bellezza autenticamente ferita sopravvive nella realtà al brutto apparentemente in forma.

La menzogna, come ancora ci suggerisce Benedetto XVI, conosce però anche un altro stratagemma: la bellezza mendace. Una bellezza abbagliante che non fa uscire gli uomini da sé per aprirli nell’estasi dell’innalzarsi verso l’alto, bensì li imprigiona totalmente in sé stessi. È quella bellezza che non risveglia la nostalgia per l’indicibile, la disponibilità all’offerta, all’abbandono di sé, ma ridesta la brama, la volontà di potere, di possesso, di piacere. Questa bellezza è quella ostentata da Re Vega nei confronti dei suoi colonnelli, ai quali promette gloria, onori, a qualcuno addirittura la mano della figlia. I suoi seguaci, proprio perché rinchiusi ognuno in sé stesso, sono caduti uno dopo l’altro, superandosi in tradimenti, gelosie, incomprensioni. Re Vega muore solo, dopo l’implosione del suo impero lacerato al proprio interno.

La vera bellezza è quella invece dell’amore che arriva “sino alla fine” e che, appunto in questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. È l’ultima istanza del mondo. È un trucco della menzogna presentarsi come “verità” e convincerci che oltre non c’è nulla. Si frappone nella ricerca della verità, impedendoci di amarla. Il dolore ed il senso della colpa presentati come macigni “inamovibili” condizionano negativamente il nostro cammino, la nostra ricerca.

Cristo crocifisso, ancor di più di Actarus, ci libera da questo inganno oggi dilagante. L’unico cuore carico di vita e capace di amare veramente è quello trafitto, ferito, sanguinante. Se spezzato è intero. Se intero è bello! Conosciamo realmente noi stessi quando ci accorgiamo di sanguinare, di essere feriti. Feriti nella bellezza dalla nostra o altrui malvagità.

Gesù ci invita a lasciarci ferire con Lui e che crediamo all’Amore. Amore che richiede lo sforzo di andare oltre l’esteriore bellezza per incarnare la verità della bellezza.

La bellezza che ci salverà è dunque quella del Cristo Redentore, del Crocifisso Risorto. Una bellezza che si è fatta ferire dal male fino a deturpare il proprio volto. Fino a prendere le sembianze di un peccatore e scendere negli inferi, per raggiungere indisturbato l’ultimo posto. La parte più buia. Paradossalmente anche il punto più favorevole per avverare la definitiva vittoria. Il propellente dell’Amore, ancor più dell’energia fotonica, è l’unico capace di alimentare la spinta dal punto più infimo, più basso, per portare ogni tipo di peccatore, desideroso di resurrezione, su in Paradiso.

La storia della salvezza ce lo insegna: c’è posto per tutti sul disco volante di Gesù!

Anche per Venusia!

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

L’altra sera nel rivedere con mio figlio “CattivissimoMe2”, sono stato folgorato dal rossetto “elettrizzanteeeee” di Lucy Wilde. In una delle scene iniziali l’arguta agente della lega anti-cattivi insegna a Gru che le armi non vanno annunciate prima di averle usate perché si avvantaggia inevitabilmente l’avversario. La battuta geniale, benché femminile, ha scosso non poco i miti della mia infanzia.

Mio figlio, il discente più presente alle lezioni di metafisica e cartoni (forse perché l’unico maschio e ancora non automunito), sogghignando per l’imbarazzo e lo sconcerto letti sul mio volto, rincara la dose e divertito sbiascica nel mio orecchio: “Lame rotanti”, “Maglio Perforante”, “Tuono Spaziale”, “Raggio Antigravitazionale”, “Alabarda Elettronica”… Ho capito, sto crescendo dei mostrosauri intelligenti e fastidiosi come minidischi!
Goldrake non si tocca! Le sue armi funzioneranno nei secoli dei secoli perché lui è imbattibile! Accuso il colpo e mi curvo sullo smartfhone in cerca di qualche consolante risposta.

Dopo venti minuti secchi i miei occhi tornano a sorridere. Grato alla tecnologia palmare, sollevo fiero lo sguardo e con baldanza faccio presente al judoka “saputello” che proprio lui poteva avere la risposta. Il fatto che Actarus annunci le proprie armi è un retaggio della tradizione del kiai. È l’urlo che nelle arti marziali accompagna l’attacco. Coordina il movimento allo spirito e conseguentemente potenzia il colpo con l’energia interiore del combattente. Annunciarlo è parte integrante del combattimento all’arma bianca come viene tramandato nelle diverse scuole. Poiché c’è una certa simbiosi con le macchine, il pilota del robot urlando mette tutto sé stesso nel colpo sperando che sia quello definitivo.

Tra i tanti cartoni della mia epoca, è stato quello più analizzato, amato, studiato. Su di lui sono stati scritti interi libri. Innumerevoli sono i blog dedicati. Se ne trovano ad ogni latitudine internettiana. Nessuno dei robot che lo hanno seguito è riuscito ad eguagliare il suo successo. Non si è più capaci di guardare una minuscola botola a parete senza non immaginarla come la bocca di un tunnel che può condurti ad un disco volante. Ci sono quarantenni come me che ancora si chiedono come mai Actarus giri più volte su sé stesso durante la discesa della navicella che dalla torretta del disco lo porta alla testa del Goldrake prima di sganciarsi. Che senso ha? Vedremo…

La sua fama è sopravvissuta per intere generazioni e capita di ballare in discoteca su musiche che si ispirano all’indimenticabile sigla iniziale. Bellissima e a tratti commovente anche quella finale!!

Per quel che mi riguarda è in assoluto l’eroe più completo degli anime che ho potuto seguire da piccolo. A metà degli anni 70, quel disco volante con all’interno un robot dalle corna gialle entrò prepotentemente nella vita di tanti noi mocciosetti! Ed il mondo non fu più lo stesso: i contadini potevano arrotondare con ripetizioni di algebra per via dell’insalata di matematica e la cibernetica divenne materia curriculare alle elementari.

Ma andiamo con ordine…

Per comprendere quest’opera occorre posizionarla innanzitutto lungo la timeline corretta, quella voluta dall’autore Go Nagai. È l’ultima parte di una sua trilogia che in Italia abbiamo conosciuto al contrario. Mazinga Z, il Grande Mazinga e Goldrake: questo è l’ordine giusto. Nel bel paese è giunto prima Goldrake (non tanto fortunato in Giappone probabilmente per la forte indigestione già avvenuta con i precedenti), importato dalla Francia che lo aveva a sua volta importato dal Giappone. Il fatto che ci sia giunto dalla Gallia è provato, ahimè, dal nome con cui è stato presentato televisivamente a noi piccoli italiani. Quando si propone un programma occorre fornire ai responsabili dell’emittente televisiva una serie di informazioni dettagliate. Queste vengono raccolte in un opuscoletto chiamato in inglese “Guide Book” o “Style Book”. Senonché i francesi, negli anni ’70, lo chiamavano in un altro modo: “Atlas” (= atlante, guida).

Mamma Rai, precisa come non mai, una volta ricevuta la pellicola con annessa la guida francese, cosciente di maneggiare una storia aliena, da ogni punto di vista, ha pensato bene di non correre il rischio di sbagliar nome e ha titolato la serie: “Atlas Ufo Robot”. E va bè! Ce ne faremo una ragione…
Ciò conferma che siamo di fronte ad una novità assoluta. Per tanti aspetti, alcuni dei quali cercherò di ricordare in questo primo post.

Se consideriamo che l’autore sin da piccolo ha divorato oltre a famosi manga, tra cui Lost World – Zenseiki di Osamu Tezuka (una pietra miliare nel genere fantascientifico), anche un’edizione della Divina Commedia illustrata da Gustave Dorè e non solo, possiamo apprezzare ancora meglio la presenza, accanto ai soliti giganteschi mostri, di tutta una serie di elementi che richiamano quantomeno alla “cultura” cristiana: croci, crocifissioni, angeli, paradisi, inferni, demoni, sacrifici, preghiere, racconti ed usanze occidentali… Parlo di elementi, di semi di verità che possono essere presi in considerazione per riflettere su alcuni importanti temi (ormai dimenticati proprio dove sono stati esportati). Sono cosciente di andare oltre le reali intenzioni degli autori. Mi limito a ricomporre i ricordi e approfondirli come mi è possibile, con l’intento di raccontare un punto di vista se non originale quantomeno interessante. Almeno per mio figlio, prima che scappi via.

Se le parole svelano qualcosa, sicuramente i nomi dei protagonisti della trilogia evidenziano un nesso tra le storie di un certo rilievo. Accennerò ai figli e ad i loro padri o tutori. In Mazinga Z il protagonista è Kabuto Koji: Kabuto vuol dire “elmo” e Koji “ragazzo corazzato”. Il Pilder che cala sulla testa del robot, agganciandosi nel mezzo, è esattamente a forma di elmo. Koji è l’unico personaggio che compare a vario titolo in tutte e tre le serie. Il Professore che gli fa da mentore ha il cognome Yumi che significa “arco”, il suo primo nome era Yanosuke, dove in particolare la prima sillaba, “ya”, sta a significare freccia, come a dire che il Dottor Yumi è un “arciere”. Passando al Grande Mazinga troviamo Tsurugi Tetsuya . Tsurugi vuol dire “spada” e le prime due sillabe di Tetsuya significano “ferro”. Quindi, Tetsuya è una “spada di ferro”, o, per estensione, “d’acciaio”. Kenzo, il nome del padre di Koji, che ha costruito il Grande Mazinga ed allevato Tetsuya come figlio adottivo, significa letteralmente “fabbricante di spade”. Il cognome di Jun, Honoo, la coprotagonista, anche lei adottata dal Dottor Kenzo, significa “fiamma”, esplicativo sia del carattere passionale del personaggio che della sua capacità di modellare il ferro.

Fin qui è come se avessimo accumulato tante parti di un’armatura. Ora con Goldrake si fa un passo in più e direi verso l’alto.

In Italia, il personaggio è chiamato Actarus come terrestre e Goldrake come alieno (poi Duke Fleed come in originale, nel nuovo adattamento della Toei). In Giappone è chiamato Daisuke Umon come terrestre e Duke Fleed come alieno. Daisuke Umon venne sostituito dai doppiatori italiani col nome di una stella, adattando liberamente quello di Arturus. Stessa sorte toccò a Koji che divenne “Alcor”, Hikaru “Venusia” e poi “Righel” e “Mizar”. Un cambiamento che portò non poca confusione nel capire chi fosse Alcor, così somigliante a quello che avremmo visto in seguito pilotare Mazinga Z, frammentando ancora di più la continuity già presentata al contrario. Probabilmente vennero scelte le stelle per definire esattamente la natura della serie, con un protagonista disceso dalle stelle e che tra le stelle ritornerà.

Lasciamoci ora sorprendere dai nomi originali di Actarus. “Umon” significa “Porta o cancello del Cielo” e Daisuke “Grande mediatore”, quindi il Principe di Fleed è il mediatore tra cielo e terra. Il dottor Procton, che lo adotta, in giapponese si chiama Umon Genzo, dove Umon è lo stesso del primo,“Gen” sta a significare l’origine primigenia e “zou” costruire, quindi, per trasposizione, Umon Genzo significa letteralmente “il vero costruttore del cancello celeste”. Interessante notare come Actarus/Umon Daisuke si rivolga al dottor Procton/Umon Genzo chiamandolo sempre “Padre”.
“Duke Fleed” è un riferimento letterario alto per stessa ammissione dell’autore. Il nome in giapponese è “Diukufurido” e deriva dal leggendario Sigfrido della “Saga dei Nibelunghi”. Nel manga, il miglior amico di Actarus non si chiama Marcus, come nell’anime, ma Brunhild, come la valchiria Brunilde. “Sigfrido” a sua volta deriva dal nome germanico Sigifrid, formato dalle radici sigu (“vittoria”, in tedesco moderno sieg) e frid (“pace”, in tedesco moderno fried), e viene interpretato come “tranquillo nella vittoria”, “colui che assicura con la vittoria la pace”. Actarus si veste magicamente di una attillatissima quanto ultraresistente tuta, come fosse una seconda pelle che lo rende quasi invulnerabile, come Sigfrido dopo essersi bagnato nel sangue del drago Fáfnir. La super lega del Goldrake ricorda proprio quella indistruttibile della spada Gramr dell’eroe norreno. La testa del robot richiama le forme dell’elmo di un antico vichingo ed il suo temibile Tuono Spaziale, il dio del tuono nordico, Thor.

Accostando i tre piloti ci accorgiamo come la figura dell’eroe gonaghiano vada maturando. Dall’incostanza ed incertezza di Koji (che con l’elmo si difende), si passa alla tenacia spesso violenta di Tetsuya (che con la spada ferisce) sino a raggiungere il maturo Duke Fleed che usa il Goldrake (l’arma più potente mai vista sulla terra) solo come “ultima risorsa” e perché costretto dagli eventi. Lui, “nobile” alieno tra i terrestri, adottato dall’umanità, immigrato “clandestino” in fuga dal pianeta Fleed, decide con sofferenza di riutilizzare il Goldrake per salvare la Terra dallo stesso Re Vega che ha distrutto il suo regno. Tempera e supera di gran lunga gli aspetti violenti ed incostanti dei suoi predecessori: Koji vuole vendetta per la morte del nonno da parte del Dottor Hell, Tetsuya desidera lo sterminio dei Mikenes, Actarus preferirebbe non combattere. Se a volte impetuoso dichiara di cercare “vendetta” subito dopo mitiga la sua rabbia per non agire d’impulso. Vuole la pace ma è consapevole che la minaccia che incombe sulla terra va respinta con la forza. Il suo cuore è ferito: ha conosciuto la guerra e lo sterminio del suo popolo. Vorrebbe evitare di tornare ad utilizzare il Goldrake, ma avverte impellente il dovere di difendere l’umanità. Lo si vede abbattere il nemico senza compiacimento. In fondo lo rispetta perché c’è qualcosa che li accomuna nella lotta. Cerca sempre di essere “tranquillo nella vittoria”. Vuole assicurare la pace vincendo il male senza farsi travolgere.
L’intera storia di Goldrake è incentrata sull’amore. I rapporti amorosi, filiali e di amicizia fanno da sfondo alle alterne vicende dei protagonisti. Procton ha adottato Actarus. Lui e Maria Grace, fratelli e principi di Fleed, ricordano spesso i genitori defunti ed il loro pianeta. Righel, divertente e cocciuto, darebbe la vita per i propri cari. Anche i malvagi amano i propri figli e piangono la loro morte. Addirittura il Re Vega, il crudele tiranno, soffre per la sua Rubina promessa in sposa proprio a Duke Fleed e poi morta per aver scelto di costruire la pace a costo della vita. Actarus è palesemente innamorato di Naida che morirà sacrificandosi per lui nel 25° episodio, come anche Rubina nel 72°. Anche Venusia si invaghisce di Actarus che pare contraccambiare solo con brevi ma intense confidenze. Maria prova affetto per Alcor. Fondamentale è anche l’amicizia tra Actarus e Marcus.

All’inizio il nostro eroe ha un carattere piuttosto schivo verso Alcor, ma poi diventeranno veri amici. Non vuole che lui e Venusia partecipino alla guerra contro Vega, a lei in particolare ricorda affettuosamente che è più bella a cavallo che in tenuta militare. Successivamente accetterà il loro aiuto, perché comprende di non poterne fare a meno. L’attaccamento al padre adottivo e ai suoi amici è molto forte e li vuole proteggere a tutti i costi.
Actarus è però nostalgico, riflette spesso in solitudine. Il suo sguardo è a tratti tenebroso, distante. È molto legato al pianeta delle sue origini, pensa spesso a quando lo abitava prima della distruzione. Questi ricordi gli bruciano dentro e lo intristiscono. In cuor suo resta viva la ferita causata dalla scomparsa della propria patria e dall’aver assistito con i propri occhi alla morte dei suoi genitori, insieme alla consapevolezza di essere stato in qualche modo corresponsabile del disastro.

Il senso profondo dell’intera storia di Ufo Robot consiste proprio nell’esplorazione dei lati oscuri dell’animo umano, è un viaggio interiore che soprattutto Duke Fleed intraprende durante il soggiorno sulla Terra per superare i propri sensi di colpa. Si sente responsabile della distruzione del suo pianeta: se avesse accettato in gioventù la proposta di sposare Rubina di Vega, il futuro suocero non avrebbe invaso Fleed e causato un genocidio.
Naida e Marcus, mentalmente condizionati da Re Vega, acutizzeranno volutamente queste sua ferita spirituale allo scopo di distruggere il Goldrake. Naida, in particolare, insistendo sul “tradimento” lo condurrà in uno stato catatonico, caratterizzato da grida isteriche. Procton userà un particolare elettroschoc per farlo rinvenire.

La nostalgia di Actarus è accompagnata da melodie che lo stesso rievoca con la chitarra, un suono che pare consolarlo. Le gag divertenti dei compagni non mancano ma lui sembra non approfittare. Pensa ad altro. Ride poco anche se, quando lo fa, lascia il segno. Il principe superstite è un combattente tanto sicuro di sé in battaglia e nell’affrontare il nemico quanto fragile nel confrontarsi col suo passato. Come se non bastasse i suoi grandi amori e le amicizie di un tempo trascorso su Fleed ritornano fisicamente per dispensare nuove sofferenze. Vorrebbe dimenticare tutto ciò, ma non può. Ha pure una ferita sul braccio che continua a ricordaglielo. Se l’è procurata durante l’invasione subita dal suo popolo, nel tentativo di salvare l’amico Marcus. Un raggio al Vegatron lo ha colpito. Man mano che sulla terra combatte i mostri di Vega questa ferita si aggrava perché la contaminazione di Vegatron si ravviva e tende a raggiungere il cuore, condannandolo a morte certa. Procton stavolta non ha rimedi efficaci.

Non ama parlare dei conflitti del suo animo, né delle sue ferite. Il suo mistero più profondo è irraggiungibile se non a pochi intimi come Venusia, il professor Procton, Alcor. E mai totalmente.

Verso la fine della storia il protagonista completa il suo processo di elaborazione e liberazione. Una guarigione fisica e spirituale. Incontra inaspettatamente il suo migliore amico, Marcus, ma costui, condizionato da Vega, è pronto ad ucciderlo, credendolo suo nemico. Actarus riesce a togliergli il dispositivo che lo controlla che esplodendo fa perdere i sensi ad entrambi. Quando si riprende, Marcus, ritrova finalmente la memoria. Osservando il corpo inerte di Actarus e la ferita al braccio, ricorda che se l’era procurata cercando di salvare proprio lui e con un colpo della sua arma, appositamente tarata, la guarisce totalmente. Parte in un assalto disperato contro la base Skarmoon, morendo davanti agli occhi sconvolti dell’amico guarito.

Evidentemente Duke Fleed non fa la fine di Sigfrido, pur avendo entrambi un punto debole fisico. Al primo viene data una seconda chance.
Nel successivo episodio, Rubina, contrariando il padre, che ripetutamente tenta di colonizzare altri pianeti perché Vega è morente, svela ad Actarus che il pianeta Fleed, creduto distrutto, sta tornando alla vita. È sopravvissuto perché più forte della rete di radiazioni Vegatron che lo imprigionavano. Gli chiede nuovamente di sposarla per tornare insieme su Fleed ed inaugurare così un nuovo tempo di pace, anche per la terra. Actarus intravede per un attimo la possibilità di sistemare tutto e stavolta acconsente al matrimonio, ma Rubina muore tra le sue braccia, ferita nel tentativo di difenderlo dall’attacco di Zuril. Il nostro eroe piange ed urla per il dolore come non mai. L’animo di Actarus, frantumato completamente, ora può solo ricomporsi.

Comprende lucidamente che può fermare l’ormai disperato Re Vega solo con un attacco a sorpresa portato alla sua base che proprio Rubina, morente, svela essere nascosta sul lato oscuro della luna. All’attacco finale, condotto coralmente, segue la sperata vittoria. L’impero del male è distrutto. La pace è assicurata. La Terra è salva. Actarus e Maria sentono il dovere di tornare su Fleed per aiutare il loro popolo a ricostruire la casa comune. Lo raggiungono a bordo del disco volante di Goldrake (che può trasportare al massimo due passeggeri), dopo aver salutato, con strette di mano e abbondanti lacrime, gli amici terrestri in quello che pare essere più un arrivederci che un addio.

Tutto qui? Cos’altro può aver agevolato la guarigione completa di Actarus? Le “ferite” che ruolo hanno avuto?
A questa domanda tenterò di rispondere nel prossimo post. Intanto riporto la risposta ufficiale a quella meno impegnativa sulla inutile giravolta a 360°di Actarus. Sul punto lo stesso Go Nagai afferma quanto segue: “Vista l’enorme velocità e l’enorme spostamento d’aria compressa provocati dalla slitta all’interno del canale di spostamento, è ovvio considerare una giravolta che porti di schiena il pilota, o vedremmo lo stesso Duke Fleed privo di sensi, oppure schiacciato dall’attrito con l’aria. È solo una manovra precauzionale, dettata dalla fisica di un corpo che per quanto alieno è comunque fragile come il nostro”. Chapeau! Allora c’è anche della fisica!

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

(i 2 grammi di Anna)

Il giorno dell’Immacolata capita di ricevere l’annuncio della “ristrutturazione” dell’appartamento in cui vivi tutto l’anno per renderlo (il) migliore e più accogliente in prossimità del Santo Natale. Almeno questo è il sogno ad occhi aperti di mia moglie, accanita spettatrice (secondo me unica) di Fine Living. Ogni occasione è buona. L’anno scorso non l’ha spuntata, ma quest’anno il suo voto vale più del doppio: è in attesa della nostra terzogenita. Per una regola meta-matematica che dal suo stato interessante misteriosamente discende e che tardo a comprendere, ha deciso, democraticamente e nonostante i tre restanti voti contrari, che gli addobbi vanno incrementati e distribuiti secondo un suo insindacabile schema. Tenta di convincermi che un quarto governo rimaneggiato di fila, incomprensibile al popolo, come l’attuale, è talmente “necessario” quanto “capace” di prevedere una possibile detrazione nel 2017 delle spese natalizie per la casa 2016: 65% sulle luci, 50% sull’albero e perché no il 25% sull’acquisto di regali casalinghi “borbonese”. Ho qualche dubbio sui casalinghi. Ma la domanda è un’altra: nessun incentivo per il presepe? No, quello no. Sostiene che è troppo presto, ma è fiduciosa nel quinto rimaneggiamento.

Saranno le sue attuali e abbondanti forme che la rendono profeticamente più attraente ma mi ha convinto. Prendi, allora, gli scatoloni dalla cantina, sposta dei mobili, trova il modo di legare le indomite tende animate del salotto, prova tre volte tutte le luci prima e dopo averle montate (poi fai la giravolta, prova un’altra volta…). Infine passa da Giustacchini per comprare il necessario che manca “sempre”.

Ti affacci dal balcone e misuri l’aggressività dei lumen dei vicini. Quando comprendi che puoi vincere facile, ti bastano 3 mt di luci led per far notare la tua misera ringhiera anche dalla sonda spaziale Voyager 1. Metti in conto che i vicini abbagliati potrebbero tamponarsi a vicenda o alla peggio tamponare la tua di auto, nella sottostante corte, ma è più importante che Santa Lucia, Babbo Natale e la Befana planino in tutta sicurezza sul poggiolo e soprattutto non sbaglino appartamento! Tanto se mi tamponano sarà sempre colpa mia perché non mi decido a costruire un caminetto in casa. Dicevo, oltre alla segnaletica di sicurezza c’è anche un drappo rosso con l’effige di Gesù Bambino Re, di certo sventolando potrà assistere i suoi generosi avio-corrieri sia in fase di atterraggio che di decollo.

Tenendo conto delle fantasiose indicazioni dei più piccoli in casa allestisco un albero la cui base è capace di ospitare regali di varie dimensioni (per la casa di Barby o in subordine per un gatto che faccia le fusa, richiesti dalla secondogenita), ma che la punta stellata non tocchi la soffitta appena ridipinta. Monto le luci volute calde, le palline volute rosse, i fiocchi voluti rossi e poi allontano i pargoli di 6 mt dalla zona rossa: praticamente raggiungiamo la camera da letto trattenendoci a forza dietro la porta, mentre lei, in tutta sicurezza e calma, può finalmente, in una commovente liturgia, impreziosire l’albero con costosissimi quanto delicati oggettini della Thun.

Lei, gridando: Secondo voi sono abbastanza? Non è che non si vedono sull’albero?

Noi: No, no, sono quanto bastano. Li vediamo perfino dalla serratura della porta! Ora possiamo uscire?

Dopo la pista di atterraggio e l’albero rosso-thunnato tocca ai due presepi. Avete capito bene sono due.

Grazie a Dio ne abbiamo uno che per bellezza e semplicità basta posizionarlo su un tavolino, impiegando giusto il tempo per corredarlo con una sorta di involucro fatto di ghirlande in fil di ferro e luci varie. L’intera sacra famiglia e l’angelo sono in cartapesta: statuine pregiate regalateci da mia sorella e suo marito. Sempre regalati, ma di creta, sono anche il bue e l’asinello. Finito il primo presepe, quello pregiato, quello voluto dalla mamma, ostinatamente in salotto con l’albero, siamo passati nella camera della secondogenita. Lì abbiamo improvvisato. Senza fondi e sfondi, sul bianco laminato della scrivania abbiamo piazzato in un angolo una capanna sgarrupata dal tetto verde con Maria, Giuseppe, il bue e l’asinello. Fissato con adesivo, lungo tutto il perimetro, una serie di led a luce fredda (quella era rimasta! Ma a mia figlia sembrano delle lucciole e quindi vanno bene). Sparso gli altri pochi personaggi in plastica. Incollato degli alberelli spogli ai quattro angoli, un pozzo munito di carrucola più o meno al centro. Alla dominus della stanza il presepe piace un sacco e ha promesso alla bambola preferita che presto la farà dondolare su quell’altalena che ha piazzato di nascosto accanto alla mangiatoia. Un posto fantastico dove troverà tantissimi amici, tutti stretti intorno a lei. Il primogenito un po’ triste la riprende: non è vero, ce ne sono pochi! È un peccato non avere altri personaggi in cartapesta!

Piego la testa, attendo che il sangue ossigeni il lobo creativo ed esclamo: Trovato! Li possiamo fare noi! Che so, disegnare, colorare, ritagliare, tenerli su con dei fermagli, incollarli alla meglio. Pensiamo agli eroi dei nostri cartoni preferiti e facciamone delle statuine in cartapesta!

E vai! Si accendono gli entusiasmi e loro due in combutta propongono una lista infinita di personaggi della serie Pokemon: Pikachu, Bulbasaur, Squirtle, Nidoran (lui), Nidoran (lei), Meowth, Poliwag, Lucario. Una sfilza impressionante di mostriciattoli. Alcuni si evolvono, mi dicono, raggiungendo dimensioni e potenze ragguardevoli. All’udire queste parole, non so com’è, mi parte il piglio di Aran Benjo: sono dei meganoidi!

Convoco d’urgenza oltre a Daitarn III anche Goldrake, Mazinga Z, il Grande Mazinga, Jeeg Robot d’acciaio, God Sigma, Gordian, Daltanious, Gundam, Bryger, Ufo Diapolon. Le armi pesanti non mancano. Loro insistono ed io pure e giù fiumi di altri personaggi. Il presepe si sta trasformando in un immaginario campo di battaglia. Orde in movimento provenienti dalle regioni di Kanto, Johto, Hoenn, Sinnoh, Unima e Kalos contro quelle dai pianeti di Fleed, Helios, Marte, Apolon e dalle città di Victor City, Trinity City. Cercano tutte di contendersi la terra di mezzo. Tutti anime giapponesi. Manco a dirlo.

Il termine “anime” deriva dall’abbreviazione di animēshon (traduzione in giapponese di “animazione”), un neologismo utilizzato ovunque ormai per indicare le opere di animazione prodotte in Giappone. Rimanda immediatamente al concetto di “movimento”, di disegni “animati”, resi “vivi” con un artificio. Mi sorprende quanto si presti a far considerare quello di “anima”, cioè il principio spirituale nell’essere umano. I cartoni animati giapponesi sono molto espressivi. La psicologia del personaggio e i suoi stati d’animo sono spesso esternati da colori e forme che in alcuni casi ne distorcono l’immagine, ad esempio riducendo o aumentando le proporzioni della testa, oppure rallentandone i movimenti. Immancabili le gocce di sudore attaccate alle tempie come fossero piume e le lacrime a fontanelle. L’anima sappiamo essere il principio della vita in ogni essere. È dotata di intelletto, memoria, volontà. Anche se spirituale la possiamo scorgere nella carne irrorata dal sangue, perché con questa è misteriosamente fusa e ne garantisce la forma, la vitalità, la mobilità. Un corpo senza anima non si muove. Un corpo senza vita è un corpo inanimato. Nel cadavere le cellule non sono vive, non scambiano sostanze, non si riproducono, sono paralizzate e precipitano in uno stato irreversibile di decomposizione, sono morte. L’anima ha lasciato il corpo e questo immobile si disfa. L’anima è visibile nel movimento anche se questo è impercettibile all’esterno. Quando mia moglie dorme stesa supina al mio fianco, con le consuete mani incrociate sul petto, le gambe dritte ed i piedi gelati, compio un atto di fede (ormai automatico) nel ritenerla ancora viva. I primi giorni di matrimonio, ammetto, ero preoccupatissimo, mi avvicinavo nel tentativo da intercettare almeno un flebile respiro. Ora non lo faccio più, quando smette di parlare so che sta dormendo.

Tornando all’anima, mi incuriosisce il fatto che questa parola abbia radici comuni con quella di “arma”, benché quest’ultima rimandi, in un primo istante, ad un qualunque congegno esterno. È un oggetto che permette al corpo di proteggersi, di continuare a vivere. Piccolo o grande che sia. L’armatura di un cavaliere ha proprio questa funzione, si adatta al corpo, aggiunge alle sue parti del materiale resistente ed è costituita da un insieme di armi difensive (elmo, corazza, schinieri, cosciali, manopole, scudo, ecc.). Goldrake protegge Actarus al suo interno. Le armature proteggono il combattente.

In edilizia si usano delle armature metalliche per dare sostegno alle opere murarie in costruzione, assemblate con tubi accoppiabili mediante ghiere strette con bulloni. Permettono l’edificazione.

Strutture simili vengono usate provvisoriamente per impedire lo scoscendimento delle terre durante i lavori di scavo di una galleria o di un pozzo. Preservano dal crollo. Permettono di addentrarsi nelle profondità.

Ancora, in una fonderia si trovano strutture che rinforzano la parte interna delle forme, soprattutto l’anima di queste, per impedire che subiscano deformazioni durante le manipolazioni e nel corso della colata. Permettono di resistere al calore.

Ci sono infine “armature” che addirittura si identificano con l’anima. Così accade con il reticolato di ferri annegato nel getto di cemento, utilizzato per le fondamenta di solidi edifici. Permettono a di reggere pesi enormi. Studiando per capire come costruirle ho scoperto che le stesse statuine in cartapesta, tipiche leccesi, richiedono un’anima interna che sostenga l’imbottitura. Leggo che dovendo realizzare una statuina alta fino a 70 cm., dapprima con un fil di ferro si costruisce la cosiddetta “anima” della figura, sulla quale con spago e trucioli si modella il bustino, creandone così il corpo. A questo bustino di paglia vengono fissati alcuni elementi in terracotta: testa, mani e piedi. Si stabilisce la posa del bustino e poi lo si avvolge con strati di carta fatti progressivamente aderire con colla di farina. Il corpo così ottenuto viene in tutte le sue parti modellato con lo spago, al fine di conseguire una migliore sagomatura. Una volta fatto asciugare, viene collocato su una base e si passa alla vestizione per la quale si utilizzano fogli di carta incollati tra di loro con altra colla di farina. Gli strati si sovrappongono sino allo spessore che si vuole ottenere. Il pezzo si lascia ancora asciugare. Gli abiti in cartapesta, vengono dipinti con colori acrilici e su qualche lembo viene riportata la firma che ne attesta la paternità autoriale. In un pupazzo di circa 25 cm, come quelli regalati, posso immaginare l’utilizzo di un fil di ferro di un diametro poco superiore al millimetro e dal peso di appena 2 gr. Un filo quindi assai sottile ma resistente, tanto quanto basta per sostenere tutto il resto fino al completamento dell’opera. Alla fine è tutt’uno con la cartapesta che lo avvolge, ormai asciutta e capace di sostenere da sé gran parte del peso dell’intera figura. L’anima permette l’ispessimento che la conserva. Senza quell’anima in fil di ferro non avremmo la statuetta!

L’autore, il padre, l’ha plasmata attorno a quel filo. Un filo iniziale che in un certo senso lega sin dalle origini il maestro alla figura, espressione della sua creatività. Un eccesso di moto interiore che l’autore non trattiene per sé ma trasmette all’esterno, al mondo.

Questa eccedenza di creatività genera un pezzo nuovo, unico. Un’opera d’arte che arricchisce il mondo di gratuita bellezza. Una bellezza che desta stupore, ammirazione! La bellezza è splendore di quell’eccedenza che fa gioire, sorridere. Fa star bene perché eleva. Un’abbondanza che straripa e si dona, che è felicità e rimanda ad un rapporto intimo, un legame originario. L’autore regala ad altri una figura mediata della sua presenza quasi a voler alleviare le sofferenze di chi non potrà mai raggiungere. La firma esterna attesta l’esistenza del filo interno donato dal padre. L’opera è come un “figlio” che rimane legato per sempre al padre e ne prova l’esistenza.

“Figlio” è proprio sinonimo di abbondanza. È il di più che giunge inaspettatamente come dono, è la novità che arricchisce e cambia la coppia. La radice indoeuropea di questa parola è la stessa di altre, quali: “felicità”, “fecondo”, “femmina”, “feto”; parole legate alla pienezza, alla vita, alla nutrizione, alla crescita.

La parola “felicità” esprime una pienezza di vita, la contentezza di chi vede appagato il desiderio di essere amato da qualcuno. “Essere felici” ha a che fare con l’essere grati, riconoscenti dell’amore che ci è stato donato, che ci ha generato. Felicità generata e genitrice. Il figlio è la felicità dei suoi famigliari, è per tutti un dono. È felicità in sé.
La parola “figlio” interpella tutti, perché racconta di un’essenza comune, di una verità incredibilmente fondante per ogni persona: siamo tutti figli! La figliolanza è la relazione cardine, che riguarda chiunque: dall’operaio al manager, dall’impiegato al politico, dal giovane all’anziano, dal ricco al povero, dall’uomo alla donna, dal concepito al malato terminale, dal mai nato all’orfano. Nonostante le apparenze e le vicende della vita, rimaniamo figli. Anche fosse per pochi istanti! L’essere figli, unici perché irripetibili, ci accomuna nelle fondamenta, porta l’uomo all’origine della sua stessa natura. È la prima comune esperienza. Tutti abbiamo un padre e una madre! Anche chi non li ha mai conosciuti. Un bambino sorridente è probabilmente la migliore prova carnale di questa radice comune! La Figliolanza è il Filo stesso della Felicità.

Ogni anno, come in un dejavu, il presepe si ripresenta quale location ideale per riscoprire ed approfondire ancor più il senso ultimo di questo intimo legame. Legame non solo tra appartenenti allo stesso genere umano ma anche tra l’uomo e Dio. L’evento clou della Notte di Natale svela il nocciolo duro di tutta questa storia, che è poi la storia della nostra salvezza. Nella mangiatoia di Betlemme, nasce il Salvatore, il Re! Il Cristo per mezzo di Maria rivela a tutti che Dio è anche Padre. Ne svela la paternità! Una svolta epocale! Dio è Padre! La Seconda Persona della Santissima Trinità, si rivolge alla prima chiamandola Abbà, papà. Tutta la Sua vita terrena è un continuo relazionarsi al Padre, lo prega, gli obbedisce e ci insegna a compierne la volontà. Innestandoci in Cristo, facendosi Sue membra, rinasciamo come Figli di Dio. Siamo ricondotti tra le Sue braccia. Gesù si svela essere l’intimo filo che ci lega ad un unico Padre, al Suo. Un solo Padre per tutti! In forza di questo primo legame ci riscopriamo tutti fratelli!

Lo Spirito Santo continua la Sua opera di tessitura del corpo mistico per mezzo della Chiesa, dei suoi ministri, dei sacramenti, dei suoi doni e frutti. Nel mondo tessile i fili dell’ordito si intrecciano con la trama originando un tessuto, secondo differenti modalità chiamate anch’esse armature. Le fondamentali sono tre: tela, saia, raso. Da queste ne discendono altre. Le modalità sono infinite per il sommo Tessitore. Il rapporto d’armatura è il numero minimo di fili d’ordito e di trame necessario per rappresentare l’armatura. La scrittura di un’armatura si chiama messa in carta. Lo Spirito Santo scrive e arma il tessuto in maniera misteriosa, rendendo partecipi anche il nostro spirito. Noi possiamo scorgere, dal di sotto, innumerevoli fili penzolanti, coloratissimi, all’apparenza accoppiati in maniera confusa, incomprensibile, ma un giorno, una volta che saremo passati dall’altra parte, rimarremo ammagliati dalla bellezza di un magnifico arazzo frutto del sapiente intreccio delle nostre vite con la grazia divina. L’armatura perfetta è la comunione con lo Spirito, è la giunzione di tutti i pezzi, di tutte le anime all’unico Filo. L’armatura ha come fine il raggiungimento della salvezza di tutte le anime. Veste ognuna, tutte e tutto.

È questione di fili, di anime, di armature, di colla, di legami intra ed extra omine.

L’uomo re-ligioso è un essere naturalmente e misteriosamente legato ad un Re, ad un Regno e a tutte le creature che lo popolano. Sperimenta, spesso inconsciamente, legami che lo conducono mediatamente ad un Sovrano. L’Onnipotente, che è anche Padre, ha nascosto nelle nostre anime un richiamo alla sua Presenza. Nel nostro dna spirituale contiamo anche i suoi cromosomi. Ci educa alla consapevolezza del nostro regale e filiale destino, dell’eredità eterna a cui siamo stati chiamati fin dal primo giorno in cui ci ha pensato. Siamo eletti, tutti! Volenti o dolenti siamo legati alla Sua volontà. Ci tratta da persone tanto degne da concederci addirittura la libertà di tagliare questi fili, avvisandoci peraltro delle terribili conseguenze. Così facendo rischiamo infatti di rimanere “divisi”, soli, indifesi senza difensori. Non più persone, dagli altri considerate “intoccabili” perché voluti da Dio, ma individui rispettabili finché dura la “carta” che contrattata tra orfani litigiosi, dovrebbe salvaguardarci. Una carta senza anima, che rischia di marcire, di essere travolta e stravolta ai voti, frantumata, pestata non tanto più da stivali da guerra quanto da scarpe griffate, spesso sorrette da affilatissimi tacchi. Presumiamo di essere tutti re ma siamo un ammasso di cose. Abbiamo perso l’anima, il movimento, la difesa.

I fili, riconducendo ad un unico Padre invece nobilitano, danno spessore, animano, reggono, elevano, proteggono, mettono in movimento. Fili che di generazione in generazione esprimono nella carne umana quella filialità divina che rende sacri. Discendenza regale, baluardo di sacralità!

La vita è tanto dura, lo sappiamo. Oggi più che mai regna la confusione. È tutto così paurosamente altalenante. Il nostro sedile ci sembra non sicuro. Le due funi a cui disperatamente ci aggrappiamo appaiono lunghe e slegate da una solida struttura. Angosciati andiamo su e giù nel vuoto ed il naturale moto della vita, con i suoi alti e bassi, ci terrorizza. Lasciarsi dondolare appesi al ramo di un albero richiede l’uso di ansiolitici. Il sorriso segue una prescrizione medica. Giocare è uno sport estremo e l’altalena è per gli audaci. Non badiamo più al ramo, all’asse orizzontale, al filo essenziale che garantisce la direzione e il divertimento.

Vagabondiamo senza posa pur stando spesso fermi. Siamo come spole impazzite, convinte di poter fare a meno di una navetta che ci guidi. È tutto inestricabilmente aggrovigliato. Abbiamo perso il bandolo della matassa.

Siamo come pupazzi che non si reggono in piedi. Marionette agitate dal bullo di turno. Solo carta pestata a sangue. Brandelli scoloriti, bagnati con colla scadente. Frammenti che si perdono per strada. Piegati, depressi, provvisoriamente appiccicati a tutto, tranne che all’unico vero Filo della Felicità, quello che ci consacra Figli di un unico Padre che mai smette di amarci!

Dovemmo riscoprire quei due grammi che abbiamo chiusi nell’anima. Per tornare a sorridere, a giocare. Per trovare una casa, un nido su cui posare. Per riscoprire tanti fratelli, tanti amici.

Ecco, oramai Natale è prossimo! E sarà bellissimo! È proprio l’epifania della nostra filialità.

Mio figlio: Papà, quanto la fai lunga!! Se ci mettiamo a fare la cartapesta di tutti questi personaggi finiremo a Pasquetta! C’è almeno un anime in cartapesta che più di altri si presta a far da figurante nel presepe?

Mia figlia: Pelò voglio una femmina! Che giochi sull’altalena con la mia bambola e non sia allegica ai gattini di peluche.

Io: Mhhh! Trovata! Ha le lentiggini, i capelli rossi, due occhi limpidi, è orfana ma non si dà per vinta.

La vita è stata dura con lei sin dalla tenera età. È passata da una famiglia all’altra fino a raggiungere i fratelli Cuthbert: Matthew e la sorella Marilla, interessati per lo più all’adozione di un ragazzo che li aiuti nei campi. Non è bene accetta, ma si convince e convince chi le è attorno che le apparenze spesso ingannano, l’aspetto è secondario al valore che una persona ha in sé. La delusione per le ingiustizie subite la spingono ad usare la sua fervida immaginazione, inizialmente come via di fuga, man mano cole mezzo per realizzare sogni e aspirazioni. Inventa e da nomi a ogni cosa per viverci meglio assieme. Si sente sempre più parte di un tutto meravigliosamente armonico. È felice. Impara a considerare le disgrazie come strumenti di elevazione, di successo. Matura a tal punto che è grata anche per i dolori che la vita provoca. Giunge a vincere una borsa di studio, un traguardo importante per la sua epoca, ma ha anche la forza di rinunciarvi per assistere Marilla, rimasta sola dopo la morte del caro Matthew. Una ragazzina insomma che divenuta donna non smette mai di essere felice sull’altalena!

Ecco la sigla! Intanto armiamoci del necessario ed incominciamo.

“La metafisica e i cartoon spiegati a mio figlio” di Angelo Mazzotta

Ogni tanto, tornando a casa da lavoro, trovo ad accogliermi il sorridente faccione di mio figlio che mi invita a fare la lotta sul lettone in un casareccio MMA. Mi provoca vantandosi che ancora una volta ha rubato un bacio alla mia donna (la stessa che lo ha partorito). Accetto subito la sfida facendogli promettere che se vinco dovrà trovarsene un’altra da sbaciucchiare! Non sono tollerati colpi bassi e i round non si contano. Il gong finale è ancora lontano. Riuscirò prima o poi a sbarazzarmi di questo moccioso concorrente?

Una sera, sperando di farla finita, ho sfoderato, una dopo l’altra, due delle più potenti e temibili mosse di wrestling giapponese: la Super Caduta Tigre ed il Colpo Ultra Tigre!

ALT! Evidentemente più impressionato dall’evocazione “urlata” delle tecniche che dalla mia risibile esecuzione, ha chiesto delucidazioni: ma sono regolari? Che c’entra la Tigre?

Non potevo quindi non raccontargli la storia di Naoto Date, alias L’Uomo Tigre! Naoto è un orfano giapponese, divenuto un campione internazionale di wrestling. Sin da piccolo desidera diventare forte come una tigre perché vittima di bullismo. Scappando dall’orfanotrofio viene adescato da loschi individui che lo allenano in modo disumano, trasformandolo nel temibile Demone Giallo. Indossa una maschera di tigre e sul ring compie continue scorrettezze contro avversari e arbitri. Infrange le regole perché “vuole” vincere facile, guadagnare denaro, gloria, vendicarsi contro tutti per i torti subiti. Diventa famoso e ricco in America. Paga il pizzo alla Tana delle Tigri che lo ha sadicamente formato e lo tiene sottocchio. Un giorno, in Giappone, incontra una donna, Ruriko, con un ragazzino, Kenta, e la sua vita subisce una imprevedibile svolta. Queste le sue parole allo specchio: “Ecco, questa è la maschera del freddo e sanguinario Uomo Tigre. Ma i miei occhi hanno visto quella donna con quel ragazzo e non mi sento più l’Uomo Tigre”. Ruriko è quella bambina orfana che cercava di convincerlo a non scappare, la stessa che ora cura l’orfanotrofio e Kenta è uno dei piccoli nuovi ospiti. È il suo più accanito fan e vuole diventare famoso e violento come lui. Naoto comprende invece che “deve” essere un modello positivo per Kenta e per tutti quei bambini che lo seguono. Una sorta di padre putativo. Decide quindi di aiutare, senza maschera, l’orfanotrofio con il proprio denaro, distraendolo dal pizzo destinato alla Tana, e sul ring, continuando a celare la propria identità, promette di non usare scorrettezze. Rispetterà le regole, onorerà lo sport e la promessa di diventare buono. Bravo nelle tecniche lo è già.

Ovviamente alla Tana delle tigri questa conversione sulla via di Damasco non va giù e decide di farlo uccidere, perché traditore. Tramite Mister X, un emissario freddo e rabbioso, dalla cute violacea e con un ghigno da brividi, organizza per l’Uomo tigre una serie interminabile di incontri all’ultimo sangue con lottatori killer provenienti dalla stessa organizzazione. La folta rosa di villain è composta da figuranti-horror come mostri, teschi, insetti. Alcuni nomi: Stella di teschio (in combutta con l’Uomo ombra), Uomo gorilla (300 Kg di ferocia e crudeltà), Ragno diabolico (memorabile il ring a forma di ragnatela!), Mapman (cucito come Frankenstein), Mister NO (un viscido dalla testa di… ferro!) e poi Lupo solitario, Mummia egiziana, Pantera nera, Pitone nero, Uomo Leone, Dracula, Squalo Junior, Maschera d’Oro, Maschera Universo, Piranha, Hans “Nazi” Junker, Re Giaguaro, Jackill&Hyde, Maschera di morte…

Sopravvissuto all’orripilante repertorio di surreali wrest-killer, nelle ultime puntate, l’Uomo tigre si scontra con i massimi esponenti della cupola striata: i tre dirigenti Tigre Nera, Grossa Tigre, Re Tigre ed il boss in persona, Grande Tigre.

Il cartone è una vertiginosa iperbole di colori sgargianti! Le anatomie e i movimenti vengono esasperati. Le articolazioni sono iper-elastiche. Alcuni errori grafici evidenziano delle mutazioni genetiche: mani con sei dita, volti deturpati, calzamaglie cangianti nei colori e nelle misure. Anche il ring e le sue corde cambiano lunghezza all’occorrenza. I salti ricordano quelli antigravitazionali di Holly e Benji. Il sangue è profuso in abbondanza ovunque, anche sui cronisti ed il pubblico. Gli occhi sanguinanti, accecati da corpi estranei o strisciati a forza lungo le corde, si rigenerano in un battito di ciglia! Le ferite si rimarginano in un tempo secondo solo a quello di Wolverine. I pali vengono usati per infliggere il massimo del dolore, come il gong, le sedie, le scale, i secchi ed ogni altro oggetto a portata di mano. C’è chi nasconde addirittura una palla da bowling al posto della testa. Anche le lampade vengono giù. Diversi lottatori muoiono violentemente, altri dopo la sconfitta vengono giustiziati dalla Tana. Qualcun altro muore suicida. In platea si contano ripetuti svenimenti. La violenza è raccontata secondo lo stile orientale. La si evidenzia in modo quasi grottesco perché è una metafora dell’ostacolo insormontabile. Fa eco al sacrificio, apparentemente disumano, di chi si offre, quindi soffre, per una causa alta alla quale ha legato la propria vita.

La statua alata del Dio Diavolo che troneggia sulle Alpi è il simbolo della Tana delle Tigri. Un’organizzazione criminale di stampo nazi-massone. Una fabbrica perfetta di lottatori spietati, dotata di strutture e tecnologie all’avanguardia. Nella propria palestra allena gli orfani rapiti ovunque. Nuotano nel catrame, lottano a mani nude contro belve feroci, vengono legati per i piedi, penzolanti, lungo degli alti ponti. Si utilizzano anche ingegnose macchine per irrobustire i corpi. I più deboli muoiono durante gli allenamenti. La Tana è una madre che con l’aiuto della tecnologia partorisce schiavi assassini. Una genitrice disumana che tiene legati a sé i propri prodotti-mostri, psicologicamente succubi e dediti al solo guadagno. L’odio e la violenza permette alla Tana di arricchirsi ad ogni costo. Annichilisce i propri adepti deprivandoli di grandi ideali. Naoto ha attraversato tutto questo, è tecnicamente “bravo” quanto spietato. L’allenamento, indirizzato all’annientamento dell’animo, lo ha abituato a combattere senza regole ad annichilire il proprio avversario. Dinanzi all’innocenza però comprende che la forza al servizio del “nulla” è gratuita violenza, non dona felicità. Tradendo la Tana diviene per la stessa una grave minaccia: è uomo a piede libero!

Girandogli le spalle, la sua vita diventa come quella di un rônin, un samurai senza padrone alla ricerca di sé stesso. Dopo la conversione a “buono” dedica la propria vita al bushidô (=via, bushi=guerriero nobile), la via dei samurai. I principi base di questa via sono: lealtà, fedeltà, onore, dedizione, saggezza, coraggio, sincerità, benevolenza. Tutte virtù che fanno di un uomo un grande guerriero. Il costituendo spirito guerriero spinge Naoto a correre il rischio insito nei combattimenti. È consapevole che la lotta contro la Tana potrebbe ucciderlo, ma non per questo si disimpegna. L’impulso dell’azione prevale sul timore del pericolo. Si nobilita con forza. Si fortifica, come chi erige un castello, perché comprende che la vita quotidiana comporta costantemente il rischio della lotta. Ha fiducia in sé stesso e nel mondo circostante, specie negli amici. È pieno di vigore e di energie. Conosce bene l’angoscia, la solitudine, le sofferenze. Le ha patite. Dinanzi al dolore e al pericolo però non si rassegna. È coraggioso. Spende la sua vita terrena per qualcosa di più alto della stessa. Ha ora dei grandi ideali. Comprende che la vera libertà consiste nel sentirsi legato al bene, nel rispettare l’avversario, nel difendere i deboli, nel donarsi all’altro. Si impegna per onorare le promesse. Il “dover essere” lo allena a “volere il bene”. Giunge ad assaporare il piacere del dono spontaneo. È vero, la vita è comunione prima di essere guerra, dono prima di essere lotta. Ma siccome la sua vita, come la nostra, è ferita all’origine, bisogna lottare per il dono, combattere per la comunione!

Tutti i lottatori che sconfigge sul ring, sono per lui soltanto delle vittime e ne ha pietà. Smascherandoli ne svela l’umanità ferita, derubata dell’anima, banalmente mostrificata dalla Tana. I nemici di Naoto, in un certo senso, ne rappresentano le paure più profonde, le debolezze interiori, e accettando il confronto/scontro sul ring della propria vita, cerca di superarle. Per farlo, migliora negli allenamenti, inventa nuove mosse. È in un nuovo e continuo combattimento, quello spirituale, contro l’uomo vecchio che è in lui, contro i demoni del mondo ed il male in persona. Combatte per la propria anima. Il sangue profuso sembra lavarla ridonandole salute e solarità.

Gli scontri finali con le altre quattro tigri della tana, possono essere letti in maniera ancora più profonda se si considera che “Le Cinque Tigri” nella cultura asiatica rappresentano un unico potente segno. Thigra significa tagliente, aguzzo. La tigre simboleggia il mondo della vita, della luce nascente. La sua forza sono la fede e lo sforzo spirituale. È iniziatrice, conduce i neofiti nella giungla per iniziarli attraverso una morte che è preludio di rinascita. È cacciatrice e perciò simbolo della casta guerriera. È forte, ammirata e temuta persino dai demoni. Veniva cavalcata dalle divinità. La tigre gialla in particolare è simbolo maschile e positivo mentre quella bianca rimanda alla litigiosità femminile. Le cinque tigri mistiche sono le protettrici dell’ordine spaziale e dominano le forze del caos. La tigre rossa a sud (estate e fuoco), la tigre nera a nord (inverno e acqua), la tigre blu (est e primavera), la tigre bianca (ovest e inverno). Infine quella gialla (colore solare) vive sulla terra e governa tutte le altre tigri. La mistica cinquina sono i guardiani dei quattro punti cardinali e del centro. “Le Cinque Tigri” è l’appellativo conferito ai guerrieri più valorosi, i difensori dell’impero.

Naoto, che indossa la maschera della tigre gialla, si scontra con le altre quattro che pare abbiano ceduto al loro lato oscuro. Lui vive nella realtà della propria carne una lotta contro potenze “angeliche” corruttrici, al fine di ristabilire l’ordine in sé stesso. Come in un combattimento spirituale contro i quattro demoni (stoltezza, incostanza, ira e ingiustizia) che se-viziano le altrettante virtù cardinali (prudenza, fortezza, temperanza e giustizia). Attorno alle virtù cardinali si legano tutte le altre virtù morali. Le prime, inoltre, trovano fondamento, quindi la grazia necessaria per svilupparsi, nelle tre virtù teologali (fede, speranza, carità). Naoto sulla terra scopre queste tre come donate e depositate nel suo nuovo spirito. Crede all’incredibile, spera contro ogni speranza, ama senza limite. Dopo l’incontro con Ruriko e Kenta torna a sorride. Nella realtà quotidiana, Naoto, trova il fondamento metafisico che lo sprona ad essere virtuoso. Pratica le virtù, acquisendole man mano sul campo di battaglia. Dismette le vesti dell’uomo vecchio per vestirsi con quelle dell’uomo nuovo. Lotta per ordinare le proprie inclinazioni e passioni sotto la legge della ragione, orientata al vero bene. Pare suggerirci che la santità esige uno spirito di forza e di generosità. Un cuore “virile”. Un cuore che non ama le “virtù pastafrolla”, alla mulino bianco. Per saper combattere occorre allenarsi, sudare, faticare. Gli errori, i peccati, le stesse paure sono ostacoli necessari alla fortificazione spirituale, tornano utili nell’esercizio delle virtù.

Naoto combatte da vero uomo. È virile! Non a caso l’ultimo scontro lo avrà con la Grande Tigre che veste la maschera di una tigre bianca. Vince sulla parte prettamente femminile, quella prona alla conservazione del sè, al consumo di tutto e tutti, alla soddisfazione immediata dei propri bisogni, al mantenimento dello status quo. Lottando con essa, definitivamente la rimette al suo posto al proprio interno. Ricomposizione che gli impone un ulteriore grande sacrificio: violare la promessa di non usare più scorrettezze! L’incontro finale ha un epilogo agghiacciante. Gli viene strappata la maschera con un colpo che avrebbe potuto ucciderlo e viene così pubblicamente riconosciuto, anche dai suoi piccoli amici. Gli esplode dentro una rabbia incontenibile, tra il riso ed il pianto riesce con violenza inaudita a sconfiggere il nemico più forte di sempre, uccidendolo con efferatezza. Nelle tenebre della propria creaturalità, nella ferita ancora sanguinante per la nascita della sua nuova anima, trova il coraggio di osare ancora una volta. Un feroce e definitivo ruggito si leva sul ring della sua vita. Ha sconfitto per sempre Tana delle Tigri! Il cordone è stato dolorosamente tagliato. Piange come un bimbo appena nato! Dopo quest’incontro scompare dalla circolazione. Non torna né da Kenta, né da Ruriko. Forse per vergogna, ma probabilmente per continuare a difenderli senza comprometterli nella sua vita privata divenuta oramai di dominio pubblico.

Ma come può Naoto essersi opposto al male senza farsi trascinare nell’abisso, esponendosi così al contagio dello spirito del demone giallo? Come ha evitato che il combattimento contro la Tana delle Tigri, contro il male e l’errore, si tramutasse in odio contro l’errante? Non è prova del suo fallimento, forse, l’aver ucciso volutamente Grande Tigre? In verità Noato tenta spesso di far comprendere le proprie ragioni ai suoi avversari e la necessità di combatterli – ed eventualmente ucciderli – non trova mai il movente nell’odio per l’avversario, ma solo nell’arrestare il male oggettivo che apporta col proprio agire. Si difende, difende soprattutto i deboli di cui è responsabile. Il Tigre lotta contro il male, combatte solo la malvagità.

La guerra inizia dall’amore, dall’esperienza dell’amore di Cristo. Da questa esperienza nasce l’odio per tutto ciò che impedisce di essere invaso dall’amore, da tutto ciò che vorrebbe riportarci al vecchiume di una vita annichilita, insapore, incolore. Specchiandoci continuamente in Lui, l’«uomo nuovo» prende sempre più coscienza del suo mondo interiore, delle sue motivazioni impure che lo agitano e si lascia muovere coscientemente dalle altre, quelle suggeritegli dallo Spirito.

Un tempo, solitario nella notte, faceva paura. E da solo gli riusciva bene solo il male. Il nuovo Naoto combatte ora per la libertà, riconosce quali solo le relazioni fondamentali che lo legano al bene. Difende i bambini. Sa cos’è l’amore. Ha ritrovato sé stesso, anche se a caro prezzo. È un uomo finalmente libero. Un vero guerriero. Ha una tale eccedenza che è capace del dono gratuito e definitivo. A distanza di anni si saprà che per evitare ad un bambino di essere investito da un’auto sacrificherà la propria vita facendogli da scudo. È testimone di virilità: dona la propria vita! Così muore un uomo, così sopravvive un eroe! Nel dono totale.

È ora di riascoltare l’indimenticabile sigla!

Una società livellata, castrata e de-virilizzata dal politicamente corretto conta sempre più cucciolatose congreghe di “bravi” ragazzi, soddisfatti dal “consumo”, addomesticabili dal “mercato”, emotivamente “instabili”, esteticamente “effeminati”, eticamente “soft”. Capaci al più di litigare miagolando. Gattini, gattini ovunque!

Un uomo “tigre” può fare veramente la differenza! Con la sua capacità di dono potrebbe salvare la vita sulla terra!

Alimenta il tuo spirito, dunque, figlio mio! Allenati, combatti, fortificati. Coraggio, fatti forza! Sii uomo, sii virtuoso e virile. Fino in fondo, fino a donare la vita per il piacere di farlo! Alzati! Ruggisci!