“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

In quest’ultimo periodo ho ascoltato a Medjugorje, e non solo, tante testimonianze di conversione, racconti di storie di vita e dei modi, vari e unici come è unica ogni persona, in cui la fede è stata determinante, in cui credere e affidarsi all’amore di Dio è stata la chiave che ha aperto le porte di una vita piena. Racconti che spiegano annunciano affermano come la vera gioia, la pace, la salvezza terrena prima ancora che eterna si trovano solo in Gesù. E allora ho pensato di raccontarvi la storia della mia vita finora, per testimoniare anch’io quanto in Dio sia il senso di tutto, della gioia e del dolore, nelle sue vie incomprensibili il più delle volte, nelle prove, anche in quelle aspre e difficili, nei tempi di prosperità, in ogni attimo. Leggerete tanta sofferenza, ma l’amore di Dio è incommensurabile e quello che voglio dirvi con la mia storia è proprio questo: siamo amati!

Parto dall’inizio. Ho avuto un’infanzia piena di affetto, attenzioni, coccole, ma triste. Una famiglia formalmente cattolica, a Reggio Calabria. Mio padre faceva l’avvocato (da giovane era stato pieno di interessi, aveva preso due lauree, una in Economia e lavorato per un po’ come commercialista, poi in Giurisprudenza e nel frattempo fin dai diciotto anni era giornalista per un quotidiano locale), mia madre era insegnante di Lettere. Avevano saldi principi di stampo cattolico, soprattutto mio padre, mia madre era più influenzata da alcune idee che hanno sedotto milioni di persone dagli anni 60/70, in particolare per quel che riguarda il ruolo della donna, anche se in modo attenuato dalla cultura cattolica che comunque era molto presente nelle città del sud. Erano praticanti in modo superficiale, senza assiduità e soprattutto non pregavano. Entrambi eccessivamente legati alle loro famiglie d’origine, soprattutto mia madre, sono stati più volte sull’orlo della separazione, senza mai farlo, e di questo sono felice. I motivi erano incomprensioni dovute all’intrusività dei parenti, alla mancata costruzione di un’unione sponsale profonda e forte e preminente su gli altri affetti parentali. L’orgoglio di entrambi è sfociato in una guerra fredda molto pesante per me. Questo acuito dal fatto che ero rimasta figlia unica e che tranne la scuola, unico luogo in cui frequentavo coetanei, stavo sempre con gli adulti, e mi mancava la spensieratezza di quell’età. Mi sentivo sola e tanto oppressa, infelice al punto che a dodici anni pensavo che avrei tenuto duro fino ai diciotto e poi se niente fosse cambiato mi sarei buttata da un balcone come soluzione per non soffrire. Era un ragionamento influenzato anche da quel modo di pensare, oggi sempre più diffuso, che vede la morte come soluzione per fuggire dalle sofferenze in un’autodeterminazione per cui si decide se vivere o no in base al tipo di qualità di vita che si vuole. E cioè un atteggiamento depresso. Desideravo una famiglia pur avendola, desideravo l’armonia, nonostante non fossi minimamente trascurata dai miei genitori che avrebbero dato la vita per me.

Avevo quattordici anni quando mio padre scoprì di avere un tumore ai polmoni ed esattamente l’anno successivo, dopo chemioterapia e la grazia di avere pochissime sofferenze rispetto a quelle previste in quei casi, muore. L’anno successivo si ammala di mielite e in pochi mesi muore anche la mia nonna paterna, a cui ero strettamente legata, e io ho vissuto un dolore fortissimo aggravato dal fatto che lei non era amata da nessuno, per colpa sua dicevano, fatto sta che non era amata né capita, quindi per me quel periodo è stato un’esperienza di solitudine, sua e quindi anche mia, immensa, lacerante. Ho passato così l’anno dei miei sedici anni.

Trascorro quegli anni di adolescenza dopo la morte di mio padre catapultata nell’atmosfera dei parenti di mia madre, genitori, fratelli, ma soprattutto i numerosi zii e cugini che lei era felice di riprendere a frequentare assiduamente e a cui era fortemente legata. Finita la scuola mi iscrivo all’università come tappa obbligata per far qualcosa, per seguire l’onda. Scelgo Lettere moderne solo perché per me era una cosa facile, ma senza alcuna passione, interesse. Il mio desiderio per la vita era solo costruirmi una famiglia. Non ho sviluppato passioni da coltivare o l’interesse per un’attività lavorativa per esprimere le mie potenzialità. Mi mancavano le basi. Quello che cercavo era il calore umano, il calore di una famiglia, amicizie, amare ed essere amata, relazioni affettive profonde e durature. Forse anche per questo non mi interessavano i fidanzatini adolescenziali, quelle cose che sapevi che difficilmente sarebbero state per sempre. E quindi non ne avevo mai avuto uno. Mi invaghivo delle ipotetiche suocere e delle famiglie dei ragazzi più che di loro, cercando un modello di donna a cui ispirarmi, che era sempre la madre di vari figli, classica, raffinata, casalinga, con una bella casa. Sognavo. Speravo nel futuro.

Conclusa l’adolescenza, avevo ventun’anni quando mia madre si ammala di tumore al seno. Diagnosi precoce, operazione, chemio. Sembrava tutto sconfitto ma un anno e mezzo dopo arrivano le metastasi al fegato e in pochi mesi dopo nuova chemio e radioterapia con tutto quello che comporta vivere la malattia, e farlo sola io e lei come famiglia, ma con la pressante e costante, amorevole forse per lei, ma estenuante per me presenza dei suoi parenti, muore circa un mese dopo la mia laurea.

A ventitré anni mi ritrovo sola al mondo.

E in questa condizione ho vissuto per nove lunghi anni, fino a quando poi ho incontrato mio marito. Lunghi anni in cui ho conosciuto la disperazione, la ricerca del senso della vita, il vuoto, la speranza, lo sconforto, le incomprensioni, le maldicenze, il pietismo, tanto tanto pietismo, la superficialità della gente, l’aiuto, ancora il vuoto e ancora la speranza. E la fede.

Sola al mondo. Il pensiero di farla finita come soluzione per non soffrire, per una vita la cui qualità mi terrorizzava, per una vita che non mi sembrava vita in quelle condizioni, c’è stato nei primi mesi. Ma, grazie a Dio, il pensiero che era il momento di attuarlo mi faceva ancor più ribrezzo, dal più profondo della mia anima c’era un rifiuto, istintivo, viscerale. Non ce l’avrei mai fatta a suicidarmi. E così ho capito che non potevo fare altro che sopravvivere, con la speranza, cieca, aggrappata allora solo vagamente a Dio, di riuscire poi a vivere, col sogno di vivere bene.

La solitudine annienta. Il fatto di non appartenere, di non aver nessuno da amare e da cui essere amata, di abitare da sola, di occuparmi di tutto da sola, mi toglieva il senso del vivere.

C’erano i parenti, ma tra me e loro non c’erano mai stati rapporti veri, profondi, e dopo qualche tentativo con alcuni di instaurare una vicinanza familiare ho dovuto allontanarmi. Con alcuni c’era troppa diversità di mentalità, di vedute, in particolare poi per le antipatie passate tra alcuni di loro e mio padre, soprattutto con mia nonna, sentivo come se avessi dovuto rinnegarlo, rinnegare una parte di me, i tratti suoi in me che a loro certo non piacevano. Altri proprio non volevano o non sentivano di aiutarmi veramente, il loro unico interesse era chiaramente solo apparire buoni agli occhi degli altri, per cui io me ne sono allontanata. Ovviamente ho subìto attacchi, non diretti, ma subdoli che si sono manifestati successivamente perfino in lettere anonime indirizzate ad ambienti e ad amici che frequentavo, che miravano a screditarmi e a farmi apparire come una cattiva persona sottolineando la bontà dei parenti da cui io mi ero allontanata.

Nel periodo del primo tumore di mia madre la paura di poter rimanere da sola e l’infelicità di quella vita che sentivo troppo stretta mi aveva portata a iniziare la psicanalisi da un dottore molto conosciuto e amato in città. E, rimasta sola, lui è stato la mia fonte di salvezza. Di sicuro uno strumento del Signore e il primo che mi ha portata verso di Lui. Data la mia situazione di totale mancanza di affetti, il rapporto con lui è poi cambiato, il rapporto professionale è venuto meno ed è diventato un sostegno parentale, infatti lo chiamo zio, perché da zio si è comportato, fornendomi aiuto nelle varie vicende pratiche e burocratiche di ogni tipo, presentandomi come sua nipote, fornendomi così calore e protezione. Ma soprattutto mi ha formata umanamente, mi ha insegnato a vivere, trasmettendomi anche la sua fede. Gran parte di come sono lo devo a lui. Il fatto che lui mi volesse bene mi ha dato la forza di andare avanti. Quando inizialmente gli ho chiesto perché faceva tanto per me senza trarne nessun vantaggio e senza avere nessun dovere verso di me, in modo così chiaramente donativo, lui mi ha risposto: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Io non sapevo in quel momento che fosse una frase del Vangelo, che fosse parola di Gesù, ma quelle parole mi hanno dato vita nel profondo del cuore, qualcosa di indescrivibile. E così via via ho imparato da lui a guardare tutto in un’ottica di fede cristiana e ad approfondire cosa davvero fosse questa fede cristiana. Lui è stato per me la luce nel buio, l’acqua nel deserto, l’aria che fa respirare, una figura paterna che mi ha guidato, fatto crescere, insegnato a vivere.

Ero sempre stata credente, da bambina a scuola dalle suore tra gli otto e i dieci anni pensavo di farmi suora da grande, ma poi il fervore dell’infanzia era passato e io avevo acquisito abbastanza della mentalità del mondo, utilitaristica, egoistica, pur rimanendo sotto tanti aspetti diversa, un po’ “antica” come ragazza, con modi di pensare e sogni considerati retrogradi.

Non pregavo, non avevo mai pregato. In quei primi anni di vita da sola avevo iniziato ad andare alla Messa quotidiana nel pomeriggio ma solo perché mi faceva star meglio. Andavo e mi passava il mal di testa, mi sentivo sollevata, rilassata, al sicuro e avrei voluto che la messa durasse più a lungo perché lì mi sentivo meglio, poi uscivo e l’effetto durava per un po’. E allora volevo tornarci il giorno dopo. Ma ancora non pregavo.
È stato tramite questo “zio” che ho conosciuto un’altra persona che sarebbe diventata importantissima per me, diventando anche lei e suo marito degli “zii” che si sono resi disponibili ad aiutarmi e darmi affetto. Ed è stato tramite questa “zia”, che è una figura particolare, molto legata alla preghiera, che ho iniziato a pregare. Ho iniziato a pregare il rosario e non ho più smesso. La preghiera mi ha cambiato, ho iniziato a sentirmi amata, a sentire che Dio mi ama, a considerare ogni cosa con uno sguardo diverso. Piano piano sono guarita dalla depressione che il susseguirsi di eventi dolorosi e la situazione che vivevo mi aveva procurato. Chi, solo al mondo, non si deprime? Una depressione esogena (dovuta ad eventi esterni) non endogena, forse per questo meno grave, ma comunque sempre dolorosa che ho superato, o meglio, da cui sono stata liberata, oltre che con la supplica anche dando quel poco che ognuno ha da dare, la propria volontà. Il volersi lasciar andare, la svogliatezza, il non volersi alzare dal letto o dal divano, mangiare a fatica e male solo per sopravvivere, guardarsi allo specchio e desiderare di prendersi a schiaffi, tutto questo l’ ho superato solo quando ho capito che questo atteggiamento nei confronti di me stessa era sbagliato come se fosse nei confronti di un’altra persona e cioè nei confronti di qualcuno che è di Dio. Io non sono mia, sono Tua, Tu mi ha creata. Lì si poneva la scelta: mi alzo dal divano con grande fatica e lo faccio anche se non capisco niente, neanche perché ci sono sprofondata, solo per amor Tuo. Mi alzo perché voglio credere in Te, nel tuo amore. Mangio anche se non mi va di mangiare perché so che il cibo mi serve e Tu vuoi che io viva. Devo trattare me come è giusto trattare un’altra persona, una persona quindi tua … E questi ragionamenti hanno spronato la mia forza di volontà in un rapporto che era diventato personale, d’amore con Gesù e non più come con il Dio lontano che immaginavo prima. Dopo lo sforzo, cioè l’offerta dell’unica cosa che abbiamo, la volontà, il peso diventa più leggero, i malesseri diminuiscono e scompaiono, la forza ritorna. Il Signore guarisce, salva.

Ho capito che il valore di ogni persona è incommensurabile, e che questo non dipende da ciò che si ha, ma è solo perché siamo creati da Dio e lui è Amore. Quante volte camminando per la strada e vedendo i mendicanti mi sentivo come loro. Mi sentivo l’ultima su questa terra. E la cosa che mi sollevava nei fiumi di lacrime era sapere, credere che anche se su questa terra non ero importante per nessuno, per Dio che mi ha creata e che è morto in Croce per me ero importante. In quel mistero incomprensibile alla ragione ma che il cuore riconosce e che dà vita. Questo mi dava il senso del vivere.

Come i mendicanti, ma io non mendicavo soldi. Sotto questo aspetto mi sentivo come gli uccelli del Cielo e i gigli dei campi che vengono nutriti dal Padre. A me era dato di vivere con quello che mi avevano lasciato i genitori senza la necessità di lavorare. Non avrei potuto per sempre, ma per quei dieci anni ho avuto di che vivere tranquillamente e senza il bisogno di lavorare. Ho lavorato per due anni in una segreteria politica e poi periodicamente, dopo aver studiato come docente di italiano a stranieri, come insegnante di italiano, appunto, a stranieri. Ho fatto queste cose per occupare il tempo, per cercare di far cose normali, cercando una strada, senza che questi lavori mi appagassero o che li sapessi fare. Io mendicavo amore, affetto, calore umano. E non lo mendicavo apertamente, ma con una corazza protettiva di autodifesa che mi faceva sembrare più forte di quella che ero e agli occhi dei più superficiali sembravo fredda e credo anche cattiva. Sì, in certi periodi ho innalzato scudi protettivi molto grandi, soprattutto nei confronti di alcuni parenti, ma volevo vivere e volevo farlo al meglio e quindi erano necessari. Mi comporterebbe di nuovo allo stesso modo. Ho sempre avuto un’attrazione per il Vero, il Bello, il Buono, anche prima della conversione che mi ha resa consapevole e dove non trovavo istintivamente questo dovevo difendermi, non potevo permettere che la vulnerabilità della solitudine mi penalizzasse più di quanto fosse già penalizzante soffrire per la mancanza di tutto.

Inoltre non esternare il mio dolore, fingere di star bene o meglio di quanto stessi, spesso scambiato per orgoglio, era un modo per rendere la mia vita il più possibile uguale agli altri, normale. Per lottare con il peso della diversità, del sentirsi quella con la vita strana, brutta, fuori dal comune, piena di sofferenze, che soprattutto quando si è giovani e donne e in un mondo superficiale che certo non aiuta è più difficile da sopportare. Facevo di tutto per contrastare e soprattutto salvaguardarmi dal pietismo, dalla mentalità depressa degli altri che distrugge. Ho dovuto farlo anche nei confronti di mia nonna, da cui ho dovuto allontanarmi per non essere fagocitata in un vortice di tristezza mortifera, delusa del perché neanche in lei trovassi aiuto.
In più in quegli anni altre vicende mi hanno prostrata, angherie che hanno condizionato la mia vita notevolmente da parte di due ragazze che consideravo amiche e in un contesto di preghiera, in un sistema di sottomissione psicologica in cui ero caduta. Non voglio parlare oltre di questo, ma accennarlo sì, devo. Il Signore mi ha liberato anche da quest’oppressione. Ci vengono date prove, ma Lui non ci lascia mai e non ci dà prove più grandi di quanto possiamo sopportare. Non è retorica, è la verità.

Avendo sperimentato la solitudine a 360° ho conosciuto anche la sofferenza della “singletudine”. Passavano gli anni con qualche invaghimento da parte mia non corrisposto e qualche rifiuto dato senza che mai iniziasse una storia. Il mio primo e unico fidanzato l’ho conosciuto a 32 anni ed è quello che avrei sposato l’anno dopo. L’ho atteso per tanti anni, mi sembra di averlo atteso da sempre e poi è arrivato. Un’amica mi ha detto “ l’hai trovato proprio come lo volevi!”. Sì, come lo volevo, come era adatto a me, pensato per me, ma non solo, molto molto di più di quanto avessi mai immaginato. Davvero non avevo mai immaginato che sarei stata amata così tanto.
Con il matrimonio tutto è cambiato. Ho conosciuto la gioia, che prima non avevo mai sperimentato. Il trasferimento in un’altra città, una vita completamente nuova. E si è arricchita di amicizie, persone che stimo, persone veramente belle con cui condividere la fede, lo sguardo, il modo di vivere e vedere la vita, una porzione di mondo che avevo sempre desiderato incontrare, ma che prima non trovavo. La vita prosegue…vediamo cosa ci sarà…

Non posso che concludere questo racconto della mia storia andando a confessarmi per tutte le volte che ho mancato e che manco di fiducia nel Signore. Perché riguardando il mio passato è evidente quanto mi abbia sollevato e liberato e dato forza per affrontare ogni cosa. Strettamente legata alla fede è la fiducia in Lui e nel suo amore ed è la cosa che bisogna accrescere e mantenere viva e sempre più forte. La chiedo.

Sia lodato Gesù Cristo. Sempre sia lodato!

 

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“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

Quando ho saputo dell’arrivo del libro “Cento minuti sul Vangelo” ho provato subito un incontenibile entusiasmo, proprio quello stato d’animo che letteralmente significa “essere in Dio” (dal greco ἐν θεός ) . Già solo l’idea di avere le splendide e preziose meditazioni di padre Maurizio Botta che quotidianamente leggo e ascolto sul suo blog, cinquepassi.org, racchiuse in un libro, nella tangibile materialità della forma cartacea, mi è sembrato come un ulteriore dono e un’altra grande possibilità di accostarmi a conoscere davvero il Gesù in cui dico di credere, per capire chi è Lui, come recita il sottotitolo dell’opera.
Padre Maurizio è un sacerdote che ho avuto la gioia di conoscere, che ha celebrato il mio matrimonio, ed è per me un grande punto di riferimento.
È il sacerdote che due volte l’anno conduce quel bellissimo e intenso pellegrinaggio che è la “Visita alle Sette chiese nella notte” per le vie di Roma in cui sulle orme di San Filippo Neri si medita e si invocano i doni dello Spirito Santo cercando di diventarne sempre più mendicanti. Le sue catechesi, i “Cinque Passi al Mistero” che svolge da diversi anni, le sue omelie, colpiscono il cuore di molti perché è un innamorato di Gesù, questo è evidente e di conseguenza attrae gli altri. E da sacerdote, con tutta la meravigliosa grandezza che questo ruolo ha in sé, tramite questo libro ci porta a Lui, ce lo annuncia, così com’è, così come lo narrano i Vangeli, con un’analisi fedele, puntuale, in modo integrale si potrebbe dire, rischiando la connotazione negativa che viene data a questa parola. Ma del resto padre Maurizio confessa: io voglio essere un prete “integralista” nel senso che voglio conservare “integra” la bellezza della Fede. Voglio conservare “integra” la testimonianza che esiste una Legge di Dio.

Nel leggere e meditare “Cento minuti sul Vangelo” si fa un incontro. Un incontro chiarificatore, l’approfondimento di una conoscenza, un incontro-scontro con convinzioni precostituite differenti, un incontro per la prima volta, a ognuno il suo.
Non è troppo dire che può arrivare a cambiare la vita, perché può farlo. Incontrare Lui cambia la vita. Quindi l’importanza di “capire chi è Lui” è fondamentale. Nel paragrafo “Il Padre” ci spiega che L’uomo di ogni tempo nasce naturalmente religioso. Crede in Dio. Ma istintivamente l’uomo ha di Dio timore e soggezione. Gesù afferma che Lui, il Figlio, non rivela il Padre a tutti, ma solo a quelli a cui Lui vuole. Il Mistero di Gesù è così profondo da essere conosciuto solo dal Padre e il Mistero del Padre è conosciuto solo da Gesù, il Figlio. Gesù ci mette davanti alla libertà di Dio. Gesù ci ricorda che Dio come Padre non è né intuizione folgorante né sentimento immediato. Conoscere Dio come Padre non è conoscenza a cui si può arrivare da soli. La conoscenza di Dio come Padre non si conquista con l’intelligenza naturale o con l’attività intellettuale. Conoscere intimamente che Dio è Padre, non è un punto di partenza scontato, ma un Dono smisurato di Cristo.

Alla nostra umana ricerca di Dio è sempre legata la ricerca del senso, la domanda del per cosa vale la pena vivere. La risposta dell’uomo di fede arriva netta e decisa: Io voglio questa buona notizia, solo questa. Io voglio essere regnato da Dio. Io voglio avere Dio per Re. L’unica cosa che mi interessa. Per nient’altro vale la pena vivere. Tutto è troppo deludente. Tutto passa miseramente. E lascia una forza attrattiva notevole, credo anche in chi è o si sente lontano.
Si è capito perché questo libro lo sto consigliando e diffondendo a destra e a manca con l’entusiasmo di cui sopra? Perché apre orizzonti, perché dà la giusta direzione, perché niente è più importante che incontrare Lui e desiderare di essere suoi discepoli.

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

La vostra casalinga è tornata. E viene a parlarvi, con la sua anima tutta rosa e uno sguardo volutamente e sentitamente da Pollyanna, di quanto secondo lei sia importante ricercare, esprimere la bellezza in ogni piccola cosa, anche attraverso tanti piccoli dettagli che a molti possono apparire insignificanti o superflui o solo elementi formali.

Avete sentito dire che la forma è sostanza? Io sì, da una persona per me molto importante, che ha contribuito notevolmente alla mia formazione, che mi ha educata, e ho sempre sentito che questo fosse vero.
Ho una forte antipatia per la sciatteria, per la bruttezza. E ce ne è tanta in giro. Non sembra anche a voi? Capita anche che ne siamo così circondati e abituati che ci ritroviamo assuefatti.

Spesso scambiata erroneamente per semplicità, altre volte perché rispecchia malessere interiore, con varie gradazioni si va dalla sciatteria alla rozzezza. E questo in ogni aspetto, dal modo di presentarsi esteticamente al modo di esprimersi e nello svolgere anche le più banali azioni quotidiane.

Non voglio assolutamente fare un elogio del bon ton pieno di regole vuote di significato e di fredde norme di galateo che non esprimono altro se non un formalismo che risulta pure inutile e inaridisce. Certo queste regole hanno in sé un tentativo di cercare la bellezza ma lo inchiodano dentro schemi che si fermano solo ad un livello di apparenza, perciò restano in superficie e non appagano nel profondo.

Le ho sempre preferite però ai modi e agli atteggiamenti più grezzi, confusi, arruffati e fin dall’età in cui mettevo da sola un tè nella tazza o il gelato nella coppetta ho voluto che, appunto, il tè andasse messo nella apposita tazza da tè o in una mug, possibilmente carina (che ho un amore sviscerato per le porcellane ve l’avevo detto, al punto che contemplare piatti e tazzine ha un potere proprio rasserenante su di me) e il gelato nella coppetta e non nella tazza o peggio nel bicchiere. Un piccolissimo esempio, da casalinga forse, per dire che anche dettagli come questi, che ad alcuni sembrano solo forma (perché la sostanza sarebbe il fatto di bere il tè o mangiare il gelato senza l’importanza di dove si trovino), fanno la differenza perché trasmettono un’attenzione verso il bello che rende anche il gesto più gradevole, con un gusto più pieno.

Parlo di piccoli dettagli come sono gli oggetti di uso comune, e quindi l’attenzione all’atmosfera in cui si vive, ma si potrebbe parlare a lungo del modo di presentarsi, di esprimersi verbalmente e non.

Sono esagerata? Questi sono solo fronzoli e che anzi, distolgono dalle cose serie e dalla semplicità a cui invece dovremmo guardare? Ma la semplicità, intesa come espressione di ciò che è vero e buono non è eliminazione della forma. Perché la forma è sostanza. La riveste, la manifesta, la comunica, la porta, la esprime, a se stessi e agli altri. Una forma raffinata esprime un atteggiamento per me più pianamente umano. Una forma rozza mi fa pensare istantaneamente al “nascer non foste per viver come bruti ma per seguir virtute e conoscenza” di dantesca memoria.

E la semplicità non vuol dire neanche spontaneismo, per cui va bene tutto ciò che non è prima pensato.

Da tempi passati di eccessivo formalismo siamo arrivati ad uno spontaneismo, riflesso probabilmente (io azzarderei a dire quasi sicuramente) di quell’esaltazione dell’emotività che viene dall’idolatria dell’Io di cui è permeata la nostra epoca.
Fatto sta che ne risulta sciatteria e rozzezza diffusi.

Mio marito scherzando mi dice che io vorrei fare la paladina di un movimento contro il “rozzismo” ed eliminare tutto ciò che c’è di rozzo dalla terra. In effetti è vero, è il mio sogno impossibile! Le cosiddette “buone maniere” mi hanno sempre affascinato perché ci intravedo almeno un germe del bello a cui tendo, anelo. Anche in quelle che mascherano ipocrisia. L’animo non devo giudicarlo io, ma la forma delle “buone maniere” mi lascia comunque una buona sostanza e tendo a preferirla.

Tutto questo per dire: volgiamoci a cercare e a portare la bellezza anche nelle piccolissime cose, anche negli aspetti più superficiali, lasciamo emergere l’anelito che c’è in ogni persona verso il Bello, il Vero, il Buono.

 

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

Siamo in Quaresima, molti di voi hanno fatto il fioretto di non mangiare dolci perciò non vorrei tentarvi proponendovi una ricetta… Ma io che il fioretto non l’ho fatto l’altro giorno mi sono dedicata a sperimentare una torta di farina integrale alle carote, fatta a forma di rosa, con quella strepitosa invenzione che sono gli stampi in silicone. Un dolce abbastanza leggero in linea con il periodo, niente stravizi, solo un buon sapore per addolcire queste settimane di trepidante attesa e preghiera per l’evolversi della questione più delicata, dibattuta e divisiva del momento in Italia: le unioni civili, il ddl Cirinnà, con l’esito nefasto che poi ne è risultato.
Per una che ha partecipato al Family Day e che ha fatto le ore di guardia (per chi non lo sapesse un’iniziativa di preghiera in cui si è chiesto al Signore che questa legge non passasse. Si è pregato sì “contro” una legge sbagliata, e quindi “per” le persone, in primis coloro che sono offuscati dall’ideologia che ne è alla base, e per l’umanità tutta. In pratica, si chiede a Dio di liberarci dal male, come Lui stesso ci ha detto di chiedere. E si continua a farlo al di là di questo primo esito) la cosa è stata vissuta con intensità, con grande coinvolgimento, visceralmente. Perché riguarda il mondo, e quella porzione di globo chiamata Italia in cui viviamo, e che molti vorremo fosse “la felice eccezione” per quel che concerne certi modi mortiferi di vivere e pensare, come l’aveva definita San Giovanni Paolo II.
La questione in sé sarebbe semplice, perché la verità è sempre semplice, ma quando si cerca di stravolgerla, perché l’Io dell’uomo non vuole riconoscere il suo limite, la sua natura di creatura, e questo si nasconde dietro tanti atteggiamenti dalle più varie sfaccettature, allora tutto si complica e ci si divide.
Sì, la divisione è ovunque. Si diffonde a macchia d’olio perché ci sono divergenti visioni della vita o approcci che non possono essere conciliati. Quando si tratta della verità sull’uomo non può esserci spazio per annacquamenti o compromessi. E non si può nemmeno tacere, far finta di niente, evitare di parlare di qualcosa di così sconvolgente che porta ad una visione antropologica assurda.
E capita che si incrinano amicizie, qualcuna addirittura si rompe o ci sono allontanamenti, incomprensioni, conflitti anche in ambiti familiari. Il ddl Cirinnà sta portando anche questo in tante vite comuni.
C’è chi si espone, chi ci mette faccia e anima con coraggio, chi non può non gridare davanti a drammi senza precedenti nella storia umana, la dissoluzione del concetto di famiglia naturale, le persone ridotte a oggetti da produrre privati di una madre o di un padre. E questi sono solo i tratti principali del dramma.
Oltre a chi è completamente ottenebrato, la cosa che personalmente faccio più fatica a capire e ad accettare, è chi tentenna anche se si rende conto della gravità e degli orrori in questione, chi non ha il coraggio, “l’agire del cuore”. La motivazione a volte è anche inconscia ed è soprattutto la paura di perdere il consenso degli altri, la paura della solitudine, anche solo di perdere un sorriso. E i conflitti non nascono perché non si vuole rispettare il pensiero opposto dell’altro, ma perché una visione vile o relativista su questo sottintende un atteggiamento, un’impostazione dello stesso tipo in tutti gli aspetti del vivere. Di conseguenza produce delusione e perdita di fiducia nell’altro, e nelle relazioni affettive ci si sente non amati, non veramente. L’individualismo che l’atteggiamento relativistico porta con sé svuota quei rapporti, fa sentire e rende soli. Ferisce, addolora.
D’altra parte è la vita. Sentimenti e atteggiamenti umani di sempre che si manifestano.
C’è però anche chi pur soffrendo molto umanamente per la perdita di sorrisi, di consensi, rischia e va avanti, perché non potrebbe fare diversamente, e non gli basta avere un’apparente benevolenza altrui, un apparente calore, ma tradire la verità, tradire la ragione e tradire Dio. E vivere a questo mondo gli sembrerebbe senza senso perché quei sorrisi non basterebbero a dargliene, o meglio, ad indicargliene uno che riempie.
Non voglio quantificare la mancanza di fede, per cui ci sono cadute, tradimenti, rinnegamenti, ne siamo colpiti tutti, ma nello specifico dei credenti, la causa è sostanzialmente quella, diciamolo chiaramente.
C’è poi però anche l’esperienza del trovarsi e scoprirsi uniti, dell’accompagnarsi, c’è il nascere e il consolidarsi di una rete di amicizie, relazioni, che sostiene, riscalda, che è un vero dono e che il senso lo dà, eccome.
C’è tutto questo e molto altro che a margine della questione sulle unioni civili ha investito e investe moltissime vite e le mie riflessioni ed esperienze di questi giorni, quelle amare e quelle piene di gratitudine.

Per concludere in dolcezza e addolcire da tristi considerazioni, e per chi non è sotto il fioretto di non mangiare dolci, lascio la ricetta della torta integrale di carote. Da mangiare in una Quaresima tosta, e questa lo è.
Ingredienti:
100 g farina 00

200 g farina integrale

1 bustina lievito per dolci

300 g carote

2 uova

120 g zucchero di canna (se la preferite più dolce 200 g)

120 g latte

60 g olio di semi
1 pizzico di Sale

Preparazione:
In una terrina mettete la farina con il lievito e un pizzico di sale, mescolate. In un’altra ciotola lavorate, con l’aiuto di una frusta, le uova con lo zucchero e quando sono montate, aggiungete le carote che avrete precedentemente grattugiato finemente. 
Poi mettete anche l’olio di semi, il latte e le polveri. Versate l’impasto in uno stampo imburrato e infarinato ( io l’ho messo nello stampo in silicone) e cuocete in forno a 170° per 25/30 minuti circa. Una volta sfornate lasciate intiepidire e poi servite.

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

Ci siamo quasi! Sabato è il gran giorno. Flotte di pullman da ogni parte d’Italia si metteranno in viaggio, alcuni già durante la notte di venerdì e sicuramente alle prime ore del mattino l’alba sarà vista da innumerevoli occhi assonnati ma carichi di energia e pronti ad iniziare quel giorno come un nuovo giorno, un giorno che si ricorderà, che lascerà il segno. Ma verso Roma ci saranno anche treni pieni, automobili, aerei, con gente che si sposterà da ogni parte d’Italia, e non solo, perché ci saranno straordinarie presenze anche dall’estero per l’occasione (ne attendiamo una cara in particolare dagli Stati Uniti). Tutti per dire l’evidenza delle evidenze, come cantano i Mienmiuaif nel loro inno “Family day” che “un bimbo nasce da un lui e una lei “.

E, in questi giorni che precedono l’evento, varie domande di ordine pratico affollano le menti, in particolare di noi donne. Prima tra tutte la fatidica “che cosa mi metto?”, quella ci sta sempre e, se pure siamo preparate su come vestirci nelle più diverse circostanze, siccome il Family day non capita tutti i giorni, quale sarà l’outfit giusto? Sono già partiti i consulti tra amiche e la modalità “a cipolla“ è quella universalmente riconosciuta più efficace. Circa lo stile, ovviamente ognuno ha il suo, ma si concorda che non sia eccessivamente sportivo e anche se sarà una giornata un po’ faticosa non bisogna puntare esclusivamente alla comodità ma trovare anche qualche elemento che esalti comunque la femminilità. Stiamo affermando la bellezza della diversità tra maschile e femminile (anzi, dobbiamo proprio affermarne l’evidenza!) quindi non è una cattiva idea che queste differenze risaltino sotto ogni aspetto.

Si considera poi la tipologia di terreno del Circo Massimo per scegliere le scarpe appropriate, si controllano le previsioni meteo, soprattutto quelle più accurate con lo schemino sulle temperature ad ogni ora. Attrezzarsi di ombrellino e/o impermeabilino o poncho ripiegabile viene in mente a tutti. Ma quanti non scordano l’importanza di portarsi dietro anche uno sgabellino pieghevole per aver modo di sedersi?

Tra amiche ci si dà questi consigli, in una lista di cose da organizzare, comprare se mancano e sistemare in borsa/zaino. Altro quesito di importanza capitale: conviene usare la borsa o uno zainetto? Quale si presta meglio al connubio tra praticità e bellezza? Dovrà contenere uno spazio per pranzo e/o cena, per cui la scelta di portare panini è decisamente la più convincente, ma io ci metterò anche dei biscotti, un po’ di dolce ci vuole in ogni occasione.

Riepilogando, si può quindi delineare l’outfit femminile da “manifestante tipo“ del Family Day : scarpe basse/sportive, pantaloni comodi ma carini, felpe/magliette con loghi che rimandino alla famiglia per chi le possiede, e possibilmente maglietta + felpa/cardigan per essere equipaggiate “a cipolla “, rassicuranti comode giacche o piumini, cappello e sciarpa per le freddolose (anche se saremo nella calda Roma), borsa a tracolla o zainetto.

Cosa mettere dentro la borsa/zaino richiede una riflessione così articolata da necessitare almeno un altro post apposito. Siamo donne, un kit da make up dentro una trousse è essenziale (io porterò quella della collezione UOMOVIVO realizzata dalla “uaif” dei Mienmiuaif. E l’uomovivo sta a tema al Family Day come le foglie verdi agli alberi in estate). Nelle borse delle cattoliche ci sarà senz’altro qualche coroncina e libretto di preghiera. E poi, oggetto imprescindibile, da non dimenticare assolutamente a casa, il proprio cellulare, possibilmente con caricabatterie portatile per averlo sempre attivo e poter così comunicare con i numerosi amici da incontrare, da abbracciare, con cui immortalarsi in indimenticabili selfie. E, se c’è ancora spazio nella borsa si può osare portarsi anche un accessorio non necessario ma senz’altro utile, il bastone da selfie, comodo in particolare per i selfie di gruppo che in quest’occasione saranno tanti.

Ho dimenticato qualcosa? Se sì, fatemi sapere, altrimenti ci vediamo sabato, al Family Day!

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

Oggi è la Vigilia di Natale! Brrr! Sì, a una donna in particolare vengono i brividi per l’emozione e per le tante cose da fare, soprattutto quando c’è da preparare una super cena coi fiocchi per un congruo numero di persone, come succede a molti. Già, la cena, detta anche cenone perché deve essere ricca e festosa, ma al tempo stesso più sobria rispetto al pranzo del giorno dopo. Ovviamente chi di voi ha il compito di cucinare ha già tutto pronto, menù dettagliatamente ponderato e strutturato, spesa già fatta, anche se la corsa al supermercato magari al limite dell’orario di chiusura per l’ingrediente mancante è un’ulteriore emozione da non farsi mancare, e non serve impegno, càpita quasi sempre. E contribuisce a quell’atmosfera frizzante che rende tutto più allegro. A me mette allegria. Gli ultimi giorni prima delle feste sono i più belli. Sarà che pregustare la festa è più affascinante che viverla, sarà che occuparsi di predisporre, allestire, preparare è per molti, tra cui me, l’aspetto più gratificante. E tuffandoci nella frenesia di questi momenti parliamo un po’ di cibo. C’è un piatto che considero un must della Vigilia di Natale (come tradizione in molte regioni d’Italia, dev’essere a base di pesce), un contorno stuzzicante: le cozze gratinate al forno. Mi veniva in mente una cosa un po’ fantasiosa, che può far sorridere o farmi considerare quantomeno un po’ strampalata, non è tra le più belle analogie, ma pensavo che come la cozza sta attaccata allo scoglio, così dovremmo essere noi con Gesù, con Dio che si fa bambino. Attaccarci a Lui come una cozza, stare appiccicati perché senza di Lui non possiamo vivere. Che il nostro desiderio più grande sia quello di stare col nostro Signore, di non staccarci da Lui. Questo è l’augurio che faccio a me e a ognuno che leggerà questo post.

La ricetta, semplicissima, è questa:

Ingredienti:

1 kg di cozze

3 spicchi d’aglio

3 cucchiai di prezzemolo

80 gr. di pangrattato raffermo

50 gr di parmigiano grattugiato

Mezzo bicchiere di vino bianco

Pepe nero q.b.

Olio evo

Per prima cosa bisogna pulire le cozze. È il procedimento che richiede più tempo e pazienza. Dopo averle lavate sotto l’acqua fredda bisogna eliminare il filamento interno di ogni singola cozza, chiamato bisso, con un coltellino. Dopo questa operazione si mettono le cozze in un tegame ampio, insieme con uno spicchio di aglio, un po’ del prezzemolo, il vino e, a fuoco vivace, si aspetta che le cozze si aprano. Quando le cozze saranno tutte aperte si devono scolare filtrando il liquido di cottura con un colino. A parte si prepara il composto di pangrattato, gli altri spicchi d’aglio tritati, il parmigiano, il restante prezzemolo, l’olio e il pepe nero e vi si aggiunge il liquido di cottura per amalgamare il tutto e renderlo compatto, ma né troppo molle né troppo duro. Poi, si stacca da ogni cozza il guscio dove non c’è la cozza e sopra quello con la cozza si mette il composto. Dopo aver messo le cozze in teglia su carta da forno basta irrorare con un filo d’olio e infornare a 200° per 15 min.

Fanno anche un profumo… Buon Natale!

“Casalinga Dreamin'” di Romana Cordova

Siamo nella settimana della festa dell’Immacolata. Che periodo intenso! È finito novembre, mese in cui ci si appresta a prepararsi al Natale e che si conclude con l’inizio della novena all’Immacolata, durante cui è cominciato anche l’Avvento. Ci siamo ritrovati catapultati a dicembre, a vivere la prima settimana di attesa all’insegna della speranza, pregando particolarmente per nove giorni Lei, Maria, l’Immacolata, la piena di grazia. Siamo arrivati adesso alla seconda settimana, che insieme a una più forte chiamata alla conversione contiene questo giorno di giubilo, di lode alla donna tutta santa, tutta bella, piena di Spirito Santo: la festa dell’Immacolata Concezione. Pensare a questi titoli, a questi appellativi, fa innamorare, fa letteralmente entrare nell’amore, e percepire il cuore inondato di una dolcezza, di un calore che dovremmo provare perennemente. Sentirci amati, perché lo siamo più di quanto riusciamo a comprendere, e amare, il vero e unico e più essenziale senso della nostra vita. E l’Avvento serve proprio a risvegliare tutto questo in noi.

Quest’anno, poi, il giubilo è maggiore. L’8 dicembre (ieri) è iniziato anche il Giubileo della Misericordia, questo tempo di grazia particolare in cui l’amore di Dio per noi si fa ancora più tangibile, ancora più manifesto. Quanta immensità!

E allora, volgendo l’attenzione agli aspetti materiali della nostra quotidianità e quindi anche alla cucina, direi che bisogna festeggiare, esprimere la gioia anche in quest’ambito. Un modo può essere fare un dolce buono e raffinato portando in tavola uno dei simboli del Natale: l’albero, quello che ci ricorda che è in alto che dobbiamo condurre lo sguardo unito al cuore, da Colui dal quale veniamo e da cui vogliamo tornare, dopo aver vissuto dietro e quindi insieme a Lui. E a Lui ci porta Lei, la nostra Madre…

Questi semplicissimi ragionamenti mi ispirano un dessert delizioso. Ottimo come dolce per un menù da cena, dalla consistenza morbida, quasi budinoso pur non essendo proprio un budino e ben aromatizzato. E con una forma che al tempo stesso mette allegria e ha il profondo significato di cui sopra. Non l’ho inventato io, l’ho trovato ricercando, ma ho ideato di farlo diventare un albero di Natale. La ricetta è questa.

Albero di nocciole e amaretti

Gli ingredienti sono:

  • 1/2 l di latte
  • 5 uova
  • 200 g di nocciole
  • 100 g di cacao amaro
  • 100 g di zucchero a velo
  • 40 g di zucchero semolato ( sia a velo sia semolato io uso lo zucchero di canna)
  • 50 g di amaretti
  • amaretti e/o nocciole per decorare
  • rhum o brandy

 2015-11-20 13.47.07Bisogna innanzitutto ottenere un caramello con quattro cucchiai d’acqua posti sul fuoco con lo zucchero semolato fino a che avrà caramellato. Versatelo poi in uno stampo a forma di albero di Natale e ricoprite fondo e pareti.

In una terrina montate le uova con lo zucchero a velo fino a ottenere un composto liscio e omogeneo, diluitelo con il latte versato a filo, aggiungete nocciole e amaretti tritati. Mescolate in modo che tutto si amalgami molto bene. Continuando a mescolare aggiungete infine il cacao e il rhum o il brandy (in base ai vostri gusti o a quello che vi ritrovate in casa).

Versate il composto nello stampo caramellato e cuocetelo a bagnomaria in forno per circa un’ora o quando infilando uno stecchino nel budino lo ritirate asciutto.

Togliete lo stampo dal bagnomaria, lasciatelo raffreddare, poi mettetelo in frigorifero per almeno tre ore. Sformate il budino sul piatto da portata e cospargetelo con i restanti amaretti sbriciolati e decoratelo a piacere con nocciole e/o altri amaretti.