by Serena Di (@radicalchicpentita), autrice di Confessioni di una Radical Chic pentita

Quando ero piccola pensavo che i ricchi fossero tutti come zio Paperone, dei paperi scozzesi senza pantaloni che nuotavano tra sonanti dollari e veneravano la “Numero Uno”, la prima monetina guadagnata e custodita gelosamente in una teca di vetro. Poi sono cresciuta e ho capito che i veri ricchi amano vestirsi da poveri (se brutti sporchi e cattivi ancora meglio) e i falsi ricchi si fanno le foto con i piedi a mollo nella piscina comunale per postarle su Instagram a scaglioni nell’arco di 12 vippissimi mesi (il calendario podologico).

C’è infatti qualcuno che pensa che l’apparenza sia meglio della sostanza, anche se l’apparenza è fallace, poco importa che «cenere siamo e cenere diventeremo» (so che non sono notizie da tutti i giorni), come diceva la mia estetista Carmelina: «Nel frattempo io voglio vivere come una superstar, per la cenere c’è tempo». 

Carmelina aveva scritto questa frase con il rossetto sullo specchio all’ingresso del salone e a me faceva molto ridere. Carmelina, per quanto intelligente, non sapeva che tra i padri di questo diffuso pensiero c’è un signore italiano e poi uno americano e poi… ok, meglio raccontarvi la storia.

Nel 1921 a Boston lavorava un uomo d’affari italiano di nome Carlo Ponzi. Cento anni dopo il suo nome è rispuntato fuori accanto a quello  di un altro uomo d’affari americano di nome Bernie Madoff. Cosa avessero in comune Carlo Ponzi e Bernie Madoff io, fino a questa settimana, presumevo di saperlo: una colossale truffa. Invece, sempre a Boston nel 2021, è stato un sacerdote di nome Andrea Povero a donarmi un’illuminazione. 

Domenica mi ha salutata con questa frase: «Ricordati che gli idoli ti chiedono sempre la vita, il Signore no». Lì per lì non ho afferrato benissimo il concetto (ma quanto c’ho la testa dura, oh?), poi tornando a casa ho riletto il passo che mi aveva consigliato, il sacrificio di Isacco sul monte Moriah. Come sia andata la vicenda lo sappiamo, non ci fu nessun sacrificio alla fine, mentre per Carlo Ponzi e Bernie Madoff, che è morto ieri, il peso dell’olocausto è stato atroce. Il loro idolo? La Numero Uno, il denaro, che nel caso della truffa dello schema Ponzi neppure esiste. 

A Natale del 2008, a Manhattan, dei supposti 65 miliardi di capitali di Bernie Madoff restano 200 milioni di dollari, da subito sequestrati per risarcire gli investitori, alcuni dei quali si tolgono la vita. 150 anni di carcere per Bernie, un tentativo di suicidio fallito insieme alla moglie Ruth e infine la disgrazia delle disgrazie, la morte di entrambi i figli Mark e Andrew. Nel 2010, due anni dopo la condanna del padre, il figlio Mark si impicca con il guinzaglio del cane e al fratello, Andrew, viene diagnosticato un linfoma che lo uccide nel 2014. 

Già Dante nel Canto Diciassettesimo ci parla degli usurai e dei soldi fatti senza alcuna fatica, quelli fatti con altri soldi, della differenza tra l’economia produttiva e la finanza, la non accordanza tra ricchezza e lavoro nella sua Firenze che allora era come Manhattan, e dove i fiorini contavano come dollari. Vi ricorda qualcosa? Quanti idoli ci sono in giro, che ci chiedono la vita e in cambio offrono solo disperazione? A quante cose assurde e inesistenti votiamo i nostri ideali, le nostre vite? E se non ne abbiamo, come riempiamo il vuoto che le attraversa? E credere in Dio, che quel vuoto lo colma eccome, sarebbe poi così folle?

A quelli che pensano che preghi una statua di gesso per adorare un uomo invisibile non faccio notare che loro credono alla crema anticellulite, ai tarocchi, a massacranti straordinari non pagati “cosìfacciocarriera”, alla ginnastica passiva, alla solidarietà tra donne, all’oroscopo, alla body positive, ai bitcoin, al miracoloso rimpicciolimento naturale del naso di quella showgirl, perché mi pare brutto distruggere le loro illusioni. Però ogni tanto una parolina va detta, se poi è di don Andrea meglio ancora.  

Ps: Carmelina, quella crema prodigiosa per la follicolite da 100 euro che mi hai fatto comprare non ha funzionato, ma ti voglio bene lo stesso.

di Giuseppe Signorin

Gli elenchi non li sopporto (I tried to improve my english in 5 steps but I only know how to use Google translate). Quindi immaginate la vergogna nel proporvene uno. Però l’ultimo articolo su questo blog, Ho la fede a meno di zero (e siamo un esercito), ha innescato una serie di reazioni per cui mi sono venute in mente 5 mosse di karate per chi volesse tentare di arginare la dilagante emorragia di fede – soprattutto interna. Funzionano? Io ci sto provando, sono cintura bianca e temo di rimanerlo a vita, il bianco mi piace, sono papista, però, nella fede, come nelle arti marziali, bisogna a un certo punto buttarsi: rimanere lì lì, in bilico, non serve a nulla.

MOSSA DI KARATE NUMERO 1: pregare. Sì, perché pregando si impara a pregare ed è proprio nella preghiera che bisogna chiedere la grazia a Dio di aumentare la nostra fede. O di farcene il dono, qualora fosse del tutto assente. Sembra un paradosso, ma a differenza del karate e di tutte le discipline e religioni orientali, non è tanto sulla nostra forza che dobbiamo contare per conoscere di più Dio, quanto sulla Sua. Pregare significa lasciarGli spazio, poi ci penserà Lui.

MOSSA DI KARATE NUMERO 2: la volontà. Ma pregare è già un atto di fede! Esatto, infatti bisogna un po’ buttarsi. Decidere di buttarsi. Così come l’amore, la fede non va confusa con un sentimento. È piuttosto un atto di volontà. Voler credere: decidersi per credere. Voglio credere, mi butto, prego Dio che aumenti la mia fede. Il tutto senza fasciarsi troppo la testa. Ragionare è un bene, ma le paranoie no e oggi molti ragionamenti sono paranoie.

MOSSA DI KARATE NUMERO 3: ascoltare testimoni. Diceva san Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”. I maestri, in effetti, aiutano chi la fede ce l’ha già. Aiutano a entrare nel Mistero, a scandagliarlo, a contemplarlo. Ma se la fede non c’è, è dura. Meglio ascoltare o leggere persone che hanno fede (il top sarebbe incontrarle dal vivo, ma al momento siamo ostacolati dalle circostanze). Chi ha fede, trasmette la fede. In questi tempi bui, si possono trovare numerose testimonianze anche su Internet.

MOSSA DI KARATE NUMERO 4: condividere la fede. Già, la fede muore se rimane ferma e nascosta dentro le persone. Deve circolare, per crescere. È bene quindi condividerla, parlarne. Lo stesso annuncio rende in qualche modo presente Cristo. Sant’Antonio predicava ai pesci. Chi non ha un pesciolino o un gattino o un cagnolino, o anche solo qualche mosca, a casa, a cui annunciare la buona novella?

MOSSA DI KARATE NUMERO 5: lodare Dio in ogni tempo. Ringraziare, lodare Dio. Quello che viene chiamato “sacrificio di lode”. Imparare a rendere grazie e lodare Dio per ogni cosa, bella e brutta. La perfetta letizia di san Francesco, quando gliene capitava di ogni; o il testamento spirituale di santa Bernadette, in cui ringrazia per tutte le peggio cose che le sono successe in vita. Perché Dio ci ama e ha un progetto d’amore per noi, quindi in ogni circostanza è bene lodarlo e ringraziarlo, dandogli così totale fiducia. Questo esercizio quotidiano può aumentare di molto la nostra fede.

Gran finale: ognuna di queste 5 mosse di karate andrebbe approfondita e soprattutto praticata. “Dai la cera, togli la cera…”. Intanto vi siete beccati l’elenco, ora se volete potete provare ad andare più a fondo nella questione e puntare ad altri colori della cintura: rosso martire, marrone o grigio frate, azzurro o blu suora, nero sacerdote, cintura tutta sbrodolata mamma con bambini piccoli, cintura nera quinto dan bambini piccoli che sbrodolano la cintura della mamma… Una cosa del genere.

di Giuseppe Signorin

Un po’ per non essere ridicoli, un po’ per non essere superstiziosi, abbiamo perso la fede. Io per primo. Credo di credere, ma non credo affatto. Me l’ha rivelato un sacerdote al telefono: “tu non credi a Gesù”. C’ho pensato alcuni istanti e c’aveva azzeccato. Io non credo a Gesù.

Mi hanno colpito un paio di cose, ultimamente:

  • Una cit di Carlo Acutis: “Quello che manca ai nostri giorni è la soprannaturalità”. Fresco di “beatitudine” da parte della Chiesa, il piccolo genio dell’informatica che impazziva per l’Eucarestia ha lasciato questo messaggio a mio parere chirurgico: “manca la soprannaturalità”. Per esempio io sì, magari credo che Dio esista, ma sicuramente non credo che Dio agisca in maniera soprannaturale. Non ci credo fino in fondo. Non ci credo in maniera semplice, immediata. Mille ragionamenti contorti contorcono la mia fede. A partire dai sacramenti: credo che quel pane è Dio? Che in confessionale Dio perdona i peccati? Che pecco e quindi muoio dentro e mi allontano dall’amore di Dio? Credo che Dio può compiere i miracoli, così sovrabbondanti nei Vangeli?
  • Questione non da poco che ci porta alla seconda cosa che mi ha colpito: la lettura del Vangelo di Giovanni (per i sinottici il discorso è analogo). Mi sono messo lì a leggerlo e c’era un miracolo dietro l’altro, un segno dietro l’altro. Tutto sembrava ruotare attorno a una domanda: Gesù è Dio o non è Dio? E a favore della tesi di essere Dio, Gesù continuava a compiere miracoli e lasciare segni e pronunciare parole pregne di quella soprannaturalità che secondo Carlo Acutis ai nostri giorni manca. Pensando a me e ai cattolici in generale e vedendo il Cristo che emergeva pagina dopo pagina dal Vangelo di Giovanni, ho percepito un abisso e mi sono domandato se ci siano ancora punti in comune.

Sì, estremizzo, ma mi sento come gli abitanti di Nazaret, in mezzo ai quali Gesù era bloccato perché non gli credevano. Non avevano fede in lui. Perché se Cristo è vivo, allora Cristo agisce. Ma Cristo può agire tramite la nostra fede, è lui stesso a insegnarcelo. Quindi a frenarlo, quasi a paralizzarlo, siamo noi. Ripeto: io per primo.

Ho la sensazione che vogliamo così tanto fare il “bene” con le nostre forze da impedire a Dio di mettere in campo le sue. Concentrandoci troppo su di noi, perdiamo di vista Dio.

Dov’è la fede convinta di averle già ottenute, le cose che chiede? È un’indicazione del Vangelo, non m’invento nulla. Quella fede è rarissima. Dire “sia fatta la tua volontà”, per me, in automatico, ormai sottintende che quello che chiedo non verrà esaudito. In pratica prego con la sicurezza che la volontà di Dio sia un’altra. Ma che ne so io qual è la volontà di Dio?

I Vangeli sono zeppi di segni, miracoli, liberazioni, ma noi ce ne vergogniamo o li interpretiamo come leggende, simboli, o ci ostiniamo a non volerne avere bisogno. Viviamo come se padre Pio fosse vissuto mille anni fa, come se Fatima e Lourdes fossero eventi medievali, come se a Medjugorje o in alcune realtà ecclesiali vive, con sacerdoti santi, non accadesse mai nulla. E invece qualcosa accade. Quello che accadeva quando Gesù era sulla terra. Ma come mai solo lì? Perché abbiamo perso la fede. Perché per falsa umiltà – che è superbia – non lasciamo agire Dio. Non chiediamo, non preghiamo, non ringraziamo, non lodiamo e se lo facciamo è più che altro ginnastica mentale o facciale.

Dove sono i segni che accompagnano chi annuncia il Vangelo? Ha mentito, Gesù? Ci inganna o è Dio? Questo non vuol dire esigere che ogni preghiera all’istante venga esaudita. Ma siamo all’estremo opposto. Non parlo di amore, di carità, parlo proprio di fede. Sul piano della fede – che è quello iniziale: Abramo, per fede, cos’è arrivato a fare? – siamo meno di zero. Almeno qui in Occidente, nella tomba della fede, Occidente che invece ne è stato la culla, strabordante di santi folli e ridicoli che hanno permesso a Dio di agire in maniera inimmaginabile.

by Serena Di (@radicalchicpentita), autrice di Confessioni di una Radical Chic pentita

Era una notte buia e tempest… ehm no, era una mattina assolata e limpida, ma fredda, terribilmente fredda. 

A volte di certe storie ricordiamo la fine ma non l’inizio, però dopo un po’ di decluttering mentale (cit. Marie Kondo) io l’inizio di questa storia me lo sono ricordato.

Era il 17 novembre 2013 e non veneravo ancora Marie Kondo perché semplicemente il suo capolavoro non era ancora in cima alle classifiche dei libri di autoaiuto che acquistavo settimanalmente, potevo quindi ancora spaiare i calzini, professarmi atea e risparmiare i soldi per la crema anticellulite (poi dicono che gli atei non sono superstiziosi). Quella domenica mattina era iniziata come tutte le altre mattine della mia vita adulta, ovvero con l’sms di una mia eminente superiore inviato alle 3:00: «Apri il set alle 5:30, no cestino, no rimborso benzina, no gettone comparse, se ti supplicano non farti fare fessa come al solito, nessuna misericordia». Il set era a Borgo Pio, l’attore principale aveva fatto “after” e non rispondeva agli stimoli visivi e uditivi (quante dita ha questo unicorno?), gli attrezzisti avevano il garbo di Mario Brega che urla: «Io so comunista cosììììì!!!!!!!!!» (ma non la simpatia di Mario Brega) e il costumista con la passione per i glitter voleva vestire il personaggio di nonno Camillo, il carrozziere della Bufalotta, come Priscilla la regina del deserto. Alle ore 8:00 avevo già una crisi di nervi, alle 9:30 un attacco d’ansia che alle 10:00 era diventato un pluriattaccodipanico, alle 11:00 era bastastavoltamilicenzioveramentechehostudiatoafare???, alle 12:00 era: «Il pranzo non sarebbe incluso avremmo dovuto finire un’ora fa, non è colpa mia se abbiamo girato solo due ciak su quarantotto, non guardatemi così, ok scendo a prendere i panini». Avevo vacillato scendendo le scale, sapevo che anche quella volta avrei dovuto rimetterci di tasca mia (addio creme anticellulite e prova bikini, sigh!), e mentre mi ripetevo sconsolata che la gentilezza era debolezza ero arrivata in Piazza San Pietro, dove la folla si accalcava al temine dell’Angelus del Papa, neanche avessero visto Un Marziano a Roma, per accaparrarsi una scatoletta di farmaci distribuiti gratuitamente. Proprio quello di cui avevo bisogno, pillole senza prescrizione medica! «Questo nuovo Papa è proprio un grande», mi ero detta. Con le finanze dissanguate e tre buste piene di pizza e mortazza ero riuscita ad accaparrarmi una bella scatola che contavo di scartare quanto prima. Solo una volta tornata sul set mi ero resa conto della “brutta sorpresa”: la medicina non era un rimedio per stressati, era di quelle come dire… spirituali, come dire… superstiziosa, come dire… fantascienza, come dire… inutile. 

La medicina era una coroncina del rosario che invitava a recitare la “Divina Misericordia”, una preghiera «mai sentita prima», avevo borbottato, cedendo delusa la scatolina al regista romano che se l’era intascata: «Dalla a me che ste cose de chiesa je piacciono a mi nonna!» (le nonne sono sempre avanti). Per qualche giorno a Roma non si era parlato d’altro, tra l’euforia generale, poi, come il marziano di Flaiano, pian piano di quella Misericordina si sono un po’ tutti dimenticati, a iniziare da me che l’avrei riscoperta solo molti anni dopo, anni fatti di prove bikini fallite e notti buie e tempestose. 

Vi ho raccontato questa storia per ricordarvi che oggi inizia la novena della Divina Misericordia, una medicina (forse) inutile per lo stress ma preziosa per l’anima. Ora potrei provare a descrivervela meglio, ma quando ci sono le parole di Papa Francesco (che anche se non fa il farmacista era ed è ancora un grande) io cosa posso aggiungere di più? Ecco parte del suo discorso all’Angelus di quel giorno, domenica 17 Novembre 2013:

“Alla fine, Gesù fa una promessa che è garanzia di vittoria: «Con la vostra perseveranza salverete la vostra vita» (v. 19). Quanta speranza in queste parole! Sono un richiamo alla speranza e alla pazienza, al saper aspettare i frutti sicuri della salvezza, confidando nel senso profondo della vita e della storia: le prove e le difficoltà fanno parte di un disegno più grande; il Signore, padrone della storia, conduce tutto al suo compimento. Nonostante i disordini e le sciagure che turbano il mondo, il disegno di bontà e di misericordia di Dio si compirà! E questa è la nostra speranza: andare così, in questa strada, nel disegno di Dio che si compirà. E’ la nostra speranza… Adesso vorrei consigliarvi una medicina. Ma qualcuno pensa: “Il Papa fa il farmacista adesso?” E’ una medicina speciale per concretizzare i frutti dell’Anno della Fede, che volge al termine. Ma è una medicina di 59 granelli intracordiali. Si tratta di una “medicina spirituale” chiamata Misericordina. Una scatolina di 59 granelli intracordiali. In questa scatoletta è contenuta la medicina e alcuni volontari la distribuiranno a voi mentre lasciate la Piazza. Prendetela! C’è una corona del Rosario, con la quale si può pregare anche la “coroncina della Misericordia”, aiuto spirituale per la nostra anima e per diffondere ovunque l’amore, il perdono e la fraternità. Non dimenticatevi di prenderla, perché fa bene. Fa bene al cuore, all’anima e a tutta la vita!»”.

(ricorderemo giorno per giorno la Novena nelle stories dei Mienmiuaif)

by BAT-man, il nostro inviato dalla provincia di Barletta-Andria-Trani, Salvatore Zingaro

I programmi televisivi possono offrirci spunti su cui riflettere. Alle finali di Italia’s Got Talent un comico ha proposto – “al limite della blasfemia”, a detta di una Mara Maionchi più che divertita – le Nozze di Cana rivisitate in chiave napoletana. Un passo evangelico, a dire il vero, che ha sempre suscitato in me un particolare interesse, anche per il suo tasso alcolico.

Al di là della discutibile performance su cui non mi soffermerei più di tanto e della tenerezza mista a tristezza che il comico mi ha provocato, quelle parole mi hanno fatto riaffiorare vecchi ricordi.

Ero solito frequentare un centro culturale ricreativo e le attività iniziavano il pomeriggio presto, attività che venivano accompagnate da un bicchiere di vino e altri tipi di alcolici sino a tarda sera. Finché arrivò il 27 agosto, il momento in cui quella storia di Cana di Galilea si fuse con la mia, ambientata nell’attuale provincia di Barletta-Andria-Trani.

Quel giorno partecipai a una festa organizzata dal mio centro, “fatalità” in contemporanea con la processione della Madonna dei Miracoli che, come da antica tradizione, passava per le vie della mia città alle tre di notte.
Ricordo di essermi intrattenuto con diversi amici a parlare di letteratura e di cinema. In modo particolare mi soffermai con un ragazzo aspirante regista che mi raccontava divertito di diverse riprese di sabotaggi alle varie processioni, processioni che, per lui, erano grottesche e retaggio di un mondo vecchio, ottuso e bigotto. Quella volta, con la sua videocamera, avrebbe voluto deridere la folla di fedeli con le sue riprese sperimentali.

Ma la Madonna dei Miracoli, titolo assolutamente appropriato, nonostante le cattive intenzioni, aveva in mente un altro tipo di film. Dopo essermi distaccato dagli amici per tornare a casa, sentii un qualcosa dentro, una forte chiamata: avevo bisogno di seguire quella processione. Passai davanti ai miei amici, proprio davanti all’aspirante regista che prima mi guardò sbigottito e poi mi salutò con un cenno di sorriso malizioso e infine mi ritrovai in mezzo a tutta quella gente. A pregare. Per la prima volta.

“Ave Maria, piena di Grazia, il Signore è con te… “, iniziai a ripetere questa preghiera e proprio nel momento in cui pensai che la festa fosse finita, era lì che doveva appena iniziare, perché grazie all’amore della Mamma Celeste ho ritrovato il sano gusto per la vita e per la sua straordinaria bellezza.

E così il comico divertito di Italia’s Got Talent che cosa ha manifestato con il suo spettacolo, se non il bisogno di deridere qualcosa di cui in fondo sente la mancanza? Maria però non cade in queste provocazioni e anche se sei brillo, sei comico, sei aspirante regista di video blasfemi, avrà sempre la premura di cercarti, di chiamarti e di condurti alla fonte della vita, lasciando a te la libertà di farti trasportare dal suo abbraccio materno.

“Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà».”

Riportaci a Tuo Figlio, Maria, specialmente i più bisognosi della Sua Divina Misericordia.

by Serena Di (@radicalchicpentita), autrice di Confessioni di una Radical Chic pentita

Carissimi, come sapete ho scritto un libro (ho solo spammato post per una settimana) e adesso che è stato pubblicato, come tutti gli scrittori bohemien, gli artisti e Lady Gaga posso raccontarvi le mie sciagure passate (ampiamente trattate nel libro tra l’altro). 

Si fa per fidelizzare il pubblico, per farlo empatizzare «poverina anche lei aveva i brufolozzi sul mento durante il pre ciclo» e soprattutto perché è di gran moda.

Vince su tutti chi parla di bullismo, battute sul peso, sul modo di vestire, di comportarsi, di parlare, la lista è lunga e non risparmia niente e nessuno, eppure a guardare tv, social e giornali sembra che ne siano vittime solo alcune categorie per cui la parola bullismo è sempre valida, mentre per altre sembra normale prassi, come se non fossimo tutti fatti di sangue, cuore, sentimenti e cistifellea. Evidentemente la cistifellea di qualcuno vale più di quella di altri. Cosa succede infatti quando la vittima di bullismo è un cattolico, nel paese che viene ancora da molti (erroneamente) considerato il più cattolico al mondo?

Succede un bel niente, oggi come vent’anni fa quando la vittima di bullismo sono stata io e non conoscevo la parola bullismo. C’erano i “bulletti”, che secondo la leggenda erano rigorosamente solo maschi e per definizione venivano da famiglie povere e abbrutite che mangiavano il dessert con il cucchiaino da the (datemi i sali). 

Questi “bulletti” te li immaginavi sempre in sella a una Harley-Davidson (anche se avevano cinque anni), il chiodo d’ordinanza, un coltellino svizzero ben in vista e tra i capelli la stessa brillantina che usava John Travolta in Grease (che, ricordiamolo, secondo i canoni odierni è un film sessista e misogino ed è deplorevole anche solo nominarlo). 

I bulletti se ne stavano sugli spalti dello stadio del liceo, loro habitat naturale, cantavano dal tramonto all’alba Summer Nights pronti ad assalire in massa, come corvacci, la loro preda, perché si sa i bulletti agiscono sempre in gruppo. Le mamme lo ripetevano in continuazione «non te la prendere, i bulletti agiscono sempre in branco ma presi singolarmente sono deboli e fragili».

E così con queste raccomandazioni mi apprestavo a iniziare le scuole medie come una povera, ingenua, Sandy Olsson (mia madre mi vestiva pure come lei). La mia scuola non aveva lo stadio, la palestra era inagibile per la maggior parte del tempo e io sembravo al sicuro dai bulletti, eppure un giorno “il bullismo”, questa entità astratta, colpì anche me. 

Non ero stata presa di mira perché mi vestivo come Nonna Papera, né per l’aspetto paffuto e i brufoli, o, almeno, non solo. Ero stata presa di mira perché agganciato a un laccio dello zaino tenevo un rosario. 

Questo evento, con le sue conseguenze, ha segnato profondamente il mio rapporto con la fede durate gli anni a venire. 

Nel mio caso la capo bulla era una donna, un’adulta, la mia professoressa di lettere e il branco di ossequiosi bulletti non era composto da ragazzini provenienti da famiglie svantaggiate, ma da ricchi rampolli di provincia. Quelli che si vestivano come i vj di MTV, che bevevano e fumavano in aula, che davano fuoco al registro di classe per le troppe note accumulate, che si riempivano di piercing e tatuaggi a dodici anni, che perseguitavano e deridevano in massa i compagni più deboli (e meno benestanti) che non sapevano neanche cosa fosse MTV. 

I tipi giusti, insomma. Contro di loro non avevo speranze e soprattutto non le avevo contro la professoressa Lazoppis che non perdeva occasione per ricordarmi che la religione era l’oppio dei popoli e che «la cultura è solo di sinistra» (ma anche io venivo da una famiglia di sinistra). Loro erano quelli a cui si dava sempre ragione, persino se erano crudeli, prepotenti, volgari, ipocriti, bugiardi e culturalmente inadeguati. Negli anni ho imparato a riconoscerli, studiarli e perdonarli, a loro ho dedicato intere pagine di Confessioni di una Radical Chic pentita.

Il tempo è passato ma ben poco è cambiato. Per rivedere i miei ex compagni di classe oggi basta sintonizzarsi su qualche programma a caso, visitare una di quelle pagine satiriche da milioni di follower dove si plaude con disinvoltura alle bestemmie e dove donne e ragazze cattoliche, giornaliste, madri e mogli vengono messe alla gogna tra oscenità e ogni tipo di bruttura augurata pubblicamente a loro, ai loro mariti e ai loro figli. Il tutto nell’indifferenza generale, perché «nel 2021 stiamo ancora a difendere quelle retrograde donnine di Chiesa?».

Appunto, siamo nel 2021, abbiamo trovato un vaccino per il COVID19 ma non quello per la fesseria, e noi dopotutto continuiamo a rimanere il paese più cattolico al mondo (come no).

by Giuseppe Signorin

La Madonna appare ai bambini perché i bambini sono più santi, più forti, più belli, più ribelli. I bambini hanno coraggio, hanno un cuore grande, sono intelligenti, apprendono tutto, subito. La Madonna appare ai bambini e non fa proposte al ribasso: chiede tanto ai bambini perché i bambini hanno tanto da dare. E sono contenti di dare, perché dare è meglio che ricevere. Noi tendiamo invece a proporre il meno possibile, sul piano spirituale, ai più piccoli.

Tralasciando i bambini – a quel livello solo la Madonna (ma non è vero, i sacerdoti sono alter Christus) – e passando ai quindicenni, i diciottenni, ma anche i ventenni, i venticinquenni, se gli si facesse una proposta radicale, questi nel giro di tre mesi ti cambiano il paese. A quell’età si ha l’energia di fare cose allucinanti, spesso in senso negativo. Io mi svegliavo in luoghi di cui nemmeno ricordavo l’esistenza, e partivo per altri viaggi, altre mete, senza stancarmi mai. Perché ero motivato, volevo divertirmi.

A quell’età, se proponi preghiera abbondante, rinunce, letture, opere, i ragazzi li riempi e loro ti cambiano il pianeta. Ma sul serio, non solo con la raccolta differenziata. Tre diciottenni che decidono di digiunare, pregare, leggere le Scritture, coltivare una vita spirituale intensa… ne bastano tre per trascinare fuori dal vuoto metà dei loro coetanei. Il Vangelo è questo, dodici che prendono (anzi: vengono presi), partono e sconvolgono la storia.

A diciotto anni non sei giovane, sei fuoco. Chiamare i diciottenni o i ventenni “giovani” non è corretto, non dà l’idea. A quell’età, anche prima, si può essere Carlo Acutis, Pier Giorgio Frassati, Gabriele dell’Addolorata, Teresa di Lisieux, Giovanna d’Arco. Gente di quell’età è fuoco, dinamite, e loro nemmeno lo sanno, perché gli si propone una goccia di vino buono in un litro di acqua stagnante. Fa schifo. Come fai a non scegliere un’altra strada e iniziare a drogarti o trasformarti in una sardina se ti propongono una goccia di vino buono in un litro di acqua stagnante? “Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso!” ( Gv 15,3). Questa è la voce di Cristo.

Il rapporto con Dio nella preghiera e nel dialogo interiore non è solo per rilassarsi nella propria cameretta e avere qualche attimo di comfort, ma per incendiarsi. Ma per incendiarsi bisogna dire e trasmettere la verità, e cioè che la fede muove le montagne, non è un fatto privato che è meglio di niente. Dio non è qualcosa di “carino”. Dio è tutto e con Dio un gruppetto di ventenni che decide di afferrare una piccola fionda e munirsi di qualche sasso può far fuori Golia e trasformare il mondo non solo dentro di sé, anche attorno. Può fermare o allontanare le guerre.

L’umiltà deve andare di pari passo con la magnanimità, con un animo grande, spalancato all’unisono con altri. Se no con la scusa di una falsa umiltà trasformiamo intere generazioni in generazioni perdute, o, peggio ancora, mediocri.

Serena Di è una ragazza italiana che al momento si trova a Boston con il marito e una piccola e vivace bimba, ma per oltre dieci anni si è divisa tra studi televisivi e radiofonici, redazioni di quotidiani e riviste, agenzie pubblicitarie, set cinematografici, sottoscala, salotti, open space, brainstorming e interminabili file agli aperisushi. È appena uscito nella collana UOMOVIVO il suo “Confessioni di una Radical Chic pentita”, un resoconto dettagliato e tragicomico di quegli anni, ma anche una storia d’amore e di speranza, un viaggio che parte con la ricerca delle luci della ribalta e arriva fino all’incontro con Dio. Oppure, per dirla con Costanza Miriano nella prefazione: “un concentrato di intuizioni fulminanti sulla questione femminile e sulla ancora più importante questione centrale, la ritenzione idrica”.

Ti definisci una “Radical Chic pentita” (su Instagram: @radicalchicpentita) e poi c’è questo Serena Di, un po’ corto come cognome… a cosa è dovuta questa scelta?
Non sono la cugina di Melissa P., se è questo che intendi. Serena è il mio vero nome, Di è l’iniziale del mio cognome e di quello di mio marito. Quando ho iniziato a scrivere delle mie esperienze, della me del passato e di una certa spocchia che mi portavo dietro, del pentimento e del ritorno alla fede, ho avvertito la necessità di rappresentarmi come una persona diversa, che non vuol dire perfetta, ma nuova, perché alla fine l’incontro con Dio chiede questo alle nostre vite, di trasformarsi. Il nome vuole simboleggiare questa rinascita e gioca un po’ sul doppio senso di appartenenza. Sussurriamo spesso con sospetto “figlio di”, “parente di”, e così via, ma in questo “Di” c’è anche un desiderio di appartenenza a Dio. Nessuno pseudonimo o bisogno di anonimato, quindi, piuttosto una dichiarazione di intenti.

Una parte del libro descrive alla perfezione chi sono i Radical Chic, ma soprattutto spiega che bisogna volergli bene.
Certo, ed è il messaggio a cui tengo di più. Viviamo in un’epoca di divisioni, i media e i social media sono intrisi di parole d’odio e l’ultima cosa che volevo era rappresentare l’umanità attraverso fazioni opposte. Non sono un censore, il libro non è un pamphlet contro qualcuno, né l’ho scritto per giudicare qualcuno. Non ho la pretesa di semplificare la complessità della vita in credenti buoni e non-credenti cattivi, come ai tempi era stato insegnato a me: credenti stupidi e ignoranti, non-credenti intelligenti e colti. Al di là delle ironie (e non sarcasmo) ho rispolverato l’antica, e ormai banale, etichetta coniata dallo scrittore Tom Wolfe, per descrivere il mio atteggiamento nei confronti della fede, allo scopo di promuovere un invito alla fraternità e ricordare al lettore che chi ama Dio non ha nemici.

A proposito di quello che ti è stato insegnato, le scuole che hai frequentato – ed è un’esperienza comune a molti – sembra che ti abbiano in qualche modo “indottrinata”.
L’indottrinamento è una pratica odiosa e triste, a sentire la parola pensiamo subito a quello religioso che quando viene messo in atto è il peggiore di tutti. Nessuno di noi vorrebbe essere amato a forza, perché vorrebbe esserlo Dio? Ma c’è un altro tipo di indottrinamento, più sottile e come hai detto molto comune, che vuole far passare il messaggio che la fede sia un rimedio per gente senza speranza, una pratica idiota, utile al massimo per combattere ansia e depressione, una panacea per stressati, un oppio dei popoli e i fedeli un ammasso di ebeti, di sfigati, di retrogradi quando va bene. Questo è il tipo di indottrinamento che ho subito, in principio da una professoressa delle scuole medie che ci ripeteva continuamente che la cultura era solo di sinistra e la religione una consuetudine oscurantista. Nonostante fossi cresciuta in una famiglia di insegnati con idee di sinistra i miei genitori non si erano mai sognati di esprimersi in quel modo, né con me né con i loro alunni, e questo mi ha turbata. Ma intendiamoci, non è a lei che voglio dare la colpa per il mio allontanamento dalla fede, non è stata che una goccia nel mare e alla fine Dio ci lascia liberi di seguire la strada che più ci piace, anche quella che va nella direzione opposta alla sua.

Hai detto che questa professoressa non è stata che una goccia nel mare. Hai incontrato molti altri che la pensavano come lei?
Basta leggere i giornali, guardare la tv, fare un giro sui social, controllare pagine satiriche da milioni di follower e seguire i personaggi “giusti” per rendersi conto che c’è un enorme problema di comunicazione e di percezione della fede. Io poi che ho lavorato per anni nel mondo dello spettacolo e dello showbiz posso confermare che c’è un diffuso pregiudizio verso i credenti che fanno parte di questo ambiente. Da giovane studentessa di cinema e fotografia ho incontrato, tra i tanti, il compianto fotografo di moda Giovanni Gastel, e mi sono da subito innamorata dei suoi lavori. Non sapevo fosse credente ma penso che se lo avessi saputo all’epoca, ideologizzata com’ero, probabilmente avrei apprezzato meno le sue opere. Ho letto recentemente una vecchia intervista che ha rilasciato alla Stampa qualche anno fa dove senza imbarazzi, parlando di una grazia ricevuta da Padre Pio, ha affermato: «L’intellighenzia, fra cui ho tanti amici, considera una ingenuità l’essere religiosi, dimenticando montagne di pensiero cristiano cattolico». Le sue parole riassumono tutto.

E anche tu consideravi la fede un’ingenuità, fin quando non hai incontrato il principe azzurro, o meglio il “prince charming” perché è americano.
Ebbene sì, non aveva il cavallo ma una Toyota e non distingueva la differenza tra un radicchio e un cavolo rosso. Questo ragazzo, che come me lavorava nel mondo dello showbiz, ma dall’altra parte dell’oceano, e non si vergognava della propria fede ma sopportava e sorrideva alle fatiche della vita con la decina al polso, ha messo per primo scompiglio nelle mie certezze, pian piano, esclusivamente con il suo esempio, senza mai indottrinarmi o forzarmi a pregare o andare a Messa.

Oltre alla storia d’amore (e di verdure…) con tuo marito, emerge un po’ alla volta la storia d’amore con Dio, dal rosario che ti aveva regalato la nonna alla conversione. Ci anticipi qualcosina?
Scrivendo mi sono resa conto che la storia del mio rapporto con la fede era anche e soprattutto una storia familiare, iniziata con mia nonna Elvira che mi aveva insegnato la preghiera all’angelo custode e mi aveva regalato il primo rosario. Per anni non mi sono mai sognata di pregarlo. Volevo essere libera eppure ero ingabbiata in un solido dogmatismo, fortemente ideologizzato, avevo tutto ma nulla era mai abbastanza, ero focalizzata sulla celebrazione continua del sé, ossessionata dalla competizione smodata, dai primi posti ma a fine giornata rimavo da sola con il mio senso di vuoto. In un mondo che crea fenomeni nuovi ogni giorno e dove il genio del mercoledì diventa il cretino del venerdì, come diceva anche Gastel, chi si convince che il gioco è la vita ne finisce stritolato.

Ci dici qualcosa di te oggi?
Non sono certo diventata una santa. Sono una donna, una ragazza come tante, una moglie, una madre che lavora, che coltiva i suoi sogni e cerca di far stare tutto insieme a fine giornata, spesso non riuscendoci. Come il resto del mondo in questo momento soffro per la pandemia e a giudicare dalla mia ricrescita anche per la chiusura dei parrucchieri, ma nonostante dei giorni sia difficile rivolgersi a Dio continuo a cercare il suo volto.

Cos’è davvero Radical oggi?
Avere fede in un mondo che l’ha completamente smarrita. Se ci pensi è un pensiero rivoluzionario, ci vuole una buona dose di follia per essere credenti oggi, e aggiungerei anche uno spirito da bambini, bisogna farsi piccoli in un mondo che ci vuole sempre grandi e arroganti.

Trovate “Confessioni di una Radical Chic pentita” in formato cartaceo e ebook sul sito di Berica Editrice, Amazon (i tempi di consegna sono molto più brevi di quelli indicati) e nei principali store online, oppure ordinandolo in libreria.

by Giovanni Biolo, autore del bestseller internazionale “DentoTeologia. Paragoni fra denti e fede

Giorni fa un mio caro amico mi scrive: “Giovanni, i miei figli vanno matti per i supereroi. Perché non scrivi un racconto per bambini sui superpoteri di Gesù? Se lo fai ti offro un’ottima cena di pesce”. Ok, l’ultima frase l’ho aggiunta io, ma sono sicuro che lo pensavi, Michel. Però mi dispiace, non posso cogliere la proposta: uno perché ipotizzo che libri così esistano già, secondo perché un DentoTeologo non si compra con una cena di pesce… ne servono almeno due! Scriverò invece un articolo opposto… sul perché Gesù non aveva superpoteri. O meglio: i suoi superpoteri non sono quelli a cui subito si pensa.

“Ma come! Gesù era addirittura più potente dei supereroi! Gesù camminava sulle acque più di Aquaman! Trasformava l’acqua in vino senza gli esperimenti alchemici di Gargamella che voleva mutare piombo e Puffi in oro! Moltiplicava pani e pesci senza bisogno dei poteri mistici tibetani di Doctor Strange! Faceva risorgere i morti meglio della Pietra della Resurrezione di Harry Potter!“.

Vero… infatti, se chiedi di elencarti i gesti compiuti in vita da Gesù al primo che incontri per strada (all’università il mio prof. di Medicina Interna usava l’espressione: “Se lo chiedi al classico avventore del Bar Sport”), inizierà subito a farti una lista dei suoi miracoli più famosi. Ma se ti dicessi che i veri miracoli, i veri poteri, Gesù li ha compiuti nell’ordinarietà? Se ti dicessi che le azioni più importanti Cristo le ha eseguite facendo sembrare tutto… normale?

Noi siamo propensi a pensare a Dio solo in maniera straordinaria: un Dio adulto tutto muscoloso che scende di giorno dal cielo tra tuoni e fulmini meglio di Thor (non a caso Zeus, un dio creato dagli uomini, l’avevano immaginato più o meno così), che spara raggi laser dalle mani come IronMan, feroce come il verde Hulk. Invece il Signore è arrivato nell’ordinario, di notte, come un bimbo in un grembo materno, fragile… normale. Forse aveva finito i soldi per gli effetti speciali? No, questo ci rivela un suo potere grandissimo: l’umiltà di un Dio che si fa piccolo piccolo per permetterci di conoscerlo meglio, entrare in relazione con Lui, donando dignità regale all’essere umano, a partire dall’indifeso bimbo nel pancione della mamma, che noi definiamo “non ancora nato”.

Gesù ha scelto di nascere, ma anche di morire. Tutti noi moriamo, è normale, ma Gesù ha scelto di morire per noi. Gesù avrebbe sicuramente potuto fare il miracolo di scendere giù dalla croce volando, mostrando che i chiodi non potevano niente contro il suo corpo di adamantio come Wolverine, evitando così la morte. Ma senza quella morte ignominiosa sulla croce, prendendo su di sé i nostri peccati, non ci avrebbe aperto le porte del Paradiso!

Non morire mai o morire per salvare altri (come il leone Aslan che muore per salvare Edmund nelle Cronache di Narnia)? Qual è il miracolo più grande? Morire per un ingrato, questo è il vero super potere! Perché il miracolo è sì un segno grandioso, ma è di rimando a un significato più profondo, non una sfavillante magia fine a se stessa. Deve servirci a conoscere meglio Dio, non semplicemente a esaltarne i poteri. Addirittura una volta ho sentito un’omelia in cui il sacerdote diceva: “Gesù fa i miracoli… controvoglia!”. Perché il miracolo può quasi sviare l’attenzione, a volte, impedendoci di vedere che la vera potenza di Dio è il suo essere misericordioso nonostante tutto, nonostante noi e le nostre continue e schifose infedeltà.

Chiediamoci, poi, cosa è più utile per noi, cosa ci aiuta a raggiungere la nostra felicità? Sapere che Gesù camminava sulle acque o renderci conto che perdonava sempre, piangeva la morte di un amico e chiedeva anche lui aiuto per fare la volontà del Padre? Gesù è venuto per lasciarci una via di salvezza, una verità sicura, una vita ben spesa.

Mi avvio alla fine mettendo in risalto uno dei superpoteri di Gesù più forti e forse meno conosciuto. Neanche al Bar Sport lo conoscono. È la sua vita nascosta nei primi trent’anni di vita. Un Dio che non solo si fa bambino come noi, ma lavora le sue otto ore minimo al giorno di turno in falegnameria! In un paesino di provincia, imparando da Giuseppe (lui sì, un supereroe umano!) un lavoro manuale, dalla modesta paga, ascoltando le lamentele dei clienti più insopportabili, venendo incontro alle possibilità delle persone meno abbienti, mettendoci la faccia se magari un tavolo non veniva fuori come il cliente voleva. E tutto senza una bacchetta magica di Sambuco… no cari miei! A mio modesto parere dentoteologico: Gesù le sue otto ore se le sudava!

E tutto questo a cosa serve, mi direte? A insegnarci una via di santificazione concreta, nascosta e alla portata di tutti… la santificazione del lavoro.

Concludo con una frase di san Josemaría Escrivà: “Non vi è altra strada, figli miei: o sappiamo trovare il Signore nella nostra vita ordinaria, o non lo troveremo mai”.

Magari non mi sono meritato una cena di pesce, Michel, ma quale amico, se gli chiedi un pesce, ti darà invece una serpe? Ora, se non un pesce, almeno uno spritz!

by Serena Di (@radicalchicpentita), la nostra inviata da Boston (di cui è imminente l’uscita del suo primo libro “Confessioni di una Radical Chic pentita”)

Rassegniamoci, l’8 marzo non è più di moda. 

Non era più di moda dieci anni fa, quando i miei colleghi machisti lo definivano «un giorno per vecchie di paese che vanno a mangiare la pizza e guardare lo spogliarello», e incredibilmente non lo era neanche per le mie colleghe femministe che lo liquidavano come «un giorno per vecchie di paese e basta» (ricordiamo che le vecchie di paese tornano di moda secondo il gusto degli stilisti, quando le chiamano “modelle over” e mettono loro in mano una borsa a sei zeri). Le mimose poi guai a chi solo si azzarda a regalarle, non sono più di moda neanche quelle (fiori alle donne, ma siamo matti? Roba da retrogradi, medievali, analfabeti funzionali, Festival di Sanremo). 

Insomma l’8 marzo lentamente scompare, sabotato dalle ottimiste che ripetono che «ormai la festa delle donne è tutti i giorni» e dalle pessimiste che chiosano: «non c’è proprio niente da celebrare».

Delle donne oggi sembra si possa parlare solo attraverso categorie a compartimenti stagni: o super top manager, presidentesse dell’Impero galattico con le tasche imbottite di quote rosa e prime pagine sulle copertine patinate, o povere vittime silenti, tirate spesso in ballo dalle prime per farne la bandiera di questo o quel messaggio politico. E invece queste ultime è sempre bene ricordarle, a prescindere dalle bandiere, dalle ricorrenze, dai ranghi. Dalla Nadia di Rocco e i suoi fratelli (che si chiamava Paola Del Bono, e come Nadia era una prostituta uccisa all’Idroscalo di Milano) alla marchesa Maria Giordani Catalano Gonzaga a Clara Ceccarelli, che meno di un mese fa, e prima di essere accoltellata dall’ex compagno mentre lavorava nel suo negozio a Genova, si era pagata il funerale, prevedendo la sua atroce fine.

Umiliate, picchiate, spesso violentate, ammazzate, dimenticate, la morte le/ci accomuna, non ha rango, né età, né religione. A ricordarlo è stato anche Papa Francesco, nel suo viaggio in Iraq, citando le sofferenze del popolo yazida e soprattutto le sofferenze ma anche la forza delle donne, alla vigilia dell’8 marzo. La loro portavoce è Nadia Murad, Nobel per la Pace nel 2018, prigioniera e vittima delle violenze dell’Isis, che in una lettera aperta, rivolta al Pontefice, ha chiesto di intercedere a tutela delle minoranze, non solo quella cristiana ormai ridotta, in Iraq, da un milione a circa trecentomila fedeli. Le donne yazide sono ora ufficialmente riconosciute come vittime di genocidio da una legge varata dal parlamento iracheno il 6 marzo, e che riguarda: «ogni donna oggetto di rapimento, riduzione in schiavitù sessuale, venduta, separata dai genitori, costretta a cambiare religione, al matrimonio forzato, a gravidanza e aborto forzato, danneggiata fisicamente o mentalmente dal Daesh dal 3 agosto 2014». In molte hanno dato alla luce i figli di quelle violenze, donne, madri che si levano senza rabbia dalla schiavitù e Francesco le ha ringraziate: «Le madri consolano, confortano, danno vita. E vorrei dire grazie di cuore a tutte le madri e le donne di questo Paese, donne coraggiose che continuano a donare vita nonostante i soprusi e le ferite. Che le donne siano rispettate e tutelate! Che vengano loro date attenzione e opportunità!». 

Nella terra martoriata dalla guerra, culla di civiltà, religioni, confessioni, dove la cristianità trae origine dalla predicazione di San Tommaso, l’apostolo scettico che toccò con mano le ferite del Signore, e dove tutti i martiri risplendono insieme, stelle nello stesso cielo, il futuro riparte dalle donne. 

Donne la cui missione viene troppo spesso banalizzata. A tal proposito il Papa aveva già espresso il proprio parere: «Quante volte il corpo della donna viene sacrificato sugli altari profani della pubblicità, del guadagno, della pornografia, sfruttato come superficie da usare. Va liberato dal consumismo, va rispettato e onorato; è la carne più nobile del mondo, ha concepito e dato alla luce l’Amore che ci ha salvati!». 

Oggi di questo non si parlerà, si parlerà dell’intervista di Oprah ad Harry e Meghan Markle, dei residui del Festival e qua e là sbucherà sulle bacheche la faccia minacciosa di Rosie the Riveter che ci dice che ce la possiamo fare, come se la vita fosse un’eterna guerra e le donne figurine sbiadite su poster motivazionali. Mio padre mi invierà galantemente la foto del mazzo di mimose che anche a distanza compra per me ogni anno e io e mio marito, che dice che le mimose qui non si trovano facilmente, prenderemo dei fiori per nostra figlia, perché questo 8 marzo e quelli a venire, continui a celebrare le donne, testimoni di una speranza che non muore.