“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Giubileo della Misericordia. “Che fico!”, “A me non piace”. Si sente dire in giro. Ma che cos’è la ‘misericordia’? “È quella cosa quando dai soldi ai marrocchini davanti al supermercato”, “È quella cosa che quando uno divorzia, Dio dice che vabbè, mica hai ammazzato qualcuno, non stare a farti troppi problemi”, “È quella cosa che quando un tuo amico dice che l’aborto è una figata, tu non dici che è sbagliato ma sorridi e lo inviti a suonare la chitarra in parrocchia, così lui non si arrabbia ma viene in chiesa”, “È quella cosa che non stiamo a sottolineare le cose brutte ma a guardare le cose belle”. In giro si sente dire questo. E altro dello stesso tenore.

Sicuramente ci sono molti punti da analizzare ma a me ne interessano soltanto due.

  1. Troppi confondono misericordia con indifferenza. Un amico dice una cosa gravissima, tipo “l’aborto è una conquista” e tu per “misericordia” sorridi e cambi argomento. O sorridi e non parli di quello che ha detto ma di quanto bello sia generare la vita ecc. Cioè fai finta che non abbia detto niente perché vuoi evitare il contrasto. Fingi di avvicinarti ma concretamente ti allontani da lui. In fondo intendi “non importa quello che tu hai da dire, l’importante è quello che io ho da dire”. Questa non è misericordia, questa è desolazione. Quando un amico dice qualcosa di sbagliato, la correzione, l’intervento su quello che ha detto è necessaria, ed è anche un atto di misericordia. Se i miei figli giocano a calcio in mezzo a una strada in cui corrono macchine a 130 kilometri orari, probabilmente urlerò loro per correggerli e salvarli dalla morte. Se fossi così psicotico da sorridere e dire con voce rassicurante “bambini, che ne pensate di giocare fuori da quella strada?”, nel frattempo sarebbero schiacciati da qualche camion. Un padre è intransigente su certe cose, non perché poco misericordioso, ma perché appunto è misericordioso. L’indifferenza porterebbe dritto dritto alla morte. Si tratta di correggere con tono ammiccante? Io direi che si tratta di correggere, di salvare, di curare. Se uno è bravo a farlo con tono ammiccante, fantastico. Ma il tono non può prevalere sulla cura. Non puoi credere che sia più importante parlare con tono ammiccante che effettivamente curare, correggere, o salvare. Altrimenti non sei misericordioso con l’altro, ma indifferente: dai più importanza a te (il tuo tono) che all’altro (le conseguenze su di lui del suo errore). La misericordia chiede molto di più da noi, se vogliamo davvero essere misericordiosi. E questo è l’altro punto di cui voglio parlare.
  2. Dobbiamo essere misericordiosi verso i nostri simili? O come dice Gesù “ama il tuo nemico”? E chi è il nemico? Quello che tifa un’altra squadra ma tutto sommato è simpatico? Quell’ateo che però alla fine ci si può parlare abbastanza bene? O è quel bastardo che disprezziamo con tutto il nostro cuore perché fa delle cose che non si possono accettare sotto nessun aspetto? Quello che ci calunnia. Quello che se ne approfitta degli altri, delle loro debolezze per poi trarne vantaggio personale e lo fa con persone a cui vogliamo bene. Sarà proprio quello? Quello che non merita nessun perdono. Direi di sì. Direi che si tratta di quello. Non mi pare che Gesù abbia detto: “sceglietevi, tra i vostri nemici, quelli che vi danno meno fastidio e amateli”. Il nemico è nemico! Non uno più o meno nemico. Il nemico è quello che detestiamo. Proprio quello, proprio quel pezzo di letame che si merita tutto il male che ha. Ecco, su quello noi dovremmo essere misericordiosi e Gesù ci chiede addirittura di amarlo. Ma noi lo detestiamo così tanto che speriamo che non cambi mai, che continui a fare il male così possiamo dire “Gesù, distruggilo, se lo merita!”. Se Gesù lo converte e diventa bravo, chi pagherà di tutto il male che ha fatto, quel pezzo di letame fetente? Meglio che vada avanti così: “Vai, continua così. Vedrai cosa ti aspetta!” diciamo e godiamo mentre lo diciamo. Ma Gesù con il suo sacrificio ha pagato per i peccati del mondo. Non dobbiamo aspettarci che il nemico paghi, ma che si converta, che diventi buono, che Gesù lo aiuti a diventare buono. E che Gesù aiuti noi a diventare buoni, perché se non abbiamo capito questo, siamo tutt’altro che buoni.

 

Ma la misericordia in fondo non ci piace molto, perché è dura. Essere misericordiosi risulta una violenza tremenda su noi stessi, ci umilia fino in fondo. Diciamo “ma scusa, io che non sono un malvivente, lavoro e mantengo i miei figli, non ho vizi particolari, dovrei cercare la conversione di quei casi disperati di nullafacenti che si godono la vita rubando e facendo i loro comodi? Che giustizia è questa?”. La giustizia di Dio, che ci vuole misericordiosi per ottenere noi stessi la Sua misericordia. Se non vi piace chiedete a Lui, non sono io a scrivere le regole del gioco.

 

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“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Marco ha un’automobile nuova, gli piace moltissimo. Ma è un tipo generoso e quando Giovanni gli ha chiesto se gliela prestava, ha pensato prima all’amicizia e ha lasciato che la tenesse un anno intero (sì, un anno intero!) e si facesse un giro per l’Europa. Giovanni gli ha riportato l’automobile integra. Marco e Giovanni sono ottimi amici, si vogliono bene e bisogna dire che Marco è un tipo davvero generoso.

Marco ha avuto un figlio che a Giovanni piace moltissimo, tanto che ha pensato di chiedergli se glielo prestava per sei mesi. Marco è generoso e ha lasciato che Giovanni portasse suo figlio di un anno sei mesi in giro per l’Europa. Quando torna, anche Laura si è prenotata per il figlio di Marco e lui, che è un tipo davvero generoso, glielo presterà per dieci mesi. Tutti loro si vogliono bene e sono davvero generosi.

Ora, se chiedete a me, vi dico che per quanto riguarda l’automobile di Marco vedo un grande gesto, per quanto riguarda il figlio vedo un gesto di psicosi estrema. Ma qualcuno di voi sarebbe in grado di argomentare per quale ragione il caso dell’automobile è accettabile, anzi, è una gran cosa, mentre il caso del figlio è pura follia? Cioè, intendo argomentare senza arrivare a dire che c’è qualcosa di immorale.

Per forza di cose si arriva al punto in cui si dichiara che una cosa è morale o immorale. Ma ciò che è morale o immorale non lo può dire la scienza. O si accetta o non si accetta. Ecco perché non ha alcun senso che gli atti considerati immorali dai cattolici vengano spiegati in maniera “scientifica”. Ecco perché è tremendamente stupido e miope credere che i propri valori morali (magari non cattolici) siano indipendenti e liberi da qualsiasi tradizione o influenza esterna.

Proviamo con un altro esempio altrettanto brutale.

Paolo ha deciso di portare Giulia, sua figlia di nove anni, a danza. Giulia non è entusiasta, dopo qualche settimana dice che proprio non le piace. Paolo le dice di aspettare ancora qualche lezione che vedrà che è molto bello. Alla fine non c’è niente da fare, a Giulia non le piace proprio e dopo due mesi Paolo decide di toglierla dal corso.
Tutto regolare, giusto? Giusto. Anzi, Paolo si è rivelato un padre comprensibile che sa ascoltare la figlia e non la forza a fare cose che non deve necessariamente fare.

Matteo ha deciso di portare Silvia, sua figlia di nove anni, dal suo vicino esperto in lezioni pratiche di educazione sessuale. Non le fa del male, sono esercizi pratici di educazione sessuale dove le si insegna l’autoerotismo, stare bene col proprio corpo, e la masturbazione come terapia per prevenire la nevrosi adulta. Silvia non si trova bene fin dall’inizio. Per Matteo il sesso non è un tabù, lui dice che niente di sessuale in sé è vergognoso, a meno che si faccia proprio del male, ma il suo vicino non le fa male. Matteo le dice di tenere duro e che vedrà che più avanti lo troverà molto appagante. Ma alla fine, dopo due mesi, niente da fare: Matteo decide di non proseguire quella terapia.

Tutto regolare, giusto? No, per niente. Matteo e il suo vicino sono dei mostri. Oltre che completamente fuori di testa. Non basta avere buona volontà, amarsi, essere generosi per giustificare un atto. La buona volontà, la generosità, l’amore (non intendo quello cristiano che è particolare) sono sempre ottimi, ma non bastano. Nessun atto si può giustificare soltanto perché sono presenti questi elementi. Pensare che non esistano altri elementi per valutare un atto ci porta alla rovina, come nel caso di Matteo e sua figlia Silvia. Ma Silvia è minorenne, direte voi. Sì, però se il padre la porta a danza è minorenne lo stesso e non c’è alcun problema. Perché quando si tratta di sesso diventa un problema? Perché il sesso è sempre un tabù. Non importa quanto emancipato ti senti. Il sesso è tabù. Se non lo fosse, bisognerebbe accettare il caso di Matteo e sua figlia Silvia. Eh, ma questo è estremo, direte voi. È vero. La domanda è: chi siamo noi per determinare che cosa è estremo e che cosa non lo è?

Ecco, alla fine, tutti hanno dei valori morali, sia che si tratti di un cattolico, sia che si tratti di un libero pensatore. Ognuno si trova ad imporre (sì, IMPORRE) la propria visione di cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia estremo e cosa sia tollerabile.

 

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

I miei amici vedono i cattolici così.

1. Quelli che sorridono, sono pacati, ammiccanti e anziché cercare il contrasto parlano di quanto bello sia essere cristiani, sono visti come:

a) dei completamente rintronati che vivono in un mondo di fantasia, non sanno cosa sia la sofferenza, non hanno mai visto alcuna realtà fuori dalla propria parrocchia, non leggono i giornali che non siano della parrocchia, credono a tutto quello che dice Rai1 e hanno bisogno che gli venga spiegato come va il mondo veramente. Di solito a questi vengono dette cose del tipo: “Guarda che non dico che la Chiesa sia tutta cattiva, sicuramente c’è gente brava come te, ma tu non sai che fanno delle cose orribili, tipo rubare un sacco di soldi, promuovere la pedofilia e altro che io – che ci tengo a essere informato e a non farmi raccontare delle palle – so molto bene”;

b) dei grandissimi nazisti che godono al pensiero di vedere un omosessuale bruciato vivo. Sono anch’essi omosessuali e forse pure pedofili. Hanno una cattiveria dentro che non puoi nemmeno immaginare ma si nascondono dietro un bel sorriso e parole zuccherose. Quando dicono “io non giudico gli omosessuali ma l’omosessualità”, gli altri sentono “detesto con tutto il mio cuore gli omosessuali ma non posso dirlo perché sono un codardo. Mi nascondo dicendo che in realtà è l’omosessualità sbagliata ma il mio vero scopo è ricoverare tutti gli omosessuali in un ospedale psichiatrico per fare loro l’elettroshock mentre sorrido perversamente e dico che è per il loro bene”. Qualunque cosa dicano che suona bene è una palla, non la pensano veramente e si tratta solo di una maschera per operare meglio nell’ombra tutta la loro malvagità”;

c) né bastardi né rintronati ma sostanzialmente dei superficiali a cui interessa soltanto “fare gruppo”. Cioè, quello che dicono non ha altra funzione che cercare di convincerti a venire nella loro parrocchia, suonare la chitarra, stare un po lì a dire “com’è bello Dio” e intanto inconsapevolmente contribuire alla macchina economica e politica che è la Chiesa cattolica. A questi di solito viene detto “anch’io ho fatto gli scout, andavo al campeggio estivo con la parrocchia e tutte quelle cose lì. Molto bello, per carità, molto sano, non vi fate le canne ecc. ma io mi trovo bene facendo dell’altro”.

2. Quelli che pregano:

a) degli allucinati che hanno un amico immaginario;

b) dei superstiziosi che anziché affrontare le cose concrete credono che facendo la danza magica le cose andranno meglio;

c) degli ingenui a cui nessuno ancora ha spiegato che i fantasmi non esistono.

3. Quelli che non sorridono e mettono in discussione le cose che credono gli altri:

a) dei grandissimi arroganti che vogliono sempre avere ragione su tutto;

b) dei grandissimi arroganti che non accettano che qualcuno la pensi in modo diverso;

c) dei grandissimi arroganti;

d) dei grandissimi cinici a cui non gliene frega niente di niente ma siccome sono tifosi della Chiesa cattolica devono demolire, con argomentazioni apparentemente logiche, chiunque osi criticare la Chiesa. Non credono in niente di quel che dicono ma vogliono solo vincere la discussione. Qualunque cosa dicano non è volta a spiegare una realtà ma soltanto a difendere la Chiesa. A questi viene detto: “È inutile che stai ad arrampicarti sugli specchi”.

3. Quelli che non rompono le palle a nessuno:

a) boh. Vai a sapere, si vede che a lui va bene credere in qualcosa. Sai, a volte è necessario credere in qualcosa e questo qui, con la storia di Gesù ecc. alla fine vive meglio. Non meglio di me, sia chiaro, ma meglio di come vivrebbe lui stesso senza religione. Io non ho bisogno di religione per vivere bene, si vede che lui sì. Oh, massimo rispetto, eh, è solo che io credo più nelle cose concrete, materiali, nella scienza, nel metodo scientifico (qualunque cosa questo voglia dire). Forte pure questo Papa, massimo rispetto anche per lui, ma io, senza offendere, oh, francamente non ho bisogno di qualcuno che mi dica cosa è giusto e cosa è sbagliato.

4. Quelli che non hanno studi e sono piuttosto semplici:

a) degli ignoranti che non si rendono conto che non siamo più nel Medioevo ma siamo nel 2015. Ora c’è l’Internet dove puoi imparare tutto.

5. Quelli accademici che parlano in modo articolato:

a) dei perditempo che ti stanno a raccontare quella dell’uva e si aggrovigliano dietro a discussioni infinite completamente sterili invece di vivere la vita vera.

E i vostri amici, come vedono i cattolici? Dai, che aspettate, correte a scrivere le vostre letterine alla redazione dei Mienmiauf che pubblicherà la più bella nel prossimo numero.

 

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Dopo il clamore suscitato dal mio ultimo articolo a favore della famiglia arcobaleno (cioè: quella di Noè), negli uffici della redazione dei Mienmiuaif hanno dovuto creare un reparto apposta per rispondere alle telefonate dei lettori arrabbiati. Sono migliaia le lettere che ho ricevuto con le vostre lamentele, ma altrettante sono state quelle coi vostri splendidi disegni: siete davvero molto bravi, alcuni di voi diventeranno degli artisti, ne sono certo. Perdonatemi se non posso pubblicarli tutti: per ragioni economiche e di spazio siamo obbligati a inserire solo le pubblicità degli sponsor. Ma per i più belli magari troveremo un modo!

Oggi – per amicarmi buona parte dei cattolici – voglio dire che ci sono fin troppi cattolici che non pensano con la propria testa e che ripetono a pappagallo quello che leggono nei giornali, senza riflettere. È vero, direte voi, “si tratta di quelli che dicono che la Chiesa dovrebbe essere aperta agli omosessuali e cose del genere, giusto?”. No, non mi riferisco a quelli. Mi riferisco ai molti di noi che ce l’hanno col gender.

Da qualche tempo a questa parte sento discussioni infinite sul fatto che ci sia o meno il gender nella “Buona Scuola”. Qualcuno dice che il gender non esiste e partono articoli infiniti per spiegare che il gender esiste. Qualcuno spiega che genere non è gender. Qualcun altro spiega che gender è genere.

Ora, sturatevi le orecchie, io ho due figli. Uno in seconda elementare, l’altro in prima media. Ci tengo a quello che viene detto loro. Ci tengo a sapere se gli insegnanti dicono cose sulle quali io non sono d’accordo. CHI CASCO SE NE FREGA SE QUESTE COSE SONO GENDER, GENERE, O EDUCAZIONE A COLORARE CON LE CAROTE?!!!! (Ho scritto maiuscolo perché ho urlato nel modo più disprezzante che possiate immaginare).

Mi spiego: se a mio figlio viene insegnato a 10 anni che il sesso è un atto meccanico con lo scopo di creare piacere e che la nascita di un figlio è solo una delle tante infinite possibilità che può produrre il sesso; che a seconda dei gusti e delle proprie necessità si può sempre ricorrere all’aborto, il quale non è altro che una libera scelta come la facoltà che scegli di seguire all’università. Ecco, dico, se a mio figlio vengono insegnate queste cose, e io mi lamento, e una mamma della scuola mi risponde: “questa roba non è teoria del gender, puoi stare tranquillo”, secondo voi io dovrei tornare a casa tranquillo? Tanto non è gender ma educazione a essere una persona educata con quella educazione che verrà insegnata nella scuola di mio figlio.

Molte delle affermazioni presenti nella cosiddetta “educazione affettiva” provengono proprio dalle teorie sviluppate all’interno degli studi di genere. Ma non sono un orrore perché provengono da quegli studi. Queste affermazioni sono intrinsecamente degli orrori proprio per quello che significano. Non importa se vengono dagli studi di genere (teorie gender) o se vengono dagli studi più sofisticati di economia moderna. Riusciamo a capirlo?

Ho la netta sensazione che non vogliamo prenderci la responsabilità di valutare le cose da un punto di vista morale. Ci limitiamo a chiedere: “è gender, o non è gender?”. E partono discussioni infinite attraverso i media sull’origine di un tale programma scolastico. Anche se si trattasse del normalissimo programma degli ultimi cent’anni, ma ci fosse qualcosa di moralmente inaccettabile, dovremmo chiederne la rimozione, se davvero siamo cristiani. Eppure mi sono sentito dire, da presunti cristiani, che non dovevo preoccuparmi delle lezioni di educazione sessuale che volevano propinare a mio figlio perché non si trattava di “lezioni di educazione sessuale” ma di “normalissime lezioni di educazione affettiva”.

So benissimo che siete più intelligenti di me, ma lasciate per un secondo che vi tratti come se non lo foste. Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio. Ripetete con me: “Non importa come si chiamano le lezioni di educazione a qualcosa, quello che importa è se sono o meno in netto contrasto con l’educazione che io sto dando a mio figlio”. E, se sono in netto contrasto, è normale che mi opponga, perché sono i miei figli, perché – rispondetemi – quale padre sarei se non avessi una forte posizione morale da trasmettere ai miei figli? Quale padre sarei se delegassi ad altri la trasmissione di valori morali ai miei figli? Questo è il punto. Se è gender o non lo è, non ha alcuna importanza.

Vi porgo i miei migliori saluti.

 

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Uno non dovrebbe scrivere se non è ispirato. Almeno così ha detto Bukowski. Ma a me, Bukowsky, sta sulle scatole, non mi piace. Anche se non l’ho mai letto e non so chi sia, né so alcuna cosa sulla sua vita oltre al fatto che, dicono, beveva molto. Quindi scrivo fregandomi dell’ispirazione, alla faccia di Bukowski. Perché sono un punk. Sono nato punk, e forse morirò punk, quantomeno ci sono buone possibilità.

Dunque oggi molti dicono “love is love”. E molti cattolici si arrabbiano per questo, sembrano non essere d’accordo sul fatto che love sia love. Ma è così: love is love. L’amore è l’amore, ed è l’unica cosa che conta. Lo ha detto Gesù Cristo e con lui tutta la Chiesa Cattolica, ma tant’è, a molti cattolici non piace questa frase, come non piace l’arcobaleno. Nonostante per noi cattolici – ma anche per gli ebrei che non vogliono rispondere a Cristo – l’arcobaleno sia un segno importantissimo, fondamentale, che sorge un secondo prima della disperazione completa, quando tutto, secondo i nostri ottusi ragionamenti, è perduto. In quel momento, Dio tende la sua mano verso di noi e vediamo non solo che il nostro percepire tutto perduto era un’illusione, ma addirittura che quello che ci hanno dato gratuitamente, senza meritarcelo, è meraviglioso. Con l’arcobaleno non si scherza. Ma secondo me, questo, molti cattolici lo hanno dimenticato. Chi sa se anche gli ebrei che non rispondono a Cristo l’hanno dimenticato, bisognerebbe chiedere a loro, ma se non rispondono a Cristo, per quale ragione dovrebbero rispondere a noi? Boh. Rimane il fatto che l’amore è tutto. Ma cos’è l’amore? È desiderare tanto una persona? Desiderare tanto stare accanto a una persona? Appassionarsi? Mah, chissà, forse sì, o forse no. Per molto tempo non l’ho capito, e Dio se n’è accorto. Perciò, proprio perché non capisco le cose al volo, mi ha dato un figlio, e a quel punto ho capito completamente cos’è l’amore, cosa vuol dire amare. Amare vuol dire volere di più la vita di un altro della tua. Anche se non lo vedrai più. Anche se non starà più accanto a te. Io amo la mia vita, ho una paura terribile della morte, ma se non ci fosse alternativa che dare la vita per i miei figli, non esiterei: darei la mia vita per loro. Perché li amo. Questo è l’amore, e lo sappiamo tutti, anche noi brutti e cattivi, nessuno può fuggire, è chiaro e limpido come l’acqua. È vero che alcuni, come me, ci mettono di più a capirlo ma per questa ragione Dio ci dona i figli, così pure noi, duri a capire, possiamo comprenderlo. Questo è quanto ho da dirvi oggi. Mi raccomando, continuate a leggermi e a mandarmi i vostri disegni alla posta elettronica dei Mienmiuaif.

“Che c’entra lo screenshot?” di Alejandro Abasolo

Tutte le volte che devo scrivere qualcosa mi sembra di non aver niente da dire. Che è un po’ la triste verità. Poi quando sono fisicamente impossibilitato a scrivere mi vengono in mente un milione di cose urgenti da dire al mondo per salvarlo dalla propria ignoranza con la mia immensa saggezza particolarmente saggia. È così, assomiglio un po’ a Bobo, il gatto che contro la propria volontà divide l’appartamento con la mia famiglia. Quando non c’è da mangiare ha fame, quando invece c’è, preferisce dormire.

Ma i Mienmiauf mi hanno detto che gli serve la rubrica di un papà. Ebbene signori (ma anche signore eh, non discrimino mica), io sono un papà. Vorrei scrivere di tante cose ma non del fatto che sono papà. A me piacerebbe di più lamentarmi di un sacco di cose che mi danno fastidio, tipo che la gente sull’autobus non si lava, puzza ma dovrebbe lavarsi per, appunto, non puzzare. Vorrei farvi notare tutte le cose sbagliate che ci sono nel mondo e che io invece faccio nel modo giusto. Farvi capire che se la gente venisse a chiedere a me cosa bisogna fare, il mondo andrebbe molto meglio. E poi vorrei tanto riempire la pagina con i miei sarcasmi acidi, per sfogare un po’ di rabbia e tristezza. Invece i Mienmiuaif evidentemente non sono venuti a farmi un piacere ma dovevano proprio rompermi le scatole (io vorrei dire che sono venuti a rompermi un’altra cosa, perché sono più di indole aggressiva, ma mi sa che alla fine non piace a nessuno la mia indole aggressiva “Sgarbi style”). E me le rompono chiedendomi l’ultima cosa che io vorrei fare: la rubrica di un papà. Non mi viene in mente niente di più palloso della rubrica di un papà (a meno che a scriverla sia Franco Nembrini, ma non è questo il caso).

Scriverò la rubrica noiosa, dunque. Ma avrò il vantaggio di poter scrivere cose pallose senza che mi si possa attribuire la colpa: l’idea è dei Mienmiuaif, tenetelo presente in ogni momento (avevo fatto uno screenshot della proposta dei Mienmiuaif per fare il figo ma mio figlio ha reagito così: “papà, hai sentito quello che ti ho detto, che c’entra lo screenshot?” – e da quest’ultima frase i Mienmiuaif mi hanno imposto il titolo); se avessi scelto io, sarebbe sicuramente venuta fuori una rubrica di grande successo.

Voi direte: “Allora, dunque? Cosa ci vuoi dire dopo tutta questa premessa sconclusionata e incomprensibile? Arriviamo al nocciolo, su!”. Niente, non vi voglio dire niente. Semplicemente quello che vi ho già detto: scriverò la rubrica di un papà.